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Buongiorno a tutti! Quello di oggi è l’ultimo approfondimento dedicato al Trono, perciò ho deciso di abbandonare una volta tanto i temi storici per occuparmi di alcuni aspetti filologici e allegorici del romanzo, per darvi un’idea del tipo di lavoro svolto su questo fronte. Ci occuperemo della predestinazione e della sua influenza sulle scelte narrative, oltre ad analizzare il valore simbolico della montagna nell’opera e le motivazioni che mi hanno spinto a scegliere l’ippogrifo come stemma dell’Impero Colviano.

Le norne decretano il fato di un neonato, Johannes Gehrts, 1899

Le norne decretano il fato di un neonato, Johannes Gehrts, 1899

“E tu, Melkor, ti avvederai che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più remota fonte in me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto, perché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio strumento”

Non potrebbe esserci incipit migliore di questo brano del Silmarillion per cominciare a parlare del primo tema! Le opere di Tolkien trasudano studi filologici sulle civiltà del nord Europa, per cui è inevitabile che il fato rivesta un ruolo cruciale, seppure affiorino anche influssi cristiani, come puntualizzò l’autore stesso. La predestinazione era un pilastro della mentalità e del folklore degli antichi germani e dei norreni, abbracciava l’esistenza nel suo complesso, dalla vita dell’uomo al destino ultimo del cosmo. Secondo tale visione, tutti gli accadimenti erano preordinati da una forza superiore a quella degli dèi stessi, che anzi vi erano assoggettati come i mortali. Ogni singolo atto o fatto era una tessera di un mosaico più ampio, destinato a manifestarsi nella sua interezza soltanto alla fine dei tempi, quando era previsto un ciclo di distruzione e rinascita con un nuovo equilibrio. Il fato tendeva infatti a preservare in qualche modo gli equilibri cosmici, assicurando tramite la propria influenza che né il bene né il male potessero prevalere sul lungo termine, ma anzi si annichilissero l’un l’altro. È in quest’ottica, per esempio, che bisogna inquadrare il ruolo apparentemente schizofrenico di Loki, divinità del pantheon norreno ora impegnata ad aiutare gli Asi, ora a ostacolarli o persino a combatterli apertamente. Loki aiuta Thor a recuperare il martello Mjollnir quando gli viene rubato da un gigante ed è fratello di sangue di Odino, eppure non esita a far uccidere Baldr, il più buono e saggio tra gli asgardiani; è padre dei demoni più feroci e nella battaglia finale guida insieme a Surtr le forze del male contro gli Asi. Sembra che non vi sia logica nelle sue azioni, invece egli è lo strumento principe del destino: se non aiutasse Thor a recuperare la sua arma, il dio del tuono sarebbe inerme nella battaglia contro la Serpe di Midgard, figlia di Loki stesso; se non provocasse la morte di Baldr, questi non potrebbe tornare tra i vivi dopo il Ragnarok per guidare gli dèi della nuova era. Loki è quindi un portatore di caos nell’immediato, ma assicura l’equilibrio ultimo delle cose affinché il cerchio possa chiudersi e sia possibile una rinascita dalle ceneri del vecchio mondo. Prese una per una le sue azioni sono incoerenti, mentre la visione d’insieme rende manifesto il disegno del destino. A mio avviso, si possono riscontrare delle somiglianze con il ruolo di Gollum/Smeagol ne Il Signore degli Anelli, dato che l’hobbit corrotto oscilla tra il bene e il male, per poi rivelarsi strumento decisivo del fato quando mozza il dito a Frodo e precipita nel vulcano, proprio nel momento in cui il portatore dell’Anello soccombe al male e decide di tenerlo per sé anziché distruggerlo. La predestinazione, veicolata tramite la maledizione di Morgoth/Melkor, risulta evidente anche in un’altra opera di Tolkien, I Figli di Húrin. In questo libro, pubblicato postumo dal figlio Christopher a partire dalle bozze del padre, Túrin deve portare avanti un’incessante lotta contro le forze del male, avvitandosi in una tragedia senza fine a dispetto di tutti i suoi sforzi. Gli struggimenti e la volontà di Túrin e di sua sorella Nienor sono insignificanti a fronte della spietata forza dei meccanismi del fato, non c’è nulla che possano fare per rovesciare quanto stabilito per loro. La maledizione di Morgoth che affligge i due giovani sin dalla nascita ricorda il mito delle norne, divinità