Le misteriose origini delle spezie

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Spezieria, Paolo Antonio Barbieri, 1637

Spezieria, Paolo Antonio Barbieri, 1637

 “Quando accade un evento straordinario, è ridicolo sostenere che sia un mistero e un presagio. Eclissi di sole o di luna, comete, nuvole che sventolano come bandiere, neve a maggio, lampi a dicembre sono fenomeni che accadono ogni cinquanta o cento anni. Si verificano a causa del movimento di yin e yang. Anche il fatto che il sole sorga a est e tramonti a ovest potrebbe essere un mistero, se non si ripetesse ogni giorno. Inoltre, la ragione per cui una disgrazia accade quando si verificano fenomeni strani è dovuta al fatto che la gente vede un prodigio, come le nuvole svolazzanti, e si aspetta che avvenga qualcosa. Gli uomini creano nella loro mente questa correlazione.
I misteri sono sempre un’illusione creata dalle parole.”
[Yamamoto Tsunetomo, Hagakure, I, 105]

Buongiorno a tutti! Negli approfondimenti precedenti abbiamo visto quanto le spezie fossero importanti per la medicina e la società del passato e presto andremo a curiosare nelle cucine dell’epoca, ma prima ci occuperemo delle leggende e dicerie sorte a proposito delle loro origini, secondo alcuni addirittura celesti!
Nella realtà come nel romanzo, le conoscenze geografiche dell’epoca sulle terre più lontane erano piuttosto approssimative (come abbiamo visto anche a proposito della Peste Nera), perciò la provenienza e la natura stessa delle spezie erano spesso avvolte da un alone di mistero, alimentato ad arte dalle popolazioni coinvolte nel loro commercio (la Repubblica di Ailearth nel Trono, principalmente arabi e persiani nella realtà) per mantenere alti i prezzi ed evitare che gli acquirenti potessero approvvigionarsi direttamente dai produttori. Gli interessi economici in ballo erano enormi: il valore della merce poteva lievitare anche di cento volte tra le terre d’origine orientali e un grande porto commerciale come Venezia, da dove ripartiva per i mercati di tutta Europa a prezzi ancora maggiori. Per esempio, la seconda spedizione di Vasco da Gama in India, mercato che raccoglieva le spezie provenienti da Indonesia, Indocina, Malesia e dalle isole dell’Oceano Indiano, generò un profitto del 400% rispetto all’investimento iniziale, nonostante il totale fallimento della missione sul piano diplomatico, con tanto di cannoneggiamenti delle coste indiane e battaglie navali. Considerato che il prezzo della noce moscata poteva quadruplicare da porti levantini come Alessandria o Beirut a Venezia, oppure che trasportare cannella da Cipro a Barcellona poteva fruttare guadagni superiori al 40%, è evidente come mai gli europei si arrovellassero per capire come accedere ai produttori e gli intermediari facessero del proprio meglio per gettare loro fumo negli occhi.

Tempio di Augusto a Muziris in India, dettaglio della Tabula Peutingeriana, carta romana del IV-V sec. d.C.

Tempio di Augusto a Muziris in India, dettaglio della Tabula Peutingeriana, carta romana del IV-V sec. d.C.

“Il Signore disse a Mosè: «Procùrati balsami: storace, onice, galbano come balsami e incenso puro: il tutto in parti uguali. Farai con essi un profumo da bruciare, una composizione aromatica secondo l’arte del profumiere, salata, pura e santa. Non farete per vostro uso alcun profumo di composizione simile a quello che devi fare: lo riterrai una cosa santa in onore del Signore. Chi ne farà di simile per sentirne il profumo sarà eliminato dal suo popolo”
[Libro dell’Esodo, XXX, 34-35, 37-38]

L’uso di spezie e incensi nelle pratiche religiose delle civiltà mediterranee è antichissimo, risale almeno al III millennio a.C. tra gli antichi egizi e le civiltà mesopotamiche, per poi estendersi alle tribù ebraiche nonché a greci e romani. Questi ultimi, soprattutto in epoca imperiale, divennero grandi consumatori di legni e resine aromatiche, infatti è stato stimato che la principale città produttrice omanita arrivasse a esportarne verso l’Impero circa tremila tonnellate l’anno. Un commercio tanto florido attirò i mercanti latini nel Mar Rosso e poi sempre più a est, fino ad aprire rotte verso l’India, dove sono state rinvenute prove archeologiche della presenza romana lungo le coste sud-occidentali del subcontinente.
L’impiego di oli aromatici, profumi e incensi fu mantenuto nella religione cristiana, infatti Gesù permise a Maria Maddalena di ungergli i piedi con l’unguento, inoltre i discepoli procurarono oli e aromi per la sua sepoltura. Incensi e profumi divennero sinonimo di presenze angeliche e uno dei segni della vicinanza al cielo dei martiri e degli eremiti era l’intenso profumo emanato dai loro corpi dopo la morte (ecco perché si dice “morire in odore di santità” 😉 ). In taluni casi si affermò persino che dai cadaveri dei santi essudavano mirra e altre spezie. La Chiesa permise quindi l’uso di bruciare incenso durante i riti, pur vietando di farlo a scopo religioso in privato (esistevano rituali di evocazione demoniaca che prevedevano le stesse pratiche, per cui fu ritenuto più saggio scoraggiarle), finché nel Medioevo si cominciò a credere che certi profumi non venissero nemmeno dal nostro mondo, ma da uno prossimo e per noi invisibile, ultraterreno.
Questo accadde anche perché, con la caduta dell’Impero e l’avvento dei secoli bui, gli europei persero conoscenze, contatti e dimestichezza con le terre d’origine di quelle sostanze celestiali, che finirono per diventare luoghi più mitici che reali. Mentre i marinai indiani conoscevano la ciclicità dei venti monsonici e sapevano sfruttarla per navigare e commerciare sin da prima di Cristo e gli arabi già nel IX secolo avevano basi commerciali anche in Cina, gli occidentali compresero l’importanza di tali venti soltanto nel XVI secolo. Fino alle imprese di Bartolomeo Diaz, scopritore del Capo di Buona Speranza, e di da Gama tra i cristiani era addirittura opinione comune che l’Oceano Indiano fosse un bacino chiuso.
La convinzione che esistessero terre leggendarie negli angoli più remoti del mondo è confermata dagli scritti di Colombo, che durante le sue esplorazioni credette di aver scoperto fiumi provenienti dall’Eden. Ecco un brano del navigatore genovese:

“Credo che se continuassi lungo la linea dell’equatore, scalando la sommità del mondo, troverei un’aria molto più mite e mi accorgerei che la posizione delle stelle è cambiata, e noterei un cambiamento anche nella natura dell’acqua. Non che io creda che sia possibile navigare fino al punto più alto del mondo, o che sia anche solo possibile scalarlo: infatti credo che in quel punto si trovi il paradiso terrestre, che nessuno può raggiungere se non per volontà di Dio.”

Il Giardino dell'Eden, Thomas Cole, 1828

Il Giardino dell’Eden, Thomas Cole, 1828

Un simile miscuglio di ignoranza e superstizione non poteva che indurre i dotti del tempo a speculazioni intellettuali sulle origini delle spezie che arrivavano misteriosamente nei porti del vicino Oriente. Questa per esempio era la convinzione in proposito di Jean de Joinville, famoso biografo di re Luigi IX il Santo:

“Prima che il fiume entri in Egitto, la gente che è usa a questo lavoro getta le proprie reti alla sera nelle acque del fiume e lascia che esse vi si distendano. Quando giunge il mattino, costoro trovano nelle loro reti cose che sono pesate e vendute e importate quindi in Egitto, come, ad esempio, zenzero, rabarbaro, aloe e cannella. Dicesi che tali cose vengono dal paradiso terrestre, perché in quel luogo celestiale il vento tira giù i rami degli alberi, come fa con la legna secca nelle foreste delle nostre terre, e la legna secca degli alberi del paradiso che in tal modo cade nel fiume è venduta a noi da mercanti in quel paese.”

Il fiume in questione è ovviamente il Nilo, che stando a de Joinville trascinava con sé le spezie che crescevano attorno alle sue sorgenti, ubicate convenzionalmente nell’Eden da quando il commentatore biblico Josephus aveva creduto di riconoscere nel Nilo il fiume Gihon, uno dei quattro corsi d’acqua del paradiso terrestre descritti nella Genesi. L’analisi delle Sacre Scritture indusse i sapienti a determinare che nell’Eden si trovava una resina aromatica conosciuta come bdellio, abbondante nella confinante terra chiamata Avìla e bagnata dal fiume Pison (il Gange, secondo quell’interpretazione), pertanto decisero che doveva trattarsi dell’India. Ciò li indusse a pensare che la crescita delle spezie in quelle regioni fosse diretta conseguenza della prossimità del paradiso terrestre, tanto che nel V secolo d.C. il greco Filostorgio di Cappadocia affermò che gli alberi che producono i chiodi di garofano derivavano da germogli un tempo esistiti solo nell’Eden. Un altro geografo del V secolo sostenne che il paradiso terrestre era abitato dai camarini, un popolo che si nutriva del pane caduto dal cielo dopo averlo cosparso di miele e pepe, altra spezia tra le più utilizzate. Quando le nozioni geografiche divennero appena più precise e si capì che i quattro fiumi dell’Eden – Nilo, Gange, Tigri ed Eufrate – non potevano per ovvie ragioni condividere le sorgenti, sant’Efrem di Siria e sant’Agostino affermarono che non risultava evidente solo perché i quattro fiumi correvano nel sottosuolo fino alle apparenti sorgenti reali.
L’Eden, l’India e le terre bibliche dell’oro e delle spezie come Ophir, Hevilath o Saba venivano tutte collocate in un generico Oriente di cui si sapeva ben poco. Vi erano missionari e mercanti che per scelta o sfortuna arrivavano in quelle zone e vi restavano a lungo, ma spesso o non riuscivano a tornare indietro o comunque le loro esperienze non trapelavano. Per esempio, una spedizione portoghese del 1502 riportò in patria Benvenuto d’Albano, un veneziano vecchio e povero che aveva vissuto sulle coste del Malabar per ben venticinque anni e già nel 1338 una delegazione della potente famiglia veneziana dei Loredan era stata in visita a Delhi, per non parlare di Marco Polo, ma ciò non aveva provocato sensibili cambiamenti nella percezione occidentale dell’Asia.

Creature del Regno di Prete Gianni

Creature del Regno di Prete Gianni

Gli europei credettero a lungo che tra i produttori di spezie orientali vi fosse il fantomatico Regno di Prete Gianni, uno stato cristiano ricchissimo e potente a cui tentarono più volte di inviare ambasciatori per proporre alleanze contro i musulmani. La leggenda ebbe origine nel XII secolo, quando il vescovo Ugo di Gebala lo descrisse per la prima volta, forse alterando la notizia della sconfitta inflitta dai mongoli del khan Yelu Dashi ai musulmani selgiuchidi nella battaglia di Qatwan, nei pressi di Samarcanda. Per i regni cristiani della Terra Santa fu una boccata d’ossigeno e senza dubbio l’evento assunse contorni mitici. In seguito altri khan vennero identificati con Prete Gianni o con i suoi successori, per esempio Ong Khan fu indicato come tale da Marco Polo.
Pochi anni dopo, nel 1165, all’imperatore bizantino Manuele I fu recapitata una lettera del sedicente Prete Gianni, in cui egli si vantava di essere alla testa di un regno esteso “dalle Indie alla Babilonia”, protetto da selvaggi uomini cornuti incapaci di parlare e da pigmei cannibali e necrofagi. Diceva di sedere su un trono di zaffiri, impugnare uno scettro di smeraldi, indossare abiti di pelle di salamandra e di avere dodici arcivescovi alla sua destra e venti vescovi alla sua sinistra. Alla sua tavola, ricavata da enormi smeraldi, mangiavano ogni giorno trentamila persone e attorno a loro volavano draghi bardati come destrieri e montati da nobili cavalieri. A soli tre giorni di cammino dall’Eden, nel cuore del regno, sorgeva una foresta di alberi del pepe con al centro una fontana miracolosa: chiunque vi si fosse abbeverato non si sarebbe mai ammalato e non avrebbe mai dimostrato più di 33 anni, cioè l’età di Cristo.
Nel XIV secolo però prevalse l’ipotesi che il suo regno non si trovasse in Asia, bensì nell’Africa orientale. Tale convinzione sì radicò talmente che i mercanti genovesi Girolamo di Santo Stefano e Girolamo Adorno identificarono il porto eritreo di Massaua come “porto di Prete Gianni”. In seguito la corona portoghese finanziò la spedizione di Afonso de Paiva alla scoperta del regno, vagamente collocato in Abissinia, che si concluse con la scomparsa dell’esploratore, e consegnò lettere indirizzate a Prete Gianni anche a Da Gama prima che partisse per l’India. Chiunque fosse riuscito a stringere accordi con il favoleggiato sovrano, avrebbe beneficiato di un alleato potentissimo e avrebbe avuto accesso diretto alle terre d’origine delle spezie e di altre enormi ricchezze.
Ecco come ne descriveva il regno il famoso John Mandeville, autore di libri di viaggi (per la maggior parte inventati) che divennero un punto di riferimento per gli intellettuali e gli esploratori del XV secolo:

“Una terra dove sorgono grandi montagne d’oro che le formiche mantengono con piena diligenza. E queste formiche sono grandi come cani, così che nessun uomo osa venire in queste montagne perché le formiche lo assalirebbero e lo divorerebbero subito, così che nessun uomo possa prendere di quell’oro se non con grande furberia.”

Le meraviglie della natura non si fermavano certo agli insetti, infatti Mandeville ed emuli vari descrissero altre razze mostruose che popolavano il regno e le zone sconosciute ai cristiani, spesso attingendo a testi greci e latini come quelli di Plinio il Vecchio. Ve ne segnalo alcune tra le più curiose: i blemmii non avevano la testa, ma un’enorme faccia al centro del petto; i panozi avevano orecchie che arrivavano fino ai fianchi, gli sciopodi avevano un unico piede grande quanto un tavolo che usavano come ombrello, i cinocefali avevano teste canine, gli astomi non avevano la bocca e si nutrivano annusando il miele. Nei mari abitavano due specie di sirene: le prime metà uomo e metà pesce, le seconde metà uomo e metà uccello, più simili a quelle che noi definiremmo arpie. Vi erano anche alberi da cui nascevano agnelli ricoperti di cotone da tosare oppure, ma questa è un’invenzione di origini arabe, un albero chiamato Wak-Wak che aveva splendide donne come frutti. I piedi cominciavano a spuntare a marzo e le teste a maggio, dopo di che le fanciulle restavano appese per i capelli gridando “Wak wak” finché, mature, si staccavano dall’albero e morivano nella caduta. A proposito delle isole dell’Oceano Indiano inoltre si scrisse che Sumatra era abitata da giganti neri cannibali e Ceylon da una razza di Amazzoni.

Sempre a proposito di leggende sulle origini delle spezie, il medico greco Ctesia, per anni alla corte persiana, nel 400 a.C. scrisse che l’ambra scaturiva da alberi resinosi indiani che lacrimavano per un mese all’anno. Le gocce di resina cadevano quindi nei fiumi e venivano trasportate a valle, indurendosi lungo il tragitto. Oggi sappiamo che la maggior parte dell’ambra commerciata in Europa in realtà proveniva dalla zona del Baltico.
Altre dicerie tramandavano che gli alberi di pepe fossero sorvegliati da serpenti e che l’unico modo per raccoglierlo fosse incendiarne le foreste, processo al quale andava ascritto il colore nero delle bacche. Similmente le foreste di cassia (una varietà di cinnamomo la cui corteccia ha proprietà aromatiche) erano protette da aggressive creature simili a pipistrelli.
A proposito della cannella si credeva crescesse su cime inaccessibili dell’Arabia e che alcuni uccelli, tra i quali le fenici, ne usassero i rami per costruirsi il nido. Sempre secondo le leggende, gli arabi spargevano grossi pezzi di carne che i volatili portavano nel nido per nutrirsi, causandone la caduta dall’albero per il troppo peso. A quel punto i raccoglitori indigeni rubavano la cannella e la vendevano.
La tecnica della carne veniva usata anche in Scizia, dove gole profondissime celavano gemme. I raccoglitori vi gettavano grandi pezzi di carne a cui restavano incollate le pietre preziose, poi liberavano uccelli appositamente addestrati che recuperavano il cibo e permettevano così ai padroni di impossessarsi delle gemme.
Le pietre preziose avevano spesso origini favoleggiate, perché fino alla scoperta dei giacimenti in Sudafrica e nel Nuovo Mondo quelle indiane e birmane furono le uniche (o quasi, a seconda del tipo di gemma) sul mercato. Questo fattore contribuì ad affermare il mito dell’India come terra situata ai confini dell’Eden – secondo alcuni missionari ubicato su un monte dell’isola di Ceylon, l’odierno Sri Lanka –, in quanto le gemme non potevano che essere divine per qualità e bellezza. Il fatto che venissero ritrovate nei letti dei fiumi inoltre alimentò a dismisura il credito prestato alle teorie sulle spezie trasportate dalla corrente.

Fu questo mix tra realtà e fantasia a conferire un ulteriore fascino alle spezie e a renderle ancora più esclusive e desiderate presso i ceti più ricchi d’Europa. Non è difficile immaginare come dall’attribuire a una sostanza origini paradisiache a crederla portatrice delle medesime virtù il passo sia stato breve, soprattutto nell’ottica di un retaggio millenario che ne considerava l’aroma come una manifestazione quasi ultraterrena, in grado di mettere in contatto l’umano e il divino. Il mistero sulle origini, l’incertezza delle conoscenze geografiche e la diffusione delle leggende aiutarono a lungo i mercanti a scoraggiare la concorrenza e a tenere alti i prezzi. Nel mondo de Il Trono delle Ombre ciò si è tradotto nella creazione di una rete commerciale incentrata su Ailearth, che ha saputo sfruttare la posizione geografica e le proprie conoscenze per diventare intermediaria quasi esclusiva tra i paesi del nord e quelli poco conosciuti del sud, proprio come i popoli arabi e persiani seppero fare tra l’Europa e il misterioso Oriente. Quanto alle teorie elaborate dai dotti, penso che ormai nemmeno la sospensione dell’incredulità potrebbe indurre un lettore ad accettare quelli che fino a qualche secolo fa erano ritenuti fatti assodati! 😉
A proposito delle scoperte e della superstizione, vi lascio con una straordinaria massima del califfo Ali ibn Abi Talib:

“Non vi è maggiore ricchezza della sapienza, né povertà peggiore dell’ignoranza.”

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Letture consigliate
Oltre ai testi già segnalati, vi raccomando:
F. Fernandez-Armesto, Esploratori, Bruno Mondadori

Berserkir: guerrieri tra mito e realtà

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Buongiorno a tutti! Oggi torneremo su un tema che nell’approfondimento dedicato agli Eidr e alla mitologia nordica ho solo sfiorato, i leggendari berserkir. Scopriremo come nel loro caso il confine tra mito e realtà sia difficile da identificare, andremo a caccia di figure analoghe in altre culture, infine parleremo un po’ di nativi americani e di come anch’essi abbiano contribuito a plasmarne l’immagine nel romanzo.

Gli einherjar serviti dalle valchirie nel Valhalla. Sulla destra si possono notare Odino e uno dei suoi lupi, Geri o Freki. Emil Doepler, 1905

Gli einherjar serviti dalle valchirie nel Valhalla. Sulla destra si possono notare Odino e uno dei suoi lupi, Geri o Freki. Emil Doepler, 1905

I berserkir erano i più feroci e temerari campioni della Federazione, capaci di entrare in uno stato di trance durante il quale non avvertivano dolore e diventavano combattenti inarrestabili. Temuti persinodagli stessi Eidr, scendevano in battaglia solo al seguito del Reafan, come guardia personale del konungr, votati alla morte piuttosto che alla resa. Vivevano tutti insieme in un’immensa sala ricca di panche e focolari, serviti da giovani scelte per la loro avvenenza, dalle quali nascevano le nuove generazioni di guerrieri sacri.”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 39]

Come vi ho anticipato nel secondo approfondimento del blog, i berserkir del mio libro non corrispondono esattamente a quelli della tradizione, bensì mutuano alcuni comportamenti degli einherjar, i campioni di Odino radunati nel Valhalla e accuditi dalla valchirie in attesa di partecipare allo scontro finale del Ragnarok. I guerrieri-orso (berserkir significa infatti “camicie d’orso”) avevano in comune con loro il legame con il padre degli Asi, ma non vivevano necessariamente insieme, sebbene talora siano descritti come una sorta di confraternita il cui animale totemicoi era per l’appunto l’orso, simbolo per i norreni della forza indomita e selvaggia della natura. Altre fonti però hanno portato a ipotizzare che la trance omicida in cui sprofondavano questi guerrieri, detta berserksgangr o furia del berserkr, fosse piuttosto uno stato di alterazione mentale persino ereditario, dato che sono state descritte famiglie di berserkir per generazioni. Potrebbe anche essere la ragione alla base della credenza secondo la quale dovevano rimanere celibi (il più delle volte disattesa, come vedremo). Altri ancora invece sostengono che la frenesia di cui cadevano preda fosse frutto del consumo di sostanze psicoattive, fattore che li accomunerebbe ad alcune pratiche sciamaniche.

Guerriero con maschera animale e ulfhedinn. Placca decorativa di uno elmo del V-VII sec., Torslunda, Svezia

Guerriero con maschera animale e ulfhedinn. Placca decorativa di un elmo del V-VII sec., Torslunda, Svezia

Ma cosa li rendeva così speciali da ammantarli di leggenda, al punto che ancora oggi l’espressione inglese “gone berserk” indica una persona che ha perso il controllo in preda alla rabbia?
I guerrieri-orso scendevano in battaglia senza armatura, coperti solo di pellicce perché la trance che si impossessava di loro durante gli scontri li rendeva insensibili al dolore, tanto che secondo le fonti non temevano “né il ferro né il fuoco”. Erano così forti da poter uccidere un uomo con un solo colpo a mani nude e talmente feroci che mordevano addirittura gli scudi. La brama di sangue poteva portarli anche a fare figure piuttosto barbine: Snorri Sturluson, famosissimo autore dell’Edda in prosa e di altre opere sui vichinghi, narra che nell’anno 1000 alcuni di essi dimenticarono di trovarsi su una nave e annegarono in mare nel tentativo di saltare addosso ai nemici a bordo di un altro vascello. La furia dei berserkir era incontrollabile, infatti secondo un racconto talvolta dovevano allontanarsi e sfogarsi contro alberi e rocce, altrimenti avrebbero potuto uccidere chiunque capitasse loro a tiro. Scemato il furore, cadevano a terra spossati e in alcuni casi erano costretti a letto finché non si riprendevano.
Nonostante la loro pericolosità, il coraggio dimostrato sul campo di battaglia e la paura che incutevano ai nemici li resero molto apprezzati da nobili e re, perciò spesso facevano parte della loro guardia personale. Il fatto che fossero prediletti da Odino era un ulteriore vantaggio, perché chiunque li annoverasse tra le proprie fila poteva sperare nella benevolenza del dio. Pare che usualmente prestassero servizio in gruppi di dodici, un numero molto importante nella cultura norrena, perché univa il tre (la perfezione celeste/divina) e il quattro (la terra) e quindi simboleggiava l’essere terreno che si elevava verso il divino, che per un guerriero poteva significare l’ingresso nel Valhalla come eroe. La responsabilità di proteggere i condottieri faceva sì che essi si trovassero posizionati attorno alle loro insegne, ecco perché nel Trono li ho trasformati nei custodi del Reafan, il sacro stendardo del corvo.
Il brano che segue è tratto da un racconto sulla gesta di  Kveldulf Bjalfason, hersirii norvegese del IX secolo, berserkr come il figlio Skallagrim. Incentrato sull’attacco a una nave approdata nei pressi del loro villaggio, si tratta di un eccellente esempio dei poteri sovrumani e della ferocia attribuiti ai guerrieri-orso.

“Kveldulf giunse sul ponte della nave, seguito da Skallagrim. Kveldulf brandiva una mannaia, e ordinò ai suoi uomini di andare sul ponte e spazzar via la tendaiii, mentre egli incalzava sul cassero. Si narra che lui e i suoi compagni venissero presi dal furore dei berserkir.
Uccisero tutti coloro che incontrarono sul loro cammino. Skallagrim […] e suo padre non si fermarono finché non l’ebbero ripulita.
Quando Kveldulf era giunto sul cassero, aveva alzato la sua mannaia e aveva spaccato l’elmo e il capo di Hallvardiv, e l’impugnatura si era conficcata nella carne. Nel tentativo di estrarla fece volare in aria Hallvard, scaraventandolo fuori bordo.
Molti uomini si lanciarono dalla nave, ma gli uomini di Skallagrim li inseguirono, uccidendo tutti coloro che raggiunsero. In questo modo perirono Hallvard e cinquanta dei suoi uomini”

E poi ancora, a proposito di un successivo combattimento tra un gruppo di guerrieri e Skallagrim:

“All’imbrunire, quando il sole era ormai tramontato, la situazione diventò critica per Thord ed Egill, poiché Skallagrim era diventato così forte che, afferrato Thord e sollevatolo in aria, lo scaraventò a terra, spezzandogli le ossa.”

Questa descrizione di una stirpe di berserkr viene invece da Saxo Grammaticus, storico danese dell’XII-XIII secolo:

“Questi [Sivaldo] aveva sette figli, i quali conoscevano talmente bene l’uso dei malefici, che, spesso eccitati da improvvisi attacchi di furore, solevano fremere minacciosamente con il viso, afferrare gli scudi con morsi, prendere con le fauci carboni ardenti, penetrare qualsiasi barriera di fuoco; né si poteva arrestare  questo spirito di follia con alcun genere di rimedio, se non con l’ingiuria delle catene o con il sacrificio di una strage umana. Tutta questa violenza era loro ispirata dalla malvagità d’indole o dalla crudeltà della follia.”

