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Buongiorno a tutti! Questa settimana pensavo di proporvi un blog sui Khaztan e su altre nazioni a ovest dell’Impero, ma l’argomento richiede tempi più lunghi, perciò ho deciso di rimandarlo a dopo la pausa natalizia e di parlarvi invece dell’ultima battaglia presente nel romanzo, quella tra il raccogliticcio esercito di Yanvas e il branco di Uomini Bestia che imperversa nel Grelian 🙂

Teseo uccide il Minotauro, Antoine-Louis Barye, 1843

Teseo uccide il Minotauro, Antoine-Louis Barye, 1843

“È più sicuro e vantaggioso sconfiggere il nemico attraverso la pianificazione e l’azione di comando che non con il semplice uso della forza; nel primo caso infatti i risultati positivi vengono raggiunti senza perdite, mentre nel secondo c’è sempre un prezzo da pagare.”
[Maurizio, Strategikon, VIII.I.7]

L’ultimo scontro del Trono, come l’alleanza con i giganti, serve per delineare la nuova posizione di Yanvas nel Grelian e per preparare il terreno agli eventi del secondo volume, introducendone alcuni temi. Ecco perché nelle ultime pagine alcune porte si chiudono e altre vengono se non aperte, almeno indicate. Ma quali sono le radici storiche del confronto?
Come sempre quando si tratta dell’Impero Colviano, c’è molta Roma. Nel caso specifico, la parte del leone la fanno alcune delle battaglie più famose della Seconda Guerra Punica: dal fiume Trebbia a Zama, passando per il lago Trasimeno e Canne, una tremenda disfatta che segnò a lungo la psicologia dell’allora repubblica. Oggi quindi andremo a curiosare tra le mosse di due titani come Annibale, che alcuni considerano il migliore tattico mai vissuto, e Scipione l’Africano, uno dei pochissimi generali mai sconfitti sul campo.
Il confronto militare segnò l’apice di dinamiche geopolitiche cominciate secoli prima, quando gli interessi delle due potenze differivano in maniera sostanziale. Il primo trattato fra Roma e Cartagine risale al 509 avanti Cristo e fu seguito almeno da altri quattro, nei quali si sanciva il riconoscimento delle rispettive sfere d’influenza: a Roma si garantiva un’espansione indisturbata nell’Italia meridionale, mentre i latini accettavano il predominio punico sul Mediterraneo occidentale, dove Cartagine gestiva una vasta e intricata rete di commerci tra i suoi avamposti in Sicilia, Sardegna, Spagna e persino oltre le colonne d’Ercole, almeno fino alle isole Canarie. Cartagine, o meglio Qart Hadasht (Città Nuova), aveva infatti mantenuto le tradizioni mercantili dei fenici, che l’avevano fondata sulle coste tunisine nel IX secolo a.C., partendo dalla libanese Tiro. Quando la città madre declinò a causa delle pressioni assire, la colonia assurse a nuovo faro per le colonie mediterranee, fino a diventare la potenza egemone a ovest della penisola italica. In quell’epoca Roma era una stato nascente, ancora impegnato nelle guerre regionali nel centro Italia e per nulla interessato a espandersi sul mare. Non c’erano motivi di reciproca ostilità, anzi i due stati a un certo punto stipularono persino un’alleanza per fronteggiare le colonie greche che ostacolavano l’espansione di entrambi. Quando Roma si ritrovò padrona della penisola, però, le cose cominciarono a cambiare: all’improvviso i punici non erano più utili per tenere impegnati i greci su più fronti, anzi cominciavano a rappresentare un limite per ulteriori conquiste e soprattutto una minaccia, poiché dalle loro basi insulari potevano sbarcare in qualunque punto della costa. I latini decisero quindi di intervenire in Sicilia per prevenire la totale conquista cartaginese dell’isola e nel 264 a.C. ebbe inizio la Prima Guerra Punica, destinata a durare ben ventitré anni. Il conflitto costrinse la Repubblica a dotarsi per la prima volta di una significativa forza navale e divenne famoso per l’invenzione dei “corvi”, ponti mobili usati per abbordare le navi nemiche e trasformare lo scontro in un confronto tra fanterie, campo in cui l’Urbe era superiore. La guerra drenò le forze di entrambi gli stati e fu solo la maggiore ricchezza di Roma a consentirle di armare un’ultima flotta con cui trionfò nella decisiva battaglia delle Egadi. La resa costò ai cartaginesi la Sicilia, il pagamento di un forte indennizzo e anche la stabilità politica interna: i mercenari smobilitati si rivoltarono e misero a ferro e fuoco il paese, già diviso dalla lotta politica tra gli agrari, che spingevano per un’espansione sulle coste nord africane, e i barcidi, la fazione della famiglia di Annibale, smaniosi di dare vita a un impero oltremare. La sete di conquista di Roma non fu placata dal trionfo, anzi ne fu stimolata. Solo quattro anni dopo la firma del trattato di pace, i latini occuparono la Sardegna e la Corsica con il pretesto di sedare la rivolta che vi aveva preso piede e, non paghi, inasprirono le condizioni del trattato di pace, esigendo un indennizzo ancora maggiore. Cartagine non poté fare altro che chinare il capo, ma l’offesa non sarebbe stata dimenticata. I Barca cominciarono a tramare vendetta. Strinsero un’alleanza con il macedone Filippo V per impegnare il nemico anche a est, inviarono ambasciatori presso le tribù galliche, studiarono il percorso attraverso le Alpi e riunirono un enorme esercito destinato a portare la guerra in casa della Repubblica. Roma aveva approfittato della crisi interna per colpirli e loro avrebbero fatto altrettanto: l’avrebbero sconfitta sotto gli occhi dei suoi alleati per convincerli ad abbandonarla.