norrene appartenti a diverse razze: alla stirpe asgardiana degli Asi, a quella umana e anche a quella elfica, che recavano delle rune magiche incise sulle unghie e, come le moire e le parche della tradizione mediterranea, stabilivano il destino di uomini e dèi. Le più famose erano Urdr, Verdandi e Skuldi, che dimoravano presso l’Urdbrunnur, la Fonte del Destino, e accudivano l’albero cosmico Yggdrasill. Soprattutto tra i germani, la cui religione era una forma più primitiva di quella norrena, si credeva che esse apparissero alla nascita per predire il destino dell’infante. La predestinazione spiega anche perché si desse tanta importanza ai vaticini (persino Odino, il padre degli dèi scandinavi, vi fa spesso ricorso benché sia descritto come onnisciente): se il destino era stabilito a priori, nessuna azione avrebbe potuto mutarlo e quindi conoscerlo forniva tutte le risposte possibili, non solo degli scenari da evitare o da agevolare. Un corollario di questa concezione dell’esistenza era l’interpretazione nordica della fortuna: non si trattava di un capriccio del caso, ma di una vera e propria caratteristica che gli dèi – o il fato, a seconda delle tradizioni – elargivano a un personaggio e alla sua stirpe, in ragione del compito loro spettante nel disegno complessivo del cosmo. Un capo che si dimostrava oggetto della benevolenza divina doveva per forza essere destinato a grandi cose e perciò andava assecondato e obbedito ciecamente, anche se magari si trattava di un giovane privo di esperienza. Una caratteristica dei germani rispetto ai latini, infatti, era di dare maggiore enfasi all’anzianità e al valore della stirpe piuttosto che a quella dell’individuo, dato che si presumeva che questa passasse di generazione in generazione. Ecco perché mentre a Roma era importante il consenso del Senato (originariamente l’assemblea degli anziani) e le cariche più importanti richiedevano un determinato cursus honorum, tra i germani potevano assurgere alla guida di interi popoli dei guerrieri poco più che adolescenti. Nella nostra cultura la predestinazione ha invece scarsa rilevanza, se non come manifestazione di superstizione e fatalismo quando si afferma che un accadimento “era destino” di fronte a strane coincidenze. Ciò è dovuto al contrasto con le dottrine del libero arbitrio e della divina provvidenza propugnate dalla Chiesa, che si è battuta con vigore per sradicarla, in particolare dopo la Controriforma, aizzando l’Inquisizione contro chiunque la predicasse, dato che rientrava tra le convinzioni di Lutero e di altri protestanti. Non credo sia un caso che essa abbia attecchito nelle dottrine dei cristiani del nord Europa, dove era ancora forte l’influenza delle antiche convinzioni pagane. Ci sarebbero delle interessanti riflessioni da fare sulle ripercussioni sociali dei diversi approcci culturali in materia, soprattutto nel rapporto tra Stato e individuo e tra diritti e doveri! Esulano dallo scopo del blog per cui non le tratterò, ma vi invito a meditarci sopra.
Per quanto concerne il romanzo, ho scelto di sposare la predestinazione perché mi affascina il concetto di un enorme mosaico che prende forma giorno dopo giorno, in cui ogni azione va collocata su più livelli temporali e causali, sia sul piano del singolo e della sua vita, sia del ruolo che riveste nell’equilibrio complessivo della saga e del suo mondo. È una visione che asseconda la mia passione per la lettura della Storia come una concatenazione di cause ed effetti e della geopolitica come un grande gioco di pesi e contrappesi. Per questo ho scelto di non esplicitare, se non in minima parte, i processi psicologici dei personaggi, riservando maggiore spazio alle radici dei conflitti e ai meccanismi politici che regolano la vita dell’Impero e degli stati limitrofi sul piano “macro”. Oltre alle motivazioni filosofiche, hanno influito anche i miei gusti come lettore: prediligo opere in cui siano le azioni e le sfumature a far trasparire lo stato d’animo dei protagonisti, senza paginate di prevedibili elucubrazioni da flusso di coscienza novecentesco. Comunque sia, più di un lettore mi ha fatto notare che avrebbe preferito maggiore trasparenza in tal senso, perciò in futuro sarò meno ermetico sull’interiorità dei miei personaggi, anche per evitare sospetti sul fatto che la caratterizzazione psicologica non sia presente perché trascurata.