Le differenze tra il brano su Kveldulf e quello sui figli di Sivaldo sono indicative del mutamento religioso e morale avvenuto in Scandinavia a partire dal X-XI secolo, quando il Cristianesimo si diffuse anche nelle terre del Nord. Mentre nel primo testo non è percepibile alcun giudizio morale nei confronti dei berserkir, ma ci si limita a un resoconto delle loro gesta, violente come tutta la società vichinga (in Norvegia per esempio gli strandhogg tra connazionali dovettero essere vietati al fine di limitare spedizioni fratricide), nell’ultimo è evidente il biasimo nei confronti dei guerrieri invasati. Si mescolano i cenni alla furia come malattia all’ipotesi che si tratti di malvagità o persino di magia nera, perché i cristiani la ritenevano una forma di possessione diabolica curabile con la preghiera e il battesimo. L’antica religione pagana venne demonizzata, gli Asi furono trasformati in figure quasi caricaturali umiliate di volta in volta dai santi cristiani o dai miracoli, mentre i berserkir vennero banditi per legge dalla Norvegia nell’XI secolo e dall’Islanda in quello successivo, portando allo scioglimento delle bande di guerrieri. Una saga islandese contemporanea all’evangelizzazione dell’isola narra addirittura di come il vescovo Fridrek  abbia attirato in trappola e fatto uccidere a bastonate (si credeva ancora che fossero invulnerabili alle armi di ferro) due berserkir.
Simili ai guerrieri-orso erano gli ulfhednar, letteralmente “casacche di lupo”, uomini consacrati a Odino e legati allo spirito del lupo che combattevano avvolti nelle loro pellicce, per la precisione casacche senza maniche dotate di un cappuccio, verosimilmente la testa del lupo stesso. Sebbene nella tradizione talvolta si confondano con i berserkir dati i numerosissimi tratti comuni, queste figure sono interessanti perché probabilmente più vicine ai loro antenati germani. A proposito di questi ultimi, Tacito racconta che la scarsità di ferro impediva loro di proteggersi con delle armature, dando origine all’usanza di dipingersi il corpo con pitture rituali destinate a intimorire il nemico e preservare i guerrieri dalle ferite.
Eccone una descrizione:

“Truci di aspetto, accrescono la loro naturale ferocia con l’arte e con la scelta del tempo. Hanno scudi neri, corpi tinti; per combattere scelgono le notti oscure; il solo orrore di questo esercito di fantasmi semina lo spavento, poiché non vi è nemico che sostenga il loro aspetto straordinario e quasi infernale.”
[De origine et situ Germanorum, XLIII]

Successivamente pare che alcuni germani abbiano cominciato ad agghindarsi con pelli di lupo, tanto che alcuni storici li avrebbero individuati tra i contingenti alleati ritratti sulla Colonna Traiana, in cui sono raffigurati dei fanti in marcia con casacche di pelliccia. Il vescovo Bonifacio di Magonza, acerrimo nemico del paganesimo, nel VII-VIII secolo d.C. predicò contro i germani che vestivano pelli o cinture di lupo o addirittura di pelle umana, sempre con l’intento di acquisire la forza e le caratteristiche dell’animale.

Sciamano siberiano ritratto dall'esploratore olandese Nicolaes Witsen, fine del XVII secolo

Sciamano siberiano ritratto dall’esploratore olandese Nicolaes Witsen, fine del XVII secolo

Si può ipotizzare che tali credenze, una volta giunte in Scandinavia, siano stati influenzate anche dal vicino sciamanesimo finlandese (i vichinghi ritenevano i finni un popolo di maghi). Gli sciamani finnici, appartenenti a una società ancora fortemente tribalizzata e legata alla natura da un rapporto simbiotico, dato che le difficili condizioni della loro terra ostacolavano l’agricoltura e spingevano a uno stile di vita basato su pastorizia nomade di renne e caccia, raccolta e baratto, credevano infatti di potersi trasformare in orsi, lupi, renne o pesci, similmente a ciò che tramandano alcune saghe sui primi berserkir e ulfhednar, che combattevano sotto le sembianze del loro animale sacro.
La metamorfosi è un elemento tipico dei culti incentrati sul ruolo dello sciamano come intermediario tra il mondo materiale e quello degli spiriti, dove egli viaggia dopo aver abbandonato il proprio corpo, potendo quindi assumere la forma dell’animale sacro per la sua gente o che possegga le caratteristiche utili in quel momento. Il tipo di animale naturalmente varia in base al luogo in cui vive la tribù, per esempio tra gli inuit si veneravano orsi, lupi e foche, presso le tribù americane del nord-ovest agli orsi e ai lupi si affiancavano caribù e corvi, nelle giungle amazzoniche i giaguari, tra gli aborigeni australiani canguri, aquile e iguane.

Un ocelotl, guerriero-giaguaro azteco

Un ocelotl, guerriero-giaguaro azteco

Anche tra le caste di guerrieri d’elite ci sono delle somiglianze, per esempio gli aztechi annoveravano tra le fila del loro esercito due corpi scelti: i guerrieri-giaguaro e i guerrieri-aquila. Proprio come gli omologhi scandinavi, credevano che la particolare tenuta avrebbe conferito loro la protezione e le caratteristiche dell’animale scelto, inoltre erano considerati tra i migliori soldati aztechi (del resto erano militari di professione, mentre gli altri erano contadini mobilitati in caso di guerra) e combattevano al centro della formazione.
L’equipaggiamento base era costituito da una tunica di cotone imbottita e trapuntata spessa tre dita, chiamata ichcahuipilli, che arrivava fino alle ginocchia ed era in grado di fermare una freccia o un giavellotto scagliato da una certa distanza. I guerrieri-giaguaro, detti ocelotl, sopra di essa indossavano una pelle dell’omonimo animale, con la testa che ne ricopriva il capo, in modo che la faccia spuntasse attraverso le fauci della belva. I guerrieri-aquila invece ricoprivano la loro tunica imbottita con piume d’aquila e indossavano copricapi che riproducevano la testa del rapace, facendo emergere il viso dal becco. Entrambi inoltre erano dotati di scudi di legno decorati con piume, intarsi dorati e con l’emblema personale del guerriero. L’arma tipica per il corpo a corpo era la maquahuitl, un largo spadone di legno con affilatissime schegge d’ossidiana conficcate nelle scanalature laterali.
In Africa invece almeno fino all’inizio del ‘900 furono presenti confraternite, spesso segrete, di uomini-leopardo in Congo, uomini-pantera nell’ex Guinea francese, uomini-scimpanzé in Senegal e uomini-coccodrillo in Sierra Leone.
Non è difficile immaginare come antiche credenze e figure così pittoresche, a partire dagli ulfhednar, abbiano potuto stimolare la fantasia e dare origine alle leggende sulla licantropia presenti in tantissime culture!

Caccia al Bisonte, Paul Kane, metà XIX secolo. National Gallery of Canada

Caccia al Bisonte, Paul Kane, metà XIX secolo. National Gallery of Canada

In apertura vi ho promesso un cenno ai nativi americani e alla loro influenza sullo status dei berserkir nella società eidr, ora vi spiego perché. Come avete visto, i miei guerrieri-orso sono piuttosto addomesticati rispetto alle loro controparti reali e, almeno in tempo di pace, non somigliano ai pazzi sanguinari della tradizione. Nonostante siano comunque temuti, sono eccellenti custodi del luogo più sacro degli Eidr ed è considerato un privilegio che possano perpetuare la loro stirpe e tramandare il proprio dono attraverso le generazioni. Si può affermare che formino una sorta di setta con regole e riti volti a ricreare il misticismo del Rekborg e delle ermodi, i corrispettivi eidr del Valhalla e delle valchirie. Da questo punto di vista una fonte di ispirazione sono state le akicita, le società militari degli indiani delle pianure come le genti Lakota e  Cheyenne. Le akicita erano circoli più o meno esclusivi di guerrieri volte a organizzare le spedizioni di guerra, di caccia e al mantenimento dell’ordine nei campi estivi e durante gli spostamenti. I capi tribù all’inizio della buona stagione incaricavano una delle società militari di fungere da polizia del campo e ai suoi membri era data la facoltà di punire chiunque mettesse in pericolo la comunità: potevano confiscare i beni del colpevole, distruggerli o persino ucciderlo se si era macchiato di gravi delitti. Durante le battute di caccia al bisonte o in guerra erano i membri delle società più prestigiose e rispettate a guidare gli altri guerrieri e soprattutto a cercare di tenere a bada i giovani a caccia di bottino e onore, in modo che non compromettessero l’azione per mettersi in mostra. L’aspetto che ho trovato più interessante rispetto alle usanze eidr è il fatto che le varie società militari avessero rituali propri e potessero beneficiare dell’aiuto di giovani vergini per le cerimonie, anche se dubito che i miei berserkir siano altrettanto casti nei confronti delle loro avvenenti ancelle. I “Soldati del Cane” cheyenne, inoltre, avevano il permesso di formare un proprio cerchio di tende, isolandosi proprio come i berserkir nel Valaskjalf.
Tra le altre famose akicita cheyenne meritano una menzione particolare i Contrari, una confraternita senza capi, composta solo da uomini celibi che si impegnavano a vivere tutto al contrario, compreso il linguaggio, tranne i combattimenti. In battaglia si dipingevano il corpo di rosso e non si arrendevano né fuggivano mai, anzi si legavano una fascia alla vita e la fissavano a terra con un piolo, per essere sicuri di non indietreggiare.
Tra i Lakota vi segnalo i Tokala (Cuccioli di Volpe), rinomati per il loro coraggio e la disciplina, oltre che fidati custodi dell’ordine dei campi estivi; i Sotka Yuha (Portatori di lancia disadorna), di cui si poteva diventare membri solo se cooptati da un capo; i Cante Tinza (Cuori Forti) Hunkpapa, di cui fu capo per molti anni il celebre Toro Seduto; gli Iku Sapa (Menti Neri), che in battaglia e nelle cerimonie si dipingevano il mento di nero.
Tra i Piedi Neri si distinguevano i Portatori del Corvo, le cui lance erano ricoperte di piume e guidata da capi adorni di piume, becchi, zampe e ali di corvo.
Tra gli indiani Arikawa invece vi erano società in cui i guerrieri portavano gambali di pelle con una frangia per ogni atto di valore compiuto, e altre, come la Società del Cavallo Pazzo, incaricate di sovrintendere a tutte le cerimonie della tribù per controllare che venissero eseguite correttamente. Quest’ultimo aspetto per me è stato interessante, dato che intendevo rendere i berserkir custodi dell’intero complesso sacro del Valaskjalf e dello stendardo Reafan, con tutte le responsabilità che ne derivano sul piano religioso. Mi sarei potuto basare anche su ordini monastico-militari come i Templari, l’ordine Livoniano, i Portatori di Spada o l’Ordine Teutonico, ma la differenza concettuale tra dei monaci e i rozzi guerrieri eidr mi sembrava eccessiva, per cui trovare un esempio calzante all’interno di una realtà meno formale e gerarchizzata è stato rassicurante!

Come avete avuto modo di leggere, ancora una volta dietro a elementi apparentemente semplici e secondari (ma solo per ora! In futuro i guerrieri-orso e il Reafan saranno chiamati allo scontro…) si celano suggestioni provenienti da varie culture e parti del mondo. Del resto, anche senza voler praticare sincretismi, è evidente come le ancestrali radici comuni e la natura umana abbiano spinto civiltà molto lontane e tra loro sconosciute a sviluppare figure e tradizioni simili. Non lo trovate incredibilmente affascinante? 🙂

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Letture consigliate:
Buona parte dei libri a cui ho attinto sono già stati segnalati nei precedenti approfondimenti sui miti nordici e sulle origini degli Uomini Bestia, per cui cito solo nuovi testi.

H. Wolfram, I germani, Il Mulino
E. Petoia, Vampiri e lupi mannari, Newton Compton
T. Wise, I conquistadores, Eserciti e battaglie n.43, Ed. Del Prado

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iUn totem è un animale, una pianta o una creature mitologica che incarna i valori e le credenze di un gruppo di persone, oppure a cui il gruppo fa ricondurre le proprie origini ancestrali. I pali a cui normalmente ci riferiamo con il termine “totem” sono così definiti in modo improprio, poiché si tratta solo di rappresentazioni dei totem veri e propri.

iiCapo politico e militare minore tipico del nord Europa, governava un territorio in grado di sostentare un centinaio di famiglie. Nel Trono gli hersir degli Eidr sono essenzialmente dei capi villaggio o poco più.

iiiLe navi lunghe vichinghe non avevano un ponte coperto, perciò per riposare a bordo l’equipaggio montava una tenda in mezzo ai banchi dei rematori.

ivIl comandante del vascello attaccato.

Le battaglie del Trono II: morte sul Devengar

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Scontro tra legionari e germani, Otto Albert Koch, 1909

Scontro tra legionari e germani, Otto Albert Koch, 1909

«Organizzare insolite formazioni, aprire, dividere, tagliare, frantumare; quando il nemico assalta lo facciamo entrare; il nemico si spande, noi lo dividiamo; [si può così] rompere la sua forza pur mantenendo la nostra.»
[Tran Hung Dao, Compendio di arte militare]

Buongiorno a tutti! Oggi andremo alla scoperta delle radici storiche di un’altra battaglia del Trono, l’imboscata tesa dagli Eidr sul Devengar nel capitolo 12. Marceremo insieme a Varo nella foresta di Teutoburgo, analizzeremo una grave imprudenza commessa da Yanvas e infine balzeremo avanti di secoli per unirci agli inglesi del generale Elphinstone in fuga dalla ferocia dei guerrieri afghani.

La parete nord dell'Eiger, foto di Johannes Dilger

La parete nord dell’Eiger, foto di Johannes Dilger

«La strada si inerpicava lungo gole di roccia nera fino al passo del Devengar, monte che gli Eidr ritenevano dimora di una razza di malvagie creature del sottosuolo, deformi e crudeli. […] Si diceva che la montagna fosse viva, in continuo mutamento. Di tanto in tanto, disgelo e smottamenti riportavano alla luce le ossa di qualche sventurato, resti che alimentavano la leggenda della presenza di mostri nelle sue viscere.»
[Il Trono delle Ombre, capitolo 11]

Il teatro dello scontro, secondario sul piano militare ma cruciale per il destino di Yanvas, è il monte Devengar, una delle cime dei Monti Fiamma Nera. Il nome deriva dall’antico norreno dvergar, termine che indicava la stirpe dei nani, ritenuta dagli scandinavi una razza maligna imparentata coi giganti e originatasi dai vermi presenti nelle carni del gigante Ymir quando gli dèi lo smembrarono per creare il mondo. Odino diede loro intelligenza e aspetto simili a quelli umani, ma li relegò nelle profondità della terra. I vichinghi credevano infatti che i nani dimorassero nelle rocce perché la luce del sole li tramutava in pietra, e che avessero il potere di attirarvi gli esseri umani per poi imprigionarli nel sottosuolo insieme a loro. Avevano una stretta correlazione con gli spiriti dei morti, in particolare con quelli sepolti nei tumuli, oltre a essere custodi dei segreti dei metalli, che erano abilissimi a lavorare (furono loro a forgiare Mjollnir, il famoso martello di Thor).
Una montagna associata dagli Eidr a creature del genere doveva avere una fama sinistra, perciò ho deciso di renderla pericolosa, ma avevo bisogno di farlo in un modo ambiguo, che permettesse di alimentarne la leggenda senza esagerare sul piano del fantasy. Mi è venuta in soccorso la montagna svizzera che potete ammirare qui sopra, l’Eiger: la sua parete nord è tuttora ammantata di una lugubre fama, a causa del gran numero di alpinisti morti nel tentativo di scalarla. In tempi recenti, dato che le difficoltà tecniche sono minori rispetto agli anni ’30, è diventata pericolosa soprattutto per i frequenti crolli di imponenti masse rocciose. Ecco come è nata la leggenda dei nani assassini che inghiottono tra le rocce i folli che si avventurano sul Devengar. Il legame dei nani con i morti invece mi ha ispirato la messa in scena degli Eidr durante l’inseguimento ai superstiti dell’imboscata: gli spiriti non potevano trovare requie su un monte nelle cui viscere si aggiravano creature maledette!

Visto che siamo in tema, mi sembra interessante segnalarvi come la maggior parte dei nomi nanici di Tolkien venga proprio dalle saghe norrene, ennesima dimostrazione che il fantasy non è solo invenzione e capriccio, ma anche rielaborazione del mito e del folklore. Eccovi alcuni esempi presenti sia nella mitologia scandinava che nelle sue opere (talvolta con leggere modifiche): Burinn/Borin, Thror, Thrainn, Blainn/Balin, Dori, Thorin, Dvalinn/Dwalin, Frar, Gloinn, Dainn, Bofurr, Nori, Bifurr, Fundinn.

Nebbia nella Foresta di Teutoburgo presso Oerlinghausen, Germania, foto di Nikater

Nebbia nella Foresta di Teutoburgo presso Oerlinghausen, Germania, foto di Nikater

«Vare, Vare, redde mihi legiones meas!»
(Varo, restituiscimi le mie legioni!)
[Augusto, primo imperatore romano, 9 d.C.]

L’idea di uno scontro feroce combattuto in condizioni climatiche proibitive e in un luogo angusto mi è venuta pensando a una delle più famose sconfitte romane, quella patita da Publio Quintilio Varo per mano dei germani nella foresta di Teutoburgo.
All’inizio del I secolo dopo Cristo, le legioni romane erano impegnate nella sottomissione delle tribù germaniche situate tra il Reno e l’Elba, fiume che Augusto voleva trasformare nella nuova frontiera dell’Impero, all’epoca segnata dai fiumi Reno e Danubio. Druso e Tiberio avevano combattuto con successo per anni in questi territori, conseguendo numerose vittorie che avevano quasi piegato il morale delle feroci tribù barbare. Lo scoppio di una rivolta nell’Illiricum (provincia corrispondente alla ex Yugoslavia) costrinse però Tiberio a dirigersi lì con gran parte delle truppe per sedarla e il comando passò quindi a Varo, fino ad allora distintosi soltanto per l’avidità e la crudeltà con cui amministrava i territori che gli venivano affidati grazie alla parentela con Augusto.
Alla testa dei germani si trovava invece un uomo abile, ambizioso e determinato, Arminio. Costui era figlio di un capo dei Cherusci, ma insieme a un fratello si era arruolato giovanissimo nell’esercito romano, dove aveva servito con valore fino ad assurgere al rango di ufficiale. A dispetto della brillante carriera, Arminio non aveva mai rinnegato le proprie origini e da anni tramava vendetta contro gli invasori che depredavano, massacravano e stupravano impunemente i suoi compatrioti. Nessuno meglio di lui poteva conoscere tattiche, procedure e punti deboli del nemico: incarnava esattamente il tipo di avversario che Drelmyn paventa al padre di Yanvas quando profetizza la caduta dell’Impero colviano. Arminio cominciò a tessere la sua tela e in breve si trovò a capo di un’alleanza composta da sei tribù (le fonti non sono concordi, alcune ne riportano sette e talvolta sono citati i Longobardi, altre no). Fece in modo di aggregarsi come guida alle forze imperiali dirette verso i campi invernali, quindi diffuse ad arte voci su una rivolta in atto poco lontano dal percorso stabilito, esca a cui Varo abboccò senza sospettare nulla. Un parente di Arminio tentò di avvisarlo del tranello, ma questi liquidò l’allarme come frutto di invidia e rivalità tra i due barbari e si inoltrò nella selva alla testa del suo esercito, forte di oltre ventimila uomini, tra cui tre legioni a piena forza. Poiché si trattava di uno spostamento tra due acquartieramenti in una supposta condizione di pace, i legionari erano tallonati da un codazzo di donne, bambini, schiavi e da tutto il sottobosco di faccendieri che abitualmente ronzava attorno all’esercito, specie quando si trattava di guarnigioni a cui le occasioni per taglieggiare e fare bottino non mancavano. La scarsa disciplina, l’inettitudine di Varo e la presenza dei civili che intralciavano i movimenti si sommarono alla malafede di Arminio, che apriva la strada alla testa di un contingente alleato. L’avanzata era resa difficoltosa dalla foresta fittissima, quasi priva di sentieri, e dal pessimo tempo, poiché sulla zona infuriava una tempesta con fulmini, grandine e pioggia battente. Fu proprio durante la marcia che le guide indigene si dileguarono tra gli alberi, lasciando i romani persi nel folto di una foresta degna di un film horror. Appena la voce si diffuse e la disorganizzazione allentò ancora di più le maglie delle forze imperiali, Arminio fece scattare la trappola. Piccoli gruppi di guerrieri cominciarono a sferrare rapidi colpi di mano lungo la colonna, mentre altri provocavano le avanguardie e le retroguardie per attirarle lontane dal grosso delle truppe. Il suo piano era semplice: confondere la spedizione per impedirle di formare un fronte compatto, inchiodarla dove non potesse manovrare, frammentarla e annientare le sacche una ad una. Guerrieri urlanti erompevano da una foresta scura e misteriosa per uccidere senza fare distinzione tra soldati, donne e bambini, mentre tutt’intorno nugoli di giavellotti scagliati da mani invisibili si abbattevano sui legionari, i cui scudi di cuoio erano talmente zuppi di pioggia da essere troppo pesanti per essere sollevati. Anche gli arcieri delle truppe ausiliarie si trovarono praticamente disarmati, perché il diluvio in atto rovinava le corde degli archi, rendendole inutilizzabili. Nonostante tutto il morale delle legioni tenne e i soldati continuarono ad avanzare a dispetto delle forti perdite, mentre Arminio stava ben attento a spingere i nemici verso luoghi angusti, perché non avrebbe mai potuto affrontarli con successo in campo aperto. Lo stillicidio andò avanti per tre giorni, finché le legioni cedettero al panico: il comandante della cavalleria si diede alla fuga insieme ai suoi uomini, ma fu raggiunto e abbattuto, mentre Varo e altri ufficiali preferirono gettarsi sulla spada piuttosto che farsi catturare vivi. I germani infatti erano temuti per la pratica dei sacrifici umani, poi ereditata almeno in parte dai vichinghi e dagli Eidr. Gran parte dei romani furono massacrati, altri furono fatti schiavi, pochissimi riuscirono a fuggire.

Kalkriese, probabile teatro dello scontro finale. In questa zona sono stati ritrovati oltre 5500 reperti romani

Kalkriese, probabile teatro dello scontro finale. In questa zona sono stati ritrovati oltre 5500 reperti romani

«In mezzo al campo sbiancavano le ossa degli uomini, sia che fossero fuggiti, sia che avessero resistito, sparse ovunque o accatastate. Vicino giacevano pezzi di lance e di zampe di cavalli insieme a crani inchiodati agli alberi. Nelle vicinanze c’erano i barbari altari sui quali erano stati sacrificati i tribuni e i centurioni di primo rango.»
[Tacito, Annales, I.61]

La testa di Varo fu spiccata dal busto e inviata come omaggio al re Maroboduus dei marcomanni, che preferì consegnarla ai romani piuttosto che allearsi con Arminio, nel timore che diventasse troppo potente e lo mettesse in ombra. Le aquile delle tre legioni furono catturate, evento considerato gravissimo perché le insegne di un reparto militare ne contenevano lo spirito, perciò si trattava di sacre reliquie. I romani facevano un punto d’onore di recuperare sempre le aquile cadute e diedero loro la caccia per anni. Le prime due furono riconquistate nel 15 e nel 16 d.C. da Germanico, nel corso della spedizione punitiva durante la quale furono scoperti i resti delle legioni cadute, evento a cui corrisponde la descrizione sopra citata. La terza e ultima fu recuperata soltanto nel 41, oltre trent’anni dopo la battaglia. A testimonianza dell’importanza delle insegne per i romani, vanno ricordati anche gli sforzi per recuperare le aquile catturate dai Parti dopo la disfatta di Carre nel 53 a.C. e fortemente volute da Augusto, che le ottenne come parte dell’accordo di pace siglato 33 anni dopo. Ecco perché una delle accuse più gravi mosse a Yanvas è la perdita degli ippogrifi dei reparti che comandava sul Devengar.

«Il decurione al comando degli esploratori lo raggiunse al galoppo per annunciare che sulla cima stava cominciando a piovere. Il comandante gli ordinò di richiamare almeno metà dello squadrone per legare i cavalli ai carriaggi e di schierare le truppe sulla salita con tutte le funi disponibili, per trascinarli di peso, se fosse stato necessario. Il cavaliere ripartì di gran carriera e presto fu inghiottito dalla foschia. Yanvas si diresse verso le centurie più vicine e ordinò che prelevassero dai carri quanto possibile per alleggerirli.»
[Il Trono delle Ombre, capitolo 12]

Per onestà devo confessare di essere stato veramente perfido verso il povero Yanvas. Gli ho assegnato delle salmerie particolarmente inadatte a un terreno impervio, composte com’erano di pesanti carri, mentre i tipici impedimenta romani comprendevano anche tantissimi muli (almeno uno ogni otto uomini), che in quel frangente gli avrebbero dato sicuramente meno grattacapi. In seconda battuta, con il clima e la fretta l’ho spinto a commettere lo stesso errore di Varo, cioè a non compiere una ricognizione adeguata. Il peggioramento delle condizioni atmosferiche ha fatto sì che Yanvas abbia accelerato il più possibile i tempi per valicare il passo, oltre a richiamare gli esploratori in avanguardia e far rompere la formazione di marcia agli uomini per scaricare i carri e spingerli/trascinarli lungo le rampe del passo. Sul Devengar come nel De bello gallico per le truppe di Cesare, una volta che i reparti perdono coesione, soltanto i veterani riescono a riprendere la posizione e combattere in modo autonomo, mentre le reclute vengono sopraffatte dal caos dello scontro se prive di ordini e tagliate fuori dal corpo principale. Gli attacchi repentini e la pioggia di frecce scoccate dagli alberi avvolti nella nebbia devono essere stati piuttosto simili a quanto vissuto dai legionari nella foresta di Teutoburgo duemila anni fa.
Non tutte le colonne romane si spostavano in maniera tanto sconsiderata, anzi la Storia ci ha tramandato un’organizzazione piuttosto precisa tramite l’opera La guerra giudaica di Flavio Giuseppe, cronaca della repressione della rivolta giudea del 66-73 d.C. Secondo l’autore, ad aprire la colonna era un’avanguardia di schermagliatori e arcieri con compiti di ricognizione, seguita da un blocco formato da fanti legionari, cavalieri, agrimensori e pionieri (questi ultimi due con compiti simili a quelli degli odierni genieri). Dietro di essi veniva un ulteriore contingente di cavalleria insieme allo stato maggiore e al comandante, circondato dalle truppe migliori. Seguivano la cavalleria legionaria (tra i romani il grosso dei reparti montati era solitamente alleato, non facente parte dell’organigramma della legione), le macchine da guerra come catapulte, arieti e baliste, gli ufficiali superiori con le loro scorte, poi le insegne, i musici e il grosso della fanteria, che marciava in fila per sei. In coda si trovavano le salmerie e i servi. Se erano presenti dei mercenari, venivano posizionati dietro le salmerie, tallonati da un ultimo contingente di legionari che ne scongiurava la fuga o il tradimento e fungeva da retroguardia.

