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Buongiorno a tutti e ben ritrovati! Oggi parleremo dei Khaztan, i famigerati guerrieri delle steppe sulla cui sconfitta Drelmyn Marvilien ha costruito la propria carriera politica. Come avrete intuito leggendo il Trono, i Khaztan si ispirano ai popoli nomadi dell’Asia centrale e soprattutto ai mongoli del XIII secolo, famosi per le conquiste di Gengis Khani. Cavalcando al loro fianco, li seguiremo dalla Cina alle pianure ungheresi, dal gelo di Novgorod alla canicola di Baghdad, e attraverseremo i secoli dal tardo impero romano al Novecento, a caccia degli ultimi lasciti di questi straordinari guerrieri.

Arcieri a cavallo tartari si scontrano con lancieri cosacchi, Jozef Brandt, 1890

Arcieri a cavallo tatari si scontrano con lancieri cosacchi, Jozef Brandt, 1890

“La migliore fortuna di un uomo è cacciare e sconfiggere il nemico, impadronirsi di tutte le sue ricchezze, lasciare gementi e piangenti le sue spose, cavalcare i suoi castroni e usare il corpo delle sue donne come veste da notte e come sostegno.”

Se siete appassionati di film fantasy, questa citazione vi ricorderà sicuramente una memorabile battuta di Schwarzenegger nei panni di Conan il Barbaro, ma non si tratta di un colpo di genio dello sceneggiatore. Non vi ho ripetuto più volte che ormai s’inventa ben poco? Queste parole infatti furono pronunciate da Gengis Khan, il condottiero nomade più famoso e temuto assieme ad Attila e Tamerlano! La nostra civiltà tende a fare poche distinzioni in proposito, accomunando la miriade di popoli diversi in nome dello stile di vita simile, ma questo va ascritto in massima parte alle differenze culturali tra gli europei e degli invasori che essi non erano in grado di capire né di fermare, più che a un’effettiva uniformità da parte di questi ultimi, che anzi non di rado erano o erano stati feroci avversari. La demonizzazione del diverso si sommò a quella del nemico, poiché la maggior parte delle nostre fonti storiografiche fu testimone delle distruzioni perpetrate sulla soglia dell’Europa, ma non dei progressi seguiti alle guerre nel cuore dell’Asia, dei quali comunque beneficiò l’intero commercio mondiale. Come sempre quando si trattava di “barbari”, le cifre sui massacri e la gratuità delle distruzioni furono esagerate per fare gioco alle idee di chi scriveva, poiché sminuivano l’onta delle sconfitte ed enfatizzavano la grandezza delle poche vittorie. Nacquero persino vere e proprie leggende su fatti lontani e assai vaghi: i trionfi mongoli sugli eserciti musulmani fecero credere ai crociati che il fantomatico Prete Gianni stesse marciando loro incontro dalle Indie, deciso a stringere il Califfato islamico in una morsa letale. Un secolo più tardi, il sanguinario Tamerlano divenne inviso persino alle fonti musulmane perché, anziché volgere le armi soltanto verso gli infedeli, combatté a lungo contro i propri correligionari.
Del resto il conflitto tra popoli nomadi, cacciatori e allevatori, e i popoli sedentari dediti all’agricoltura è antichissimo e insito negli opposti modi di vivere, l’uno incentrato sullo spazio, l’altro sul tempo. Credo non sia un caso che tra i danni arrecati dalle orde si annoveri la distruzione dei sistemi d’irrigazione dei popoli circostanti, in buona parte mai più ripristinati. Alcuni storici ritengono che lo sviluppo di una cultura guerriera sia implicito nelle pratiche dettate dalla pastorizia, poiché essa richiede di imparare a dominare il gregge, raggrupparlo, sospingerlo nella direzione voluta, identificare gli esemplari più deboli e, quando necessario, tagliarli fuori dal grosso del branco per ucciderli in maniera efficiente. In pratica accerchiare, aggirare o dividere il nemico, scoprirne i punti deboli e colpirli in modo spietato, tattiche indispensabili per armate manovriere come quelle basate dapprima sui carri da guerra e successivamente sui cavalli (i primi esemplari erano troppo deboli per portare in groppa un guerriero). La mobilità superiore rispetto al nemico si traduceva nella possibilità di tenersi lontani dalla mischia, perciò l’arma d’elezione per i popoli delle steppe divenne lo strumento con cui cacciavano: l’arco. La necessità di una grande potenza unita a dimensioni contenute portò alla nascita, già nel II millennio a.C., dell’arco composito. Si trattava di armi in cui al legno si aggiungevano strati contrapposti di fasci di tendini e lamine di corno, incollati con una mistura ottenuta bollendo tendini, pelle, lische e squame di pesce, che impiegava più di un anno per seccarsi. Questa particolare struttura era in grado di sviluppare una potenza paragonabile a quella degli archi lunghi comparsi in Europa quasi tremila anni dopo! Manovrabilità e letalità degli arcieri a cavallo furono i pilastri su cui tutti gli eserciti dell’Asia centrale costruirono le proprie fortune, dai cimmeri e dagli sciti che misero in ginocchio l’impero assiro nel VII secolo a.C., ai mongoli che conquistarono mezzo mondo nel XIII d.C.. Le tattiche si raffinarono, ma non cambiarono in maniera sostanziale: gli unni di Attilaii attaccavano schierati in un’ampia mezzaluna ed erano abilissimi a fingere di andare in rotta, per poi scatenare una letale pioggia di frecce sugli inseguitori, e lo stesso facevano i mongoli otto secoli più tardi, con il medesimo successo. Al riguardo considero le armate timuridi quasi un discorso a parte perché, sebbene all’inizio Tamerlano abbia combattuto in maniera tradizionale, in seguito diede vita a un apparato militare variegato, formato da reparti specializzati delle innumerevoli terre sotto il suo dominio (compresi gli elefanti da guerra indiani), e non disdegnò l’uso estensivo di fanteria e di campi trincerati per ostacolare gli avversari. Inoltre Timuriii superò la consueta suddivisione dell’armata in tre parti e ne adottò una molto più complessa e modulare, come vedremo poi.