Rappresentazione di un guerriero iberico del II-III secolo a.C. Gli ispanici erano considerati tra i migliori guerrieri del mondo negli scontri individuali.

Rappresentazione di un guerriero iberico del II-III secolo a.C. Gli ispanici erano considerati tra i migliori combattenti al mondo negli scontri individuali.

Nel 218 a.C., Annibale avanzò dalla Spagna alla testa di novantamila fanti, dodicimila cavalieri e trentasette elefanti. Sei mesi dopo, al suo arrivo nella Gallia Cisalpina, lo seguivano appena dodicimila fanti africani, ottomila iberici, seimila cavalieri e alcuni elefanti. Ma, al contrario di ciò che spesso insegnano i superficiali testi scolastici, lo spaventoso calo numerico non fu dovuto soltanto all’asprezza della marcia attraverso le Alpi: Annibale spesso dovette farsi strada con le armi, quindi lasciò lungo il percorso migliaia di uomini per controllare punti strategici, assicurarsi la fedeltà di dubbi alleati e anche per diminuire le difficoltà logistiche. Il suo piano prevedeva di assicurarsi il retroterra e di distruggere le potenziali sacche di resistenza filo-romana sulla costa nord del Mediterraneo, contando sul fatto che nella pianura padana avrebbe ricevuto rifornimenti e ausiliari dai galli, cinicamente destinati a fungere da carne da cannone. L’asprezza del percorso, inoltre, gli consentì di eludere i tentativi di intercettarlo, alcuni andati a vuoto per un soffio: gli esploratori avanzati dell’esercito di Scipione (padre dell’omonimo detto l’Africano) raggiunsero il campo cartaginese proprio mentre Annibale faceva attraversare il Rodano agli elefanti, dopo aver traghettato il resto dell’esercito. Impossibilitato ad affrontare subito i romani, questi abbandonò alcuni pachidermi al di là del fiume e si affrettò verso le Alpi, dove sapeva che Scipione non l’avrebbe seguito. Annibale e le Aquile si sarebbero scontrati soltanto dall’altra parte delle montagne, e per la Repubblica sarebbe stato l’inizio di un incubo lungo sedici anni. Anche se oggi ci concentreremo soprattutto sull’Italia, le due potenze si fronteggiarono in Spagna, in mare, in Africa e, principalmente tramite gli alleati, in Grecia e in Illiria: per le nozioni dell’epoca si trattò di una guerra mondiale.
Dopo questa breve introduzione del conflitto, torniamo sulle rive dello Yabuin e cominciamo ad analizzare gli eventi.