L'arrivo di Brydon a Jalalabad, di Elizabeth Thompson Butler

L’arrivo di Brydon a Jalalabad, di Elizabeth Thompson Butler

Se l’ispirazione per l’imboscata sul Devengar è in fin dei conti piuttosto classica e vicina al tema del romanzo, la ritirata da incubo che segue è invece figlia di un episodio da essa distante sia sul piano temporale che culturale, che affonda le radici nel Grande Gioco tra gli imperi russo e britannico in Asia centrale nel corso dell’epoca vittoriana. Ma andiamo con ordine, urge una breve introduzione!
Sin dall’avvento al potere di Pietro il Grande con la sua spinta modernizzatrice, la Russia cominciò a esercitare un crescente attivismo in politica estera, che presto si rivolse anche verso l’Asia centrale, terra da cui per secoli erano giunte le orde di invasori delle steppe. Soprattutto dal primo Ottocento, la Russia intraprese una campagna di conquiste che la portò a espandersi in modo considerevole nei khanati lungo l’antica via della seta e all’interno della Persia. La rapidità di tale avanzata allarmò Londra, preoccupata per le sorti del “Gioiello della Corona”, l’India. Il subcontinente indiano infatti è protetto via terra dalle imponenti catene montuose che lo circondano, ma una volta superate queste, le sconfinate pianure dei bacini dell’Indo da Ovest e del Gange da Nord sono molto vulnerabili, praticamente indifendibili con i mezzi dell’epoca, se non a fronte di un impegno militare che i britannici non volevano e non potevano permettersi. Per questo motivo cominciarono a interessarsi sempre di più all’Afghanistan e al Tibet: il controllo di queste regioni avrebbe sbarrato le porte del ventre molle dell’Impero. Dominare l’Afghanistan, come ci ricordano ogni giorno le cronache, è però più facile a dirsi che a farsi. Il paese era, allora come oggi, frammentato da rivalità tribali ed etniche, l’orografia tormentata lo rendeva un incubo logistico per gli occupanti e la geografia lo collocava in un calderone ribollente in cui si riversavano le pressioni russe, persiane e inglesi, con conseguenti guerre per procura tra fazioni sostenute dall’una o dall’altra parte e repentini cambiamenti di fronte dei rispettivi leader. Le potenze passarono alle vie di fatto e nel 1837 i persiani attaccarono Herat, nell’Afghanistan occidentale, con l’ausilio di consiglieri militari russi, ma furono respinti dai difensori locali guidati da una spia inglese, che resistettero per mesi, finché le pressioni britanniche sulla Persia imposero la cessazione delle ostilità. Londra decise di non poter più tergiversare, perciò proclamò di voler appoggiare l’ascesa al trono di un capo a lei fedele. Con questo pretesto nella primavera del 1839 cominciò il primo dei tre interventi militari britannici in epoca coloniale, a cui volendo possiamo aggiungere le infiltrazioni delle forze speciali durante la guerra con i russi e infine il conflitto dell’ultimo decennio. I corsi e ricorsi storici in questa vicenda abbondano…
Le truppe della regina Vittoria ebbero facilmente ragione dei locali e nel giro di pochi mesi sul trono di Kabul sedette una marionetta degli inglesi. Gli occupanti però non si resero conto del fuoco che covava sotto la cenere in un crescendo di ostilità. Gli inglesi bevevano, amoreggiavano con donne afgane anche sposate, con la loro presenza facevano salire i prezzi, appoggiavano un governo che riscuoteva tributi sempre più elevati e non davano segno di volersene andare. Sotto il naso di burocrati che non volevano vedere, i mullah cominciarono a predicare contro gli stranieri infedeli e i capi tribù pianificarono una rivolta.
Il primo novembre 1841 una folla infuriata si radunò attorno alla residenza di sir Alexander Burnes, uno dei più importanti agenti britannici a Kabul. La guarnigione di stanza nella capitale sarebbe stata sufficiente per sedare la rivolta appena scoppiata, ma il generale Elphinstone temporeggiò e il re non riuscì (difficile dire se per reale incompetenza o malafede) ad aiutare gli alleati. Alla fine la residenza di Burnes fu saccheggiata e data alle fiamme, mentre gli occupanti furono fatti a pezzi dalla folla inferocita. Era l’inizio della fine: migliaia di persone si univano giorno dopo giorno all’insurrezione che si allargava a macchia d’olio. Numerosi avamposti e distaccamenti inglesi furono massacrati e alcune sortite vennero respinte con gravissime perdite, finché la situazione si fece insostenibile e si decise di trattare con il nemico, che ormai contava trentamila tra fanti e cavalieri rispetto a soli 4500 inglesi.

«Abbiamo tenuto la nostra posizione qui per più di tre settimane in stato d’assedio. Tuttavia, data la mancanza di vettovaglie e foraggio, la debilitazione delle truppe, il gran numero di feriti e malati, la difficoltà di difendere gli estesi e mal situati accantonamenti, l’incombere dell’inverno, l’interruzione delle comunicazioni e l’intero paese in armi contro di noi, sono dell’avviso che non possiamo mantenere più a lungo tale posizione.»
[Dichiarazione del generale Elphinstone prima delle trattative]

Gli afgani si offrirono di scortare sani e salvi gli inglesi fino al confine, a patto che portassero con sé il  sovrano fantoccio, lasciassero degli ostaggi e restituissero il potere al vecchio monarca. Privi di reale potere negoziale, gli assediati accettarono. I diplomatici di Sua Maestà escogitarono un ultimo complotto per rovesciare gli accordi, ma tentavano di rubare in casa dei ladri: il leader degli insorti si aspettava il tentativo, li attirò in trappola e li catturò durante un incontro segreto. Il corpo del consigliere inglese, mutilato di testa, braccia e gambe venne appeso nel mercato cittadino, mentre gli arti vennero portati in processione per le strade.
Elphinstone, pavido come sempre, rinnovò i termini della resa e cedette anche buona parte della sua artiglieria in cambio di un salvacondotto. Subito gli informatori indigeni fecero giungere nel campo inglese la notizia che gli afgani non intendevano rispettare gli accordi, ma non ci fu verso di far ragionare il generale, perciò il 6 gennaio la colonna, composta da 4500 militari e 12000 civili, intraprese una marcia di centotrenta chilometri attraverso le montagne innevate, destinazione Jalalabad.
La scorta promessa non si presentò, anzi cecchini nemici presero di mira i fuggiaschi non appena uscirono dagli alloggiamenti e bande di predoni a cavallo non diedero loro tregua, portando via gli animali da soma con i rifornimenti e vessando i civili inermi. Rallentata dagli attacchi e dal fardello di servi e familiari, il primo giorno la colonna percorse soltanto otto chilometri e dovette bivaccare all’addiaccio nella neve, perché l’unica tenda sfuggita alle ruberie venne riservata agli ufficiali superiori e alle mogli europee. Senza legna o carbone, gli inglesi tentarono di scaldarsi bruciando vestiti, ma nonostante tutto in molti morirono assiderati nel corso della notte. Al mattino chi non fu in grado di proseguire la marcia a causa del congelamento venne abbandonato a morire nella neve, sempre che non arrivassero prima gli afgani. Gli attacchi si susseguivano senza sosta, ma nonostante tutto Elphinstone continuò a fidarsi del capo degli insorti, che di tanto in tanto si presentava per chiedere nuovi ostaggi in cambio di fantomatiche provviste e uomini di scorta che poi non si presentavano mai. Il solo otto gennaio morirono lungo la strada tremila tra uomini, donne e bambini. Dopo cinque giorni restavano 750 soldati e 4000 civili. Dopo altri due giorni c’erano appena 200 soldati e 2000 civili, ma nonostante tutto Elphinstone accettò di recarsi nell’accampamento del capo afgano per trattare una tregua, con l’unico risultato di essere fatto prigioniero. Senza il vecchio generale a fare da zavorra, gli inglesi colsero di sorpresa gli avversari con una sortita notturna che ebbe parzialmente successo: una manciata di militari riuscì a superare l’ennesima imboscata. Si trattava di una quindicina di uomini a cavallo e di un secondo gruppo di quasi settanta fanti, che presero due strade differenti. Il gruppo più numeroso fu circondato su una collina e, tranne quattro uomini fatti prigionieri, cadde combattendo. Le loro ossa furono rinvenute da un antropologo nel 1979. I cavalieri invece trovarono rifugio in un villaggio dove furono sfamati, solo per scoprire che si trattava ancora una volta di un tranello: si diedero alla fuga appena prima che i nemici piombassero loro addosso, ma gli abitanti li attaccarono con coltelli e fucili e soltanto in cinque uscirono vivi dal paese. Gli afgani a cavallo continuarono a inseguirli e li uccisero uno dopo l’altro, tranne uno, il dottor Brydon, che alla fine, spossato, disarmato e ferito in più punti riuscì a riparare dentro le mura di Jalalabad e riferire l’accaduto.
La guarnigione accese lumi e grandi falò sulle mura ogni notte per giorni, nella speranza di guidare altri sopravvissuti, ma non arrivò nessun altro dei 16500 partiti pochi giorni prima da Kabul.
Ho sempre trovato straordinaria e di grande significato metaforico l’immagine della fiamma carica di vane speranze, per questo ho voluto citarla al termine della ritirata di Yanvas, quasi fosse un minuscolo indizio per suggerire al lettore la fonte dell’ispirazione per quella parte del romanzo.

Siamo giunti alla fine anche di questo approfondimento, spero l’abbiate trovato interessante quanto io mi sono divertito a scriverlo. Il tema di oggi mi ha permesso di spaziare attraverso argomenti molto diversi tra loro, che mi auguro vi invoglieranno ad approfondire un po’ le epoche e le tematiche che qui abbiamo potuto soltanto sfiorare!

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Letture consigliate:

P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Adelphi
E. Durschmied, Il Generale Inverno, Piemme
M. Simkins, L’esercito romano da Cesare a Traiano, Eserciti e Battaglie n.75, Ed. del Prado

La medicina medievale-rinascimentale e il Trono

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Aula di anatomia, inizio XVII secolo

Aula di anatomia, inizio XVII secolo

“In cambio di sole parole [di gratitudine], diamo erbe di montagna, ma per vera moneta raccomandiamo spezie ed essenze aromatiche.”
[composizione in latino dell’XI secolo sul comportamento dei medici]

Buongiorno a tutti! Questa settimana approfondiremo le teorie e pratiche mediche nel romanzo e nel passato, con particolare attenzione per la dottrina umoralpatologica, argomento che ci tornerà utile anche quando parleremo di cucina. Per i medici del Medioevo e del Rinascimento, e quindi per quelli del Trono, la teoria principe coinvolgeva infatti ogni aspetto della vita e l’alimentazione era uno dei fattori cruciali per mantenere l’equilibrio tra gli umori. Per questo motivo, prima di capire perché i piatti venissero cucinati in modi per noi astrusi, è importante farci un’idea di come si credeva funzionasse il corpo umano.
La principale corrente di pensiero era la cosiddetta dottrina umoralpatologica, sviluppata dal padre della medicina Ippocrate (V-IV secolo a.C.) e successivamente approfondita dal romano Galeno (II-III secolo d.C.) e da numerosi studiosi arabi, tra i quali il celebre Avicenna. Se pensiamo che le loro teorie, più o meno rimaneggiate, erano ancora in voga nel XVIII secolo, possiamo renderci conto di come la medicina abbia fatto scarsi progressi per duemila anni! Non è un caso che le ipotesi e le cure sulla peste che abbiamo esaminato negli articoli precedenti e letto nel Trono appaiano frutto più della superstizione che dell’ingegno…
Alla base di tale dottrina c’era la convinzione che a regolare l’equilibrio psico-fisico dell’uomo fossero quattro umori: sangue, flemma, bile gialla e bile nera. Gli umori erano direttamente collegati ai quattro elementi fondanti della materia, terra, acqua, fuoco e aria, e possedevano diverse gradazioni di due caratteristiche chiave: il calore e l’umidità. Il sangue era ritenuto caldo-umido e connesso all’aria, la bile gialla era calda e secca e correlata al fuoco, la flemma era fredda e umida come l’acqua, mentre la bile nera era fredda e secca come la terra. Il rapporto diretto tra fisiologia ed elementi fornisce un ulteriore indizio del perché l’alchimia e le relative trasmutazioni fossero così importanti e rappresentassero un’allegoria del cambiamento interiore (chi si fosse perso l’esordio del blog, corra a leggere il primo articolo!).
Il segreto della buona salute risiedeva nel perfetto bilanciamento dei quattro umori, mentre una loro cattiva mescolanza, detta discrasia, portava a patologie diverse a seconda dell’umore prevalente. L’eccesso di bile nera per esempio causava la melancoliai (intesa come profonda depressione, non solo una vaga tristezza), mentre l’eccesso di sangue era ritenuto responsabile della putrefazione degli organi interni, uno dei fenomeni più temuti. Tra i soggetti più vulnerabili c’erano gli adolescenti, ritenuti ricchi di sangue per l’esuberanza sessuale nei maschi e la comparsa del ciclo nelle ragazze. I famigerati salassi, prelievi anche molto corposi di sangue a cui venivano sottoposti i malati, finendo il più delle volte per indebolirli ancora di più, nacquero proprio con l’intento di diminuire l’eccesso di sangue e quindi aiutare il corpo a purificarsi dagli elementi nocivi. Per lo stesso motivo si sconsigliava di vivere in prossimità di acquitrini, paludi o altri luoghi molto umidi da cui si levassero miasmi e vapori, perché si riteneva che si sarebbero accumulati nel torace e avrebbero fatto marcire gli organi interni. I vapori venivano perciò contrastati con fumigazioni, possibilmente di legni aromatici e sostanze profumate. Il terrore della putrefazione era tale che i medici prescrivevano frequenti purghe allo scopo di mantenere l’intestino libero da qualsiasi scoria. I clisteri erano personalizzati a seconda dell’umore da espellere. Per un umore flemmatico (freddo-umido) occorreva un clistere a base di miele rosato, decotto di semi di limone, cardo benedetto e unghie di alce (sic); contro un eccesso di bile nera serviva invece una purga a base di manna, melissa, borraggine e siero caprino o brodo di gallo vecchio; se gli escrementi erano ritenuti pregni di bile gialla infine si raccomandava di fare ricorso a un decotto di orzo, prugne, farfara, malva, sterco di cane, nidi di rondine e sale. L’associazione tra umidità-acqua e putrefazione si ritrova anche nell’alchimia, come passaggio necessario per la rinascita delle sostanze in altre forme, perciò anche nelle soluzioni: ancora una volta appare evidente come medicina, alchimia e filosofia fossero strettamente legate.
Purtroppo per la gente dell’epoca, la teoria umorale partiva dall’assioma che nessuno fosse naturalmente sano, perché ciascun individuo era portato per costituzione a sviluppare la preponderanza per uno dei quattro umori. Il tipo di umore dominante determinava il “temperamento” o “complessione” della persona, dando origine ai termini sanguigno, flemmatico, collerico (per la bile gialla) o melanconico (per la bile nera), diventati d’uso così comune da essere utilizzati ancora oggi per indicare il carattere delle persone. Erano ritenuti sanguigni i soggetti espansivi, creativi, irrazionali e gaudenti. I flemmatici erano invece taciturni, tranquilli, gentili e spesso pigri. Tra i collerici andavano annoverati i soggetti dominanti, passionali, con la tendenza a imporsi sugli altri e a comandare, specie in campo militare. Infine i melanconici/malinconici erano introversi, riflessivi, tristi e sensibili. Alcuni medici teorizzavano anche un nesso tra l’umore prevalente e l’aspetto fisico delle persone (nel passato la fisiognomica era molto in voga, basti pensare alle teorie lombrosiane formulate a fine ‘800): i sanguigni venivano descritti come soggetti con un capo ben proporzionato, alti e dritti, con fronte alta, occhi grandi e rotondi, mani affusolate e orecchie “cave e ben profonde”, mentre i melanconici avevano testa piccola, corpo tozzo, grassoccio con orecchie piccole e naso schiacciato. I flemmatici erano tipicamente mollicci, pingui, glabri e pallidi.
Data l’influenza del temperamento sull’approccio agli eventi e sulla costituzione fisica, per assicurare al paziente un’esistenza equilibrata era importante individuare lo stile di vita da consigliare, un’alimentazione adatta e, ovviamente, i farmaci da assumere.

"Il medico e lo speziale", dal Medicinarius di Hieronymus Brunschwig, 1505

“Il medico e lo speziale”, dal Medicinarius di Hieronymus Brunschwig, 1505

Come descritto nel Trono a proposito della peste, nel Medioevo e Rinascimento i medicinali consistevano in spezie, per la maggior parte esotiche e costosissime, e in preparati a basi di fiori e piante reperibili in loco. Sarebbe però più corretto affermare che erano le spezie a includere le sostanze medicinali, perché il termine in passato aveva un’accezione molto più ampia di quella odierna e comprendeva, oltre agli aromi per uso alimentare, decine e decine di altre sostanze di origine vegetale, animale e persino minerale. I predecessori dei farmacisti non a caso erano chiamati “speziali” e le loro botteghe contenevano di tutto: dal corallo ai coccodrilli impagliati, dalle gemme ai corpi mummificati. Prove documentali testimoniano che medici e speziali ritenevano di efficacia equivalente i poco costosi rimedi naturali e il lusso più sfrenato di quelli d’importazione, scegliendo gli uni o gli altri non in base al quadro clinico, ma allo status sociale e alle disponibilità economiche degli assistiti. Non bisogna comunque pensare che tutti i loro pazienti fossero sempliciotti pronti a farsi spennare, anzi spesso erano i primi a desiderare cure molto costose da esibire presso i conoscenti, perché le spezie più rare erano un vero e proprio status symbol. Per esempio sappiamo che contro la peste si raccomandavano ai più poveri le preghiere, ai meno abbienti delle miscele a base di erbe aromatiche locali, ai ricchi miscele di storace, mirra, legno di aloe, ambra grigia, macis e legno di sandalo, mentre re e regine avrebbero dovuto utilizzare solo grandi masse di costosissima ambra grigia, una sostanza prodotta dall’intestino dei capodogli ed estratta dalle carcasse o recuperata in mare dopo essere stata espulsa. In un altro caso un abate nel 1147 promise a un amico raffreddato di mandargli un rimedio a base di prezzemolo, erba gatta, sedano di montagna, sedano normale, menta romana, timo selvatico e finocchio, assicurandogli che aveva la stessa efficacia del più rinomato e costoso diamargariton, un composto di perle sbriciolate, chiodi garofano, cannella, galanga, aloe, noce moscata, zenzero, avorio e canfora. Vi segnalo un ultimo esempio perché l’ho trovato particolarmente divertente: per gli stadi finali della cura delle fistole anali, il chirurgo inglese John Arderne nel ‘200 raccomandava un medicinale chiamato “Sangue di Venere”. Per i ricchi consisteva in una mistura a base di sangue di una vergine diciannovenne, prelevato quando la luna era nella costellazione della Vergine e il sole nei Pesci. Per i poveri invece era un semplice preparato di alkana tinctoria, una pianta che cresce spontaneamente anche nell’area mediterranea.
L’importanza delle congiunzioni astrali derivava dalla supposta influenza degli astri sugli elementi (tornano ancora i concetti alchemici) a cui erano associati e quindi, indirettamente, sugli umori corporei. I collerici dipendevano dal Sole e da Marte: quando questi si trovavano nelle costellazioni dello scorpione o dell’ariete, l’influenza era pessima e i soggetti diventavano furiosi, pericolosi persino per i familiari, mentre erano ottime persone se il Sole occupava la casa del leone. I flemmatici dipendevano dalla luna, soprattutto quando quest’ultima si trovava in corrispondenza dei segni d’acqua. I sanguigni erano dominati da Giove e davano il meglio di sé nei periodi in cui il pianeta si trovava nelle case dei gemelli, bilancia o acquario. Infine i melanconici erano governati da Saturno ed erano tormentati da visioni di demoni e morte quando questo attraversava la casa del capricorno.
All’epoca l’astrologia era tenuta in così alta considerazione da essere considerata una vera e propria branca delle scienze naturali e tutti i medici degni di tal nome erano tenuti a studiarla. Nel XIV secolo era addirittura materia d’insegnamento nelle facoltà di medicina di Padova e Bologna. Nel 1628 il medico Giovanni Colle scrisse queste note a proposito dell’influenza degli astri sulla preparazione dei farmaci contro la sifilide:

“Dobbiamo sempre tenere presente l’influenza degli astri: come Marte e Saturno scatenano la lue, così Giove, Venere e Mercurio la contrastano. Perciò tutte le piante, i minerali e gli animali utilizzati come medicamenti devono essere preparati sotto gli auspici di Giove, Venere e Mercurio. Così affermano gli astrologi e così affermavano Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e altri, i quali osservarono altresì che tutti i medicamenti preparati sotto gli influssi di questi astri acquistavano una celeste efficacia e conservavano una divina virtù.”

Raffigurazione dell'influenza astrologica sulle varie parti del corpo. Fratelli Limbourg, inizio XV secolo

Raffigurazione dell’influenza astrologica sulle varie parti del corpo. Fratelli Limbourg, inizio XV secolo

La varietà di sostanze utilizzate per la preparazione dei medicinali era enorme, in un trattato arabo ne sono state contate 2324, ma anche le opere destinate alla gente comune, priva di mezzi e preparazione, comprendevano una quantità sorprendente di rimedi. Per esempio il Thesaurus pauperum del futuro papa Giovanni XXI, scritto nel XIII secolo, annoverava 366 ingredienti di origine vegetale, 111 di provenienza animale e 49 minerali.
Alcune spezie erano particolarmente strane o suggestive. Per esempio il cristallo nero, che veniva polverizzato e sparso nelle stanze da letto perché si credeva avesse una funzione anticoncezionale. Oppure la mummia, in alcuni casi segnalata come polvere di cadaveri disseccati, ma che nella sua versione originale e più pregiata pare consistesse in un liquido scuro e viscoso come pece, raschiato via dal cranio e dalla spina dorsale delle mummie egizie sottoposte a imbalsamazione (dettaglio importante, perché la domanda crescente spinse a dissotterrare e profanare qualsiasi corpo a disposizione). Veniva utilizzata insieme a erbe, acqua e lentisco (una resina aromatica) nella preparazione di pillole da sciogliere in bocca per fermare le emorragie. Non tutti i rimedi più strani erano necessariamente costosi: tra gli antiemorragici troviamo anche ceneri di lepre cremata in vecchi panni di lino e penne di gallina bruciate. Contro la lebbra invece si utilizzavano la carne e il sangue delle tartarughe.
Altre sostanze venivano impiegate per attività piuttosto diverse tra loro: il castoreum, ricavato dalle ghiandole secretorie dei castori, era sia un profumo costosissimo che un ingrediente per i medicinali contro l’epilessia; il sangue di drago, la resina della pianta dracaena draco, si utilizzava sia come tintura rossa, sia contro l’insonnia, insieme sommacco e oppio (ecco l’origine della pozione preparata per Yanvas nel capitolo 21 del Trono 😉 ); i lapislazzuli venivano utilizzati sia in gioielleria, sia come ingredienti per composti contro la malaria, la malinconia e i dolori allo stomaco; il corallo invece era ricercato sia perché si credeva cambiasse colore in presenza di veleni e quindi per costruire coppe o altri monili per i nobili, sia, per esempio, per combattere le flatulenze mescolato a muschioii, decotto d’anice e fichi secchi oppure per assicurare l’eterna giovinezza con ambra grigia, muschio, perle, zaffiri e rubini.
A numerose spezie tra le più note e utilizzate ancora oggi si attribuivano proprietà medicinali. Per esempio la noce moscata con vino e lentisco era un rimedio contro i disturbi gastrici, mentre con cumino, anice e vino preveniva la flatulenza. Il pepe nero con fichi e vino liberava dagli accumuli di flemma e curava l’asma, se usato in polvere invece poteva guarire le piaghe. Lo zenzero era ritenuto l’afrodisiaco per eccellenza, perché particolarmente caldo-umido e quindi corroborante per la potenza sessuale. Con la cannella si curavano problemi digestivi, epatici e l’inappetenza. Se cotta nel vino si riteneva rinfrescasse l’alito, rafforzasse le gengive e combattesse l’impotenza.

Versione araba del trattato De materia medica di Dioscoride, XIV secolo

Versione araba del trattato De materia medica di Dioscoride, XIV secolo

Il secondo pilastro della farmacologia medievale e rinascimentale era costituito dai preparati a base di erbe, fiori e piante. Meno costosi delle spezie e altrettanto efficaci (o inefficaci, a seconda dei punti di vista), attingevano alle antiche conoscenze pratiche e al sapere popolare piuttosto che alla speculazione filosofica e alle dottrine alchemiche. Non a caso l’Inquisizione perseguì con estrema severità sedicenti guaritori (ma soprattutto guaritrici) con accuse di stregoneria e di praticare la medicina senza preparazione, mentre si trattava solo di poveri uomini o donne che mettevano a frutto esperienze vecchie di generazioni per aiutare compaesani impossibilitati a pagare dottori o speziali.
Le piante utilizzate erano centinaia, per cui mi limiterò a qualche esempio per dare un’idea della varietà delle preparazioni. La lappa veniva utilizzata per depurare il sangue, per combattere la gotta sotto forma di decotto di semi, ma anche tramite cataplasmi crudi per far cicatrizzare gli eczemi. Il dittamo bianco era ritenuto benefico per le putrefazioni, gli avvelenamenti, le pestilenze, l’epilessia e persino l’isteria. Sotto forma di unguento era utilizzato come anti infiammatorio, mentre con la parte superiore della pianta si preparavano infusi diuretici o per i dolori al ventre. L’elleboro bianco e quello nero (sotto forma di radici essiccate e tritate oppure di succo estratto da radici fresche), velenosi, erano utilizzati come emetici e purganti proprio perché la loro tossicità induceva il corpo a espellerli e con essi, si sperava, anche altre sostanze nocive o scorie in putrefazione nel corpo. Una pianta dai tantissimi usi era la betonica: la radice veniva usata come purgante, si credeva che scacciasse gli spettri dai cimiteri ed era ritenuta un valido rimedio per riprendersi dalle sbornie, nonché contro i morsi di cane e di serpente. Alcune ricette richiedevano misture complesse, questa per esempio era considerata ottima per garantire una lunga vita, se messa in atto insieme ad altri provvedimenti che non sto a elencarvi: in primavera fare il bagno tre volte a settimana in acqua di fiume bollita due volte e arricchita con un decotto di rosmarino, fiori di sambuco, camomilla, meliloto, rose rosse, ninfee, radici di bistorta, girasole e giaggioli bolliti in un sacco di lino.

