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 Buongiorno a tutti! Le imprese dell’esercito romano sono state spesso oggetto degli approfondimenti del blog, ma sempre dal punto di vista tattico o della strategia complessiva di una campagna, senza entrare nel dettaglio dell’equipaggiamento o dell’organizzazione delle legioni, né romane, né colviane. Oggi colmeremo questa lacuna e ne approfitteremo per compiere un breve excursus nell’evoluzione delle armate dell’Urbe. In chiusura ci sarà un piccolo spazio dedicato anche agli Eidr, i cui archi lunghi sono stati spesso citati solo di sfuggita.

Elmo da parata del II secolo a.C.

Elmo da parata del II secolo a.C.

“Nel corso della battaglia solitamente si ottiene la vittoria non tanto grazie al numero degli uomini e al loro grezzo valore, ma alla tecnica e all’esercizio. Per nessun’altra ragione, infatti, possiamo constatare che il popolo romano ha sottomesso il mondo intero se non per l’abile uso delle armi, la disciplina degli accampamenti e l’addestramento dell’esercito. […]
Fu un vantaggio per noi, di fronte a qualsiasi avversario, l’attenta scelta delle reclute e il fatto di insegnare loro, per così dire, la legge delle armi, rendendoli più forti grazie all’addestramento quotidiano, facendo loro sperimentare in anticipo, fin dal tempo passato al campo, tutto ciò che potrà accadere nel momento in cui si è schierati per la battaglia e nel corso dei combattimenti, e trattando con durezza gli indisciplinati. La conoscenza dell’arte militare nutre il coraggio di combattere: nessuno ha timore di fare ciò che è sicuro di avere imparato a fare bene. In battaglia, infatti, un piccolo numero di uomini esercitati alle cose della guerra è più pronto alla vittoria di una folla rozza e non addestrata, sempre esposta alla sconfitta”
[Vegezio, Epitoma rei militaris, IV secolo d.C.]

Sin dalla sua fondazione, Roma è stata protagonista di una straordinaria espansione, sbaragliando popoli e nazioni per oltre mille anni, o duemila se vogliamo considerare anche la sua incarnazione orientale, l’Impero Bizantino. Ciò è stato possibile grazie alla caparbietà dei suoi cittadini, alla virtus dei soldati, all’ambizione dei condottieri e a una spregiudicata condotta politico-diplomatica, ma anche a una bella dose di pragmatismo: quando i romani si imbattevano in qualcosa che funzionava meglio di ciò che avevano, non si facevano remore ad adottarlo per diventare sempre più efficaci. Gli studi scolastici e i media tendono a fornirci un’immagine classica e immutabile delle legioni, mentre in realtà esse non solo evolvettero per rispondere alle sfide dei diversi teatri bellici, ma talvolta mutarono in maniera radicale!
Nell’VIII secolo avanti Cristo, quando la città venne fondata, l’esercito di quello sparuto pugno di pastori doveva annoverare un numero ridotto di individui, che partecipavano ad azioni di guerriglia e colpi di mano su base familiare o tribale. Come abbiamo visto in passato (qui), le società tribali evitano lunghe campagne e scontri campali, non potendo accettare grandi perdite né sostenere i combattenti per lungo tempo, pena l’esaurimento demografico e logistico della comunità. Quando la città cominciò ad ampliare i propri orizzonti, i romani entrarono in contatto con civiltà come quella etrusca, i cui eserciti erano costituiti da opliti, fanteria pesante che combatteva in ordine chiuso sul modello delle armate greche. Una formazione del genere era imbattibile per bande di schermagliatori e ciò determinò la prima metamorfosi: i legionari cominciarono a schierarsi in falangii di fanti coperti di bronzo da capo a piedi, armati con una lancia da urto (hasta) e uno scudo rotondo di bronzo (clipeus). Il valore del singolo a quel punto non verteva più sull’audacia e sull’abilità in duello, quanto piuttosto sulla disciplina e l’obbedienza agli ordini. Scompariva il guerriero, nasceva il soldato.