Il versante settentrionale della Croda da Lago fotografato dalla zona delle Cinque Torri, foto di Nicolò Miana

Il versante settentrionale della Croda da Lago fotografato dalla zona delle Cinque Torri, foto di Nicolò Miana

“Sulla cima di una vetta senza nome, Yanvas strinse a lungo il dono di Sylia. Meditò per ore, mentre la tormenta accumulava la neve contro la sua sagoma immobile. Infine sciolse il laccio di seta e lasciò che il vento spazzasse via ogni ricordo dell’unica donna che avesse amato veramente. Quello di Sylia era uno spettro che si stava lasciando alle spalle insieme al suo ultimo barlume di umanità, sostituito da altre presenze molto più sinistre.”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 34]

Passiamo al secondo tema di oggi, le valenze simboliche della montagna nel romanzo! Tra i vari scenari ho scelto questo perché mi è caro, dato che nel Trono ho descritto i colori, i profumi e i panorami dei boschi e delle montagne della mia zona, pur con qualche modifica (soprattutto di natura geologica, dato che altri tipi di rocce mi offrivano maggiori opportunità in termini di risorse minerarie). La montagna ha sempre suscitato emozioni contrastanti nell’uomo, dal fascino per la manifestazione di forza della Terra (o degli dèi), alla soggezione verso una regione misteriosa e  talvolta invalicabile. Bisogna tenere conto che l’alpinismo come sfida ed esplorazione delle cime è nato solo alla fine del XVIII secolo, mentre prima la conoscenza dell’uomo si limitava alle zone più accessibili, oggetto delle attività agro-silvo-pastorali tipiche dell’economia rurale. Per giunta parliamo di epoche in cui la maggior parte delle persone si muoveva in un raggio di pochissimi chilometri nel corso di tutta la propria vita! I sacerdoti di alcune religioni, in particolare gli sciamani, invece vi si recavano a cercare visioni e quindi raggiungevano località più remote, ma avevano tutto l’interesse ad accrescere il misticismo che avvolgeva le cime. Le alture erano infatti il luogo d’eccellenza per l’incontro tra cielo e terra, una sorta di unione dei principi maschili e femminili, pertanto si riteneva che permettessero di avvicinarsi maggiormente agli dèi. Questo non solo nelle religioni sciamaniche, per esempio quella dei mongoli cui abbiamo accennato la settimana scorsa, ma anche in quelle classiche. Non è un caso che il monte Olimpo fosse ritenuto la dimora delle divinità greche. Nelle culture del Nord esse ospitavano creature mostruose e malvagie come i giganti e i nani, legati gli uni agli aspetti più primitivi e selvaggi della natura, gli altri al mistero celato nelle viscere della terra, di cui la montagna era la manifestazione più imponente. Le zone montuose hanno rappresentato spesso un limite naturale per i popoli antichi: al di là di esse c’era l’ignoto o, peggio, nemici sbucati dal nulla che potevano riversarsi attraverso i valichi per seminare morte e distruzione. La montagna segnava il confine tra la sicurezza e la paura (anche solo del diverso), non deve quindi sorprendere che questa valenza sia stata estesa a quello tra l’ordinario e il sovrannaturale. Da qui il fiorire di leggende sui vari mostri che ne popolavano gli anfratti, pensiamo all’om selvarech o alle anguane, ai quali ho dedicato l’approfondimento sulle origini degli Uomini Bestia (potete trovarlo qui), oppure alle leggende sugli ingressi degli inferi o sugli spiriti che dimoravano nelle grotte. Se scalare una montagna significava avvicinarsi al divino, scendere nelle sue profondità equivaleva a esplorare gli aspetti più misteriosi dell’esistenza, perciò nel mito divenne un’allegoria del viaggio alla ricerca di se stessi. L’eroe che sfida l’ignoto, entrando nell’antro del mostro e inoltrandosi nelle tenebre, simboleggia la ricerca interiore, la determinazione a vincere paure e incertezze per purificare l’anima e fare luce sulla reale natura dell’uomo. Il mostro, orco o drago che sia, incarna i demoni che si agitano dentro di noi, che devono essere sconfitti prima