Con un pizzico di sadismo, vi lascio con la curiosità di sapere quali siano gli altri quattro step per garantirsi l’eterna giovinezza 😉 Ho sempre trovato affascinanti e fantasiosi gli antichi rimedi contro le malattie, richiamano l’immagine del classico scienziato pazzo chiuso in un laboratorio oscuro e zeppo di ingredienti misteriosi, non trovate? Magari diventa tutto meno poetico al pensiero che triturassero gemme preziose come i topazi per curare le emorroidi, ma tant’è… Comunque tenete a mente le nozioni di base della dottrina umorale, perché prossimamente ci occuperemo di cucina medievale-rinascimentale e vedrete che ritorneranno spesso. Nel frattempo mi raccomando: non provate a usare questi intrugli, non vi voglio sulla coscienza!

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Letture consigliate

Oltre ai testi già segnalati relativamente alla peste, alle spezie, all’alchimia, etc., vi raccomando:
A. Cattabiani, Florario, Mondadori
E. Riva, Magia e Scienza nella medicina bellunese, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali

iDal greco mélas “nero” e cholé “bile”.

iiNon si tratta del muschio vegetale, ma di una sostanza estratta dalle ghiandole di un piccolo cervide tibetano e altri animali. Era una spezia particolarmente costosa.

Le incursioni eidr e vichinghe II

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Buongiorno a tutti! Rieccoci qui per terminare l’approfondimento sulle incursioni dei vichinghi e degli Eidr, con un piccolo accenno al passato di questi ultimi che vi farà scoprire una parte del mondo finora mai mostrata 🙂

 La battaglia di Stamford Bridge, Peter Nicolai Arbo (1831-1892)

La morte di Harald Hardrada nella battaglia di Stamford Bridge, Peter Nicolai Arbo (1831-1892)

Gli uomini del nord continuano a uccidere e a fare prigionieri cristiani; senza fermarsi distruggono le chiese, le case e incendiano le città. Lungo tutte le strade si possono vedere i cadaveri di sacerdoti e laici, di nobili e di gente comune, di donne, di bambini e di neonati. Non c’è strada nella quale non si vedano, sparsi ovunque, i corpi di cristiani trucidati. Tristezza e disperazione riempiono i cuori di tutti i cristiani che assistono a questo scempio.
[Annali di Saint Vaast, 884]

Questo è un frammento della cronaca della più sanguinosa e prolungata incursione vichinga che investì l’Europa centro-occidentale. Un esercito danese, salpato inizialmente con l’intenzione di dare manforte agli invasori dell’Inghilterra, cambiò obbiettivo in seguito alla sconfitta inflitta ai vichinghi da re Alfredo il Grande. L’enorme banda di guerrieri seminò il terrore tra la Senna e il Reno dall’879 all’892, anno in cui riprese il mare non perché scacciata dagli eserciti cristiani, bensì perché una grave siccità provocò carestie ed epidemie che resero improduttiva la permanenza dei predoni. Alla loro testa ritroviamo Hæsting, la nostra vecchia conoscenza che aveva seminato il terrore nel Mediterraneo, il quale colpì in prevalenza nella zona della Loira e in Piccardia.
La spedizione prese terra a metà luglio nei pressi di Calais e nel giro di due settimane aveva già saccheggiato le zone circostanti, comprese la città di Therouanne e un’abbazia. Nei mesi successivi razziò le valli dell’Yser, del Lys e dello Scheldt, svernando a Ghent. In primavera mosse all’attacco di Tournai, Condé, Valenciennes e Reims. All’inizio dell’anno successivo completò la spoliazione della Francia nord-orientale attaccando Arras, Cambrai e Peronne, tre città in un solo mese, quindi tornò nella zona dello sbarco e, per non sbagliare, depredò la regione una seconda volta. Da lì si spostò verso i Paesi Bassi: risalì la Mosa per colpire Tongres, Liegi e Maastricht, poi raggiunse il Reno, dove attaccò Colonia, Bonn e Coblenza prima di imboccare la Mosella e depredare Trevi, Remich e Metz. Nemmeno due sconfitte patite a opera dei franchi fecero demordere i vichinghi, anzi penetrarono ancora più a fondo nell’entroterra e assediarono Parigi, controllandone di fatto i sobborghi per un anno intero, dal novembre 885 al novembre 886. A guidare la difesa del nucleo cittadino, la celebre Ile de la Cité, furono il conte Odo e il vescovo, che si batterono come leoni. I vichinghi usarono pietre, lance, frecce, arieti, navi incendiate e ogni sorta di espediente per superare i ponti fortificati protetti dai franchi, ma non riuscirono ad avere la meglio. Pur di riempire il fossato arrivarono persino a gettarvi i cadaveri di animali e prigionieri morti, ma non ci fu nulla da fare. Fu una provvidenziale piena della Senna ad abbattere uno dei ponti fortificati, permettendo agli assedianti di dividere le forze e saccheggiare la valle della Loira e poi Chartres ed Evreux, mentre altri mantenevano l’assedio. A dispetto del loro coraggio, i parigini ottennero ben poco aiuto dall’esterno: l’imperatore Carlo il Grosso, chiamato dal conte Odo a rischio della vita (al ritorno i nemici gli ammazzarono il cavallo, ma il conte si aprì la strada combattendo tra i nemici fino a rientrare in città), si limitò a offrire ai danesi il permesso di razziare i suoi sudditi in Borgogna se avessero levato l’assedio. Poiché i parigini rifiutavano di ratificare l’accordo, i vichinghi trasportarono a braccia le navi oltre la città e si diressero verso le terre immolate dal pavido sovrano. Carlo confermò la propria vigliaccheria la primavera seguente, quando, pur di evitare lo scontro, offrì ai razziatori 700 libbre d’argento affinché lasciassero la Senna.
Come accennato, il grande esercito vichingo si ritirò nell’892 a causa della siccità. Non ancora paghi di guerre e distruzioni, i vichinghi salparono alla volta dell’Inghilterra in cerca di rivincita nei confronti di Alfredo. Sarebbero trascorsi vent’anni prima che le navi lunghe tornassero a sbarcare guerrieri pagani nel nord della Francia, questa volta determinati non a fare bottino, bensì a conquistare. Il condottiero vichingo Rollo e i suoi uomini getteranno le basi dell’epopea normanna, di cui riparleremo in futuro, nell’approfondimento dedicato alle conquiste e alle colonie!

Il monumento eretto nel 1772 nel punto in cui Alfredo riunì le sue truppe. Foto di Trevor Rickard.

Il monumento eretto nel 1772 nel punto in cui Alfredo riunì le sue truppe prima della battaglia di Edington. Foto di Trevor Rickard.

In quell’anno 350 navi raggiunsero la foce del Tamigi; i loro equipaggi sbarcarono e assalirono Canterbury e Londra, mettendo in fuga Berthwulf, re della Mercia, e il suo esercito; quindi marciarono verso sud, oltre il Tamigi e nel Surrey. Qui Æthelwulf e suo figlio Æthelbald, alla testa dell’esercito del Wessex, li affrontarono a Ockley e compirono il più grande massacro di un esercito pagano di cui oggi siamo a conoscenza. Essi inoltre ottennero la vittoria.
[Cronaca Anglosassone, anno del Signore 851]

Passiamo ora alla terra che forse più di ogni altra ha patito le conseguenze dell’aggressività dei vichinghi, l’Inghilterra. È doveroso premettere che non disponiamo di resoconti esaustivi, poiché la fonte principale, la già citata Cronaca Anglosassone, fu redatta con particolare attenzione verso il regno del Wessex per mettere in luce il ruolo del suo committente iniziale, re Alfredo il Grande. Per questo motivo, riguardo alla prima ondata di razzie avvenuta tra l’835 e l’865 abbiamo indicazioni solo su 22 luoghi colpiti e non sappiamo nulla su intere annate, che fonti francesi contemporanee tramandano essere state teatro di vittorie vichinghe con conseguenti saccheggi e stragi. Ancora una volta si dimostra vero il detto secondo cui la Storia viene scritta dai vincitori: testimonianze e omissioni tendono a costruire un quadro in cui il re del Wessex svetta come difensore non solo del suo regno, ma dell’intera Inghilterra. Un esempio lampante è dato dalla citazione sopra riportata, nella quale viene messa in luce la sconfitta del vicino regno di Mercia e celebrato il trionfo del re del Wessex. Il vincitore era infatti antenato del committente re Alfredo il Grande, che all’epoca della stesura esercitava la propria autorità anche sulla Mercia tramite un sottoposto. Sottigliezze come queste permettevano di trasformare il resoconto, apparentemente oggettivo, in una sorta di “giustificazione retrodatata” del dominio della sua stirpe sul regno tributario.
Disponiamo di maggiori dettagli sulla grande invasione successiva, cominciata nell’865 con l’arrivo di quello che fu battezzato il “grande esercito pagano”. Purtroppo non esistono cifre esatte sulle dimensioni del contingente vichingo, ma le stime variano dai 500 ai 2000 uomini. Sebbene ai giorni nostri appaiano numeri esigui, bisogna pensare che per la demografia e soprattutto la logistica dell’epoca mobilitare e sostenere 2000 guerrieri era uno sforzo notevole. Alla testa dei predoni c’erano i tre figli del leggendario Ragnar Lothbrok, il condottiero che nell’845 saccheggiò Parigi (potete trovarlo nel blog della settimana scorsa). I vichinghi sbarcarono in East Anglia, dove la popolazione preferì comprare la pace piuttosto che tentare una vana resistenza. In particolare i razziatori ottennero una certa quantità di cavalli, cruciali per la mobilità dell’esercito. Da lì raggiunsero la Northumbria e nell’autunno dell’866 occuparono l’indifesa città di York, che trasformarono nella propria base operativa. I signori locali impiegarono cinque mesi per mettere da parte le divisioni intestine e coalizzarsi contro gli invasori, finché il 21 marzo 867 marciarono uniti contro i pagani. Lo scontro fu aspro, ma furono i guerrieri del nord a restare padroni sul campo, mentre i due sedicenti re di Northumbria caddero in battaglia. I superstiti non ebbero altra scelta che chiedere la pace a caro prezzo. L’esercito pagano marciò verso sud, penetrò in Mercia e svernò a Nottingham, dove gli si parò davanti un’armata congiunta della Mercia e del Wessex, di cui faceva parte anche il futuro re Alfredo. Le truppe inglesi non riuscirono ad attirare gli occupanti fuori dalle fortificazioni cittadine e alla fine stipularono l’ennesimo accordo di pace, sul cui costo le fonti hanno steso un silenzio dalle ovvie connotazioni politiche. Quel che sappiamo è che l’anno successivo i vichinghi poterono attraversare la regione senza alcuna opposizione e stabilire un campo al centro dell’East Anglia, dove sconfissero le gente del luogo e razziarono i dintorni, in particolare la ricca abbazia di Medhamsted, che rasero al suolo. Da lì l’esercito invasore proseguì verso il Wessex, difeso da Alfredo e da suo fratello re Æthelred, che morì durante la guerra lasciandogli la corona.
Ecco cosa tramandano le cronache per il periodo che va dall’autunno 870 a quello 871:

Vennero combattute nove battaglie contro l’esercito danese nel regno a sud del Tamigi, oltre alle innumerevoli schermaglie ingaggiate da Alfredo, il fratello del re, da un singolo ealdorman e da un nobile al servizio del re.

Purtroppo per i sassoni, i vichinghi ebbero la meglio in tutti gli scontri eccetto uno, perciò Alfredo dovette rassegnarsi a comprare quattro anni di pace. I predoni tornarono in Mercia e svernarono nientemeno che a Londra. Il logoramento operato dai vichinghi proseguì per anni, ma l’inerzia della guerra cominciò a cambiare nell’874, a causa di una decisione presa dai vichinghi stessi: il grande esercito si divise e una parte di esso preferì diventare stanziale colonizzando le terre occupate, anziché continuare a depredarle. Questo fenomeno si ripeté varie volte negli anni successivi, finché nell’878 Alfredo, ridotto a cercare rifugio nelle paludi insieme a pochi fedelissimi mentre i razziatori vendevano i suoi sudditi come schiavi, riuscì a radunare un nuovo esercito e sbaragliarli nella battaglia di Edington. I vichinghi giurarono di abbandonare il regno di Wessex, consegnarono ostaggi e il loro leader in quel frangente, Guthrum, si fece persino battezzare in segno di resa (tenete conto che spesso i capi nordici erano proni a convertirsi al dio che si mostrava più potente in un dato momento. Non si trattava di fede, ma di opportunismo). La vittoria non significò comunque una rovinosa disfatta per i vichinghi, che riuscirono a mantenere i territori conquistati a nord e a est, ma fece guadagnare tempo prezioso alla gente del Wessex. Alfredo intraprese un poderoso piano per fortificare il territorio, sfociato nella costruzione di trenta burh, definizione comprendente forti, cittadelle militari e fortezze romane ristrutturate, disposti sia sulla costa che nell’entroterra per formare una linea difensiva su più livelli. Il sistema contribuì a contenere l’invasione dell’892 per mano dell’enorme banda che aveva razziato i Paesi Bassi per ben 13 anni: i vichinghi riuscirono a stabilire delle piazzeforti, ma nessuna delle due parti fu in grado di prendere il sopravvento. Il conflitto si trascinò fino all’896, quando i predoni ne ebbero abbastanza e si divisero, andando in parte ad aggiungersi ai coloni delle terre strappate agli anglosassoni e in parte tornarono nuovamente in Francia in cerca di bottino.
Per ritrovare una nuova ondata di attacchi massicci dobbiamo fare un salto di quasi cento anni e arrivare al 980, anno che segna la ripresa delle scorrerie costiere. In quel periodo il versamento del danegeld divenne una consuetudine per le popolazioni dell’isola, vessate dalle continue razzie danesi. Non possediamo i dati per ogni annata, ma sappiamo che tra in 7 anni tra il 990 e il 1012 i vichinghi taglieggiarono i regni sassoni d’Inghilterra per 101000 libbre d’argento. Nel solo 1018 raccolsero 82500 libbre d’argento (equivalenti a circa 26 milioni di euro di oggi!) e ciò non bastò comunque per garantire la pace. È in questo periodo che emersero nuove famose figure come il re di Danimarca Svein Barbaforcuta (figlio di Harald Bluetooth, che presta il nome e le rune delle sue iniziali alla tecnologia di comunicazione wireless) e il futuro re di Norvegia Olaf Tryggvason. Le loro azioni esasperarono a tal punto re Æthelred da fargli ordinare, il 13 novembre del 1002, di massacrare tutti i danesi presenti sul suolo inglese, secondo lui colpevoli di tramare per deporlo. Ecco una cronaca contemporanea dell’accaduto:

I danesi che erano spuntati su quest’isola come erbacce tra il grano, dovevano essere sterminati. Tutti i danesi che vivevano a Oxford, che temevano per le loro vite, cercarono riparo nel monastero di san Frideswide, dal quale furono costretti a uscire quando i loro inseguitori appiccarono il fuoco al monastero.

Come vedete, la soluzione non era migliore del problema.
Alcune fonti affermano che Svein decise di punire Æthelred per quell’eccidio, nel corso del quale secondo la leggenda era perita sua sorella. Non sappiamo se sia la verità, ma è un dato di fatto che i suoi guerrieri calarono sull’Inghilterra nel 1003, 1004, 1006 e 1007, saltando solo il 1005 perché una carestia rendeva improbabile che potessero fare bottino. Nel corso dell’ultima campagna gli inglesi comprarono due anni di pace, ma nel 1009 un potente esercito tornò a mietere vittime. I razziatori si ritirarono solo dietro il pagamento di 48000 libbre d’argento, non prima però di aver massacrato l’arcivescovo di Canterbury a colpi d’ossa di bue e avergli piantato un’ascia in fronte.

L’ultimo grande vichingo a entrare negli incubi inglesi e nelle leggende del nord fu il re di Norvegia Harald III Sigurdsson, detto “Hardrada”, lo Spietato. La sua vita merita una disamina particolare per la quantità di eventi che lo videro partecipe da un angolo all’altro d’Europa.
Figlio di un sovrano minore norvegese, Harald combatté la sua prima battaglia a quindici anni, nel tentativo di sostenere il fratellastro Olaf nella conquista del trono. Olaf perì nello scontro e Harald dovette fuggire in oriente, dove approdò alla corte di Jaroslav di Russia. Qui divenne capitano delle forze del re e combatté contro i polacchi e forse anche contro alcune popolazioni delle steppe. In seguito partì verso sud e fu arruolato nella Guardia Variega, tra i cui ranghi affrontò gli arabi in Anatolia e in Sicilia. Successivamente combatté in Italia meridionale e in Bulgaria, poi cadde in disgrazia presso l’imperatore perché accusato di aver sottratto parte del bottino destinato alla corona. Nel 1042, forse approfittando di una sommossa popolare, Harald riuscì a fuggire, recuperare le ricchezze che aveva nascosto presso i russi e tornare in Scandinavia. Al ritorno in patria si dedicò subito a ciò che sapeva fare meglio: combattere. Prese parte a un conflitto dinastico per il trono di Danimarca, prima a fianco di un pretendente, poi dell’altro non appena questi gli promise in cambio metà del regno di Norvegia. Nel 1047, alla morte del sovrano, acquisì l’altra metà. Quando nel 1066 un nobile inglese in esilio gli chiese supporto militare per le sue pretese, Harald fu ben felice di accontentarlo, con l’intento di tenere le conquiste per sé. Salpò alla volta dell’Inghilterra con un numero di navi stimato tra le 240 e le 300 e circa diecimila guerrieri, ai quali si aggiunsero le navi del conte in esilio e i pirati fiamminghi da lui assoldati. La campagna cominciò con un successo a Fulford sull’esercito di due conti inglesi, quindi Harald occupò York e il 24 settembre si accampò presso il ponte di Stamford, a undici chilometri dalla città, in attesa degli ostaggi che gli erano stati promessi in segno di resa insieme al riconoscimento come sovrano. Ormai tranquillo, Harald lasciò un terzo dell’esercito a guardia delle navi e non si preoccupò che il resto dei suoi uomini si equipaggiasse in modo appropriato. Infatti era una giornata calda e lui stesso aveva lasciato la cotta di maglia presso le imbarcazioni. Quelli che andarono incontro ai vichinghi però non erano ostaggi, bensì soldati comandati da re Harold Godwinson in persona, fratello del nobile ribelle che aveva organizzato l’invasione.
Harold parlamentò con il fratello e gli promise un terzo del regno in cambio della resa. Questi chiese cosa avrebbe ottenuto Harald, suo alleato, al che il re inglese rispose con una battuta passata alla Storia:

«Sei piedi di terra inglese o quant’altra in più sarà necessaria, dato che egli è più alto degli altri.»

I vichinghi rifiutarono e il combattimento ebbe inizio, sebbene le forze degli invasori fossero imprudentemente divise su entrambe le sponde. Pare che un eroico guerriero sia riuscito a trattenere i sassoni, dando agli altri il tempo di radunarsi e formare un muro di scudi, la tattica principe in uso al tempo in nord Europa. Cominciò una mischia selvaggia e una carica guidata da Harald in persona fu sul punto di sfondare la linea inglese, ma proprio in quel momento una freccia lo trafisse alla gola. Privato del suo leader, l’esercito vacillò. Quando il nobile ribelle prese il comando dei superstiti, Harold gli offrì nuovamente di arrendersi e ancora una volta gli uomini del nord dissero di preferire la morte alla resa. Lo scontro riprese, rinnovato dalla carica dei rinforzi appena giunti dalle navi. Ancora una volta il muro di scudi sassone fu sul punto di cedere, ma gli stranieri ormai erano spossati e anche i rinforzi erano prostrati dalla lunga corsa con addosso l’armatura. Alla fine furono i vichinghi a crollare e quella che seguì fu una vera e propria carneficina: per tornare in patria ai superstiti bastarono 24 delle 300 navi con cui erano sbarcati. Tramontava così l’era delle scorrerie scandinave, anche se gli effetti della battaglia di Stamford Bridge causarono comunque la fine dell’Inghilterra sassone, come vedremo in futuro.

Il Leone del Pireo, oggi presso l'Arsenale di Venezia. Foto di Ian A. Young.

Il Leone del Pireo, oggi presso l’Arsenale di Venezia. Sulla spalla si possono notare le tracce di un’iscrizione in rune norrene. Foto di Ian A. Young.

L’ultimo teatro delle scorribande vichinghe, in questo caso soprattutto svedesi, fu l’Europa orientale. Gli scandinavi apparvero sulle sponde meridionali del Baltico  forse già nel VII secolo, ma sicuramente nella seconda metà dell’VIII vi possedevano già delle colonie e avevano cominciato a penetrare nell’entroterra. L’Antica Cronaca Russa tramanda che nell’859 i vareghi, come erano conosciuti nella regione, riscuotevano tributi presso i Ciudi, gli Slavi, i Meria, i Ves e i Crivici. L’intricato e vastissimo sistema fluviale delle pianure del nord-ovest della Russia era uno scenario ideale per le navi lunghe vichinghe. La loro leggerezza e il pescaggio ridotto permettevano ai razziatori di spostarsi da un fiume all’altro anche con profondità minime, oppure di trascinare gli scafi nei pochi chilometri che spesso separavano i corsi d’acqua. Con questa tecnica, detta portage, erano in grado di raggiungere il Volga e arrivare alle popolazioni dell’area del Caucaso, oppure il Dnieper, la loro porta d’accesso al Mar Nero. Grazie alle vie d’acqua i vareghi, ora chiamati rus, inviarono i loro primi ambasciatori alla corte bizantina già nell’839 e nell’860 attaccarono Costantinopoli. Il 18 giugno di quell’anno 200 navi presero terra presso il famoso Corno d’Oro per sbarcare 8000 guerrieri in una città praticamente indifesa a causa dell’assenza dell’imperatore. Per dieci giorni la furia dei guerrieri del nord si abbatté sulla capitale bizantina e sulle vicine isole dei Principi, dove l’altare della chiesa principale venne ribaltato, gli arredi sacri rubati e i ventidue servi del patriarca furono fatti a pezzi con le asce.
Il patriarca di Costantinopoli Photius ha lasciato una lunga testimonianza di quei giorni di terrore, eccone un brano:

Misero me che vedo una tribù di uomini feroci e selvaggi rovesciarsi sulla città, saccheggiandone i dintorni, distruggendo e rovinando ogni cosa, trafiggendo tutto con le loro spade, non provando pietà per nulla, non risparmiando nessuno. La distruzione è totale. Come le locuste in un campo di grano […] si sono abbattuti sulla nostra terra e hanno distrutto intere generazioni di abitanti. Fortunati coloro che sono caduti sotto i colpi dei barbari assassini, perché dal momento che sono morti, non possono vedere il disastro che si è abbattuto su di noi.

Una seconda spedizione fu organizzata nel 941 da Igor, che attaccò addirittura con 1000 navi. I bizantini poterono opporgli solo quindici vecchi vascelli, ma possedevano un’arma segreta: il fuoco greco. La miscela a base di pece e zolfo, mai vista prima dai predoni, falcidiò navi ed equipaggi, tanto che molti preferirono gettarsi in mare e annegare piuttosto che bruciare vivi restando a bordo. Nonostante la bruciante – è il caso di dirlo – sconfitta, Igor non tornò indietro a mani vuote, perché saccheggiò le coste meridionali del Mar Nero. Tre anni dopo si ripresentò alla testa di una flotta altrettanto poderosa e questa volta i bizantini scelsero di comprarlo con doni, tributi e trattati di pace. I rus però restavano una stirpe di guerrieri e fu così che suo figlio Svyatoslav risalì il Danubio fino al cuore dei Balcani e attaccò di nuovo l’esercito imperiale, dal quale fu sconfitto. Il potere passò al figlio Vladimir che tra il 989 e il 990 si convertì al cristianesimo, dopo aver ripudiato le 800 concubine accumulate nel corso del tempo, e inviò 6000 guerrieri all’imperatore in segno di amicizia. Secondo alcuni questo fu l’atto di fondazione della Guardia Variega, anche se il termine non appare prima del 1034. Dopo il 1066 nella Guardia entrarono a far parte anche vichinghi/normanni provenienti da Occidente, ma il reparto mantenne sempre la propria identità, tanto che ancora nel 1103 re Eric I di Danimarca poté rivolgersi ai soldati in norreno. Il leggendario corpo d’elite servì la Roma d’Oriente fino al 1204, quando la Quarta Crociata sfociò nel saccheggio della città da parte delle truppe cristiane.
I vareghi si scontrarono anche con le popolazioni musulmane dell’Asia centrale: spedizioni che potevano superare anche le 500 navi attaccarono khazari, azeri, persiani e arabi nel 910, 913, 943, 965 e 1041. In alcune occasioni i predoni arrivarono fino al Mar Caspio, dove misero al sacco Baku e persino l’odierna regione del Gorgan, in Iran. A Berda i vareghi occuparono la città con l’intenzione di farne una piazzaforte e, quando i locali rifiutarono di abbandonarla, uccisero in maniera indiscriminata ed estorsero riscatti alle famiglie dei prigionieri. Presto tra i rus si diffuse una fortissima dissenteria che li convinse ad andarsene prima di morire tutti, al che gli abitanti dissotterrarono le armi seppellite nelle tombe degli invasori già deceduti e li inseguirono per finirli!

Mappa della parte orientale del Mare del Serpente

La parte orientale del Mare del Serpente, con la Federazione degli Eidr, il Grelian, le Terre Selvagge e l’isola di Ailearth. Cliccate per visualizzare una versione più grande dell’immagine.