Genserico saccheggia Roma nel 455, Karl Briullov, XIX secolo

Genserico saccheggia Roma nel 455, Karl Briullov, XIX secolo

Abbiamo visto spesso come in passato non fossero rare le spedizioni a scopo di razzia, in particolare da parte delle popolazioni barbariche, che saccheggiarono Roma ben tre volte tra il V e il VI secolo d.C., dei vichinghi o anche dei saraceni, solo per fare alcuni esempi. Mettevano a ferro e fuoco una regione e poi si ritiravano, incapaci o non interessati a difendere le proprie conquiste. Gli Uomini Bestia alla fine del Trono si comportano in modo simile, cercando uno sfogo per la crescente pressione demografica interna, veicolata dalla leadership tribale e religiosa incarnata dagli shmuergi. Di norma, come nell’Impero Romano, un contingente di manovra li avrebbe intercettati e affrontati poco oltre la rete di avamposti e fortezze presenti tra Tyallas e i Colli Vassnol, ma la peste e l’incursione del Guercio hanno cambiato le carte in tavola, perché le poche forze disponibili sono concentrate a presidio del Vallo Dolagirt. Perciò, nonostante l’assenza di un piano, il branco di shvaergi è libero di penetrare in profondità nelle campagne greliane, divorando e distruggendo tutto ciò che trova sul proprio cammino. Uno dei limiti principali di questo tipo di forze, infatti, è l’assenza di un’organizzazione logistica: anche le temibili tribù barbariche all’alba dei Secoli Bui erano costrette a restare in costante movimento, perché le decine o centinaia di migliaia di cavalli con cui si spostavano esaurivano pascoli e foraggio nel volgere di pochi giorni. In un certo senso, più un esercito di razziatori è numeroso, più dev’essere aggressivo, perché alle spalle si lascia soltanto una desolazione incapace di sostenerlo. Yanvas perciò ha buon gioco nell’attirare i caproni in trappola con un’esca succulenta come il bestiame. La foga di combattere ha rappresentato spesso la causa di molte sconfitte, così come la propensione dei soldati ad abbandonarsi anzitempo al saccheggio del campo nemico. Una volta perse coesione e disciplina, oppure dopo l’abbaglio di una facile vittoria, i combattenti sono inclini a cedere al panico. Un valido esempio viene dalla battaglia di Farsalo, durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo: dopo essere stato sconfitto a Durazzo, Cesare si trovava in grave inferiorità, eppure Pompeo rifiutava di affrontarlo. Cesare allora finse una ritirata dal proprio accampamento e solo a quel punto, forse spinto dai luogotenenti che miravano a spartirsi le cariche dell’avversario, forse timoroso di perdere un’occasione propizia, Pompeo avanzò per lo scontro. Cesare non attendeva altro e si schierò per fronteggiare l’esercito lealista due volte più grande del suo. Pompeo era sicuro che la carica della sua cavalleria avrebbe sbaragliato quella nemica e gli avrebbe consentito di accerchiare i ribelli. La vittoria era data per certa. Quando i cavalieri pompeiani sfondarono, convinti di poter massacrare impunemente l’ala destra nemicai, Cesare fece avanzare una riserva di sei coorti tenute in agguato di proposito, istruite a mirare agli occhi e al volto degli avversari per terrorizzarli ancora di più. Meno di tremila uomini misero in fuga un numero più che doppio di cavalieri. Il panico fu tale che i fuggiaschi travolsero le truppe leggere nelle retrovie e tutta la linea pompeiana collassò, mentre il comandante era talmente scioccato da restare chiuso nella propria tenda, incapace di impartire ordini di fronte a una simile disfatta.
Un altro ottimo esempio, ancora più calzante, viene dalla battaglia di Qadesh, avvenuta nel XIII secolo avanti Cristo tra egizi e ittiti, ritenuta la più antica della Storia a esserci giunta nei dettagli. Dopo uno scontro iniziale durante il quale i carri da guerra ittiti ebbero la meglio sulle forze guidate dal faraone Ramses II, gli ittiti cominciarono a saccheggiare il campo egizio, convinti di avere sbaragliato il nemico. Ramses invece guidò un contrattacco e, grazie all’arrivo di rinforzi freschi, rovesciò le sorti dello scontro. Schiacciati contro il fiume Oronte, gli ittiti abbandonarono i carri e si gettarono in acqua in cerca di salvezza, dove molti di essi morirono annegati.