Elmo etrusco simile agli elmi corinzi dei primi opliti greci

Elmo etrusco simile a quelli corinzi dei primi opliti greci

L’alba della Repubblica vide l’Urbe lottare con le tribù circostanti per affermare il proprio controllo sull’Italia centrale, un territorio tormentato dove una formazione rigida faticava a manovrare e la scarsa mobilità degli opliti comportava degli svantaggi. Un altro problema consisteva nella necessità di mettere in campo un esercito sempre più ampio, mentre soltanto pochi cittadini potevano permettersi l’acquisto della panoplia di armi e corazza. La soluzione venne da una nuova riorganizzazione dell’esercito, cominciata nel IV secolo a.C.. La legione classica cominciava a prendere forma: scomparsa la falange monolitica, la fanteria ora si differenziava per armamento, schieramento e tattiche d’impiego. I leves armati di giavellotti dovevano formare un velo di schermagliatori, per coprire il dispiegamento dell’esercito e disturbare quello dei nemici, per poi ritirarsi nelle retrovie, dato che senza protezioni non erano in grado di sostenere uno scontro. Quindi venivano due schiere in ordine chiuso, le vere e proprie truppe d’assalto, protette da scudi non più rotondi e bronzei, ma somiglianti al celebre scutum: oblunghi, di legno coperto di cuoio e con bordi metallici. Dietro alle prime schiere prendevano posto gli eredi degli opliti: triarii, rorarii e accensi, ancora armati in maniera pesante con lance da urto, per fornire un baluardo in caso di ripiegamento o per dare il colpo di grazia ai nemici sfiancati dalle formazioni anteriori. Inoltre nascevano i manipoli, all’epoca formati da sessanta uomini e comandati da due centurioni ciascuno.
Vale la pena soffermarci un attimo su questo particolare, anche in relazione al romanzo. Centurie e centurioni non presero il nome dal numero di combattenti effettivamente presenti nel reparto, anzi a regime questo si stabilizzò su un totale di ottanta uomini a pieno organico, bensì dalle centurie in cui erano divisi i cittadini ai fini elettorali e di censo. Allo stesso modo, i manipoli variarono, a seconda dell’epoca e della collocazione dell’unità, dai sessanta ai centottantasei effettivi. Il manipolo cessò di avere una funzione tattica con le riforme di Mario, che gli preferì la coorte formata da sei centurie, ma nel Trono mi serviva un’unità di dimensioni intermedie tra quest’ultima e la centuria (anche per non ripetere “centuria” e “centurione” ad nauseam), per cui ho attribuito ai colviani l’uso del manipolo composto da due centurie, che nel mio caso constano effettivamente di cento soldati, per evitare confusioni di sorta. In effetti c’era un certo salto tra le dimensioni delle unità romane e soprattutto nella catena di comando, tanto che ancora oggi ci si chiede se davvero inizialmente non esistesse nessun ufficiale intermedio tra lo stato maggiore della legione e il centurione a capo della singola centuria. Per quanto ne sappiamo, le coorti potevano trovarsi a operare in modo autonomo rispetto all’unità di madre, eppure non avevano un comandante dedicato. È piuttosto strano e non si può escludere che ciò derivi dalla perdita delle testimonianze storiche al riguardo. Nel romanzo ho usato i tribuni come anello di congiunzione, inoltre mi sono orientato verso l’uso del tardo impero di impiegare vexillationes (sing. vexillatio) nelle operazioni minori, ovvero distaccamenti di una o più coorti di fanteria per svolgere una missione, in maniera simile alle odierne task force.
Il prototipo della legione descritto sopra venne affinato ulteriormente nei due secoli successivi, con la separazione dei leves, ribattezzati velites, dagli hastati e quindi una diversa distribuzione numerica dei reparti. Ecco come Polibio descrive la nascita di una nuova legione ad opera dei tribuni militum:

“[I tribuni] scelgono i più giovani e i più poveri per formare i velites, quelli che li seguono per età e censo per gli hastati, i più maturi d’età per i principes, e i più anziani di tutti per i triarii. I tribuni dividono gli uomini in modo che [questi] siano 600, i principes 1200 e gli hastati altrettanti; tutti gli altri sono schermagliatori.”