La carovana di Marco Polo percorre la Via della Seta, illustrazione del 1375

La carovana di Marco Polo percorre la Via della Seta, illustrazione del 1375

“Quanto alla popolazione, [al-Sara] comprende diverse comunità: quella dei mongoli, ovvero gli indigeni al potere, alcuni dei quali professano la religione musulmana, quella degli osseti, che sono musulmani, e poi quelle dei Qipchiaq, dei circassi, dei russi e dei bizantini, che sono tutti cristiani. Ogni comunità abita in quartiere proprio ove hanno sede i suoi mercati, mentre gli stranieri originari dei due Iraq, dell’Egitto, della Siria e di altri paesi, e anche i mercanti, abitano in un quartiere circondato da mura per proteggere le merci di questi ultimi.”
[Ibn Battuta, I Viaggi]

Abbiamo visto quali fossero le similitudini nel modo di combattere, ma quali erano le differenze? Moltissime! L’Asia centrale era un calderone ribollente nel quale si riversavano influenze da ogni angolo del mondo e dove s’incontravano numerose etnie. Vi erano popoli iranici, turchi, mongoli, ugro-finnici, cinesi e altri ancora, tutti divisi in tribù in lotta tra loro e con tutti gli altri: merkiti, sarmati, sogdiani, keraiti, uiguri, tanguti, selgiuchidi, tatari (per lungo tempo confusi con i mongoli stessi), manguti, bulgari, avari, alani, peceneghi e mille altri. Nel VII secolo d.C. persino i tibetani spinsero le loro conquiste fino a quest’area. Le religioni praticate erano innumerevoli e il proselitismo religioso era incessante, con una concorrenza spietata tra i vari missionari (gli inviati del Papa si lamentarono spesso dell’intraprendenza dei loro omologhi nestoriani): buddisti, musulmani, cristiani nestoriani, cattolici, zoroastriani, manichei, taoisti e culti sciamanici convissero per secoli nelle città lungo la Via della Seta. Pochi aneddoti possono valere più di molte parole: Gengis Khan credeva nelle pratiche sciamaniche degli antenati, eppure da vecchio amava dissertare di teologia con il dotto taoista cinese Qiu Chuji, con gli ulema musulmani delle città che visitava e con Yeluchucai, un mongolo buddista di cultura cinese. I suoi burocrati più fidati e gli scribi di corte erano uiguri, gli esattori delle tasse musulmani arabi e corasmiani e i maestri di tecniche d’assedio erano cinesi. Sembra una barzelletta, invece è la prova dell’apertura mentale e della capacità di questo condottiero di scegliere quanto di meglio ogni civiltà potesse offrire a lui e al suo impero.
Spesso i nomadi ci vengono descritti come barbari cenciosi, che facevano frollare la carne sotto la sella e partivano alla carica urlando come indemoniati, assetati di sangue per il puro piacere di uccidere, oppure come dei sempliciotti da ammansire con scaltrezza. Non è così. Attila, per esempio, non risparmiò l’Italia per intercessione di papa Leone I, quanto piuttosto perché di fronte a sé aveva una terra in cui la carestia aveva lasciato poco da saccheggiare, i suoi uomini erano piagati da un’epidemia e perché una spedizione dell’Impero Romano d’Oriente minacciava i suoi possedimenti ungheresi. Si trattò di calcolo politico, non del capriccio di un cavernicolo irretito dalle preghiere.
Le differenze tra i vari popoli si estrinsecavano sia nei piccoli dettagli della vita quotidiana sia nelle questioni strategiche: unni, turcomanni e la maggior parte delle tribù combattevano durante la bella stagione, invece i mongoli attaccavano in pieno inverno (persino in Russia, dove furono gli unici a non soccombere al gelo), quando i fiumi e i laghi ghiacciati si trasformavano strade, e si ritiravano con il disgelo, dato che il fango impediva di manovrare in maniera efficace. Gli eserciti timuridi costruivano bagni negli accampamenti, in modo che i soldati potessero compiere le abluzioni prescritte dal Corano, mentre i mongoli punivano in maniera severissima chiunque si lavasse in un corso d’acqua o vi urinasse dentro. Per loro l’acqua dei fiumi era un bene prezioso, usarlo per l’igiene personale era folle. Non a caso le fonti sono unanimi nel descrivere l’odore rivoltante dei mongoli, aggravato dall’abitudine di pulirsi le mani sui gambali dopo ogni pasto.