di impossessarsi del tesoro, il quale a sua volta è un’allegoria dell’arricchimento interiore derivante dall’essersi affrancati dagli aspetti più meschini dell’esistenza. Secondo alcuni studiosi, a tutto ciò si sovrappone la visione della cavità nella montagna come di un secondo grembo materno, dal quale l’eroe rinasce una volta approdato a un livello superiore di conoscenza. Attingiamo ancora una volta a Tolkienii e pensiamo a uno dei passaggi a mio avviso più suggestivi de Il Signore degli Anelli, la traversata di Moria. La neonata Compagnia dell’Anello viene respinta dalla forza della natura e rinuncia a valicare il Caradhras, per cui deve ripiegare su una via sotterranea e quasi dimenticata, attraverso le sale in rovina dell’antico regno nanico di Khazad-Dum. Lo si può interpretare come il destino che impedisce alla Compagnia di oltrepassare i propri limiti per spingerla ad esplorarli. Nel corso del viaggio sotterraneo, l’ingenuità di Pipino desta orde di nemici, fino allo scontro tra Gandalf e il Balrog, nel quale entrambi precipitano nel vuoto e sono dati per morti. La Compagnia ne riemerge provata, orfana della guida che rappresentava una sorta di padre, e deve ritrovare una propria coesione, un’autonomia d’azione e pensiero di cui prima era priva (infatti poi il male riuscirà a corrompere Boromir). Percorrere l’abisso è quasi una metafora della crescita, con la Compagnia che vi entra tenuta per mano e ne esce vacillante, indipendente come un giovane adulto, consapevole di poter sconfiggere i nemici se resta unita e della necessità di non agire più in modo avventato, perdendo la spensieratezza che ha causato l’attacco dei goblin. Lo scontro con il Balrog richiede il sacrificio di Gandalf, il quale viene a sua volta purificato dallo scontro, come simboleggia il successivo passaggio dal grigio al bianco. Ricerca (o anche solo la “cerca” di arturiana memoria), scontro con i propri demoni e superamento dei limiti, gli ingredienti del mito ci sono tutti. E nel Trono? Vorrei soffermarmi in particolare su due scene, quella delle visioni di Yanvas mentre bivacca nell’Helgrind con le vesti nere, e quella in cui si separa dal pegno di Sylia. Nella caverna dell’Helgrind, ispirata a quella che secondo i norreni ospitava un sentiero infestato dalle anime di stregoni e veggenti, Yanvas entra in contatto con il lato più oscuro della sua nuova natura, il legame con il mondo dei morti. Al contrario degli eroi del mito, però, non è ancora pronto ad affrontare o almeno a domare i propri demoni, per questo in un primo momento li rifiuta e poi sceglie la fuga verso la superficie, limitandosi a negare ciò che ha percepito nella grotta e quindi, metaforicamente, dentro di sé. La seconda scena invece si svolge su una cima, perché il percorso attraverso le montagne ha permesso all’isir di portare a termine un processo di elaborazione interiore troppo a lungo rimandato. Ha ottenuto vendetta per i torti subiti, ma nel farlo è stato consumato dall’odio e ha dovuto sporcarsi le mani con il sangue delle persone a lui più care, perciò l’interminabile marcia attraverso le montagne gli ha fornito l’occasione per meditare, per accettare la natura maledetta di isir e gli spettri che si porta dentro, oltre a quelli che lo circondano. È questo processo di maturazione a far sì che possa lasciarsi parte del vecchio Yanvas alle spalle e che cominci a pianificare una nuova esistenza, nella quale trarre vantaggio dal suo potere, anziché rimpiangerne il prezzo. Gettare via il pegno di Sylia è una metafora della rinuncia all’umanità, e per farlo Yanvas si porta il più vicino possibile agli dèi, perché da quel momento sente di avere più in comune con l’ultraterreno che con i mortali. Se ci fate caso, la parabola del legato colviano s’interrompe poco sotto una cima, perché da semplice uomo non potrà mai arrivare al vertice, mentre quella dell’isir prende l’avvio proprio da una posizione dominante che in precedenza gli era stata negata. Ancora una volta, un cerchio si chiude.