Rorarii e accensi sono scomparsi, le due schiere votate all’offesa sono diventate più numerose e omogenee, mentre la funzione difensiva dei triarii li ha relegati in secondo piano. Come combatteva questo tipo di legione?
Hastati, principes e triarii si schieravano per manipoli alle spalle dei velites, il cui compito rimase sempre quello di coprirli e disturbare il nemico nelle prime fasi dello scontro. Le due schiere “d’assalto” presentavano manipoli di centoventi uomini, mentre quelli dei triarii ne contavano sessanta, per coprire lo stesso fronte con la metà delle truppe. Un aspetto importante era la disposizione a scacchiera delle unità: i ranghi posteriori si schieravano in corrispondenza degli spazi tra i manipoli di quello antistante, per favorire la rotazione che divenne il tratto distintivo della tattica legionaria. All’inizio della battaglia i velites scagliavano i giavellotti, quindi si ritiravano e raggiungevano i triarii. Questi rimanevano sul fondo dello schieramento, inginocchiati a terra con le armi pronte, in attesa dell’evoluzione dello scontro. Davanti a loro, gli hastati correvano incontro al nemico e, serrate le distanze, scagliavano i due giavellotti in dotazione prima di estrarre il gladio e lanciarsi alla carica, usando lo scudo come ariete. I principes li seguivano e dopo alcuni minuti davano loro il cambio, ripetendo gli stessi gesti della prima schiera: lanciavano e caricavano, mentre gli hastati si ritiravano attraverso le loro linee per riprendere fiato e riorganizzarsi. Purtroppo non conosciamo l’esatto svolgimento di questa manovra, né come venisse coordinata, però i romani dovevano essere dei maestri nel portarla a termine nonostante la pressione avversaria e senza perdere coesione. Se i legionari avevano la peggio, entrambe le schiere ripiegavano verso i triarii, che a quel punto si alzavano in piedi e formavano un muro di scudi irto di lance per offrire copertura ai compagni. Per questo motivo il loro impiego in battaglia divenne sinonimo di ultima risorsa, tanto che venne coniato il proverbio “essere ridotti ai triarii” per indicare una situazione disperata.
In questa fase storica l’armamento dei soldati non era uniforme. Si andava dai ragazzi seminudi con compiti di disturbo, alla fanteria pesante che impiegava il giavellotto (pilum) e combatteva con la spada, infine alle ultime vestigia oplitiche con i triarii ancora armati di hasta (il termine hastati della prima schiera era un anacronismo dettato dalla tradizione), la pesante lancia da corpo a corpo. La distinzione tra i due tipi di lancia è importante per capire funzione e modo di combattere dei diversi reparti, sebbene diventi un limite nella narrativa: la ripetizione di uno stesso termine specifico può sembrare una disattenzione al lettore, mentre l’impiego di un apparente sinonimo sarebbe errato. Insomma come si fa, si sbaglia!
Successivamente i romani si scontrarono con avversari numerosi e temibili come i galli e i cartaginesi, in grado di travolgere i singoli manipoli uno per uno se facevano breccia nel fronte. Scipione e poi Mario allora affinarono ulteriormente la formazione: l’equipaggiamento fu standardizzato sul modello degli hastati/principes, mentre i manipoli scomparvero di fatto a favore delle coorti, assembramenti formati dai sei centurie, capaci se necessario di operare anche in modo autonomo e coprire meglio i fianchi o fronti contrapposti. Le legioni continuarono comunque a schierarsi a scacchiera su tre linee (tranne in casi eccezionali come a Zama, dove furono lasciati dei corridoi in cui incanalare gli elefanti cartaginesi, per vanificarne la carica) e a ruotare i reparti impegnati in prima linea come da tradizione.

 Ricostruzione della spada iberica progenitrice del gladio romano

Ricostruzione della spada iberica progenitrice del gladio romano

Fu in questo periodo che le legioni entrarono in contatto con alcuni armamenti destinati a divenire parte integrante dell’equipaggiamento per secoli a venire: il gladio e la cotta di maglia.
Il gladio derivò dalle spade corte impiegate dalle tribù iberiche e perciò fu detto gladius hispanicus. Si trattava di un’arma ideale per combattere negli spazi ristretti della formazione legionaria, dove un’arma più grande sarebbe stata lenta e scomoda da brandire. Rimase in servizio con modifiche minori per quasi cinquecento anni, quando l’imbarbarimento degli eserciti imperiali portò a una sempre maggiore diffusione della spatha, un’arma dalla lama più lunga di tradizione germanica, non a caso somigliante anche alle spade usate in seguito dai vichinghi (e dagli Eidr).