La morte di Flaminio al lago Trasimeno, Joseph-Noël Sylvestre, 1882

La morte di Flaminio al lago Trasimeno, Joseph-Noël Sylvestre, 1882

Annibale fece qualcosa del genere sia sulla Trebbia che sul lago Trasimeno. In entrambi i casi sfruttò l’eccessiva sicurezza romana, data dall’apparente superiorità numerica e da una situazione favorevole, per attirarli in imboscate ben congegnate. Sulla Trebbia li costrinse a guadare un fiume in pieno inverno e a schierarsi intirizziti, zuppi e affamati, perché il loro comandante era così ansioso di battersi che li fece mettere in marcia senza concedere il tempo per il rancio, inoltre nascose duemila uomini nei canneti ai margini della spianata dove intendeva combattere. Nel momento culminante dello scontro, mentre il suo centro cedeva e le ali invece avevano la meglio sui legionari, la trappola scattò, gettando nel panico i romani presi alle spalle. Il nucleo centrale di fanteria pesante riuscì a sfondare e ad aprirsi la strada per ritirarsi verso Piacenza, mentre le altre truppe furono falcidiate, con perdite stimate tra i quindici e i ventimila uomini. Al contrario, i morti tra le fila di Annibale pare siano stati principalmente celti, rimpiazzati senza problemi grazie alle tribù galliche che si ribellarono ai romani dopo averli visti sconfitti.
I latini caddero in un’imboscata anche presso il lago Trasimeno, quando il console Flaminio accorse da Arezzo per impedire ai punici di fare terra bruciata in Italia centrale. Annibale gli fece credere di trovarsi molte miglia più avanti della sua effettiva posizione, mentre in realtà si era appostato presso alcune alture non distanti dal lago. Il console, timoroso di perdere il contatto con il nemico, uscì dal campo all’alba per inseguirlo, senza prendere particolari precauzioni nonostante la fitta nebbia. Le sue legioni finirono nelle fauci del nemico senza nemmeno rendersi conto di cosa stesse accadendo: erano ancora in ordine di marcia quando i cartaginesi scesero dalle alture e caricarono la colonna in tutta la sua lunghezza. Schiacciati tra gli avversari e le acque del lago, quindicimila romani furono massacrati o annegarono, mentre altri dieci-quindicimila furono fatti prigionieri, a fronte di soli millecinquecento caduti tra gli avversari. Con una mossa da guerra psicologica, Annibale lasciò liberi tutti gli ausiliari italici, in modo che tornassero a casa e riferissero che i cartaginesi muovevano guerra soltanto all’Urbe e non a loro.