Veniamo ora all’ultimo argomento di oggi, quello più strettamente correlato al romanzo: le scorrerie a lungo raggio degli Eidr e alcune delle conseguenze sul mondo del Trono che non appaiono esplicitamente nel primo volume.
Quella che vedete sopra è una sezione della mia mappa “di lavoro” (per questo parecchi nomi ad Ailearth sono doppi: quelli tra parentesi sono i primi, temporanei, mentre quelli definitivi sono in Old/Middle English per dare un sapore più medievale). Tenete conto che è disegnata per rappresentare la situazione circa quarant’anni dopo il Trono, per cui vi sono delle differenze sostanziali, per esempio nella presenza di colonie di Ailearth nella parte meridionale delle Terre Selvagge.
L’immagine raffigura la parte orientale del Mare del Serpente, che bagna la Federazione degli Eidr, il Grelian, le Terre Selvagge e l’isola di Ailearth. In quell’area è presente una corrente che facilita la navigazione da nord verso sud e agevola i viaggi dalla Federazione allo Stretto di Balmoren (particolarmente tempestoso perché le acque fredde da nord si scontrano con le correnti calde provenienti dal Mare delle Spezie), mentre ostacola la rotta inversa. Le navi lunghe eidr hanno spadroneggiato per secoli lungo tutta la costa, arrivando a razziare Balmoren, Ailearth e le città dell’entroterra fino ad Astness, sulla punta est dell’isola. Le flotte eidr salpavano in primavera, sfruttavano la corrente per arrivare rapidamente fino all’isola e poi, poco prima dell’inverno, intercettavano i venti da sud che nel capitolo 33 ostacolano il Guercio per tornare in patria. Ciò ha fatto sì che la regione orientale di Ailearth, conosciuta come Terre dell’Alba, sia stata fortificata in modo più pesante e capillare per fare fronte alle incursioni. Quando i darulabiti tradirono i patti con i sovrani della parte occidentale dell’isola e cominciarono una guerra di conquista, 337 anni prima del Trono, fu proprio la preparazione militare delle città dell’est a consentire loro di resistere contro un nemico numericamente soverchiante.
Un altro effetto della presenza dei predoni eidr è l’assenza di grandi porti commerciali imperiali sulla costa: l’incapacità di proteggere in modo adeguato i traffici navali ha spinto i colviani a costruirne invece sul Mare delle Spezie, mentre le città che vedete vicino alla costa greliana equivalgono ai burh voluti da Alfredo il Grande. Lo scopo di centri come Alairium, Lorach e Doraat è infatti proteggere l’entroterra dalle scorrerie o almeno minacciare le retrovie delle spedizioni, in modo che non possano spingersi in profondità senza rischiare di trovarsi tagliate fuori dalle navi. Mishan, che è disegnata un po’ fuori posizione rispetto a dove dovrebbe essere, svolge la stessa funzione lungo il corso del fiume Yabuin (del quale potete leggere anche il nome eidr).
Nell’angolo in alto a sinistra avrete notato la presenza di Dalimhan, sbocco della Carovaniera Imperiale Occidentale. Questo approdo fortificato non ha solo il compito di contenere l’espansione degli Eidr verso ovest o di fornire una base da cui minacciarli su due fronti, come progettato dal suo fondatore Dathos, ma anche di sorvegliare la foce del Threlluin. Il corso del fiume permette infatti di aggirare le propaggini occidentali dei Monti Fiamma Nera e raggiunge un punto particolarmente basso dello spartiacque, perciò costituisce una sorta di corridoio naturale verso le regioni settentrionali. Gli Eidr lo hanno scoperto circa due secoli prima dei colviani e ne hanno approfittato per raggiungere le sponde del Mare delle Nebbie (citato nel Trono a proposito di Odabarsh e dei Kaziub), dove hanno fondato alcune colonie 260 anni prima degli eventi del romanzo. In seguito la pressione dei Khaztan da ovest e dei colviani da est ha interrotto i contatti tra le colonie e la madrepatria, relazioni che ovviamente l’Impero non intende permettere di riallacciare.
Infine vi è una ricaduta commerciale data dall’impossibilità per i mercanti di Ailearth di arrivare a Dalimhan, a causa della presenza eidr nelle acque costiere e della tecnologia che rende ancora proibitivi i viaggi in mare aperto in assenza di rotte sicure e veloci come quelle, per esempio, create dai venti monsonici nell’Oceano Indiano. Ciò ha fatto sì che dopo la caduta di Bagh per mano delle orde di Uomini Bestia, i mercanti di Ailearth abbiano dovuto stabilire una rotta verso il Mare del Cancello, situato all’estremo nord del mondo, per raggiungere i porti colviani al di là dei Monti Fiamma Nera, come per esempio Muldhan. Come vedete non è una coincidenza che gli ambasciatori della Repubblica vi siano approdati proprio nel corso del romanzo 😉

Anche questo approfondimento è giunto al termine! Ora disponete di un quadro più preciso degli Eidr e della civiltà che li ha ispirati, oltre che della crudeltà della vita nei famigerati “secoli bui”. Talvolta mi viene fatto notare che il Trono è un libro crudo in certi passaggi e nell’atmosfera cupa che lo pervade, ma ritengo che, alla luce della violenza che ha caratterizzato il passato (e non solo…), sotto quest’aspetto non si discosti poi molto da un realtà storica che abbiamo il vizio di osservare in maniera troppo astratta e di ammantare di idealismi quasi fiabeschi.

*   *   *

Letture consigliate:
Oltre ai testi già citati a proposito dei vichinghi negli articoli precedenti e che potete ritrovare nella pagina Letture Consigliate, vi segnalo un saggio molto interessante sullo stato dell’area baltica nel Medioevo e primo Rinascimento. Lo citerò di nuovo in futuro, quando mi occuperò più nel dettaglio di Odabarsh e del Mare delle Nebbie.

E. Christiansen, Le Crociate del Nord, Il Mulino

Le incursioni eidr e vichinghe I

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Buongiorno a tutti! Oggi torneremo a parlare di Eidr e vichinghi, occupandoci degli strandhogg, le incursioni a scopo di razzia che perpetravano ai danni delle popolazioni dell’Europa settentrionale e del Mediterraneo, o, ne Il Trono delle Ombre, dei coloni colviani nel Grelian.

Dettaglio dell'Arazzo di Bayeux

Dettaglio dell’Arazzo di Bayeux: al momento dello sbarco le navi sono prive delle polene.

A furore normannorum, libera nos, Domine
Signore, dispensaci dalla furia degli uomini del nord
[Preghiera attribuita ai monaci vittime delle razzie vichinghe]

Per oltre due secoli e mezzo, dal 786 al 1066, le popolazioni costiere di mezza Europa vissero nel terrore di veder apparire al largo le vele quadrate delle navi lunghe vichinghe, cariche di guerrieri spietati e assetati di sangue. Agli uomini del tempo dovettero apparire ancora più spaventosi a causa della fede pagana, che li privava di qualsiasi riguardo nei confronti di preti, chiese e simboli sacri, ma è importante ricordare che questo particolare è stato probabilmente enfatizzato poiché buona parte dei cronisti dell’epoca erano religiosi, quindi particolarmente sensibili sul tema. I razziatori non concedevano quartiere e non conoscevano la pietà. Desideravano cibo, oro, argento, donne e giovani da fare schiavi. L’unico modo per salvarsi era sconfiggerli o pagarli, ma in quest’ultimo caso ci si poteva aspettare di vederli tornare molto presto…
Sebbene abbiano raggiunto anche l’Italia, nel nostro paese non è rimasta particolare memoria delle razzie vichinghe, perciò per capire quale impatto debbano aver avuto sulla psicologia dei paesi più colpiti, si può pensare al timore verso i pirati berberi e ottomani che compirono scorrerie a caccia di schiavi sulle coste del Mediterraneo occidentale (ma si spinsero anche in Islanda!) fino agli inizi dell’Ottocento.
Nel mio romanzo le razzie degli Eidr vengono citate piuttosto spesso e il capitolo 33 verte proprio sulla descrizione di una di esse. La spedizione del Guercio si può definire in tono minore rispetto a parecchie di quelle tramandateci dalla storiografia, perché non di rado potevano arrivare a comprendere migliaia di uomini e occupare intere città per mesi.

789: Quell’anno re Brihtric prese in moglie Eadburth figlia di Offa. In quei giorni arrivarono le prime tre navi dei normanni dalla terra dei predoni. Un araldo cavalcò lì per condurli alla città del Re, poiché non sapeva chi fossero, e fu ucciso. Queste furono le prime navi dei danesi che giunsero nella terra della nazione inglese.
[dalla Cronaca Anglosassone]

Chi erano e da dove provenivano questi temibili guerrieri?
Nell’identificare i vichinghi non dobbiamo farci ingannare dai termini utilizzati nei documenti dell’epoca, poiché spesso il termine “normanno” o “danese” veniva utilizzato senza una reale conoscenza delle origini degli incursori, ma con generale riferimento all’area di provenienza scandinava. Spesso i monaci li chiamavano semplicemente “pagani”. La parola “vichingo”, la cui etimologia è ancora dibattuta, sembra si possa far risalire al nordico vik (baia, insenatura), unito al suffisso –ingr, frequente nei nomi di stirpi e dinastie delle zone limitrofe all’area germanica (per esempio i Merovingi o i Carolingi). Il significato sarebbe pertanto “pirati che vagano tra le baie”. Sebbene oggi la si usi in modo pressoché universale per indicare le genti norrene, si ipotizza che in origine si riferisse specificamente a coloro i quali abbandonavo la madre patria per dedicarsi al commercio e alla guerra, mentre le popolazioni stanziali già si distinguevano tra Sviar (svedesi), Danir (danesi) e Nordmenn (norvegesi).
Il resto del mondo chiamava questi fieri guerrieri con un’infinità di nomi diversi, a testimonianza dei molti luoghi da essi raggiunti e messi a ferro e fuoco. I franchi li conoscevano come nordmanni, i germani come ascomanni (uomini del frassino), i mori che occupavano la penisola iberica li battezzarono al-madjus (che alcune fonti traducono come “adoratori del fuoco”, altre come “stregoni pagani”), mentre gli slavi li chiamavano rus, da cui pare derivi il nome Russia, o anche vareghi/variaghi, da væringjar, in riferimento ai giuramenti che sovente legavano tra loro i guerrieri, nome che poi verrà mutuato dalla famosa Guardia Variaga, il corpo d’elite vichingo che proteggeva gli imperatori bizantini. A Costantinopoli erano infatti noti come rhos e varangoi, mentre gli irlandesi li definivano nel complesso loch-lannach (nordici) o gaill (stranieri), ma sapevano distinguere tra norvegesi (finn-gail, stranieri bianchi) e danesi (dubh-gaill, stranieri neri).

La nave di Gokstad

La nave lunga di Gokstad, rinvenuta in un tumulo sepolcrale. Lunga 24 metri e larga 5, aveva 16 banchi di remi. Foto di Bjørn Christian Tørrissen

 Mai prima la Britannia era stata pervasa da un terrore simile a quello che abbiamo provato ora per questa aggressione pagana e non ci si sarebbe aspettati un simile attacco dal mare. Vedo la chiesa di St. Cuthbert schizzata del sangue dei ministri di Dio, spogliata di tutti i suoi ornamenti; il luogo più venerabile di tutta la Britannia è caduto in preda ai pagani.

La testimonianza del monaco Alduino da York è decisamente suggestiva, sebbene pecchi d’ingenuità: in fondo prima dei vichinghi erano giunti dal mare anche i romani, gli angli e infine i sassoni e gli juti. Non si può certo dire che le coste inglesi fossero nuove alle invasioni nemiche. In compenso, dopo gli sbarchi di Harald Hardrada (“lo Spietato”) e dei normanni di Guglielmo il Conquistatore (discendenti anch’essi dei vichinghi) nel 1066, nessun nemico straniero ha più messo piede sul suolo britannico. Le sue parole però ci permettono di introdurre un tema importante, quello dei vascelli impiegati dai razziatori. In Scandinavia furono infatti sviluppati diversi tipi di navi, da quelle commerciali (knorr e kaupskip, letteralmente nave-commercio) tozze, con murate alte e spinte prevalentemente dalle vele, alle famose navi lunghe (langskip), chiamate skeid e drekkar o drakkar. Esisteva infine un’altra categoria di navi meno specializzate, utilizzate sia per il commercio di piccolo cabotaggio che per spedizioni militari minori, chiamate skuta o karfi. Le navi da guerra erano riconoscibili dallo scafo affusolato, infatti potevano essere lunghe dai 15 ai 30 metri per una larghezza che solitamente si aggirava attorno ai 4,5-5 metri (10-11 ells o braccia, l’unità di misura allora impiegata in Scandinavia, simile al cubito delle popolazione mediterranee), con un pescaggio che non arrivava a un metro, permettendo ai razziatori di prendere terra anche con una scarsa conoscenza dei fondali e soprattutto di risalire i fiumi per centinaia di chilometri. Uno degli aspetti più straordinari degli scafi è che la chiglia (la “spina dorsale” del vascello) era costituita da un pezzo unico, pertanto i mastri d’ascia dovevano reperire querce altissime (per una chiglia di 17 metri si stima servisse un albero alto almeno 25m) e perfette! Le navi lunghe sfruttavano principalmente la propulsione a vela per la navigazione in mare aperto, mentre in battaglia l’albero veniva smontato e si faceva ricorso ai remi. Le navi da guerra disponevano di un minimo di 13 panche (cioè 26 remi) e potevano arrivare fino a 34-35 per le navi più grandi, come quelle di re Olaf Tryggvason o di Harald Hardrada. La media si attestava comunque attorni ai 20-25 banchi e doveva trasportare dai 70 agli 80 membri d’equipaggio. La vela era quadrata, fatta di lana con rinforzi in cuoio e, si ritiene, con motivi a scacchi o a strisce verticali rosse, blu, verdi o bianche.

 In prossimità della costa, come voleva la tradizione, avevano rimosso dalla prua delle navi le polene a forma di drago per non turbare gli spiriti del luogo, quindi una nave aveva preso terra, mentre le altre due, compresa quella su cui lui era imbarcato, avevano cominciato a risalire il corso d’acqua.
Il Guercio si trovava a poppavia dell’albero, con un piede sulla murata di dritta accanto al grande remo del timone, per godersi lo spettacolo dei villaggi costieri incendiati dai suoi uomini.
[Il Trono delle Ombre, capitolo 33]

 In questo breve brano tratto dal romanzo ritroviamo due particolari significativi delle abitudini vichinghe: le polene, cioè le sculture all’estremità dello scafo, venivano sempre smontate prima di sbarcare, perché si credeva che altrimenti il loro aspetto minaccioso avrebbe fatto fuggire o contrariato gli spiriti della natura. In Islanda quest’usanza era addirittura imposta dalla legge, ma sappiamo che faceva parte del bagaglio culturale anche di popolazioni non più strettamente legate alla Scandinavia, perché nel particolare dell’Arazzo di Bayeux che trovate in apertura si può notare come le navi normanne esibiscano le polene in navigazione, ma non una volta approdate.
Un secondo particolare interessante è dato dal timone: non bisogna pensare alla ruota dell’immaginario tipico, perché all’epoca si utilizzava un grosso remo posto vicino alla poppa della nave, generalmente sul lato destro.

Elmo vichingo

Elmo vichingo del X secolo. Foto di John Erling Blad.

 Il Guercio indossò il prezioso usbergo di maglia lungo fino alle ginocchia che in battaglia lo rendeva riconoscibile tra tutti, poiché soltanto lui era abbastanza ricco da potersi permettere un’armatura simile. Si infilò il tipico elmo eidr con paranaso dorato a forma di occhiale e impugnò la sua skeggox, un’ascia resa ancora più minacciosa dal lungo barbiglio appuntito con cui terminava la lama.
[Il Trono delle Ombre, capitolo 33]

 Questo secondo estratto ci fornisce delle indicazioni su come fossero armati i predoni. Per prima cosa, bisogna sfatare due luoghi comuni: quelli che descrivono i guerrieri del Nord come dei bruti alla Conan il barbaro che vanno in battaglia in mutande di pelliccia, protetti solo da elmi cornuti. Non combattevano senza protezioni, se non quando le esigenze di mobilità, la sorpresa o la stanchezza li costringevano a farlo. I vichinghi si proteggevano con usberghi di maglia di ferro, generalmente lunghi fino alle cosce, ma che per i più ricchi potevano arrivano anche alle caviglie, mentre i poveri impiegavano giubbe di cuoio imbottite per attutire i colpi. Inoltre non esistono prove archeologiche relative all’impiego effettivo degli elmi cornuti celebrati da vignette, disegni e film poco accurati. Si impiegavano semplici elmi conici, con o senza paranaso, che negli esemplari più elaborati potevano essere dotati di una sorta di “occhiale” per la protezione della parte superiore del volto. Gli elmi con le corna erano riservati a impieghi cerimoniali o comunque simbolici. L’immagine stereotipata del vichingo cornuto e smutandato viene da letture imprecise d’epoca romantica, quando l’immaginazione prendeva il sopravvento sull’accuratezza storica. È probabile, per esempio, che il mito del vichingo seminudo derivi dalla confusione con alcune descrizioni classiche degli antichi popoli germanici.
Oltre all’elmo e alla cotta di maglia, la maggior parte dei combattenti era dotata di lancia, ascia o spada (queste ultime più rare e costose delle prime), pugnale e di uno scudo di tiglio del diametro di circa un metro. Gli scudi potevano essere ricoperti di cuoio e bordati di ferro, oppure essere costituiti solo da semplici tavole di legno spesse un centimetro, dipinte in prevalenza di rosso, ma anche giallo, bianco, nero o (meno) blu e verde, con l’impugnatura centrale protetta all’esterno da un umbone metallico. Sebbene non sia un’arma iconica, i vichinghi utilizzavano anche l’arco. Sono stati ritrovati archi lunghi circa 1,60m. Si trattava di archi semplici di frassino o tasso, ma attenzione, non si tratta degli archi lunghi che ho attribuito agli Eidr nel romanzo. Il longbow infatti è un’arma successiva, con cui i normanni entrarono in contatto solo più tardi, nata probabilmente tra i britanni superstiti che abitavano dell’odierno Galles.

 Seguiamo il Guercio e sbarchiamo insieme a lui per dare inizio alla razzia!
Giunti in prossimità dell’obbiettivo, i vichinghi trascinavano in secca le navi, quindi, a seconda che prevedessero un colpo di mano o la spoliazione sistematica del territorio, decidevano se lasciare un piccolo gruppo di guerrieri a guardia dei vascelli oppure se innalzare dei terrapieni per improvvisare una fortificazione campale. Perdere l’unico mezzo di fuga equivaleva a morte certa, perciò si esercitava prudenza e gli approdi preferiti erano costituiti da luoghi facilmente difendibili come isolotti o anse dei fiumi, per avere un unico lato scoperto.
I predoni contavano sulla velocità e sull’effetto sorpresa per razziare la regione circostante prima che gli abitanti avessero il tempo di nascondere oro, cibo e beni preziosi, darsi alla fuga o rivolgersi al proprio signore in cerca d’aiuto. Il poco spazio disponibile sulle navi lunghe impedì loro per lungo tempo di trasportare cavalli con cui velocizzare gli spostamenti (cominciarono a farlo più spesso a partire dall’850), perciò generalmente i vichinghi si spostavano a piedi oppure facevano ricorso alle cavalcature rubate sul posto o comunque nelle vicinanze (per esempio portarono con sé in Inghilterra i cavalli rubati ai franchi al di là della Manica). Le testimonianze di un corpo di cavalleria vichingo sono rare, sembra che preferissero smontare da cavallo prima dello scontro e combattere a piedi, agendo quindi come quella che in seguito la dottrina militare ha definito fanteria montata. Per muoversi con maggiore agio, poteva accadere che i guerrieri lasciassero a bordo le armature. Nella battaglia di Stamford Bridge, durante la quale cadde Harald Hardrada, i vichinghi si trovarono in netto svantaggio proprio perché il caldo e la presunzione li avevano spinti a separarsi dalle proprie protezioni, mentre le truppe inglesi erano armate di tutto punto.
Spedizioni abbastanza numerose e determinate invece potevano decidere di mettere a ferro e fuoco un’intera regione, restandovi anche mesi o anni, e di occupare le città per sfruttarle fino all’arrivo di forze preponderanti o al pagamento di un riscatto. Per esempio, nell’845 una banda guidata da Ragnar Lodbrok risalì la Senna, sconfisse un contingente di franchi posto a difesa di Parigi, impiccò tutti i prigionieri e saccheggiò la città. Per convincerlo a ritirarsi, re Carlo il Calvo dovette versare 7000 libbre d’argento. Una seconda razzia in forze lungo la Senna si protrasse dall’856 all’862 e i vichinghi occuparono per ben quattro anni un isolotto a circa 70km da Parigi, utilizzato come base logistica per depredare i dintorni.
Uno degli obbiettivi principali degli strandhogg era costituito dalla cattura di schiavi, per i quali esisteva un mercato fiorente sia per la coltivazione delle terra e lo svolgimento dei lavori più umili, sia per soddisfare le abitudini poligame degli uomini più ricchi e potenti, nel caso di donne giovani e belle. Si stima che possedere schiavi fosse comune e che la maggior parte delle famiglie ne avesse almeno uno o due. La schiavitù era considerata insita nell’ordine naturale delle cose, tanto che nel mito norreno sull’origine delle classi sociali, nel quale il dio Heimdall vaga su Midgard e col proprio seme dà vita ai progenitori delle varie caste, il suo primo figlio è proprio uno schiavo, Þræll. Il termine norreno per indicare gli schiavi era thrall, che oggi incontriamo piuttosto frequentemente nella letteratura fantasy-horror per indicare i servitori plagiati dai vampiri e i non-morti di rango inferiore al servizio di un vampiro maestro. Come vedete si inventa ben poco!
Ecco una testimonianza eccellente del modus operandi dei razziatori, tramandata negli annali dell’abbazia di Fontenelle:

Nell’841 gli uomini del nord arrivarono il 12 maggio con il loro capo Asgeir. Due giorni dopo incendiarono Rouen e vi trascorsero due giorni. Il 24 maggio incendiarono il monastero di Jumièges. Il giorno seguente il monastero di Fontenelle venne salvato dal saccheggio in cambio di sei sterline, e il 28 maggio giunsero i frati di San Denis a pagare il riscatto di ventisei sterline per 68 prigionieri. L’ultimo giorno di maggio i pagani ritornarono al mare.

Dopo una doverosa introduzione generale, è il momento di addentrarci nella Storia per analizzare numeri, date ed episodi che ci diano un’idea della portata del fenomeno. Poiché le colonizzazioni vichinghe saranno oggetto di un futuro approfondimento, mi soffermerò solo sulle razzie.
Le prime testimonianze risalgono come detto alla fine dell’VIII secolo d.C., quando i vichinghi colpirono a Portland, nel Dorset, tra il 786 e il 793, nel 793 a Lindisfarne, nel 794 a Jarrow e nel 795 a Iona e Lambay, nei pressi di Dublino. Le testimonianze sono necessariamente incomplete, perché provenienti da un’unica cronaca di cui esistono sette versioni, ma non gli originali, andati perduti. È lecito quindi supporre che gli attacchi siano stati ben più numerosi. In Irlanda i primi sbarchi si verificarono nel 790 e divennero frequenti a partire dal 794-795, in particolare nelle Ebridi. Altri attacchi all’Ulster, alla Scozia e alle isole nel Mare d’Irlanda furono segnalati nel 798, 802, 806, 812, 813, 821, 823, 824 e 832, anno in cui Armagh fu depredata tre volte in un mese. Morti, distruzioni, donne rapite, santuari violati e tombe profanate compaiono nella cronaca della maggior parte di questi episodi. In seguito le incursioni dal mare si ridussero sensibilmente per il semplice motivo che i predoni norvegesi pensarono bene di conquistare dei regni propri, cosa che fecero dall’830 all’870 e poi dal 914 al 940. Ai saccheggi via terra si aggiunsero battaglie campali e guerre con i sovrani irlandesi. Un ulteriore attacco dal mare arrivò nell’851 per mano questa volta dei danesi, ma si risolse in un combattimento fratricida tra loro e i norvegesi che occupavano Dublino. Anche l’XI e il XII secolo videro scontri tra irlandesi e uomini nel nord, in particolare nel 1014 la battaglia di Clontarf, già citata a proposito dello stendardo maledetto col corvo di Odino, e infine con la venuta dei normanni nel 1169. Un’analisi delle fonti irlandesi tra l’831 e il 969 riguardante i soli monasteri e luoghi di culto ha portato a una stima di 210 tra attacchi, saccheggi e incendi per mano dei vichinghi.
Sebbene siano state registrate incursioni pagane sul suolo continentale già a partire dal 799, si ritiene che i primi veri attacchi giunsero a partire dall’834, quando i razziatori invasero in gran numero la Frisia e la Loira. Tra l’834 e l’850 le bande di guerrieri infestarono in maniera sistematica il nord della Francia dalla primavera all’autunno e in seguito cominciarono persino a svernare lungo il corso della Loira o della Senna, che risalivano per decine di chilometri. Nei Paesi Bassi attaccarono la fiorente città commerciale di Dorestad per quattro anni consecutivi dall’834 all’837 e ancora con una certa regolarità fino all’864, quando il mutamento del corso del Reno la privò dell’acqua, riducendola a un misero centro agricolo. Negli stessi anni risalirono l’Elba per assalire Amburgo e colpirono anche la coste occidentali della Francia. Il 24 giugno dell’843 devastarono Nantes, dove trucidarono il vescovo sull’altare della cattedrale cittadina. I drakkar esplorarono buona parte dei maggiori fiumi francesi, colpendo senza tregua. La Storia tramanda che centinaia di monaci, abati e vescovi si diedero alla fuga per sfuggire al massacro, poiché i predoni avevano imparato che chiese e monasteri erano i luoghi più ricchi e facili da espugnare.
Ecco cosa scrisse Ermentarius da Noirmoutier nel IX secolo:

In ogni luogo i cristiani sono vittime di massacri, incendi e saccheggi. I vichinghi distruggono ogni cosa sul loro cammino; non c’è modo di difendersi. Prendono Bordeaux, Perigueux, Angouleme e Tolosa; distruggono Angers, Tours e Orleans. Un numero incredibile di navi solca la Senna, dove il male è ovunque. Rouen è attaccata, saccheggiata e bruciata; Parigi, Beauvais e Meaux sono prese; la cittadella di Melun è rasa al suolo; Chartres è occupata; Evreux e Bayeaux sono saccheggiate; e tutte le altre città sono attaccate.