Rievocazione storica di un legionario con lorica segmentata. Foto di Matthias Kabel

Rievocazione storica di un legionario con lorica segmentata. Foto di Matthias Kabel

L’usbergo di maglia, o lorica hamata come la chiamavano i latini, ebbe origine dalle prime campagne contro i galli, maestri nella realizzazione di questo tipo di armatura, che fu probabilmente il più duraturo e diffuso tra i vari modelli presenti negli arsenali dell’Urbe. Oltre ai pesanti pettorali di bronzo dell’epoca oplitica, infatti, i romani impiegarono almeno altri tre tipi di protezione: la lorica musculata, un pettorale che riproduceva i muscoli ed era tipico degli ufficiali per il suo aspetto solenne, la lorica squamata, ovvero un’armatura di scaglie metalliche di origini orientali e infine la lorica segmentata, cioè una corazza composta da piccole piastre metalliche parzialmente sovrapposte e cucite su un corpetto. Quest’ultimo tipo è entrato nell’immaginario collettivo come quello caratteristico del legionario, ma in realtà rimase in servizio solo dal I al III secolo dopo Cristo e non in maniera uniforme: i suoi resti sono stati ritrovati solo in alcuni siti e pare non fosse in dotazione agli ausiliari.

Rievocazione storica di un ausiliario del II sec. d.C. con lorica hamata. Foto di Matthias Kabel

Rievocazione storica di un ausiliario del II sec. d.C. con lorica hamata e pilum. Foto di Matthias Kabel

La lorica hamata è l’armatura che ho scelto per le truppe colviane, perché la diffusione della cotta di maglia anche per buona parte del Medioevo ben si presta alla commistione di epoche presente nel mio mondo. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’uso degli pteruges (strisce di cuoio semplice o borchiato) per proteggere spalle e addome sia nato per supplire all’iniziale incapacità dei fabbri capitolini di costruire parti sufficientemente flessibili da non impedire i movimenti in combattimento, mentre i galli erano già in grado di farlo. Ne ho approfittato per inserirli nel Trono come elemento distintivo del rango dei militari colviani, dato che noi lettori moderni siamo legati alla rappresentazione del grado sulle spalle, mentre risulterebbero meno immediati elementi come la cresta “di traverso” sull’elmo dei centurioni. Come nell’originale, ho mantenuto la lorica musculata per gli alti ufficiali, mentre la corazza di Dolagirt è più simile alle armature di piastre tardo medievali, perché le tattiche e la tecnologia di Ailearth sono orientate all’impiego massiccio della cavalleria pesante. Del resto i persiani e altri popoli mediorientali impiegarono sin dall’età antica i catafratti, unità in cui cavalli e cavalieri erano protetti di pesanti armature, per cui non è poi così impossibile pensare a un’anticipazione di quelle impiegate in seguito dalla cavalleria pesante europea.

Resti di una corazza a scaglie o lorica squamata, Somerset County Museum

Resti di una corazza a scaglie o lorica squamata, Somerset County Museum

Ma torniamo all’evoluzione delle legioni! Nel corso delle incessanti campagne militari, emersero altre due gravi lacune dell’esercito repubblicano e poi imperiale: la scarsa qualità della cavalleria e la necessità di forti contingenti di truppe da tiro, specie quando si fronteggiavano gli eserciti orientali. Canne si tramutò in una disfatta non solo per l’avventatezza dei comandanti e la geniale tattica di Annibale (ne parleremo più avanti, promesso), ma anche perché la cavalleria venne sbaragliata e scacciata dal campo, permettendo a quella cartaginese di piombare sui legionari e farli a pezzi. Non sarebbe stata né la prima né l’ultima volta. Allo stesso modo, la carenza di validi contingenti di arcieri divenne sempre più evidente via via che ci si trovava ad affrontare enormi orde di barbari indisciplinati e poco protetti, ma capaci di schiantare le difese se la loro carica non veniva interrotta, oppure di fronte agli squadroni di arcieri a cavallo dei parti, come imparò Crasso a Carre.
In questo caso la soluzione venne dall’arruolamento sempre più copioso di alleati barbari, i cosiddetti auxilia. Per esempio erano cavalieri rinomati i galli, i germani o i numidi, mentre le truppe da tiro in genere provenivano dalle province orientali, anche se vi erano eccezioni famose, come i frombolieri delle Baleari. È per questo che nel romanzo gli arcieri dell’avamposto di Gamius sono mercenari e non colviani 😉
Nel corso dei secoli, la fanteria pesante cessò quindi di essere la risposta più adatta alle sfide poste dai popoli ai confini dell’impero, inoltre l’imbarbarimento dell’esercito portò a una differenziazione sempre maggiore di unità, equipaggiamenti e modi di combattere. A fianco dei legionari apparvero lancieri, arcieri a cavallo, cavalleria leggera, cavalieri corazzati detti clibanarii, simili a quelli persiani, e persino alae su dromedari per la guerra nel deserto. L’esercito si differenziò tra limitanei, le truppe preposte alla sorveglianza dei confini, e legioni comitatenses, cioè eserciti di manovra incaricati di accorrere ovunque fosse necessario contrastare un’invasione. Secondo alcuni storici l’imperatore Gallieno ebbe l’intuizione di creare a tal fine un contingente di sola cavalleria, che qualcuno considera tra i primi esempi di Forza di Reazione Rapida (QRF, Quick Reaction Force, nella terminologia militare odierna) della Storia. La riserva mobile citata da Galbas nel capitolo 38 del Trono si ispira al medesimo concetto.
La cavalleria assunse un ruolo crescente sul campo di battaglia, tendenza proseguita poi per buona parte del Medioevo. Il mutare degli avversari decretò un ritorno alle origini anche per la fanteria: nel tardo impero la lancia pesante tornò a essere la sua arma principale, le legioni ripresero a schierarsi sotto forma di falangi per affrontare i feroci cavalieri delle steppe e tra i soldati di origine barbarica ci fu un ritorno in auge dello scudo rotondo. In un certo senso, il cerchio si chiuse.