Lancieri della cavalleria pesante mongola, XIII-XIV secolo. Notare le armature lamellari

Lancieri della cavalleria pesante mongola, XIII-XIV secolo. Notare le armature lamellari

“Colui che desidera abbracciare la sposa della regalità, deve baciarla attraverso il filo tagliente della spada.”
[Tamerlano]

È un errore frequente ritenerli primitivi solo perché rozzi, quando in realtà erano guerrieri efficientissimi. Oltre all’arco composito, utilizzavano selle con struttura in legno e un’altra invenzione probabilmente di origine cinese, la staffa metallica. Nel mondo del Trono, questi finimenti hanno avuto origine nelle terre del Darulab e da lì si sono diffusi in seguito all’esodo della popolazione: prima ad Ailearth, non a caso dotata di una temibile cavalleria pesante, e poi tra i Khaztan, loro confinanti nell’impero rifondato a nord del Mare del Serpente. La staffa metallica garantiva agli arcieri a cavallo un equilibrio più stabile, lasciandoli liberi di usare le mani per scoccare frecce, e, unita all’arcioneiv, aumentò l’efficacia della cavalleria pesante, perché consentì il passaggio dalla lancia impugnata a quella imbracciata, tecnica con cui i cavalieri potevano scaricare sul bersaglio tutta la loro forza d’urto. La sella rigida e la staffa metallica furono introdotte in Europa proprio dagli Avari nel VI-VII secolo e alcuni storici ritengono che questo evento rappresenti una pietra fondante del sistema feudale, perché l’affermazione della “shock cavalry” come arma predominante spinse alla nascita di una casta di guerrieri di professione e all’assegnazione delle terre necessarie per mantenere armi e destrieri.
Le orde mongole erano in grado di avanzare per oltre cento chilometri al giorno per settimane, praticamente senza mai scendere di sella. Ogni guerriero portava con sé tre o quattro cavalli da montare a turno, in modo che fossero sempre freschi. Si nutriva con pappa di miglio, carne essiccata e con circa due litri al giorno di una specie di yogurt, ottenuto versando acqua sul latte cagliato in polvere. Veniva preparato ogni mattina, prima di porre l’otre sotto la sella in modo che la bevanda si mescolasse durante la marcia. Quando le esigenze belliche non permettevano nemmeno questo, i mongoli incidevano il collo del proprio cavallo e ne succhiavano il sangue. Pare che mangiassero persino i pidocchi trovati nella barba e, in casi estremi, i propri morti (questa potrebbe essere un’invenzione delle cronache straniere, non la prenderei come oro colato). Non temevano il freddo, anzi erano in grado affrontare il gelo dell’inverno russo coperti solo da un paio di pellicce, indossate una con il pelo verso l’interno e l’altra verso l’esterno, per massimizzare l’isolamento. I capi indossavano pelli di lupo, orso o animali pregiati come lo zibellino, mentre i guerrieri più umili si accontentavano delle pelli di cani e lepri. Se l’obbiettivo si trovava oltre una regione desertica, si dividevano in gruppi più piccoli che seguivano itinerari diversi, oppure partivano a intervalli di tempo tali da non prosciugare le oasi lungo la strada. Ogni soldato mongolo portava con sé due archi di diverse dimensioni, a seconda della distanza d’ingaggio del nemico, e svariati tipi di frecce: più leggere con punta sottile per i tiri a lungo raggio, oppure più pesanti e con punta a cuspide per quelli a breve distanza o contro bersagli meglio protetti. Tra i soldati timuridi era diffuso anche un terzo tipo di dardo, che produceva un sibilo durante il volo e per questo era utilizzato per lanciare messaggi o per gettare nel panico i bersagli. Si trattava di professionisti della guerra, inquadrati in una gerarchia simile a quella moderna. I segnali per trasmettere gli ordini venivano dati tramite insegne, i tugh di ossa di pecora e code di yak, oppure con lanterne se era buio, o ancora con enormi tamburi trasportati in groppa a cammelli battriani. Le unità erano organizzate su base decimale, in modo che ognuno dovesse rendere conto solo al proprio superiore diretto