 Esattamente come gli anglosassoni impararono a proteggersi tramite i burh, i borghi circondati da terrapieni e palizzate, i franchi cominciarono a fortificare il territorio per bloccare le scorrerie degli avversari, troppo rapidi e mobili per essere inchiodati dai lenti eserciti dell’epoca (la straordinaria efficienza delle strade romane era già un pallido ricordo). Per esempio nella regione di Poitou vi erano soli tre castelli prima degli attacchi nordici, saliti a 39 nell’XI secolo. Nel Maine si contavano 9 fortezze prima del X secolo, ma ben 62 nel 1100. Nei lustri necessari per ultimare le opere difensive, ai franchi e a molti altri europei non restò altra scelta che versare il danegeld, un pagamento estorto per convincere i razziatori ad andare a fare danni altrove. Il danegeld prevedeva un preciso tariffario calcolato sull’estensione della terra, sul numero di abitanti, il valore delle merci e la ricchezza dei sacerdoti presenti nella regione. In soli sette anni i vichinghi ottennero dai franchi 39700 libbre d’argento, più vino e altri beni. Poiché ogni regione e città pagava per sé, alle bande di guerrieri era sufficiente spostarsi un po’ e ricominciare da capo in attesa che scadesse il periodo di tregua pagato a caro prezzo.
Nell’844 i drakkar cominciarono a battere le coste iberiche, colpendo nel Golfo di Biscaglia, nelle Asturie (dove furono messi in fuga con gravi perdite), presso Lisbona e poi lungo il Guadalquivir fino a Siviglia, che occuparono per un mese e mezzo mentre spogliavano l’entroterra. I mori però erano avversari altrettanto fieri: li intercettarono e inflissero loro una sonora sconfitta. Le teste di 200 guerrieri e del condottiero vichingo furono inviate in Marocco come trofei dall’emiro Abd al-Rahman II, mentre i superstiti fuggivano con la coda tra le gambe.
Una seconda spedizione con oltre sessanta navi colpì l’Europa meridionale dall’859 all’862. Questa volta i vichinghi sconfissero i mori, penetrarono nel Mediterraneo, bruciarono la moschea di Algeciras e attraccarono persino sul suolo africano, mettendo al sacco Nekor in Marocco. Successivamente investirono le Baleari, Rousillon e la Camargue, dove svernarono. Nei mesi successivi colpirono lungo il Rodano e poi in Italia: risalirono l’Arno e devastarono Pisa e Fiesole. Secondo alcune fonti, in seguito il loro capo Hæsting scambiò la colonia di Luna per Roma e, col pretesto di volersi convertire, entrò in città. Il giorno dopo il battesimo si finse morto e cinquanta dei suoi uomini ottennero di poter presenziare al funerale. Durante le esequie, Hæsting balzò giù dal catafalco dove giaceva, trafisse il vescovo che le officiava e razziò la città. Fonti tarde arabe e spagnole accennano ad attacchi in Grecia e ad Alessandria d’Egitto, ma non ci sono certezze in merito. Di sicuro, invece, sulla via del ritorno la spedizione affrontò una tempesta, vinse una seconda battaglia navale contro gli arabi e nonostante tutto riuscì a mettere a segno altri successi, come il rapimento e riscatto del principe di Pamplona. Quattro anni dopo la partenza, i vichinghi di Hæsting rividero le coste francesi da cui erano salpati, ora molto più ricchi e coperti di gloria.

 Si conclude così la prima parte dell’approfondimento relativo alle abitudini che rendevano Eidr e vichinghi dei pessimi vicini. La prossima settimana affronteremo la seconda e ultima parte, in cui parleremo degli attacchi nei Paesi Bassi, in Inghilterra, nell’Europa dell’Est e poi ancora della Guardia Variaga e della vita avventurosa dell'”ultimo vichingo”, Harald Hardrada, lo Spietato (vi assicuro che ne vale la pena, è degna di un film!).
Per le letture consigliate vi rimando alla voce Vichinghi nella sezione apposita del blog, perché si tratta di testi già segnalati in precedenza! 🙂

Il banchetto dei Talendyr: stare a tavola nel Medioevo e Rinascimento

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Buongiorno a tutti! Dopo pestilenze, bestie e guerre, oggi concederemo una vacanza ai Cavalieri dell’Apocalisse ed esorcizzeremo il quarto, Fame, trattando un argomento affine al cibo: le buone maniere a tavola nei secoli passati.

Il nostro modo di comportarci al desco è cambiato soprattutto a partire dall’Età Moderna, mentre in precedenza erano ritenuti normalissimi comportamenti a cui oggi guarderemmo con disgusto (come del resto a molte pietanze dell’epoca). Prossimamente parleremo anche di cucina, ma per il momento limitiamoci a capire come comportarci per evitare figuracce tra signorotti, dame e cavalieri!

Banchetto, Leandro Bassano, c. 1595

Banchetto, Leandro Bassano, c. 1595

E come i piacevoli modi e gentili hanno forza di eccitare la benivolenza di coloro co’ quali noi viviamo, così per lo contrario i zotichi e rozzi incitano altrui ad odio et a disprezzo di noi.
[Mons. Giovanni della Casa, Galateo, I]

Prima ancora di sedere a tavola, l’anfitrione doveva preoccuparsi della logistica del convivio, procurando stoviglie, sedie, tavoli e alloggi per tutti, oltre a curare la distribuzione dei posti.
Quando i banchetti annoveravano decine o centinaia di invitati, non era scontato nemmeno possedere mobilia sufficiente per farli accomodare tutti, anche perché gli enormi tavoli a gambe fisse si diffusero soprattutto a partire dal Cinquecento, mentre prima non era raro che lo spazio adibito a sala dei banchetti venisse arredato alla bisogna con tavole montate su cavalletti. I tavoli improvvisati avevano il vantaggio di poter essere rimossi più rapidamente per riconvertire la stanza in una sala da ballo, caratteristica molto apprezzata nei castelli francesi del Rinascimento. Quando i banchetti si tenevano nei cortili dei palazzi o nei parchi dei castelli, invece, lo spazio non era un problema, ma si cercava di abbellire i giardini con decine di tappeti e arazzi, mentre all’interno era considerato raffinato spargere petali di fiori o erbe profumate sul pavimento.
Anticamente le sedie erano sovente sostituite da panche e per i ceti meno abbienti rimasero una chimera per lungo tempo, tanto che ancora nel Settecento a Venezia furono censite case sprovviste persino di una singola sedia. Nel 1672 una famiglia di contadini altoatesini non poté offrire al viaggiatore Jouvin de Rochefort niente di meglio che un catino rovesciato su cui accomodarsi, mentre i suoi ospiti si sedevano per terra.
Le tovaglie invece erano più diffuse e presenti anche nelle case più umili, sebbene spesso si trattasse solo di cenci o poco più, perché sin dall’antichità si credeva che il segno tondeggiante lasciato dalle pentole sulla tavola potesse consentire a streghe e iettatori di sfruttarlo per lanciare malefici sui cibi in esse contenuti. I tovaglioli, abbastanza diffusi al desco dei nobili, erano sconosciuti presso i più poveri, che usavano un’unica salvietta per tutta la famiglia o addirittura si pulivano la bocca sulle maniche (in un’epoca in cui si faceva il bucato un paio di volte l’anno, il risultato doveva essere piuttosto… variopinto).
Nei primi secoli del Medioevo non si utilizzava nemmeno il piatto come lo intendiamo noi oggi, infatti al suo posto si adoperavano taglieri di legno o pezzi di pane nero molto spessi su cui posare la carne. Tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento cominciò a diffondersi l’uso di più moderne stoviglie di peltro, stagno, argento o persino d’oro. Poiché l’approvvigionamento di grandi quantitativi di oggetti preziosi poteva impoverire la corte per un motivo futile come lo sfarzo, papa Pio V fu costretto a prendere provvedimenti e far sostituire l’argento con le maioliche sviluppatesi proprio in quel periodo. Tuttavia, persino i pochi che potevano permettersi taglieri in metalli preziosi non avevano sempre modo di distribuirne di puliti a ogni portata, perciò i commensali ne usavano soltanto uno o due per l’intero pasto e gettavano ossa e altri avanzi sotto al tavolo.
Un oggetto che non poteva mancare durante i banchetti del passato erano le ciotole per lavarsi le mani tra una portata e l’altra. Si trattava di recipienti lussuosi, veri e propri gioielli con intarsi dorati e incisioni, in cui l’acqua veniva profumata con essenze esotiche e petali di rose. Quando la Duchessa di Borgogna si recò in visita alla corte di Carlo VII nel 1445, per esempio, consumò i pasti con la primogenita del re. Prima del pasto e dopo ogni portata, servita su taglieri d’argento, alla delfina venivano portate due bacinelle d’acqua profumata per pulirsi le mani, mentre alla duchessa Isabella ne era riservata una sola. Non si trattava dell’unico privilegio riservato alla figlia del re, infatti tutti i piatti e le bevande a lei destinate venivano servite coperte da un tovagliolo, al contrario di quelle della duchessa, che alla fine di ogni pasto doveva inginocchiarsi a terra di fronte alla stirpe reale.
Un ospite degno di tal nome doveva provvedere inoltre ad assoldare bardi, buffoni o trovare altre attrazioni con cui intrattenere gli ospiti tra una portata e l’altra. Queste pause erano dette “sottigliezze” e potevano implicare opere d’arte, sculture (non di rado composte di cibo) o persino sfilate marziali di armi, armature e cavalli. Al matrimonio tra il duca Lionel d’Anversa, figlio di Edoardo III d’Inghilterra, e Violante Visconti, figlia di Galeazzo II e Bianca di Savoia, tra gli intermezzi vi furono sfilate di cani da caccia con collari di velluto, catene d’ottone e guinzagli di seta, poi sparvieri e falchi incappucciati d’argento e perle e infine, dopo altre meraviglie, settantasei cavalli da guerra dono di Galeazzo ai baroni del seguito di Lionel.
Organizzare l’approvvigionamento di cibi per eventi che potevano comprendere anche più di quindici portate ed estendersi dalle sei-sette ore a svariati giorni non era un compito di poco conto. Si ricorda a tal proposito la storia dello svizzero Fritz Karl Watel, responsabile delle provviste e della preparazione della tavola del Principe di Condé. Quando nel 1670 il suo signore invitò Luigi XIV a fargli visita, Watel si convinse che il pesce fresco non sarebbe mai arrivato in tempo (anche se poi fu smentito dai fatti) e si suicidò per il disonore. È difficile immaginare quanto debba essere stato difficile gestire l’organizzazione di un evento come quello messo in piedi nel 1465 per l’insediamento di Richard Neville ad arcivescovo di York: si pensa che sia durato quasi una settimana e abbia coinvolto due o tremila persone tra gli ospiti e i loro servitori. Questo è l’impressionante elenco delle sole carni ordinate:
– 104 buoi;
– 1000 pecore;
– 304 vitelli;
– 2000 maiali;
– 304 porcellini;
– 4000 conigli;
– 204 capretti;
– 6 tori;
– 504 cervi, daini e caprioli;
– 200 tarabusi;
– 400 cigni;
– 400 pappagalli;
– 204 gru;
– 2000 polli;
– 4000 piccioni;
– 7000 capponi;
– 4 focene;
– 8 foche;
E tutto questo senza contare il pesce, di cui non esiste un inventario!
Una volta organizzato tutto, bisognava assegnare il posto giusto a ogni invitato e nemmeno questo era un compito banale. Nel banchetto di Neville, per esempio, vi erano sette tavole principali per gli ospiti di maggior prestigio. Alla tavola principale, rialzata rispetto alle altre, sedevano vescovi, duchi e conti. Una seconda tavolata ospitava abati e priori. Lord e cavalieri la terza. Il clero della cattedrale di York la quarta e le autorità cittadine la quinta. La sesta tavola era riservata agli uomini di legge, quali giudici e funzionari, mentre la settima era riservata a sessantanove giovani esquire (scudiero, rango nobiliare che veniva immediatamente dopo quello di cavaliere, ma prima di gentiluomo) della corte reale. Altre sale riproducevano lo stesso ordine gerarchico, ma al femminile, perché sovente le donne erano separate dagli uomini. Ulteriori locali ospitavano nobili minori, proprietari terrieri e infine la servitù, disposta secondo il rango del rispettivo signore. La relativamente piccola corte di Parma nel 1563 aveva ben tredici tavoli separati e persino le case private rispecchiavano questa divisione. Dalle carte di un omicidio del 1782 emerge che la sola servitù di una lussuosa villa padronale consumava i pasti su tre tavole diverse a seconda del ruolo. Nelle case contadine la situazione non era migliore. Testimonianze che arrivano fino all’inizio del secolo scorso parlano di uomini seduti a tavola mentre donne e bambini mangiavano in piedi, seduti in disparte o persino nella stalla. In alcune zone della Germania settentrionale invece maschi e femmine sedevano sui lati opposti del tavolo e i posti vicini al capofamiglia andavano ai figli più vecchi e poi in ordine decrescente. Ritroveremo simili distinzioni tra poco, in forme addirittura umilianti, anche in relazione all’uso delle posate.
Infine bisognava disporre di personale fidato e qualificato in gran numero, affinché le vivande giungessero ai commensali calde e ben curate, dato che era la servitù, nella fattispecie gli scalchi, a preparare i bocconi e in alcuni casi anche ad assegnarli (nel servizio “alla francese” erano gli ospiti a servirsi dai taglieri, altrove invece si veniva serviti personalmente in ordine di rango). Il numero di servitori era molto alto, basti pensare che il seguito della regine Anne di Bretagna per la tavola includeva sette maggiordomi, sei panettieri, sette scalchi, sei scudieri tagliatori, quattro marescialli di sala, quattro scudieri di cucina, sei panettieri e sette scalchi da bocca (cioè quelli che servivano direttamente in tavola pane e vivande), altri sette panettieri ordinari, un impastatore di pane e altri otto scalchi ordinari, tutti diretti da un cavaliere d’onore e un gran maggiordomo, i quali governavano anche sul resto del personale, comprendente trecento persone più cento gentiluomini bretoni come guardia personale. Quattro medici e un farmacista curavano la salute della servitù. Contrariamente a quanto si possa pensare, il ruolo di scalco, coppiere o trinciante conferiva onore e prestigio perché segno di grande fiducia, in quanto chi manipolava il cibo del re o del signore feudale avrebbe potuto avvelenarlo. Per questo motivo i tre ruoli divennero anche titoli onorari da assegnare a nobili della corte. Oltre a quelli già citati, tra le tipologie di servitori si annoveravano anche canovari, cantinieri, bottiglieri, credenzieri, cuochi, sottocuochi, sguatteri, spenditori, sorveglianti delle stoviglie, uscieri e infine orafi e carpentieri, impegnati nell’abbellimento dei piatti o nella costruzione di strutture di sostegno per le portate più elaborate. Il personale era per la stragrande maggioranza di sesso maschile, soltanto nel Settecento le donne cominceranno a trovare spazio nelle cucine della borghesia e della nobiltà. Ecco cosa scrive Francesco Tanara nell’Economia del cittadino in villa, a metà del Seicento:

[Chi serve in cucina deve essere] polito, fedele e intendente. Chi non sà, che per ordinario è più netto il più sporco Huomo, che la più polita Donna? […] [Le quali sono] vinolente, malediche, ò streghe. […] L’havere à paragonare la intelligenza ordinaria d’un huomo con quella della donna, è ingiuria grande al nostro sesso.

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Banchetto nuziale del Granduca Ferdinando I di Toscana, 1590

Banchetto nuziale del Granduca Ferdinando I di Toscana, 1590


Dame e gentiluomini si dedicarono al cibo con foga, senza molta più grazia di quanta [Yanvas] ne avesse vista nelle locande o negli accampamenti militari. I taglieri di legno su cui i servi avevano distribuito i tranci di carne si svuotarono in un baleno, mentre cosce e ali venivano strappate dalle carcasse, le ossa spolpate e il sugo leccato via con rumorosi risucchi.
[Il Trono delle Ombre, capitolo 7]

È giunto il momento di sederci a tavola! Quali e quante posate possiamo aspettarci di trovare? Poche o addirittura nessuna, perché si mangiava prevalentemente con le mani e spesso persino le zuppe venivano consumate utilizzando ciocchi di pane come cucchiai. Questo perché non dappertutto il pane veniva preparato quotidianamente, spesso anzi era duro e raffermo perché cotto una volta alla settimana o meno per risparmiare legna e, nel caso in cui non vi fosse un forno vicino, per evitare di recarvisi troppo spesso (non tutte le case disponevano di forni per cuocere il pane). In alcune zone delle Alpi si panificava due sole volte l’anno.
Il cucchiaio, il cui nome deriva dalle conchiglie, non si sa se per la forma simile ai primi esemplari o perché i primi cucchiai fossero effettivamente dei gusci, era già in uso fin dagli antichi Egizi. A Roma se ne usavano due tipi: il cochleare impiegato per cibarsi di molluschi, uova o assumere medicinali e la ligula, piatta e a forma di foglia lanceolata, che pare fosse impiegata per infilzare i cibi e quindi sia da considerare antesignana della forchetta. Sembra che nel Medioevo il cucchiaio non fosse impiegato con grande frequenza, sebbene se ne producessero in legno, argento, oro, avorio e cristallo. Alcuni materiali esotici, come il corallo, erano impiegati per coppe e posate perché si credeva che potessero rivelare la presenza di veleni cambiando colore.
Il coltello pare sia stato portato sulle tavole dai barbari, la cui abitudine di usarlo per infilzare i cibi e portarli alla bocca andò via via declinando con il passare degli anni, finché nel Rinascimento si affermò la moda dei coltelli con la punta arrotondata, rispondenti alle ultime tendenze in fatto di etichetta.
Le forchette invece erano conosciute e utilizzate sin dai romani, sotto forma di forchettoni per la manipolazione dei cibi in cucina. La forchetta come la intendiamo oggi pare sia stata introdotta in seguito e si ritiene che la sua prima comparsa ufficiale in Italia risalga all’anno 955, quando una principessa bizantina di ascendenza imperiale sposò il figlio del doge. La raffinata nobildonna levantina fu l’unica a utilizzare la forchetta in mezzo a uno stuolo di buzzurri che mangiavano con le mani. Il ricorso alla forchetta in Occidente fu limitato, tanto per cambiare, dai precetti della Chiesa, secondo cui era un simbolo del demonio e usarla equivaleva a commettere peccato. Ancora nel Seicento il compositore Monteverdi faceva dire tre messe ogni volta che per questioni di etichetta si trovava costretto a impiegarla. Nonostante gli strali dei santi, la forchetta conobbe una sempre maggiore diffusione a partire dal Tre-Quattrocento, in particolare alla corte angioina di Napoli, dov’era utilizzata per mangiare la pasta. In Francia arrivò nella seconda metà del Cinquecento, portata a corte da Caterina de’ Medici, tanto che suo figlio Enrico III emanò dei regolamenti per renderne l’uso obbligatorio, ottenendo però soltanto di farsi deridere. Ci vollero altri centocinquant’anni perché la mentalità cambiasse, ma ancora nel 1730 a corte c’era chi metteva le mani nel piatto. In Germania l’abitudine di mangiare con le mani si rivelò ancora più dura a morire e le prime forchette apparvero non prima del Seicento.
Alla corte di Francesco I di Francia, nella prima metà del XVI secolo, i bocconi di carne venivano presi dai vassoi con tre dita, sminuzzati con le mani in pezzi più piccoli e portati alla bocca rigorosamente con la mano destra. Quando nei pasti più semplici non vi erano abbastanza tovaglioli, ci si puliva le dita sulla tovaglia. Non si usavano nemmeno i cucchiai, le zuppe venivano mangiate con l’aiuto del pane. Era uso comune scambiarsi i bicchieri, ma l’etichetta prevedeva già allora di pulirsi la bocca prima di bere da quelli altrui.
L’adozione delle posate nelle case borghesi e popolari fu ovviamente ancora più lenta, sia per motivi culturali che economici, e ancora nel 1725 soltanto una famiglia inglese su dieci aveva almeno una forchetta e un coltello. Possedere più posate era un lusso per pochi in tutta Europa, tanto che la maggior parte delle famiglie ne aveva un unico esemplare a disposizione dell’intera famiglia o, più spesso, del solo padre. Una donna di estrazione umile del Trevigiano testimoniò che ancora nel secolo scorso le donne di casa mangiavano tutto con le mani perché soltanto i maschi avevano a disposizione delle forchette. Una donna aretina nata nel 1898 racconta:

Quando mangiavamo la minestra eravamo tutti insieme, ma dei bicchieri ce n’era tre o quattro e dicevamo “vuota te che adesso bevo io”.

Una maestra che insegnava nelle zone del Sud Tirolo negli anni ’50 del secolo scorso riferì che numerose famiglie mangiavano con cucchiai di legno da un unico recipiente posto al centro del tavolo e che alla fine del pasto il cucchiaio non veniva lavato, ma strofinato con il grembiule o sui pantaloni e poi appeso alla parete fino al pasto successivo.
Ecco una descrizione dei comportamenti a tavola fatta dal francese Calviac a metà del Cinquecento:

i tedeschi mangiano con la bocca chiusa e trovano disgustoso fare diversamente. I francesi aprono a mezzo la bocca e trovano poco elegante la maniera usata dai tedeschi. Gli italiani masticano con minor vigore, i francesi più robustamente, e quindi trovano troppo delicata e artificiosa la maniera degli italiani.
Gli italiani preferiscono avere un coltello per ciascuno. I tedeschi considerano motivo di grande fastidio che il loro coltello venga preso o richiesto da altri. I francesi, al contrario, in un’intera tavolata di persone si servono di due o tre coltelli senza che chiederli o prenderli rappresenti un problema.

Assodato che dovremo nutrirci come Trinità e Bambino nella celebre gag del ristorante, vediamo ora come dovremo comportarci a tavola per non apparire ancora più zotici.
Baldassar Castiglione raccomanda agli uomini di comportarsi in modo naturale e brillante, essere sempre pronti a ridere, scherzare, danzare e partecipare a giostre e tornei. Un cortigiano deve distinguersi per essere buono, amabile, discreto, prudente, ben vestito e mai fuori luogo né grossolano, oltre che sempre pronto a maneggiare la spada qualora il suo signore lo richieda. Le dame invece devono possedere le stesse virtù e in più non devono essere gelose, maldicenti, invidiose o vanitose. Devono saper valorizzare la propria bellezza e agire sempre con grazia. Una dama degna di tal nome deve conoscere letteratura, musica, pittura, vari tipi di danza, i giochi e saper conversare con scioltezza. Non può lasciar trasparire i propri sentimenti, in particolare l’amore, affinché discrezione e modestia siano i principi guida che la muovono. Soltanto gli occhi possono essere messaggeri d’amore verso il prediletto.
L’arcivescovo di Benevento monsignor Giovanni della Casa ci tramanda invece norme più spicciole su quale contegno sia più opportuno mantenere nelle occasioni mondane. Molti di essi oggi appaiono scontati, persino banali, ma evidentemente all’epoca non era così. Per prima cosa non bisogna fare i propri bisogni di fronte agli altri, né grattarsi parti del corpo poco consone in caso di prurito; non bisogna mostrare cose disgustose o farle annusare invitando a saggiarne la puzza (“Deh, sentite di gratia come questo pute!“); non bisogna pulirsi i denti con la tovaglia, né fischiettare o cantare se si è stonati e nemmeno sciacquarsi la bocca col vino per poi sputarlo tra i commensali; bisogna evitare di emettere umori o ridere come asini; dopo essersi soffiati il naso non è opportuno esaminare il fazzoletto come se contenesse perle e rubini; “tossire e isputare farfalloni” va assolutamente evitato; quando a tavola si divide la coppa con altri invitati, non bisogna infilarvi il naso né starnutirci dentro, idem per un piatto condiviso; se si morde un frutto, non va più passato ad altri; non bisogna grattarsi sopra ai vassoi di cibo; è consigliabile evitare argomenti di conversazione sgraditi o troppo personali, come per esempio i propri sogni; quando qualcuno ci parla, non bisogna estrarre una lettera dal taschino per leggerla, né cominciare a tagliarsi le unghie con le forbicine; non bisogna nemmeno dare segni di impazienza, tamburellare o agitare le gambe; infine non è educato presentarsi con le vesti semi aperte per lasciar intravedere la biancheria o le pudenda. Gli unici a cui sono concessi tali comportamenti sono i gran signori in presenza di gente più umile, perché la maleducazione in questi casi va intesa come dimostrazione di familiarità e confidenza (che fortuna…).

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Banchetto nuziale, Pieter Brueghel il giovane (1564-1636)

Banchetto nuziale, Pieter Brueghel il giovane (1564-1636)

Ci avviciniamo alla fine del banchetto, che cosa dobbiamo aspettarci? I padroni di casa più raffinati facevano raccogliere avanzi e stoviglie in grandi ceste, mentre i servitori offrivano bacinelle per sciacquarsi le mani e stuzzicadenti, sebbene alcuni gentiluomini preferissero utilizzare il proprio in oro o argento. Le tovaglie venivano piegate, tavole e cavalletti rimossi, il pavimento spazzato con ramazze di mirto profilate d’oro e in seguito, specie in epoca più tarda, cominciavano balli e giochi di società. I musici erano costituiti da suonatori di liuto, oboe, flauto e corno, mentre le danze di inizio Cinquecento erano la pavana e il brando. Successivamente presero piede balli di origine italiana come la volta, la corrente, la gagliarda e la fuscagna. Al termine delle danze veniva offerta una colazione e si dava il via ai giochi di società. Vi era un centinaio di varianti di giochi con le carte, con i tarocchi o con i dadi, ma si praticavano anche la morra e “testa o croce”. Gli scacchi, di moda nel Medioevo, continuavano a essere amati, così come il tric-trac, amato dalle donne e che associava la dama ai dadi. Di giorno e all’aperto invece, oltre alle consuete prove di abilità marziale, si praticavano gli antenati del cricket e del biliardo (billard), delle bocce (cochonnet), del rugby (couille de bélier, “testicolo d’ariete”, nome ispirato alla palla dura che si usava), del calcio (soule) e del tennis, la famosa pallacorda.

Siamo giunti alla conclusione del nostro excursus sul come si mangiava nel passato, ci resta ancora da affrontare il cosa, tema al quale sarà riservato un approfondimento futuro, magari dopo un altro po’ di battaglie e mazzate assortite 🙂 Il viaggio nella cucina medievale e rinascimentale sarà sorprendente! I piatti non assomigliavano nemmeno lontanamente a ciò che mangiamo noi oggi, derivante piuttosto dalla rivoluzione culinaria dell’Età Moderna. Tenetevi pronti, perché ci sarà da mangiare parecchio: vi dico solo che alla corte di re Eric di Svezia si consumavano in media 6500 calorie al giorno, ma in alcune casate si arrivava anche a 7-8000!