Ricostruzione di uno scorpione romano. Foto di Matthias Kabel

Ricostruzione di uno scorpione romano. Foto di Matthias Kabel

Prima di passare agli Eidr, dedicherò un po’ di spazio a un’arma nominata di sfuggita nel romanzo, la balestra. Sulion la cita per preparare il terreno alla sua comparsa negli anni a venire e nel farlo commette un errore, ma non quello che potrebbe sembrare a prima vista!
Immagino che più d’uno abbia storto il naso di fronte alla citazione della balestra come arma in mano a soldati simil-romani, considerandolo un anacronismo. Lo è se ci limitiamo a guardare alle tecnologie occidentali, ma l’errore è un altro e l’ho commesso volutamente, dato che in questo caso ho preferito privilegiare la semplicità alla precisione. Sulion afferma che la balestra deriva dagli scorpioni, armi d’assedio romane, ma ciò è errato: gli scorpioni traevano l’energia per scagliare i proiettili dalla torsione di fasci di funi, non dalla tensione elastica dell’arco, com’è il caso delle balestre vere e proprie. Al momento di stabilire come introdurre l’arma nel testo, mi è sembrata una spiegazione un po’ troppo tecnica. Due soldati come i Talendyr avrebbero potuto apprezzarla, ma temevo sarebbe risultata soporifera per i lettori meno avvezzi agli aspetti tecnici delle armi antiche.
Come ho anticipato, l’errore apparente invece non è tale, nel senso che la diffusione della balestra in Europa a partire dall’anno 1000 non è stata altro che una reinvenzione dell’arma: qualcosa di simile era già stato usato dai greci e soprattutto dai cinesi, che ne fecero uso nel Periodo degli Stati Combattenti, almeno a partire dal V secolo avanti Cristo e forse addirittura dal VI. Mentre Roma era ancora uno staterello, in Cina si praticava già l’agricoltura intensiva con canali per l’irrigazione, si producevano armi e armature di bronzo in serie e gli eserciti potevano mettere in campo centinaia di migliaia di uomini. Questa è la ragione che mi ha spinto a ritenere accettabile l’introduzione della balestra tra le tecnologie colviane. Del resto è logico che gli ufficiali dell’impero si siano sforzati di trovare un sistema per contrastare lo strapotere degli arcieri eidr.

Il mattino della battaglia di Agincourt, sir John Gilbert, 1884

Il mattino della battaglia di Agincourt, sir John Gilbert, 1884

“We few, we happy few, we band of brothers.
For he to-day that sheds his blood with me
Shall be my brother; be he ne’er so vile,
This day shall gentle his condition;
And gentlemen in England now a-bed
Shall think themselves accurs’d they were not here,
And hold their manhoods cheap whiles any speaks
That fought with us upon Saint Crispin’s day.”
[William Shakespeare, Enrico V, atto IV, scena III]