e che nessun ufficiale dovesse mai occuparsi di più di dieci uomini, soglia giudicata ancora oggi prossima al limite di quante persone si possano controllare con efficacia sotto stress. Dieci cavalieri formavano un arban; dieci arban costituivano uno jagun, dieci jagun un minghan e dieci minghan davano origine a un tumen di diecimila cavalieri, la singola unità più grande impiegata dai mongoli. Mutatis mutandisv, tale suddivisione non si discosta da quella attuale, ovvero squadra, plotone, compagnia, battaglione, reggimento, brigata, divisione. La disciplina era ferrea e la resa non era contemplata. Se uno o più membri di un arban si arrendevano o fuggivano, tutta l’unità veniva giustiziata per punizione; se a fuggire erano uno o più arban, l’intero jagun veniva passato per le armi. Se alcuni guerrieri si lanciavano all’assalto e gli altri esitavano a seguirli, questi venivano messi a morte. Le minime infrazioni venivano punite con un numero crescente di bastonate e, nel caso della guardia scelta del Khan, dopo la terza si andava incontro all’esilio. Anche fermarsi a fare bottino durante la battaglia era passibile di morte. Insomma i mongoli si premuravano di cancellare due tratti salienti della guerra tribale, la tendenza a fuggire di fronte alle prime perdite e quella a fare bottino per arricchirsi a scapito degli altri. L’altra caratteristica delle società tribali, ovvero l’avversione alla guerra di sterminio per ragioni demografiche, invece era scomparsa da molto tempo. La steppa era un ambiente duro, dalle condizioni estreme, e le genti che la popolavano applicavano il principio mors tua, vita mea. Per esempio, sebbene per i mongoli bere e mangiare molto fosse segno di forza e le loro sbronze a base di kumyssvi fossero leggendarie, gettare via un osso con ancora della carne attaccata era una grave offesa, perché si insultava la generosità dell’ospite sprecandone il cibo. Pare che presso alcune tribù i bambini dovessero persino contendere gli avanzi ai cani, per insegnare loro fin da subito quanto fosse dura la vita. Non sorprende quindi che le orde non si facessero scrupoli nel versare fiumi di sangue pur di prevalere. La lealtà nella steppa era merce rara, perciò schiacciare il nemico era più sicuro che covare delle possibili serpi in seno. Gengis Khan discendeva da sovrani e capi, eppure dovette partire dal nulla perché alla morte di suo padre quasi tutti gli alleati lo abbandonarono, lasciandolo in miseria. Era ancora un ragazzino quando uccise un fratellastro, ufficialmente perché affamava la famiglia, ma più probabilmente per eliminare un rivale. In seguito dovette combattere per salvare la moglie Borte, rapita dalla tribù a cui suo padre Yesughei aveva sottratto la propria anni prima. I rancori covavano per generazioni, nessuno era mai al sicuro. Sia Gengis Khan che Tamerlano dovettero fuggire o subire rovesci nei primissimi anni della loro ascesa, proprio perché un capo alleato poteva mutare bandiera da un giorno all’altro. Questo genere di mentalità fu anche la causa del crollo dei loro imperi, perché i sottoposti erano vincolati alla persona, non all’istituzione: alla morte del khan, tutti erano liberi di rinnovare la propria fedeltà al successore oppure di prendere armi e bagagli e andarsene. Quando il quriltai, l’assemblea dei capi, eleggeva un nuovo khan, la tradizione consentiva ai fratelli in disaccordo di dichiarargli guerra per contestarne l’investitura. E anche se un khan non doveva fronteggiare opposizioni, gli spettava soltanto la gestione complessiva del territorio, che andava spartito tra i membri della famiglia. Ciò portò a una progressiva perdita di coesione tra le varie regioni degli imperi, acuita dalle differenze etniche e religiose, fino alla disgregazione nel giro di poche generazioni. Sebbene alcune branche, come i mongoli della dinastia Yuan di Kubilay Khan in Cina oppure l’Impero Mughal di origini timuridi in India, siano state più longeve, si trattava di stati con un’identità diversa da quelle originaria.