La morte di Lucio Emilio Paolo a Canne, John Trumbull, 1773

La morte di Lucio Emilio Paolo a Canne, John Trumbull, 1773

Ormai ci troviamo nell’imminenza dello scontro, Yanvas ha attirato i caproni in trappola e le sue truppe sono nascoste nell’erba tra lo Yabuin e la collina, uno spazio ristretto volto a impedire agli shvaergi di sfruttare la superiorità numerica qualora scoprissero anzitempo l’inganno. In realtà ho progettato la scena per far cadere gli Uomini Bestia in una sorta di “frenesia alimentare”, una condizione di sovraeccitazione data dall’abbondanza di cibo, che può indurre i predatori a comportamenti iperaggressivi e irrazionali, fino a spingerli ad attaccarsi l’un l’altro. Ne ho appreso l’esistenza leggendo saggi sugli squali e ho pensato potesse adattarsi anche ai miei mostriciattoli pelosi. Istupiditi dall’orgia di sangue, i caproni non si accorgono di nulla finché non è troppo tardi e si trovano sotto attacco, con il centro delle forze colviane occupato dalla poco affidabile milizia della rocca di Qualisar. Perché l’ho collocata in uno dei punti più delicati? Il motivo ci porta alla battaglia di Canne!
Questo celebre scontro fu originato dal prevalere in senato della fazione che esigeva di battere Annibale sul campo per ripristinare il prestigio della Repubblica, nel timore che i cartaginesi riuscissero nell’intento di incrinare la rete di alleanze che fino a quel momento aveva evitato la totale capitolazione di Roma, a fronte delle tattiche dilatorie di Quinto Fabio Massimo, non a caso soprannominato il Temporeggiatore. Roma attinse a risorse da ogni angolo dei propri domini e radunò un esercito immenso, ben otto legioni rinforzate più un numero almeno equivalente di alleati, con il quale spazzare via una volta per tutte la minaccia cartaginese. Da parte sua, Annibale era ansioso di giungere allo scontro prima di ritrovarsi logorato dal tempo e dalla mancanza di rinforzi, perciò attaccò le riserve di grano pugliesi, un atto troppo pericoloso per non contrastarlo. Nonostante il barcide disponesse di una forza pari a poco più della metà di quella dei consoli Varrone ed Emilio Paolo, era sicuro di poterli battere in campo aperto.
Il 2 agosto del 216 a.C., i punici dovettero fronteggiare un esercito senza precedenti. I consoli avevano lasciato ben diecimila uomini a guardia dell’accampamento, eppure di fronte agli invasori erano assiepati settantaseimila tra legionari e ausiliari alleati, con forze di cavalleria su entrambe le ali. Annibale schierò la cavalleria pesante di fronte a quella romana, mentre incaricò la cavalleria leggera numida di contenere quella degli alleati italici. Al centro alternò la fanteria iberica con i galli, seminudi e sacrificabili, e tenne in riserva gli opliti africani, veterani di provata efficacia. Infine ordinò che la fanteria si dispiegasse su una linea convessa, per assorbire in maniera più graduale l’impatto della prima linea romana e per scompaginarne sin dall’inizio la routine tattica. Il compito della carne da cannone era di cedere lentamente terreno, piegandosi sotto la pressione dei legionari, pur senza consentire loro di sfondare e isolare le ali.
L’eccesso di sicurezza dato dalla schiacciante superiorità numerica rese arroganti i romani, che attaccarono accalcati, in una situazione che avrebbe ostacolato la consueta rotazione tra i reparti in prima linea. Quando il centro cartaginese cominciò a cedere, ai comandanti romani dovette sembrare che la vittoria fosse certa. Hastati e principes guadagnavano terreno in maniera lenta ma inesorabile, mentre i galli pagavano un pesante tributo di sangue al piano di Annibale. Ormai il fronte cartaginese era diventato concavo, lo sfondamento romano era solo questione di tempo. Fu a quel punto che il barcide mostrò la piena estensione del suo genio: ordinò agli opliti libici di avanzare e ingaggiare i nemici spossati. Inseguendo quella che appariva una facile vittoria, i romani si erano infilati in un accerchiamento, perfezionatosi appena la cavalleria pesante cartaginese mise in fuga quella latina e si avventò alle loro spalle. A quel punto ai legionari non restò nemmeno lo spazio per brandire le armi, tanto erano schiacciati. Seguì un massacro costato ai latini cinquantamila uomini e quasi ventimila prigionieriii. Tra i morti vi furono il console Emilio Paolo, buona parte del suo stato maggiore, ventinove tribuni e ottanta senatori, il tutto a fronte di soli ottomila caduti nelle fila cartaginesi, in buona parte celti mandati a morire solo per stancare i nemici.