Con il monologo da cui è tratto questo brano, uno dei più citati della letteratura inglese, il Bardo ha dato inizio alla leggenda della battaglia di Agincourt, avvenuta il 25 ottobre 1415 tra l’esercito francese e quello inglese. Ve l’ho riproposto perché è il momento di parlare dell’arco lungo, arma celebre per aver deciso numerose battaglie della Guerra dei Cent’anni, tra cui proprio Agincourt e in precedenza Crecy, nel 1346. Gli inglesi che combattevano al di qua della Manica si trovarono spesso in inferiorità numerica di fronte agli eserciti nemici, affollati di nobili cavalieri ansiosi di mettersi in mostra. Grazie alla sapiente scelta del terreno, al maggiore spirito di corpo e agli errori dei francesi, i contingenti di arcieri ebbero l’occasione di rovesciare sugli avversari una pioggia mortale, che spazzò via la cavalleria pesante feudale, gli uomini d’arme e persino le migliaia di balestrieri mercenari assoldati per cercare di combattere il fuoco con il fuoco.
L’arco lungo si diffuse a partire dal XIII secolo nell’Inghilterra normanna, forse a partire da armi simili impiegate dagli ultimi britanni, i gallesi, per opporsi all’invasione delle loro terre da parte degli eredi di Guglielmo il Conquistatore. Era lungo circa un metro e ottanta, fatto di legno di tasso (il migliore), frassino od olmo, aveva una portata massima indicata in circa trecento-trecentocinquanta metri e una utile di poco superiore ai duecentocinquanta. Si stima che già attorno ai cento metri le sue frecce potessero perforare un’armatura di ferro, mentre a breve distanza erano in grado trapassare da parte a parte tavole di quercia spesse un pollice. La balestre potevano sviluppare un potere d’arresto superiore, ma al confronto avevano una cadenza di tiro risibile: uno-due colpi al minuto contro i sei di un arciere addestrato, che secondo alcune fonti potevano salire a dieci per brevi periodi. Gli arcieri portavano con sé una cinquantina di frecce, dotate di punte diverse a seconda del bersaglio: aghiformi contro gli usberghi di maglia, a punteruolo contro le corazze di piastre, oppure più larghe e con bordi a uncino per conficcarsi nelle carni dei cavalli poco protetti. Questi tiratori erano così temuti e odiati dai francesi che, in caso di cattura, venivano uccisi oppure venivano mozzate loro le dita della mano con cui tendevano la corda dell’arco, affinché non potessero più combattere. Ad Agincourt erano presenti, a seconda delle stime, da tre a seimila arcieri inglesi: provate a immaginare che razza di incubo debba essere stato per i francesi arrancare su un terreno pesante, allo scoperto, bersagliati da migliaia frecce che si abbattevano su di loro a intervalli di pochi secondi, mietendo vittime tra uomini e cavalli. Urla, lamenti e nitriti dovevano risuonare sempre più numerosi e strazianti, mentre dall’alto giungeva un sibilo mortale seguito dal clangore dei dardi sul metallo delle corazze o da un tonfo sordo, quando si conficcavano nella carne e un altro compagno d’arme cadeva nel fango!
L’attacco subito da Yanvas e dai suoi legionari subito dopo l’imboscata sul Devengar dev’essere stato simile a questo. Credo che gli approfondimenti di questi ultimi mesi vi abbiano consentito di farvi un’idea sull’efficacia in battaglia delle armi e tattiche vichinghe/eidr così come di quelle romane/colviane: è piuttosto evidente come, senza l’introduzione di un elemento in grado di bilanciarne un po’ le caratteristiche, lo squilibrio tra i due popoli si sarebbe risolto invariabilmente a favore dei colviani. I romani dimostrarono spesso di patire le forze da tiro avversarie, perciò è stato naturale attribuire agli Eidr l’arma principe dei lontani discendenti dei loro omologhi terrestri.

Anche oggi siamo arrivati alla conclusione dell’approfondimento. Il tema è stato un po’ più tecnico del solito, in ogni caso mi auguro che abbiate trovato stimolante osservare come le legioni si siano evolute per fronteggiare le sfide presentate dai diversi periodi storici, oltre ad approfittarne per scoprire le motivazioni alla base di alcune scelte riguardanti il mondo del Trono 🙂

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Letture consigliate

In aggiunta ai testi già consigliati in precedenza, vi consiglio un saggio perfetto per calarvi nei panni degli arcieri di Agincourt o dei combattenti di altre battaglie celebri:
J. Keegan, Il volto della battaglia, Il Saggiatore

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iSi tratta di falangi oplitiche, da non confondere con quelle macedoni: queste erano armate di sarisse, picche lunghe fino a sei metri da impugnare a due mani, e di un piccolo scudo metallico legato alla spalla sinistra per lasciare libera la mano.

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