 Arcieri a cavallo mongoli inseguono i nemici in fuga, XIV secolo

Arcieri a cavallo mongoli inseguono i nemici in fuga, XIV secolo

“Oggi, miei prodi, è un giorno di ballo per i guerrieri. E voi sapete che la sala da ballo degli eroi non è altro che il campo di battaglia; le grida di guerra sono le canzoni che vi si cantano e si danzano, e il vino che vi si beve è il sangue del nemico.”
[Tamerlano]

Mentre le prime invasioni dei nomadi furono migrazioni di interi popoli, il più delle volte in fuga da tribù più potenti che premevano alle loro spalle, quelle dei mongoli furono operazioni militari pianificate con notevole acume. I preparativi per una spedizione cominciavano mesi prima, con l’invio di spie incaricate di minare il tessuto sociale dei nemici, aizzando i contadini contro i signori e instillando terrore per la ferocia mongola, in modo che all’arrivo delle orde il morale fosse basso. Appena i tumen si mettevano in marcia, inviavano pattuglie di esploratori fino a centoventi chilometri di distanza dal corpo principale, in modo che nessuno potesse coglierli di sorpresa. Si poneva grande attenzione nella scelta del campo di battaglia, evitando luoghi angusti in cui la manovrabilità fosse negata dal terreno. All’inizio della battaglia, gli jagun si disponevano a scacchiera, con la cavalleria pesante sul fronte e gli arcieri, più numerosi in rapporto di 1,5:1, sul retro. La cavalleria leggera passava tra i ranghi dei lancieri e cominciava una manovra avvolgente attorno allo schieramento nemico, tempestandolo di frecce. A quel punto gli avversari si trovavano di fronte a due alternative, ovvero mantenere i ranghi serrati e subire perdite a causa del tiro, oppure disperdersi per renderlo meno efficace. In questo secondo caso lo schieramento perdeva coesione e diventava vulnerabile alla carica della cavalleria pesante, armata di lancia e di armature lamellari di cuoio bollito, in seguito rinforzate sempre più estesamente con piastre metalliche. È importante notare che i mongoli non completavano mai l’accerchiamento e lasciavano sempre una via di scampo, in modo che i nemici non si battessero fino all’ultimo uomo, ma rompessero i ranghi e scappassero. A quel punto i mongoli li braccavano per giorni e li uccidevano uno per uno come se andassero a caccia, senza incontrare resistenza. Se gli avversari invece tenevano bene il campo, le orde simulavano una fuga. La ritirata si protraeva a lungo per separare i reparti più rapidi e aggressivi dal grosso delle forze, poi, quando l’esercito nemico si era sgranato e cominciava ad accusare la stanchezza, i mongoli si giravano per fronteggiarlo e lo distruggevano un pezzo alla volta. È sorprendente come questi espedienti siano rimasti efficaci per decenni, forse perché raramente i mongoli si vedevano costretti a fronteggiare più volte uno stesso avversario, date le brucianti sconfitte che infliggevano. Infatti in Cina, dove combatterono per anni fino a conquistarne una buona parte, subirono diversi rovesci, forse proprio a causa della migliore conoscenza nemica delle loro tattiche. Va detto che in quel caso si trovavano a fronteggiare per la prima volta i problemi posti dagli assedi e dall’occupazione del territorio, mentre in precedenza si erano scontrati soprattutto con altri popoli nomadi. Per secoli i cinesi si erano alleati ora con i tatari, ora con le varie tribù mongole, per tenere sotto controllo la regione ed evitare che i nomadi premessero sulle frontiere imperiali. L’ingerenza nell’area, unita all’afflusso di sete e altre merci preziose, aveva generato un misto di bramosia e livore verso i cinesi, per cui una delle prime guerre di conquista di Gengis Khan fu rivolta proprio verso la dinastia Jin, colpevole di aver aizzato i tatari affinché distruggessero l’impero del suo antenato Kabul Khan.

Temucin viene eletto Khan, illustrazione del XV secolo

Temucin viene eletto Khan, illustrazione del XV secolo

“Il mondo si può conquistare a cavallo, ma bisogna scenderne per governarlo.”
[Tata Tonga, scrivano di Gengis Khan]

In quegli anni i mongoli avevano scarsissime nozioni burocratiche, acquisite solo dopo la sottomissione degli uiguri, e ignoravano come assediare le fortezze o controllare il territorio. Per assediare una città cinese, una volta tentarono di deviare un fiume e ottennero invece di allagare il proprio accampamento, oppure in altre occasioni non pensarono di lasciare guarnigioni nelle città conquistate, così i cinesi poterono rioccuparle senza colpo ferire pochi giorni più tardi. I tumen si preoccupavano più che altro di uccidere e razziare. Gengis Khan era un leader brillante e imparò presto ad amministrare i propri domini, ad assoldare le migliori menti straniere e soprattutto a dosare la violenza per renderla uno strumento e non fine a se stessa come in precedenza. I mongoli continuarono a impiegarla come arma di terrorevii, dato che la notizia di centinaia di migliaia di persone trucidate spingeva rapidamente le città avversarie alla resa, però fecero in modo di risparmiare artigiani, diplomatici, sapienti e uomini di fede, per non disperdere il patrimonio culturale e le conoscenze pratiche da cui potevano trarre giovamento. Con il passare del tempo, si dotarono di un corpo di leggi, lo yasaq, sposarono la tolleranza religiosa e incentivarono il commercio in ogni modo possibile, perché sapevano quanto fosse utile far giungere merci lussuose nel cuore dell’Asia. Se una carovana veniva derubata dai banditi, le autorità obbligavano tutta la popolazione della zona a risarcirla, in modo che i predoni incontrassero ostilità anziché appoggio. Crearono il sistema dei mercanti ortoq, cioè soci in affari, ai quali conferivano oro e argento proveniente dal bottino di guerra affinché potessero andare a comprare merci lungo la Via della Seta, per poi spartire con loro i profitti della spedizione. Se invece il mercante perdeva il capitale senza alcuna colpa, non era tenuto nemmeno a restituirlo. Inoltre aprirono nuove strade e istituirono un servizio di staffette a cavallo in grado di coprire oltre tremila chilometri a settimana, che i timuridi riuscirono a portare fino a tremilanovecento. Istituirono una banca centrale dotata di una riserva d’argento ed emisero banconote per affrancarsi dalla circolazione di monete preziose, un’invenzione notevolissima per l’epoca!

La battaglia di Leignitz, Matthäus Merian il Vecchio, 1630

La battaglia di Liegnitz, Matthäus Merian il Vecchio, 1630. La testa infilzata sulla lancia potrebbe appartenere al duca Enrico II il Pio, caduto nello scontro e ritrovato decapitato.