Ruggero salva Angelica, illustrazione di Gustave Doré per l'Orlando Furioso

Ruggero salva Angelica, illustrazione di Gustave Doré per l’Orlando Furioso

“Non è finto il destrier, ma naturale,
ch’una giumenta generò d’un grifo:
simile al padre avea la piuma e l’ale,
li piedi anteriori, il capo e il grifo;
in tutte l’altre membra parea quale
era la madre, e chiamasi ippogrifo;
che nei monti Rifei vengon, ma rari,
molto di là dagli aghiacciati mari.”
[Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto IV]

Veniamo ora al terzo e ultimo tema di oggi, una piccola curiosità: la scelta dell’ippogrifo come stemma dell’Impero Colviano. Mentre per l’araldica eidr ho attinto alla tradizione norrena e per altre nazioni mi sono basato sulla loro cultura di riferimento o sulla loro storia, per l’Impero volevo qualcosa di ancora più particolare, alla luce del suo ruolo preponderante. Data l’impronta romana, le insegne avrebbero beneficiato della presenza di un rapace fantasy che ne richiamasse le aquile, ma preferivo evitare i grifoni, affascinanti quanto abusati. A quel punto mi è venuta in aiuto la letteratura italiana, perché mi sono ricordato di un mostro nato non dai miti dell’antichità, ma dalla fantasia dell’Ariosto: l’accoppiamento improbabile tra un grifone e un cavallo. Dico improbabile perché in passato si riteneva che i due animali fossero nemici naturali, aspetto che si adattava al mio desiderio di sposare la ricerca storica per il background con la libertà e l’inventiva del fantasy, elementi in apparente antitesi. Nel mio caso, l’influenza della Storia e delle meccaniche geopolitiche rappresentava il cavallo: sicuro, affidabile e con i piedi per terra, mentre lo slancio fantastico si librava senza costrizioni nelle vesti del grifone. Il fatto che la descrizione letteraria della creatura venisse da un autore italiano mi ha convinto ancora di più, proprio perché, con questo tipo di approccio, speravo di portare qualcosa di un po’ diverso nel panorama nostrano di un genere ancora guardato con sufficienza persino in ambito editoriale.

Anche l’ultimo approfondimento è giunto alla fine! Spero che in questi mesi abbiate trovato nuove chiavi di lettura per il Trono e soprattutto la voglia di approfondire alcuni dei temi proposti, per iniziare un percorso tra le pagine della Storia a caccia degli insegnamenti e dei moniti che celano. Da parte mia vi ringrazio per avermi seguito, sono molto contento di come le visite giornaliere siano cresciute costantemente fino a decuplicarsi rispetto agli esordi, perciò mi auguro che ci ritroveremo presto per parlare di un nuovo romanzo! 🙂

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i Rispettivamente “Destino”, “Ciò che diviene” e “Debito/Colpa”.

ii Mi riferisco sempre a lui perché le sue opere incarnano indiscutibilmente il fantasy come rielaborazione del mito, a differenza dei tòpoi letterari degenerati in cliché in seguito all’abuso commerciale – e spesso ignaro delle origini e dei significati – tipico dei decenni successivi.

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