La carica degli elefanti a Zama, stampa del 1890

La carica degli elefanti a Zama, stampa del 1890

Inizialmente pensavo di far mettere in atto uno stratagemma simile anche a Yanvas, le cui truppe meno affidabili al centro sarebbero dovute arretrare per imbottigliare gli shvaergi. Siccome nemmeno nella scrittura le cose vanno sempre come pianificato, in corso d’opera mi sono fatto prendere la mano e mi sono orientato verso una tattica più simile a quella impiegata da Scipione l’Africano nelle fasi finali della battaglia di Zama.
Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano, aveva guidato la riscossa di Roma in Spagna, privando Annibale dei preziosi rinforzi che altrimenti avrebbe potuto ricevere dai parenti. Poiché il suo piano, portare la guerra in Africa per costringere Annibale a tornare in patria, appariva suicida, per realizzarlo gli vennero forniti solo i rimasugli delle “legioni cannensi”, le truppe sopravvissute al disastro ed esiliate in Sicilia per il disonore recato alla Repubblica, e poche migliaia di volontari radunati presso le città alleate. Con queste forze e dei contingenti mercenari arruolati sul posto, Scipione si apprestò a sfidare Annibale in uno scontro decisivo. Per prima cosa vanificò la carica degli elefanti schierando le truppe in colonna, in modo che gli elefanti passassero in mezzo alle loro fila senza fare danni, mentre gli uomini sui lati li terrorizzavano con il suono dei corni e li ferivano con frecce e giavellotti. Poi la cavalleria romana ebbe la meglio su quella cartaginese e, per la prima volta, i punici non poterono contare sull’aggiramento ai fianchi. Infine Scipione mostrò di aver superato il maestro: assottigliando le proprie linee fino al limite, formò un unico fronte omogeneo a partire dalle classiche tre schiere legionarie e le allargò sulle ali fino a contenere la pressione crescente delle superiori forze cartaginesi. Sarebbe bastata una breccia per decretare la fine di Scipione, ma i veterani di Canne, furiosi per tutte le umiliazioni subite, si batterono come demoni e resistettero finché la cavalleria alleata riapparve alle spalle dei nemici, gettandoli nello scompiglio. Sconfitto grazie allo stesso stratagemma che gli aveva fruttato una grande vittoria, l’esercito di Annibale lasciò sul campo quasi quarantamila tra morti, feriti e prigionieri. Cartagine non aveva più forze da gettare nella mischia e non poté fare altro che arrendersi, mentre per il formidabile condottiero non restavano che l’esilio e poi il suicidio, nel momento in cui si rese conto che Roma non avrebbe mai smesso di braccarlo.
Ho cambiato idea in corso d’opera perché ho ritenuto che Yanvas non potesse permettersi di sacrificare i propri uomini in maniera tanto deliberata, anzi doveva guadagnarsi la loro fiducia e mostrarsi un comandante capace quanto affidabile. Per questo nel capitolo 40 l’isir abbandona la disposizione su tre schiere e opta per un fronte omogeneo, adatto a prolungarsi fino ad avvolgere il branco per schiacciarlo verso l’acqua, in modo simile a quanto fatto da Scipione a Zama.

La Grand Armée attraversa la Berezina, January Suchodolski, 1866

La Grand Armée attraversa la Berezina, January Suchodolski, 1866

“Il centauro si fermò, voltandosi a guardare Yanvas, immobile nella scia di devastazione che si era lasciato alle spalle. Mollò il legionario che stava stritolando con la mano sinistra e si apprestò a fronteggiarlo. Attorno ai due campioni si era istintivamente formato un cerchio. Gli shvaergi attribuivano grande importanza ai duelli e al valore individuale, non avrebbero mai osato interferire nello scontro tra due capi, prassi comune per risolvere le controversie tra tribù.
«Piccolo, stupido uomo» ringhiò lo shmurg.
«Parli la mia lingua. Buon per te. Ti servirà per supplicare il perdono di Pavlion prima di essere gettato nell’Abisso.»”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 40]