Ma torniamo alle tattiche. La mobilità dei mongoli e loro abilità nel manovrare attorno alle formazioni nemiche sono all’origine della credenza secondo la quale le orde erano composte da un numero soverchiante di guerrieri, sebbene questo sia un mito scaturito dalle esagerazioni dei cronisti dell’epoca. Analisi più moderne e accurate hanno stabilito che, nella maggior parte dei casi, i mongoli hanno combattuto in inferiorità numerica. Per esempio, l’esercito che mise a ferro e fuoco l’Europa orientale tra il 1237 e il 1242 era composto da soli due tumen, per giunta sicuramente non a piena forza dopo anni di campagna. Ciononostante essi furono in grado di sconfiggere russi, ucraini, polacchi, ungheresi e, a Liegnitz, un esercito congiunto comprendente forze del Sacro Romano Impero e Cavalieri Teutonici, l’ordine di monaci guerrieri protagonista delle Crociate del Nord. Quando nel 1242 i mongoli furono richiamati in patria per eleggere il nuovo khan, si apprestavano a raggiungere Vienna. Se Ogodei, figlio e successore di Gengis Khan, non fosse morto, chissà fino a dove si sarebbero spinti!
Le loro capacità belliche derivavano da una pratica costante, cominciavano a cavalcare a tre anniviii legati alle selle, e dalle enormi battute di caccia organizzate per migliorare la coordinazione tra i reparti. Si trattava di spedizioni di portata difficile da immaginare per noi europei moderni, dato che potevano durare due-tre mesi e interessavano aree di cinque-seicento chilometri di diametro, cioè da Roma a Milano. Migliaia di uomini circondavano la zona prescelta e cominciavano a stringere sempre di più il cerchio, mentre spingevano tutti gli animali presenti verso l’interno, finché negli ultimi giorni le prede si trovavano assiepate in uno spazio strettissimo. A quel punto i guerrieri davano inizio alla mattanza e li massacravano tutti, per poi recuperare carne da mangiare, pellicce per gli abiti e corna, ossa e tendini per costruire archi e suppellettili.
Grazie alle loro impressionanti capacità belliche, gli eserciti dei khan riuscirono a creare il più vasto impero dell’antichità. A nord giunsero fino alle porte di Novgorod, ricca città mercantile a cui mi sono ispirato per creare Odabarsh, mentre a sud espugnarono Baghdad e fondarono un ilkhanatoix che andava dalla Mesopotamia all’Indo. Divennero i dominatori della Cina e combatterono nel sud-est asiatico, sull’isola di Giava e in Giappone, dove ebbero poca fortuna. Una loro enorme flotta d’invasione, composta per la maggior parte da navi e truppe coreane e cinesi, colò a picco proprio poco prima di un tentativo di invadere il paese del Sol Levante. La tempesta responsabile del disastro fu giudicata dai giapponesi un intervento celeste e battezzata Kamikaze, Vento Divino, nome ripreso nella Seconda Guerra Mondiale per gli attacchi suicidi contro le forze alleate.

Tamerlano visita il sultano ottomano Bayezid I, suo prigioniero, 1872

Tamerlano visita il sultano ottomano Bayezid I, suo prigioniero. Stanislaw Chlebowski, 1872

“Nella scelta del campo di battaglia, il generale dovrà curare quattro cose: primo, l’acqua; secondo, un terreno capace di contenere la sua armata; terzo, una posizione vantaggiosa da cui possa dominare il nemico; soprattutto si guardi bene dall’avere il sole in faccia, affinché i suoi soldati non ne siano abbagliati. Quarto, un campo di battaglia vasto e unito.”
[Tamerlano]