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Letture consigliate:
R. Sarti, Vita di Casa, Laterza
L. Stecchetti, La tavola e la cucina nei secoli XIV e XV, La Vita Felice
I. Cloulas, La vita quotidiana nei castelli della Loira nel Rinascimento, BUR
P. Freedman, Il gusto delle spezie nel Medioevo, Il Mulino

Le battaglie del Trono I: l’assedio al campo della Quarta legione

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Le donne dei Teutoni si suicidano per non cadere prigioniere dei romani. Wilhelm Wägner Wägner, 1882

Le donne dei Teutoni si suicidano per non cadere prigioniere dei romani. Wilhelm Wägner Wägner, 1882

La guerra segue il tao1 dell’inganno.
Se si è capaci bisogna mostrarsi incapaci, se si è attivi bisogna mostrarsi inattivi.
Si tenti il nemico facendolo sentire in vantaggio e lo si schiacci fingendosi confusi.
[Sun Tzu, L’Arte della Guerra, I]

Buongiorno a tutti! Oggi analizzeremo il primo grande scontro de Il Trono delle Ombre alla ricerca dei suoi fondamenti storici, che risalgono alle campagne romane contro i Galli e i primi Germani migrati verso sud-ovest.

«Ora!» urlò Yanvas in direzione del buccinatore.
Il suono familiare e rassicurante si diffuse sul campo di battaglia. I guerrieri, intenti ad azzuffarsi per raggiungere tra i primi il campo e saccheggiarlo, si voltarono sorpresi. Anche il cavaliere biondo, ora più vicino, si girò e Yanvas capì che si trattava del Guercio. Nonostante la distanza, incrociarono gli sguardi per un attimo, come se fossero soli sul campo di battaglia. L’eidr si scosse e ordinò di spazzare via quel manipolo di pazzi.
I legionari assunsero la consueta formazione chiusa, opponendo un muro di scudi alla marea urlante che stava per abbattersi su di loro.
Ancora pochi istanti e i colviani avrebbero scoperto se il piano aveva avuto successo, altrimenti sarebbero stati sopraffatti. Gli eidr si avvicinavano sempre di più, mulinando le asce con i volti tramutati in maschere d’ira.
[Il Trono delle Ombre, capitolo 3]

Nel capitolo 3, Yanvas e la sua pattuglia di esploratori devono escogitare uno stratagemma per spezzare l’assedio a cui è sottoposto l’accampamento della Quarta legione, accerchiato da un numero soverchiante di Eidr, i quali tra l’altro hanno avvelenato il corso d’acqua a cui attinge il contingente colviano. Yanvas invia Airril a consegnare un messaggio sotto mentite spoglie agli assediati, quindi semina il caos nelle retrovie dei nemici, che nel frattempo hanno cominciato ad assaltare la palizzata rimasta sguarnita. Il diversivo sbaraglia un contingente di arcieri e attira l’attenzione del grosso dei barbari, che si prepara a spazzarlo via, ma proprio in quel momento dal campo emergono le truppe della Quarta. L’assalto della guarnigione creduta morta coglie alle spalle gli Eidr, il cui morale crolla definitivamente quando nella foresta cominciano a risuonare i richiami delle buccine, chiaro segno di ulteriori rinforzi imperiali in arrivo. Quella che i barbari consideravano una vittoria sicura grazie al veleno e alla superiorità numerica, si tramuta in una sanguinosa disfatta. La reputazione del Guercio, il più acerrimo avversario dei colviani nel Grelian, ne uscirà macchiata e ciò lo spingerà a tramare per vendicarsi del fautore del suo fallimento.

Vista di Martigny, Svizzera Vallese, foto di Sylenius

Il campo di battaglia oggi: vista di Martigny, Svizzera Vallese. Foto di Sylenius

Post dato signo ex castris erumperent atque omnem spem salutis in virtute ponerent.
[Gaio Giulio Cesare, De Bello Gallico, III, 5.3]

La prima ispirazione per il brano è venuta dall’inizio del terzo libro del De Bello Gallico, in cui Cesare descrive un assedio subito dalla Dodicesima legione nei pressi di Octodurus, l’odierna Martigny nella Svizzera francese, in seguito al tentativo romano di aprire il passo del Gran San Bernardo al commercio, poiché le popolazioni locali taglieggiavano e depredavano i mercanti. Cesare inviò Servio Galba con 8 coorti non a piena forza (quindi meno di 4800 uomini) a occupare parte della città, mentre agli indigeni fu concesso di accamparsi nell’altra metà, oltre il fiume. Galba non ebbe nemmeno il tempo di ultimare le fortificazioni e ricevere provviste per l’inverno che i locali abbandonarono la valle alla chetichella, mentre orde di barbari appartenenti alle tribù dei Seduni e dei Veragri calavano dalle alture circostanti per massacrare la guarnigione romana con una forza oltre sei volte più numerosa. I legionari resistettero con la forza della disperazione per oltre sei ore, poi i Galli cominciarono a penetrare nelle difese grazie alla possibilità di avvicendare i combattenti in prima linea e al progressivo esaurimento delle armi da getto dei difensori. Mentre i nemici colmavano il fossato e facevano breccia nella palizzata in più punti, Galba si consultò con due dei suoi ufficiali più valorosi: il centurione primipilo Publio Sesto Baculo, alla cui eroica figura si rifà il suo omologo della Quarta, Relnat, e il tribuno Gaio Voluseno. I due gli suggerirono che l’unica speranza di salvezza consisteva in una sortita per sorprendere i Galli ormai sicuri della vittoria. Galba ordinò quindi ai legionari di limitarsi a contenere il nemico e riprendere le forze in vista del colpo di mano. Quando le porte del campo si aprirono all’unisono e i legionari eruppero per un attacco che vedeva la morte come unica alternativa alla vittoria, gli assedianti furono colti alla sprovvista e non riuscirono a reagire. Molti tra quelli accorsi per saccheggiare il campo romano gettarono le armi e si diedero alla fuga, tallonati dalla Dodicesima che ne faceva strage.

Nelle battaglie dell’antichità era frequente che il maggior numero di perdite non si registrasse durante lo scontro vero e proprio, ma piuttosto quando il morale di una delle due parti cedeva e le sue truppe andavano in rotta, permettendo un agevole massacro agli avversari. Fu così anche in questo caso: nel corso della sortita e dell’inseguimento che ne scaturì, i barbari lasciarono sul campo oltre diecimila morti.

Tralasciando per un attimo l’espediente di nostro interesse perché legato al romanzo, questa battaglia è un interessante esempio di una vittoria tattica che si rivela comunque una sconfitta strategica: nonostante il successo conseguito dai legionari, l’attacco mise in luce la vulnerabilità della posizione di Galba, soprattutto sul piano logistico dato il suo isolamento, e lo convinse che fosse più prudente ritirarsi. Il giorno successivo all’attacco, i romani bruciarono gli edifici e tutto ciò che non potevano portare con sé e marciarono oltre le montagne per svernare in territorio amico.

Piccola curiosità che forse alcuni di voi avranno già intuito: il tribuno Galbas del Trono deve il suo nome proprio al comandante della Dodicesima in questo scontro.

Il Mons Venturi, oggi Montagne St. Victoire, foto di Cicero

Il Mons Venturi, oggi Montagne St. Victoire, da cui furono gettati nel vuoto i prigionieri teutoni.

Chi si attesta per primo sul campo di battaglia e ivi attende l’avversario è più fresco; chi vi giunge per ultimo e si affretta all’attacco è invece affaticato. L’abile guerriero fa quindi in modo che gli altri vengano a lui ed evita il contrario.
[Sun Tzu, L’Arte della Guerra, VI]

La seconda fonte di ispirazione per lo svolgersi degli eventi l’ho trovata nello scontro di Aquae Sextiae, combattuto il 2 luglio del 102 a.C., tra Gaio Mario e le tribù degli Ambroni e dei Teutoni, alleate nel corso della guerra Cimbrica. Alla vigilia della battaglia, i romani si trovavano sul punto di soccombere: venivano da una serie di gravi rovesci costata decine di migliaia di uomini, culminata tre anni prima ad Arausio, quando 80mila soldati e 40mila ausiliari erano stati massacrati dalle forze congiunte delle tribù provenienti dallo Jutland. Disperato, il Senato si rivolse a Gaio Mario, generale e uomo politico autore di alcune profonde riforme del sistema militare, dall’arruolamento dei poveri, alla creazione di un esercito professionale (misura necessaria, ma che gettò le basi per le future guerre civili), dall’istituzionalizzazione della coorte come unità tattica di base al posto del manipolo (io ho preferito mantenere anche quest’ultimo, che a Roma restò solo come suddivisione amministrativa, per comodità descrittiva, dato che parecchi scontri si svolgono tra forze esigue e una via di mezzo tra centuria e coorte tornava utile), consentendo uno schieramento più serrato ma comunque mobile, alla definitiva scomparsa della distinzione tra hastati, principes e triarii, i tre tipi di fanteria che anticamente si distinguevano per equipaggiamento e schieramento. Queste ultime due riforme comunque erano state in parte anticipate già da Scipione l’Africano circa un secolo prima, quando il grande generale si era trovato a dover contrastare il genio di Annibale (probabilmente ne riparleremo in futuro!).

Gaio Mario, come Yanvas al suo arrivo a Qualisar, si trovò a dover riorganizzare e ritemprare il morale delle truppe, per riportare disciplina, morale e spirito combattivo a livelli accettabili. Per farlo costrinse i suoi uomini a resistere per mesi agli scherni e alle provocazioni del nemico, finché le tre tribù non si divisero offrendogli l’occasione che cercava, e, alla vigilia della battaglia di Aquae Sextiae (l’odierna Aix-en-Provence), fece patire la sete ai soldati affinché si battessero come demoni contro i barbari che occupavano le fonti d’acqua.

Il primo scontro si svolse in una zona ricca di fonti termali, dove donne e uomini degli Ambroni si stavano bagnando. Le forze romane colsero i danesi di sorpresa e riuscirono ad affrontarne pochi per volta, spesso male armati perché accorsi per scoprire quale fosse la causa del clamore improvviso, e sbaragliarli. Per le legioni si trattò di una facile vittoria, ma il vero scontro doveva ancora arrivare. I Teutoni erano infatti accampati a pochi giorni di marcia di distanza in numero soverchiante: le fonti non concordano, ma la loro superiorità numerica è indicata in almeno quattro o cinque a uno. Mario compì una ricognizione e scoprì che i nemici, resi arroganti dalla propria forza, si erano accampati nella stretta valle ai piedi di un passo. Il generale romano ne sbarrò la sommità col grosso dei suoi uomini, mentre tremila fanti scelti si arrampicarono sul monte col favore delle tenebre e si appostarono all’altro capo della vallata. Al mattino, un velo di schermagliatori romani provocò il nemico e si diede alla fuga, inseguito dall’orda assetata di sangue. Appena gli avversari si trovarono imbottigliati nella valle, le buccine lanciarono il segnale convenuto e la trappola scattò: gli uomini del tribuno Caio Marcello sbucarono alle spalle del nemico e cominciarono a schiacciarlo contro l’incudine formata dal grosso delle coorti legionarie, mentre il panico s’impadroniva dei barbari privi di vie di fuga. Nel massacrò che seguì, si contarono all’incirca centomila tra morti e prigionieri. Diverse centinaia di questi ultimi furono fatti salire sul vicino monte, poi chiamato Mons Venturi in onore della vittoria di Mario, sotto la minaccia delle armi e spinti nel vuoto. Sembra inoltre che trecento donne abbiano preferito uccidere i propri figli e poi suicidarsi piuttosto che cadere in schiavitù. L’incalcolabile numero di cadaveri lasciati a decomporsi nella calura estiva diffuse un tale sentore di morte che la zona fu battezzata Campi Putridi e ancora oggi il paese che vi sorge si chiama Pourrieres (dal francese pourri, marcio).

Quella appena descritta fu la penultima battaglia campale del conflitto, che si concluse a Vercelli con l’annientamento di 140mila Cimbri in combattimento e con la cattura di altri 60mila prigionieri. Si tratta di cifre enormi, probabilmente ingigantite per glorificare maggiormente i successi romani, ma bisogna comunque tenere presente che non si trattava di semplici eserciti, quanto piuttosto di interi popoli alla ricerca di una nuova terra, quindi con donne, vecchi e bambini al seguito a gonfiarne le fila.

Dagli accadimenti di Aquae Sextiae ho attinto l’idea di dare inizio allo scontro in modo quasi casuale grazie all’improvvisazione di Airril, spingendo gli Eidr ad agire per istinto anziché secondo un piano preciso, e di far mettere in atto a Yanvas un piano audace e al contempo temerario. Sono stati scontri impari come questi, in cui il genio, la disciplina e l’organizzazione hanno trionfato sul valore individuale e sulla forza del numero a far nascere il mito delle legioni romane nella Storia e di quelle colviane nel mondo del Trono.

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Per approfondire le due battaglie che vi ho presentato, vi consiglio:
G.G. Cesare, La guerra gallica, Einaudi
E. Durschmied, Eroi per forza, Piemme

1Tao (o dao, a seconda della traslitterazione), significa sia via, sentiero sia metodo, principio. Poiché entrambi i concetti sono applicabili alla massima, è preferibile conservare l’originale piuttosto che impoverire l’assioma nella traduzione.

La Genesi degli Uomini Bestia

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Pale di San Martino al tramonto, foto di Stefano Merler e Monica Dallabona

Pale di San Martino al tramonto, foto di Stefano Merler e Monica Dallabona

Se ci si volge indietro a guardare la Croda Rossa, essa assume un aspetto sempre più spaventoso: le pareti si levano verticali sopra altre rocce verticali, fino alla cima simile a una cupola, al di sotto della quale risalta un gruppo di pinnacoli color del sangue. Le sbavature rossastre colano enormi lungo le orride pareti come se un atroce massacro vi fosse stato perpetrato nei lontani tempi del mondo.
[Amelia B. Edwards, Cime inviolate e valli sconosciute, 1872]

Buongiorno a tutti! Oggi approfondiremo le origini di uno degli aspetti più pittoreschi del Trono: gli uomini bestia delle Terre Selvagge. Questo breve viaggio ci porterà a toccare le vette himalayane e le sconfinate distese del Nuovo Mondo, ma soprattutto a scoprire storie e leggende delle Dolomiti, a cui sono dedicate l’immagine e la citazione d’apertura (attenzione, riguardano due montagne diverse!).

Il mondo del Trono, come del resto l’Europa del passato, è ricco di foreste disabitate, gravate da fosche leggende su orchi e spiriti silvani, in cui l’uomo si inoltra a fatica e che, se proprio vi è costretto, attraversa con il cuore in gola per la paura di cadere preda di banditi e belve feroci. Nessuna di esse, però, può rivaleggiare con le Terre Selvagge, la cui sola propaggine occidentale si estende per una superficie pari a quella della penisola scandinava. Quando mi sono trovato a popolare questo immenso labirinto verde, geograficamente collocato tra l’area di lingua e cultura norrena degli Eidr a nord-ovest, quella celtica del Drulond (che i colviani definiscono “regni barbari orientali”) a nord-est e il blocco di Ailearth a sud-est, la cui lingua è invece ispirata all’Old English, cioè la lingua parlata dagli Angli e dai Sassoni che invasero la Britannia dopo il ritiro delle legioni nel V secolo d.C., ho stabilito due punti fermi: in primis la scarsa popolazione umana ai margini della regione doveva possedere tratti che ricordassero le genti gaeliche (ecco perché Airril ha i capelli rossi e fiumi e laghi battezzati dagli indigeni hanno nomi come Inbhirloch, Clyd o Balvaig) e, in secondo luogo, doveva essere presente una civiltà non-umana che incarnasse lo spirito di quelle selve primordiali, per renderle ancora più misteriose e trasformarle in una costante minaccia per le nazioni confinanti.

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905) - Ninfe e Satiri (1873)

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905) – Ninfe e Satiri (1873)

Gli shvaergi

La foresta circostante era stata abbattuta per garantire un campo di tiro sgombro al contingente di arcieri mercenari, forte di quasi cento uomini, e agevolare l’avvistamento tempestivo dei nemici, che avevano un’identità ben precisa: gli uomini bestia. Il termine rendeva sommariamente l’idea della loro natura brutale, primitiva e selvaggia e si riferiva a entrambe le razze conosciute, gli shmuergi e gli shvaergi. Questi ultimi, più numerosi e comuni dei primi, avevano testa e zampe caprine, ma postura, torso e braccia simili a quelli umani e ricoperti da una pelliccia che poteva essere grigiastra, marrone, rossiccia o persino nera, a seconda della tribù d’appartenenza. Erano alti circa un metro e mezzo, muscolosi, si esprimevano tramite versi raglianti, al cui suono nasale dovevano il nome, e amavano agghindarsi con pitture di guerra e talismani. Combattevano in grandi branchi con armi primitive, piccoli archi, lance, asce e pugnali dalle lame di selce. Erano avversari vili e facili alla fuga, ma in gran numero erano in grado di travolgere nemici più grossi e meglio armati.
[Il Trono delle Ombre, cap. 19]

L’immaginario fantasy pullula di umanoidi di tutti i tipi, dagli hobbit agli elfi, dai coboldi agli uomini tricheco, ai fan non è stato risparmiato nulla, nel bene e nel male. Poiché volevo evitare i cliché più abusati, ho limitato sin dall’inizio le altre razze senzienti a tipologie più insolite e possibilmente legate alla mitologia, piuttosto che alle infinite rielaborazioni scaturite negli ultimi 30 anni sull’onda della crescente diffusione del genere. I giganti, pur già presenti sui Monti Fiamma Nera, erano da escludere perché troppo ingombranti per muoversi agilmente in un dedalo di vegetazione, così ho cominciato a pensare agli uomini bestia. Prima ancora dei miti sui satiri, mi sono venute in mente alcune figure del folklore dolomitico come le anguane/longane e soprattutto gli ominidi irsuti, schivi e pagani che secondo le leggende sopravvivono ancora negli anfratti più remoti dei boschi pedemontani. Il loro nome varia a seconda della zona, coprendo più o meno tutto l’arco alpino e parte del centro Italia: om salvarech nell’Agordino, salvans in Val Badia, Ampezzo e in altre località ladine, ma anche om selvadegh in Pusteria, om selvadego in Valtellina, om salvei nel Biellese, ommo sarvadzo in Val d’Aosta, per finire con l’omo salvatico nel nord della Toscana. Il nome shvarg/shvaergi deriva proprio da una “fantasyzzazione” di “salvarech/selvadegh”.

Homo Salvadego di Sacco

Homo Salvadego di Sacco – Foto Romeri M.

All’om salvarech si accompagna spesso el Dì silvano o el salvàn, dio dei boschi che sembra essere un retaggio degli antichi culti pagani, forse in qualche modo legati a Pan. Le anguane sono invece figure femminili dotate di poteri magici, bellissime e immediatamente riconoscibili per le zampe caprine, dalla natura non sempre benigna, tanto che in alcuni casi si sovrappongono alle strìe (spiriti malvagi femminili simili alle streghe) e praticano sortilegi nocivi sui malcapitati che le disturbino o non assecondino i loro desideri. A tal proposito, ecco un piccolo aneddoto riguardante l’origine del mio cognome: alcuni racconti del folklore popolare narrano che le anguane possono essere scacciate o uccise solo con il legno di viburnum lantana, conosciuta in Veneto anche come pagogna, pianta da cui un tempo si ricavavano rimedi contro la tosse e il mal di gola. Secondo alcune interpretazioni, le anguane potrebbero rappresentare il ricordo mitizzato della presenza degli ultimi membri di minoranze etniche che praticavano rituali sciamanici. Eccone una breve descrizione in dialetto raccolta ad Auronzo di Cadore nel 1887 da Antonio Ronzon, celebre studioso di storia cadorina:

“Le pagane, pè de caura, done che le se buteva i putei sule spale e zo da la montagna le veniva a lavar. La gera roba forestiera, vedeu, e adesso le a desmesso o le xe morte tute.”

[Le pagane, piede di capra, donne che si gettavano i bambini in spalla e scendevano dalla montagna per lavare. Vedete, era roba forestiera e adesso hanno smesso o sono morte tutte.]

Queste poche righe contengono altre due caratteristiche ricorrenti nelle storie relative alle anguane: si diceva che portassero i figli in spalla oppure sulla schiena, dentro alle gerle, allattandoli grazie a mammelle così lunghe da arrivare dietro le spalle, e che fosse frequente incontrarle in riva ai laghi o ai fiumi mentre erano intente a fare il bucato. In alcune zone esiste ancora il detto “fare il bucato delle anguane” per riferirsi a un lavaggio riuscito male, poiché si credeva che lavassero in maniera approssimativa per sbrigarsi e tornare il prima possibile nei loro nascondigli.

Uomini selvaggi e donne caprine si possono riscontrare nelle leggende dei luoghi più disparati nel mondo: oltre ai già citati satiri greci, nella tradizione ebraica troviamo i se’imir, demoni-caproni che abitavano nel deserto ed erano comandati da Azazel, cui le tribù ebraiche sacrificavano il proverbiale “capro espiatorio”, sul quale venivano in precedenza riversati tutti i peccati commessi dal popolo. Il Vecchio Testamento riporta che vi fossero luoghi di culto dei se’irim, poi distrutti perché i rituali prevedevano di far accoppiare le donne con dei caproni. Fattezze simili avevano anche i giganti fomoriani della tradizione celtica, che nel Libro della Vacca Bruna dell’XI secolo vengono descritti come “uomini con teste di caprone”.

L’Asia e il Nord America, in particolare lungo la costa occidentale, ospitano due dei più famosi parenti dell’om salvarech nonché sogno proibito di tutti i criptozoologi del mondo: lo yeti e il sasquatch. Il primo, noto altresì come Abominevole Uomo delle Nevi, non ha certo bisogno di presentazioni ed è stato citato più volte anche dall’alpinista Reinhold Messner, che afferma di averlo incontrato ed è convinto che si tratti semplicemente di una specie d’orso.  Le popolazioni indigene tramandano che esistano due specie distinte di yeti, i giganteschi dzuteh e i piccoli mehteh. Altre teorie sostengono si tratti di un’enorme scimmia antropomorfa alta fino a tre metri, forse discendente degli ormai estinti gigantopitechi del sud-est asiatico, ma non sussistono evidenze scientifiche in grado di corroborare tale tesi, né d’altronde l’esistenza stessa dello yeti. Quel che è certo, invece, è che figure con caratteristiche simili sono presenti nel folklore di buona parte dell’Asia, dal Caucaso alla Siberia, dove sono noti con nomi quali alma, almesti, kaptar, mesidam, tkis-katsi, lahkir, agac-kisi e chuchunaa. Nel citare infine il sasquatch, nome attribuito dai nativi americani del Nord-Ovest a quello che i bianchi successivamente battezzarono Bigfoot, vale la pena ricordare che tali popolazioni migrarono in America attraverso lo Stretto di Bering, elemento chiave per comprendere la somiglianza tra le loro credenze e quelle delle genti asiatiche.

Come vedete, le radici degli shvaergi affondano in un terreno a noi familiare, ma arrivano molto, molto lontano!

Il Minotauro del XII canto dell'Inferno dantesco secondo William Blake

Il Minotauro del XII canto dell’Inferno dantesco secondo William Blake

Gli shmuergi

Gli shmuergi invece erano più rari e completamente diversi: imponenti centauri dalla testa taurina, erano abbastanza forti da rovesciare un carro o sfondare uno scudo con un pugno, anche se preferivano brandire clave delle dimensioni di un uomo con cui spazzavano il campo di battaglia. La terribile forza, unita all’intelligenza quasi umana che li rendeva in grado di apprendere e parlare altre lingue, ne faceva leader naturali per i piccoli e stolidi cugini, che guidavano con spietata brutalità.
[Il Trono delle Ombre, cap. 19]

Dopo aver scoperto le origini dei perfidi caproni, è tempo di apprendere qualcosa in più sui loro titanici cugini. Gli shmuergi, nome onomatopeico derivante dal loro mugghiare minaccioso, sono nati per compensare le piccole dimensioni degli shvaergi e fornire una leadership in grado di pianificare e coalizzarli fino a rendere gli uomini bestia una minaccia significativa. Per quanto di indole malvagia, infatti, il limitato acume dei piccoletti avrebbe impedito loro di stabilire alleanze e superare le dinamiche del branco allo scopo di perseguire un disegno superiore. Poiché cercavo una figura che avesse elementi in comune con l’immaginario di capre e arieti, pensare al toro è stato quasi automatico. Il toro, sinonimo di vigore fisico e sessuale, è presente nei pantheon di numerose civiltà del passato, in particolare del Mediterraneo e del Medio Oriente, ma anche dell’India. Pensiamo per esempio alla civiltà minoica cretese, patria del Minotauro, al dio Api egizio, oppure al dio Moloch adorato da alcune tribù della Palestina e dai fenici, al quale venivano offerti sacrifici umani rinchiudendo bambini e neonati nel ventre cavo della statua del dio per poi bruciarli vivi, o ancora al demone della lussuria Asmodeo, del quale si diceva possedesse una testa d’uomo, una di toro e una d’ariete, animali ritenuti lussuriosi, e che nel Medioevo veniva scacciato dalle coppie di sposi tramite tre giorni d’astinenza dopo le nozze, come raccomandato nel Libro di Tobia del Vecchio Testamento (in Francia per i frettolosi era possibile acquistare una deroga dalla Chiesa!). Dato che il toro non è normalmente associato alle foreste e il Minotauro è indissolubilmente legato al labirinto, l’ho unito al centauro, figura di origine greca metà uomo e metà cavallo, che nell’antichità simbolizzava la natura indomabile. I miti dipingono i centauri come soliti a lasciarsi andare a comportamenti rozzi, iracondi e a farli combattere brandendo armi primitive come le clave, erano quindi praticamente perfetti per una creatura possente e brutale come quella che cercavo.

È curioso notare come il ricco folklore dolomitico annoveri anch’esso un mostro taurino: si tratta del Mostro del Cridola, un monte dell’Oltrepiave, descritto come un animale peloso con grandi corna, simile a un toro furioso che insegue chiunque abbia la sfortuna di imbattersi in lui.