Il duello con lo shmurg invece va ascritto sia alla mentalità tribale degli Uomini Bestia, sia al bisogno di Yanvas di mettere in luce le proprie nuove e formidabili doti. Nell’antichità il duello non era solo un modo per dirimere rivalità, bensì assumeva valenze mistico-religiose, in quanto ciascuna delle due parti riteneva che l’esito della la sfida tra campioni sarebbe stato rappresentativo della volontà divina. In tal senso i duelli, più che sostituirsi agli scontri, li precedevano e influenzavano il morale delle truppe. Le sfide tra campioni erano abbastanza diffuse nelle società tribali, nelle quali sappiamo che la ritualizzazione dello scontro rivestiva un ruolo cruciale, e tra le civiltà a noi vicine venivano praticate dai celti, dai germani e anche in medio oriente. I galli per esempio sfidarono spesso i comandanti romani, sebbene non tutti abbiano accettato. Sappiamo per certo che prima di Aquae Sextiae Mario rifiutò più volte gli inviti rivoltigli dai barbari, mentre il console Claudio Marcello affrontò e sconfisse il capo Viridomaro, prima di guidare i legionari alla vittoria su insubri e gesati nella battaglia di Clastidium. Nel romanzo il duello rappresenta inoltre un’occasione di riscatto personale per Yanvas, reduce del Devengar, esattamente come Zama lo fu per quelli di Canne.
Al termine della battaglia, appena prima che gli shmuergi superstiti si diano alla fuga, parecchi caproni si gettano nel fiume in piena pur di sfuggire alle spade colviane. A prima vista può apparire una scelta illogica, per un uomo ancora di più che per un umanoide belluino, eppure in passato era una scena più comune di quanto si possa pensare. Fino a pochi decenni fa, la resa individuale non aveva nessun valore: il rischio di essere freddati sul posto o ridotti in schiavitù era elevatissimo. Soltanto i nobili, che potevano garantire il pagamento di un riscatto, avevano buone possibilità di essere risparmiati. Gli altri erano solo bocche inutili da sopprimere o al massimo carne per il mercato degli schiavi. Vi furono campagne in cui i romani ne catturarono decine di migliaia, i proventi della cui vendita resero ricchi gli ufficiali.
A meno che la resa venisse concordata tra i comandanti, per esempio nel caso di un assedio, la sorte del singolo soldato era segnata e il più delle volte equivaleva a morte certa. Rapida se era fortunato, altrimenti dopo atroci torture a scopo religioso o come ammonimento per gli altri. Per questo la più disperata delle fughe era comunque preferibile al cadere vivi in mano nemica, e per lo stesso motivo Sun Tzu raccomanda di non privare mai l’esercito avversario di una via di fuga: senza di essa e senza potersi arrendere, gli uomini combattono per vendere cara la pelle e la loro sconfitta può comportare un eccessivo dispendio di forze. A partire dall’Età Moderna le cose cominciarono a migliorare e le esecuzioni sommarie diminuirono, ma le condizioni dei prigionieri di guerra erano disumane, tali da spingere comunque a tentare il tutto per tutto. Un esempio recente viene dall’ultimo giorno della battaglia della Berezina, combattuta da Napoleone durante la ritirata della disastrosa campagna di Russia. Tallonati da forze russe soverchianti, il 29 novembre 1812 i francesi appiccarono il fuoco ai pontoni costruiti per traghettare i superstiti della Grand Armée, e numerosi soldati e civili rimasero bloccati sulla sponda orientale. In preda a un terrore cieco, molti di essi tentarono di percorrere i ponti in fiamme oppure si gettarono nelle gelide acque del fiume, dove annegarono. Da Qadesh alla Berezina, in tremila anni non era cambiato poi molto.

Abbiamo visto ancora una volta come il passato sia una fonte d’ispirazione inesauribile, a cui attingere per tessere la propria storia e soprattutto trarre preziosi insegnamenti. Poche pagine possono contenere quelli di un’intera guerra! Oggi ho cercato di fornirvi anche uno spaccato dello sviluppo della scena durante la stesura, con la rivoluzione del suo svolgimento causata dalle riflessioni sulla psicologia del personaggio. Prima di cominciare a scrivere, ero scettico riguardo alle affermazioni di Pirandello, King e altri sul fatto che i personaggi prendono vita e l’autore ne diventa servo, invece è proprio ciò che accade. Capita di cominciare una scena o un dialogo e di vederli prendere forma da soli, indipendentemente da come li si immaginava. L’ho sperimentato ancora più spesso nel romanzo che ho scritto negli ultimi mesi e spero di avere presto modo di farvi giudicare i risultati!

L’appuntamento con il blog tornerà dopo le feste, perciò vi faccio sin d’ora tantissimi auguri e, gufi permettendo, ci ritroveremo Dietro al Trono nel 2013! Buon Natale e felice anno nuovo a tutti! 🙂

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Letture consigliate

Ai testi già segnalati in precedenza aggiungo:
M. Bocchiola, M. Sartori, Canne, Mondadori
G. Brizzi, Scipione e Annibale, Laterza

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 i Molti grandi generali dell’antichità, tra cui Cesare e prima di lui Alessandro Magno, schieravano di preferenza la cavalleria sul fianco destro, perché le formazioni di fanteria pesante tendevano a spostarsi verso destra a causa della dinamica dei combattimenti. Per brandire meglio la lancia o la spada, infatti, i soldati si allargavano sempre di più, mentre chi stava alla loro sinistra li seguiva per non rinunciare al riparo offerto dallo scudo del compagno. Perciò nel corso dello scontro i blocchi di opliti o di fanti pesanti deviavano gradualmente, lasciando un varco alla propria sinistra che la cavalleria poteva sfruttare per accerchiarli con facilità.

ii Le fonti non concordano sulle cifre, alcune indicano fino a settantamila morti e un numero assai inferiore di prigionieri. Comunque sia, la percentuale di perdite fu elevatissima, quasi totale.

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