La tattica mongola venne raffinata e modificata da Tamerlano, un leader turco-mongolo di religione islamica vissuto circa un secolo dopo le grandi conquiste di Gengis Khan. Timur si dimostrò un genio tattico persino superiore a lui e riuscì spesso a trionfare in situazioni disperate grazie all’astuzia e al coraggio. È sorprendente osservare come abbia impiegato espedienti simili a quelli romani: spezzò la carica degli elefanti indiani gettandoli nel panico, proprio come Scipione, anche se nel suo caso impiegò bufali e cammelli con fascine incendiate legate in groppa, oppure, come Cesare ad Alesia, disseminò il campo di battaglia di triboli e altre trappole per azzoppare i nemici. Tamerlano codificò la propria tattica in maniera precisa e ne creò più versioni, a seconda che l’esercito nemico impiegasse meno di dodicimila uomini, da dodici a quarantamila o più di quarantamila. Armate di dimensioni ridotte venivano affrontate dai comandanti subordinati, mentre agli scontri maggiori partecipava Tamerlano in persona, alla testa delle truppe scelte. L’esercito timuride veniva schierato a scaglioni, ognuno dei quali disponeva di un’avanguardia e poteva essere suddiviso in due distaccamenti. All’ampliarsi dell’armata corrispondeva un numero crescente di scaglioni. Questi reparti venivano mandati all’attacco in maniera graduale, impegnando prima l’avanguardia e poi il corpo principale, facendo attenzione a coordinare sempre l’attacco delle truppe provenienti dall’ala destra e dall’ala sinistra. In questo modo i nemici subivano una pressione crescente da un fronte sempre più ampio, con i reparti freschi che si univano alla battaglia e coprivano la ritirata delle truppe ormai stanche. Le ultime unità a unirsi al combattimento erano più numerose ed esperte delle prime, perciò il numero e la qualità dei soldati timuridi aumentava a ogni assalto, mentre i nemici avevano sempre meno energie. Secondo le precise direttive impartite dall’imperatore, un esercito timuride di medie dimensioni era in grado di sferrare fino a quattordici cariche prima di esaurire le truppe fresche, mentre uno di grandi dimensioni poteva aggiungerne altre due grazie alle forze d’elite agli ordini di Tamerlano in persona e dei principi suoi figli. La fiducia di Timur nel suo piano di battaglia era tale che chiunque non vi si attenesse alla lettera, veniva giustiziato sul posto.
Se Tamerlano fu un grande generale, altrettanto non si può dire delle sue capacità politiche e amministrative, spesso compromesse dalla smodata ambizione e da una sfrenata propensione alla violenza. Probabilmente non era un buon giudice d’uomini, perché il suo impero fu piagato dalla cattiva gestione da parte dei governatori locali, inoltre graziò o lasciò fuggire uomini che poi tornarono ad affrontarlo alla testa di nuovi eserciti. Sapeva vincere le guerre, ma non gestire la pace. Fu mal di visto anche dagli storici musulmani, perché per ampliare i suoi territori non esitò a mettere a ferro e fuoco terre già convertite all’islam, anziché concentrarsi sugli infedeli. Timur era un credente sui generis, nel senso che le sue gesta danno l’impressione non di una fede sincera, quanto piuttosto di un pretesto per giustificarne gli eccidi. Intollerante con gli altri quanto indulgente con se stesso, era un accanito bevitore e le sue feste, dove il vino scorreva a fiumi e si organizzavano vere e proprie orge con splendide danzatrici e cortigiane, potevano andare avanti per settimane in barba a ogni precetto religioso. In compenso Tamerlano gioiva nell’uccidere infedeli, convinto di rendere un servizio al proprio credo. Oltre alle piramidi di teschi per cui è celebre, fece bollire vivi dei prigionieri, in altre occasioni li impilò uno sopra l’altro e poi li fece murare vivi fino a costruire delle torri, mentre in India mise al rogo o fece scorticare vive centinaia di migliaia di persone. Quando conquistava una rocca posta su una montagna o vicino a un dirupo, gettava nel vuoto chiunque cadesse nelle sue mani. Un aneddoto racconta che in un’occasione si formò uno strato così spesso di corpi, che gli ultimi a cadere non morirono per la caduta e dovettero essere passati a fil di spada. Non disdegnava nemmeno la crocifissione oppure torturare a morte le vittime con ferri roventi, come fece a Damasco per farsi consegnare i tesori nascosti in città. Ciononostante amava dare di sé un’immagine pia e fece erigere magnifiche moschee, palazzi e altri edifici principeschi, oltre a lasciare istruzioni ben precise su come dovesse essere amministrato il regno dopo la sua morte. I suoi eredi non si mostrarono migliori di lui e nel giro di pochi decenni l’impero si dissolse.

La carica degli ussari francesi nella battaglia di Friedland del 1807, Édouard Detaille, 1891

La carica degli ussari francesi nella battaglia di Friedland del 1807, Édouard Detaille, 1891

Senza scomodare le teorie secondo cui i tumulti in Asia centrale, complice la costruzione delle prime vestigia della Grande Muraglia, determinarono la caduta dell’Impero Romano a causa di un effetto domino, l’introduzione in Europa della staffa, il commercio lungo la Via della Seta o la propagazione della Peste Nera (potete trovare gli approfondimenti sull’argomento qui e qui) mostrano quanto l’influenza dei popoli nomadi della steppa abbia contribuito a plasmare l’Europa dal punto di vista sociale, economico e militare nei secoli. Anche dopo il declino dei khanati, i paesi occidentali si trovarono a confinare con l’Impero Ottomano, fondato da tribù turche, con l’Ungheria dei magiari, un popolo di ceppo ugro-finnico vissuto per secoli in Asia centrale, e con la Bulgaria, abitata dall’eponima tribù turca originaria del Volga. Invischiati in continui conflitti con gli ottomani, gli ungheresi mantennero per secoli il retaggio di abili cavalieri, tanto che gli ussari, forse la più famosa cavalleria leggera dell’epoca napoleonica, presero il nome proprio dalle unità magiare nate nel tardo Medioevo. Anche la Polonia mantenne un’eccellenza in questo campo e divenne celebre soprattutto per gli ulani, un tipo di unità poi mutuato da altri eserciti continentali del centro e nord Europa. Gli ultimi reparti di ulani a cavallo parteciparono alla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale combatterono per rallentare l’avanzata tedesca del settembre 1939.

L’argomento è sconfinato come le steppe, ma mi sono già dilungato anche troppo! Non è rimasto spazio per parlare dei Kaziub, di Odabarsh e del Mare delle Nebbie, comunque questa è una delle mie zone preferite e magari in futuro riuscirò ad ambientarvi un romanzo, per cui ne riparleremo a tempo debito. Spero comunque che vi siate fatti un’idea più precisa sui Khaztan e soprattutto sui loro modelli storici, popoli di grande fascino spesso bistrattati dalla nostra preparazione troppo euro-centrica e un po’ superficiale nei giudizi.