Sciamani e tribù

Una volta creati gli uomini bestia, bisognava attribuire loro una personalità e ciò mi ha consentito di attingere alla mia passione per i nativi americani, quelli che comunemente chiamiamo indiani sull’onda dell’equivoco di Colombo. La loro cultura infatti si prestava molto bene allo scenario che stavo creando: mi permetteva di sovrapporre le tribù ai branchi, aveva in comune con le genti delle Terre Selvagge un’economia basata sulla caccia e la raccolta, la tecnologia primitiva degli indiani era perfetta per gli shvaergi digiuni di metallurgia, così come le armi che impiegavano (mazze, accette, archi, coltelli, lance). Un tratto in comune con i primissimi abitanti delle Americhe era l’uso di seppellire i morti in giganteschi tumuli grandi come colline, che nel caso degli shvaergi sono diventati anche luoghi di culto in cui collocare menhir e altre pietre sacre per evocare gli spiriti degli antenati. Inoltre i rapporti tra i vari popoli dei pellerossa erano dinamici e turbolenti, segnati da antiche inimicizie, federazioni di tribù di ceppo comune o anche alleanze stipulate per fronteggiare un potente nemico, esattamente come volevo facessero gli uomini bestia nel coalizzarsi contro gli umani. Grazie al look fiero e accattivante dei guerrieri indiani, adorni di piume, pitture di guerra e trofei, ho potuto arricchire descrizioni altrimenti prive di armature, araldica o segni distintivi e quindi potenzialmente scialbe agli occhi del lettore. Ultimo ma non meno importante, nelle tribù indiane si praticavano riti sciamanici, anch’essi di sicuro impatto descrittivo e calzanti sul piano concettuale.

Questo tipo di credenze è caratterizzato da uno stretto contatto con gli spiriti della natura e degli antenati, presso i quali intercede lo sciamano, un individuo particolarmente dotato sul piano magico e psichico, in grado di interagire con entità ultraterrene, avere visioni ispirate dagli dèi, profetizzare il futuro, realizzare portenti, guarire i malati attraverso la cura dell’anima e persino resuscitare i morti. I rituali sono particolarmente suggestivi e sovente si basano sull’uso della musica come strumento per creare l’estasi necessaria a varcare i confini tra le dimensioni e raggiungere il mondo spirituale, perciò ho potuto annoverare il minaccioso suono dei tamburi come sottofondo delle battaglie degli uomini bestia, grazie alla presenza degli sciamani intenti a spronare gli shvaergi allo scontro e lanciare anatemi contro i nemici. Un’altra caratteristica interessante della religione dei nativi americani è il tema ricorrente della metempsicosi, ovvero della migrazione dell’anima da un corpo all’altro, anche tra specie diverse. Vi sono racconti del folklore indiano in cui si narra di giovani ritornati sotto forma di animali. Questo mi ha fornito uno spunto per giustificare la presenza degli shmuergi nelle comunità di shvaergi, che altrimenti sarebbe potuta apparire arbitraria: gli shvaergi credono alla loro morte il dio Tshagar li giudichi in base all’onore conquistato con le armi e che, qualora li reputi meritevoli, permetta loro di rinascere come shmuergi. Se un guerriero non viene ritenuto degno, si reincarna ancora come shvarg, fino a un massimo di sette volte. Lo shvarg che si macchi di codardia o che non riesca a compiacere il dio nel tempo concessogli, avrà invece l’anima disgregata, perdendo la possibilità di assistere e proteggere la propria stirpe. Gli shmuergi sono quindi accettati come guide e modelli perché si tratta dei guerrieri più esperti e valorosi delle generazioni precedenti.

Forse alcuni di voi avranno riscontrato un’apparente contraddizione tra la ricerca del valore personale e la descrizione in cui sono definiti “vili e facili alla fuga”, ma in realtà non è così: il prestigio di un combattente in una società di tipo tribale non si misurava secondo il metro adoperato da noi occidentali, da più di duemila anni assuefatti al concetto di guerra totale, annichilazione del nemico e disciplina ferrea. In quelle culture, generalmente caratterizzate da dimensioni demografiche esigue, l’incolumità dei combattenti aveva un valore molto superiore a quello attribuitole da noi, perché un conflitto condotto in maniera convenzionale avrebbe portato alla scomparsa dell’intera tribù nel giro di pochi anni, per carenza di cacciatori, difensori e maschi sessualmente maturi. I nativi americani, come tante altre società tribali del mondo, spesso non miravano necessariamente a uccidere l’avversario, quanto a dimostrare la propria superiorità, mettendo a segno colpi non letali (il cosiddetto “toccare colpo”, che veniva contato fino a quattro volte con importanza decrescente) oppure compiendo dimostrazioni di coraggio come fare bottino sotto il naso degli avversari, possibilmente senza subire perdite. Uno shvarg che non lotta fino alla morte in una battaglia campale, ma anzi fugge dopo l’urto iniziale, non è quindi necessariamente un vigliacco, semplicemente combatte secondo la propria mentalità. Ecco l’importanza degli shmuergi e degli sciamani: essi possono indurre i caproni a mutare atteggiamento e, grazie alla forza del numero, spingerli a superare i condizionamenti atavici. Vi sono esempi di questo tipo anche nella Storia umana, ma ne parleremo in un prossimo approfondimento incentrato proprio sugli uomini bestia e la guerra.

Spero che questo “making of” via sia piaciuto e soprattutto che abbia destato la vostra curiosità grazie alla varietà dei temi toccati. Come avrete visto, creare un mondo fantasy può essere persino più stimolante che scrivere il romanzo vero e proprio, perché spinge a scavare in ogni direzione e approfondire gli argomenti più disparati. Se c’è qualche punto in particolare che desiderate conoscere meglio, non vi resta che chiedere o passare subito alla lista delle letture consigliate, oggi più ricca che mai!

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Letture consigliate:

E. Gallo, Maghi, sciamani e stregoni, Piemme
V. Hyatt – J.W. Charles, Il libro dei demoni, Liguori
D. Dibona, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti, Newton
Alfredo Castelli, L’enciclopedia dei misteri, Mondadori
R. Messner, Yeti, leggenda e verità, Feltrinelli
D. Snow, Gli indiani d’America, Newton
G. Catlin, Il popolo dei pellerossa, Bompiani
J.E. Lewis, Alla conquista delle grandi praterie, Piemme

A chi volesse approfondire particolarmente il folklore dolomitico raccomando inoltre questi testi, sebbene non siano di facile reperimento:
G. Bastanzi, Le superstizioni delle Alpi venete, Dario de Bastiani editore (ristampa anastatica dell’originale del 1888)
M. Rosina, Leggende cadorine, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali
A. Nardo Cibele, Superstizioni bellunesi e cadorine, Arnaldo Forni editore
G. Alton, Proverbi, tradizioni e aneddoti delle valli ladine orientali, Arnaldo Forni editore (ristampa anastatica dell’originale del 1881)
D. Perco, La cultura popolare nel bellunese, progetto a cura di Cariverona spa

Infine vi segnalo una raccolta di racconti che considero carente sul piano stilistico, ma che potrebbe interessare a chi preferisca un approccio più moderno e informale:
M.F. Belli, Dolomiti e Magia, Ed. Dolomiti Cortina

Altre letture sui nativi americani:

J.L. Rieupeyrout, Storia degli Apache, Xenia
J.L. Rieupeyrout, Storia dei Navajo, Xenia
J.C. Ewers, I Piedi Neri, Mursia
R. D’Aniello, Dizionario degli indiani d’America, Newton
R. D’Aniello, La battaglia di Little Big Horn, Newton
R. Erdoes – A. Ortiz, Miti e leggende degli indiani d’America, Edizioni San Paolo

Carne di Vipera, Flagellanti e Fine del Mondo

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Ben ritrovati! Dopo la pausa ferragostana, è tempo di affrontare la seconda parte dell’approfondimento sulla Peste Nera, incentrato questa volta non sulla malattia e sulla sua macabra contabilità, quanto piuttosto sulle reazioni umane. Analizzeremo teorie, rimedi, paure e isterie di massa suscitati da quella che a molti sembrò essere la fine del mondo.

Albrecht Dürer (1471–1528), I Quattro Cavalieri dell'Apocalisse

Albrecht Dürer (1471–1528), I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.
[Apocalisse di Giovanni, 6, 7-8]

L’Europa del ‘300 era una terra fortemente religiosa (si contavano oltre 5mila monasteri), in cui la preghiera, i precetti e le festività cristiane avevano un’influenza molto maggiore di quella attuale sulla vita quotidiana e soprattutto sul pensiero della popolazione. La visione opprimente di un’umanità corrotta, gravata dal peccato e quindi costantemente passibile di dannazione eterna spinse molti a cadere in preda al panico quando, in concomitanza con il diffondersi dell’epidemia, si manifestarono eventi naturali che furono immediatamente collegati alla fine del mondo e alla venuta dell’Anticristo, preannunciata ben diciotto volte dal 34 al 1300 con tanto di nomi e cognomi, quasi sempre di sovrani o generali particolarmente invisi alla popolazione o alla Curia.

Il 25 gennaio del 1348 un violentissimo terremoto sconvolse il Friuli, radendo al suolo interi paesi, e causò ingenti danni anche a Venezia, Roma e persino a Napoli. In Carinzia la cittadina di Villach fu quasi spazzata via da una frana innescata dal sisma, che fu avvertito anche in Slovenia, Dalmazia e Germania. Era credenza diffusa, confermata anche da un luminare del tempo come Avicenna, che i terremoti liberassero gas venefici imprigionati nel sottosuolo, ragion per cui il terrore e la superstizione si alimentarono a vicenda e finirono col rendere ancora più spaventosa la già drammatica situazione. Non furono pochi coloro i quali videro nel terremoto un disegno divino volto a punire l’umanità per la sua condotta dissoluta, convinzione che si rafforzò quando nel cielo apparvero straordinari portenti. Ecco la testimonianza di Jean de Venette, carmelitano e docente di teologia a Parigi:

“Nell’anno del signore 1348 la Francia e quasi tutto il mondo furono colpiti dal destino in un modo che non è paragonabile a una guerra… Era il mese di agosto quando sopra Parigi, verso ovest, apparve una stella molto grande e brillante. Non sembrava, come normalmente è, che fosse sospesa in alto, sopra il nostro emisfero ma al contrario che fosse molto vicina. Tramontato il sole e scesa la notte io e altri confratelli che la osservavamo avevamo l’impressione che restasse immobile in quel punto. Con la meraviglia di tutti noi, alla fine questa grande stella si frantumò in molti raggi diversi, scomparve e si dissolse completamente. La sua luce svanì sui quartieri orientali di Parigi. Se si sia trattato solo di un astro formato da esalazioni e dissoltosi poi in vapori, vorrei lasciarlo giudicare agli astronomi. Ma è anche possibile che si trattasse solo dell’annuncio della terribile epidemia di peste che in realtà, poco tempo dopo, travolse Parigi, la Francia e altri paesi…”

All’epoca medici e dotti facevano grande affidamento sull’astrologia, poiché si credeva che i corpi astrali esercitassero un influsso sugli umori corporei, oltre che sul nostro pianeta. Studiosi francesi e italiani il 20 marzo 1348 osservarono quindi un terzo portento: un allineamento sfavorevole di Marte, Giove e Saturno in grado di risucchiare dal suolo e dalle acque esalazioni che, se inspirate, si accumulavano attorno al cuore e ai polmoni e ne causavano la putrefazione, trasmessa agli altri espirando gli effluvi necrotici.

Altri sinistri presagi furono riscontrati nel clima quando, nel giorno della festa dell’Ascensione, sul nord della Francia scoppiò la più violenta tempesta a memoria d’uomo. Ben presto cominciarono a diffondersi dicerie su apparizioni di Madonne piangenti che invitavano alla penitenza, mentre in Austria si abbatterono grandinate in corrispondenza di altre processioni e fu avvistata la Vergine della Peste, che fuoriusciva dalla dalla bocca dei morti e solcava il cielo come una fiamma azzurra.

La lettura del contagio come punizione divina si riscontra anche nelle fonti musulmane, che definiscono il morbo “spada della peste”, con un chiaro riferimento al suo ruolo di arma divina. Ibnul Khatib, entusiasta, osservò come migliaia di musulmani rinchiusi nell’arsenale di Siviglia (schiavi e prigionieri di guerra formavano il grosso dei rematori delle galee, le navi da guerra propulse dai remi che costituirono la spina dorsale delle flotte militari almeno fino al ‘600, e trascorrevano la cattiva stagione negli arsenali o nei “bagni”) fossero stati miracolosamente risparmiati e ne dedusse l’azione di una volontà superiore desiderosa di sterminare i miscredenti e salvare chi professava la vera fede. A quanto pare però furono in molti a interrogarsi su quale credo professare per salvare la pelle, perché ad Almeria diversi musulmani decisero di convertirsi affinché Dio li proteggesse (atto da non prendere alla leggera, visto che l’apostasia era punita con la morte), per poi tornare alla religione precedente quando si accorsero che la situazione tra i cristiani non era affatto più rosea.

E vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.
[Luca, 21, 11]

Nel tentativo di fermare il conto alla rovescia verso l’Apocalisse, si moltiplicarono messe, preghiere, processioni, esposizioni di reliquie e si invitò a una maggiore morigeratezza dei costumi. Il gioco d’azzardo venne bandito, si tentò di abbassare il numero di persone che “vivevano nel peccato”, invitandole a separarsi o sposarsi, e vennero puniti persino il lavoro domenicale, le veglie funebri e gli abiti a lutto, questi ultimi nella convinzione che fosse la paura del morbo a far ammalare le persone. Le campane che suonavano a morto, il pianto dei parenti per la perdita dei cari, i lamenti dei malati, i cortei funebri: tutte le manifestazioni esteriori della morte furono tacciate di causare il peggioramento del contagio perché inducevano suggestione in chi vi assisteva. L’immaginazione non aveva limiti né tra la gente comune, né tra gli uomini di scienza.

Nella pomposa enunciazione della teoria sviluppata dalla facoltà di medicina dell’università di Parigi su richiesta del Re, i membri del collegio spiegarono di aver identificato l’origine della malattia nell’Oceano Indiano, dove la lotta tra gli astri, i raggi solari e la calura del fuoco celeste portava alla formazione di coltri di nubi che potevano essere contaminate dalla presenza di pesci morti prima di spostarsi su regioni come l’Arabia, l’India, la Macedonia, l’Albania, l’Ungheria, la Sicilia e la Sardegna, dove affermavano non essere rimasto in vita nessuno. I medicini parigini si dissero certi che gli astri e il sole sarebbero intervenuti per preservare la razza umana e che la forza dei loro raggi avrebbe dissipato le nuvole mortifere entro dieci giorni. In quella data, il 17 luglio, tutti si sarebbero dovuti chiudere in casa, perché sarebbe caduta una pioggia avvelenata che avrebbe appestato la terra per tre giorni prima che il mondo tornasse alla normalità. Era cruciale che nessuno si esponesse alle precipitazioni né mettesse piede nei campi, mentre raccomandavano di accedere enormi falò a base di vite, alloro, incenso e camomilla per purificare l’aria, perché i profumi avrebbero contrastato la putrefazione. Consigliavano inoltre di evitare il pollame, gli uccelli d’acqua, i maialini da latte, la carne grassa e quella di manzo stagionata. Bisognava alimentarsi in modo frugale e nelle ore più fresche del giorno, soprattutto con alimenti magri arricchiti con spezie (per esempio brodo con pepe pestato e cannella), ritenute benefiche per la loro natura secca.

In generale, si riteneva che la peste nascesse dalle acque stagnanti, dai cadaveri in decomposizione e dall’eccesso di calore fisico, per cui bisognava evitare ogni tipo di sforzo (compresi i rapporti carnali, soprattutto quelli definiti “disonorevoli”), i bagni caldi, l’esposizione ai venti caldo-umidi provenienti da sud, nonché ridurre la quantità di sangue e scorie presenti nel corpo tramite frequenti salassi e clisteri.

"Venetian Doctor during the time of the plague" oil on Canvas. Jan van Grevenbroeck

“Venetian Doctor during the time of the plague” oil on Canvas. Jan van Grevenbroeck

I rimedi offerti dalla medicina del tempo, che non aveva fatto particolari progressi rispetto alle teorie di Ippocrate e Galeno risalenti a più di mille anni prima, brillano per varietà e fantasia, con una dovizia di particolari che oggi appare particolarmente curiosa. Un medico di Montpellier consigliò ai colleghi di coprire gli occhi dei malati con un panno, per evitare di doverne incrociare lo sguardo (ritenuto veicolo della peste polmonare) senza essere scortesi voltando loro le spalle durante la visita, inoltre nei giorni di particolare calura si doveva tenere una spugna imbevuta d’aceto davanti al naso, mentre in caso di freddo era meglio stringere nel pugno una miscela di ruta e cumino. In seguito i medici crearono la strana tenuta che potete ammirare nell’illustrazione, da me descritta nel capitolo 29 del Trono:

Poco dopo aver imboccato il viale che portava alla collina su cui sorgeva la villa, incrociarono due cavalieri che procedevano in senso inverso con andatura flemmatica. Erano vestiti di nero da capo a piedi, con grembiuli e guanti di pelle, una maschera di cuoio con occhiali di vetro e un lungo becco a coprire naso e bocca, alla cui estremità erano poste spugne imbevute di una mistura di mirra, legno di aloe, sandalo, ambra grigia e canfora disciolti in acqua di rose, ritenuta un valido rimedio contro il contagio.”

Dormire durante il giorno era giudicato malsano, così come mangiare frutta fresca (in particolare le pere) a meno che non fosse accompagnata da vino, che però doveva essere chiaro, leggero e allungato con un sesto d’acqua. Poiché l’aria ammorbata era calda e questa tende a salire verso l’alto, si raccomandò di collocare gli appestati su soppalchi e altre strutture sopraelevate, evitando così che l’alito pestilenziale venisse respirato dai parenti al loro capezzale. Quando il contagio era portato dal vento, bisognava nascondersi al piano terra delle case, mentre se saliva dal terreno a causa dei terremoti era più salutare risiedere nei piani nobili. La maggior parte dei medici e degli speziali (un po’ farmacisti, un po’ alchimisti, un po’ ciarlatani) era concorde nell’indicare l’acidità e il profumo come gli antidoti più efficaci, per cui si sprecano i consigli su gargarismi, lavaggi e impacchi a base d’aceto, mescolato con acqua di rose o con le sostanze più disparate, oltre a fumigazioni mattutine con fuochi di legno di quercia, ulivo, frassino, mirto, possibilmente resi più aromatici grazie all’uso di balsamo, sandalo, incenso, ginepro o alloro, le cui virtù agivano anche solo tenendone in bocca alcuni pezzetti. La spezia più efficace in assoluto era ritenuta essere la teriàca o triàca, una miscela di origine classica che poteva comprendere fino a ottanta ingredienti e che solo alcuni speziali selezionati potevano preparare. Considerata la panacea di tutti i mali, veniva prodotta una volta l’anno in pubblico, in modo che la cittadinanza fosse testimone della genuinità dei componenti, tra i quali vale la pena citare la carne di serpente e la polvere di rospo. Nelle zone rurali si dispensavano cure meno costose. Il bellunese Dionisio Colle suggeriva rimedi naturali come miscele di elleboro, fiori di pesco, centaurea minore, licopodio, zucchero e nettare, oppure succo di sambuco ed euforbia diluiti in latte di capra o ancora di succhiare lentamente corteccia di larice, pino o abete, le conifere tipiche della zona. La medicina fornì anche il pretesto all’origine dell’edonismo boccaccesco, poiché i trattati sulla peste sostenevano che “ridere, scherzare e festeggiare in compagnia” contribuisse a rafforzare l’organismo e ad allontanare i pensieri negativi che potevano far ammalare una persona con la sola suggestione, opinione suffragata da Siegmund Albich, medico personale del re di Boemia, nonché cattedratico praghese. Tale credenza resistette per secoli, tanto che ancora nel 1580 Mercuriale, professore di medicina a Padova, lodò i benefici della musica e dell’allegria, grazie alle quali si otteneva che “lo spirito e il corpo lottassero con maggior vigore contro la malattia”. L’edonismo non fu un fenomeno soltanto italiano o fiorentino, anzi in Germania diverse città dovettero emanare ordinanze per porre un freno alla decadenza dei costumi, agli eccessi di opulenza e agli sprechi con cui i più ricchi esorcizzavano la paura della morte di fronte alle notizie dell’imminente avvicinarsi della fine del mondo. Vi furono persino casi di persone che acquistarono preziose stoviglie soltanto per mandarle in frantumi in mezzo alla strada, dissipando tutto ciò che avevano!

Come abbiamo visto, la scienza si rivelò impotente, mentre il clero e le autorità furono spesso inadeguati di fronte alla tragedia, tutto questo mentre le voci della fine del mondo si facevano sempre più forti e insistenti. Come reagì la gente comune, privata di ogni tipo di guida temporale e spirituale, lasciata in balia di se stessa e terrorizzata dall’ira di Dio? Cadde preda di due demoni che si affacciano spesso nella Storia e ci affliggono ancora oggi: violenza e fanatismo.

Uno dei fenomeni più pittoreschi e drammatici associati a quest’epoca è quello dei flagellanti, confraternite di penitenti che si riunivano per pellegrinaggi della durata di trentatré giorni e mezzo, ovvero l’età di Cristo, durante i quali si sottoponevano a privazioni, mortificavano la carne con flagelli chiodati, chiedevano perdono per i peccati e predicavano il pentimento ovunque giungessero. Il loro movimento ebbe origine circa un secolo prima, facendo proseliti soprattutto nell’Italia centro-settentrionale, in Provenza, Austria e Germania. Sebbene fossero spesso guidati da chierici, la gerarchia ecclesiastica guardò con crescente sospetto al fenomeno, perché non di rado si accompagnava a predicazioni eretiche e, cosa ancora più temibile per la Curia, alla critica verso l’opulenza del clero, cui si rispose con una crescente repressione. Lo scoppio della Peste Nera riportò in auge il fenomeno, complici le predicazioni spesso mendaci di cui si facevano portatori i flagellanti: a Strasburgo essi annunciarono che un angelo aveva depositato a Gerusalemme una lettera in cui Cristo esprimeva sdegno per la condotta del genere umano e intimava di cambiare rotta, perché quello sarebbe stato l’ultimo avviso prima del Giudizio Universale. Sulla base di tale menzogna, la popolazione fu invitata alla penitenza, che per i flagellanti si traduceva in cerimonie pubbliche in cui le persone, grazie a una mimica corporea ben codificata, potevano confessare pubblicamente i propri peccati. Per esempio gli adulteri dovevano coricarsi su un fianco e gli assassini rotolare sulla schiena (immagino che i peccatori più incalliti facessero una sorta di break dance). Tutto ciò mentre i membri della confraternita marciavano in processione attorno alle chiese preceduti da croci, candele e bandiere, si prostravano, gridavano suppliche al cielo e si martoriavano con una frusta a cui erano annodati tre o quattro chiodi capaci di conficcarsi nella carne. All’inizio questi penitenti furono ben visti e accolti a braccia aperte, anche perché non pochi si mostrarono più retti e coraggiosi del clero, offrendosi per assistere i malati e seppellire morti quando nessun altro era più disposto a farlo. Col passare del tempo, però, l’evidente inutilità della mortificazione e la radicalizzazione del movimento portarono a una crescente ostilità nei confronti delle processioni, che trovarono sempre più spesso le porte cittadine sbarrate di fronte a sé. I flagellanti cominciarono a proclamare la santità propria e degli stracci macchiati del loro sangue, spacciati per reliquie, a Tournai girarono per ben nove giorni intorno alla città con in mano degli scorpioni e altrove giunsero ad attaccare il clero e gli abitanti di religione ebraica, che furono passati a fil di spada. Oltre agli eccessi religiosi, il movimento degenerò anche a causa dell’opportunismo di tanti che videro nelle processioni un’occasione per arricchirsi, perché la disciplina iniziale aveva ceduto il passo a un’anarchia fatta di saccheggi indiscriminati. Il crescente numero di pellegrini, che una cronaca francese stima in ottocentomila solo nei Paesi Bassi, portò alla loro messa al bando in moltissime città e in alcuni casi persino alla condanna a morte degli organizzatori.

L’esasperazione del popolino, fomentata dalle prediche estremiste e strumentalizzata dagli interessi politici ed economici, sfociò nelle persecuzioni antisemite più sanguinose dopo quelle naziste, a dispetto della formale (ma soltanto tale) protezione garantita loro dal Papa e dalle autorità. Gli ebrei, insieme a lebbrosi e altre categorie malviste, furono accusati di avvelenare i pozzi con miscele di sangue, urina, ostie sconsacrate ed erbe segrete, persino in luoghi in cui la peste non era arrivata. Non esistono cifre precise sugli eccidi, spesso perpetrati bruciando vivi gli ebrei nelle loro case (qualche volte incendiate da loro stessi pur di non dover subire il battesimo), ma sappiamo che ci furono centinaia di pogrom in tutta Europa e i morti furono sicuramente decine di migliaia, il tutto con la più o meno tacita connivenza delle autorità, interessate a incamerare i beni appartenuti ai perseguitati e alla cancellazione dei debiti verso i defunti, tra i quali vi erano molti prestatori di denaro (una delle poche professioni a essi consentite).

Dopo aver affrontato la Morte Nera e le sue conseguenze, molte delle quali comuni anche al Trono e al suo mondo, vorrei concludere con un breve excursus sulla peste di Giustiniano, per esemplificare come una grave epidemia possa mettere in ginocchio un impero, nella fattispecie quello bizantino. Tenetene conto, perché anche Colvian non sarà più la stessa!

La peste apparve in Egitto nel 541 e seminò morte per due anni, finché nel 544 l’imperatore non la dichiarò ufficialmente debellata. Le perdite furono incalcolabili: l’esercito che un tempo contava 645mila uomini, alla morte di Giustiniano I era ridotto a 150mila, nemmeno sufficienti per le guarnigioni delle fortezze di confine. Le casse erano vuote e nel corso dei decenni successivi i nemici avanzarono in Italia, nei Balcani, in Asia Minore e in Africa. Grandi strateghi come Belisario, Narsete e Maurizio riuscirono a respingere alcune invasioni e a riconquistare parte delle terre perdute, ma ormai il pendolo pendeva a sfavore delle ultime vestigia dell’Impero Romano, tanto più che a sud-est stava montando la marea islamica, che a partire dagli anni ’30 del VII secolo avrebbe rotto gli argini, dilagando fino a minacciare il cuore dell’Europa. Ci vollero secoli prima che Bisanzio fosse di nuovo in grado di estendere considerevolmente i propri confini, ma non arrivò mai più nemmeno ad avvicinarsi all’estensione dell’epoca di Giustiniano I.

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 Letture consigliate:

K. Bergdolt, La Peste Nera e la Fine del Medioevo, Piemme
M. Centini, Il Ritorno dell’Anticristo, Piemme
J.J. Norwich, Bisanzio, Mondadori