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Letture consigliate
Oltre ai testi già segnalati (in particolare il saggio di Keegan sulla storia della guerra per quanto concerne gli aspetti antropologici del conflitto tra popoli nomadi e sedentari), vi segnalo:

V. Bianchi, Gengis Khan, Laterza
S.R. Turnbull e D. Nicolle, I mongoli/L’era di Tamerlano, Eserciti e battaglie n.79, Ed. del Prado
X. Liu e L.N. Shaffer, Le vie della seta, il Mulino
D. Nicolle, Attila e i nomadi, Eserciti e battaglie n.98, Ed. del Prado
F. Adravanti, Tamerlano, Bompiani (è un saggio un po’ datato sotto certi aspetti, per esempio talvolta utilizza il vecchio termine tartarix come sinonimo di mongoli, però è molto interessante per l’uso diretto delle fonti dell’epoca, per cui fornisce un ottimo spaccato della mentalità dell’epoca e di come Timur volesse apparire.)

Per chi volesse approfondire anche un po’ di storia ottomana e dei principali conflitti con le potenze cattoliche:
S. Faroqhi, L’impero ottomano, il Mulino
A. Petacco, La Croce e la Mezzaluna, Mondadori
N. Capponi, Lepanto 1571, Il Saggiatore
A. Petacco, L’ultima crociata, Mondadori

Riguardo alle guerre con i bizantini, tra i testi segnalati in precedenza c’è un ottimo saggio di Norwich.

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i Si tratta di un titolo traducibile con “khan oceanico”, in riferimento all’enormità delle sue conquiste. Il vero nome di GK era Temucin. Nell’approfondimento utilizzerò il titolo come se fosse un nome, come fa abitualmente la maggior parte della storiografia.

ii Conosciuti anche come “unni neri”, in contrapposizione con gli “unni bianchi” o eftaliti, che invece invasero l’India e combatterono i sassanidi in Iran. Gli eftaliti, più somiglianti ai caucasici, costituiscono il modello fisico per i Khaztan.

iii Tamerlano è la storpiatura di Timur/Timar Lenk, cioè Timur lo zoppo, come venne soprannominato in seguito a una ferita alla gamba destra.

iv Parte rialzata della sella posta anteriormente e posteriormente al seggio nelle selle d’arme. L’arcione conferisce un migliore appoggio al cavaliere e contribuisce a proteggere l’inguine e la parte bassa della schiena.

v Soprattutto negli ultimi cento anni, la potenza di fuoco e le capacità operative delle unità più piccole sono aumentate a dismisura, per cui la consistenza numerica dei reparti è andata scemando. Sebbene le squadre di fanteria si aggirino ancora attorno agli otto-dodici effettivi, i plotoni e i raggruppamenti a monte sono scesi da circa cinque unità inferiori ciascuna a quattro e poi persino a tre. Le unità a base ternaria permettono, almeno sulla carta, di mantenere capacità operative simili con un minore dispendio di uomini e mezzi. In quest’ottica va collocata anche la recente tendenza a passare dalla divisione alla brigata come unità basica per il dispiegamento in teatro, comprendente forze pluriarma e autonome capacità di supporto. Un valido esempio di questa dottrina è costituito dai Brigade Combat Team dello US Army.

vi Liquore burroso a base di latte di giumenta fermentato. Prima di berlo veniva rimestato con dei grossi mestoli fino a farlo ribollire e montare, a quel punto era pronto da bere. Pare pizzicasse leggermente e che lasciasse in bocca un retrogusto di mandorle. Ne esisteva anche una versione riservata a ricchi e khan, detta kara kumyss, fatta con il latte delle giumente gravide, che non cagliava e dava origine a una bevanda simile al vino bianco.

vii Una prassi tipica consisteva nell’usare i prigionieri di guerra come zappatori durante gli assedi e come scudi umani nelle avanzate, in modo che i nemici fossero costretti a uccidere i propri connazionali oppure a non contrattaccare.

viii Il rapporto dei nomadi con i loro cavalli era inevitabilmente strettissimo, vista la loro importanza come fonti di cibo, sicurezza e anche come status symbol. Presso le antiche popolazioni turche, il colore del cavallo indicava il rango sociale del possessore. Più chiaro era l’animale, più era importante il cavaliere. Prima che diventassero mode, i cavalli addestrati esibivano un nodo alla coda, mentre quelli dei guerrieri scelti bahatur si distinguevano da una lunga nappa sul petto dell’animale. Sembra che gli hsiung-nu del nord della Cina, un popolo di origini incerte forse antenato degli unni neri, addirittura dividessero le mandrie in base alla zona in cui vivevano le tribù, in modo che ognuna cavalcasse cavalli di un unico colore.

ix Vice-khanato

x Oltre a confondere tatari e mongoli, le antiche cronache europee ne storpiarono il nome in tartari per assonanza con la regione dell’oltretomba greco, quasi a demonizzarli ulteriormente.

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