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Buongiorno a tutti! È passato un po’ di tempo da quando ho accennato a un approfondimento sui regni e le colonie vichinghe, credo sia tempo di affrontare l’argomento e chiudere così la serie di articoli sull’epopea dei guerrieri scandinavi!

Ricostruzione di un villaggio di pescatori in Islanda. Foto di Herbert Ortner

Ricostruzione di un villaggio di pescatori in Islanda. Foto di Herbert Ortner

«Perché [gli uomini] si mettono in mare affrontando così tanti pericoli? E cosa vanno a cercare in Groenlandia?»
«[La risposta è insita] nella triplice natura dell’uomo. Un motivo è la fama, un altro è la curiosità, il terzo è la brama di ricchezza.»
[Testo norvegese del 1240]

Nei mesi scorsi abbiamo visto (qui e qui) quanto siano stati profondi i segni lasciati nella cultura e nell’economia medievali dalle razzie vichinghe e da quelle eidr nel mondo del Trono, ma non ci siamo soffermati su una delle questioni fondamentali: perché di punto in bianco migliaia di uomini attraversarono i mari alla ricerca di gloria e bottino?
Secondo alcuni studiosi, la causa scatenante potrebbe essere stata un mutamento climatico, ovvero un progressivo riscaldamento del pianeta che avrebbe reso abitabili regioni della penisola scandinava prima inospitali. Le popolazioni avrebbero pertanto avuto a disposizione molte più terre coltivabili e la relativa abbondanza di cibo avrebbe provocato un vero e proprio boom demografico, in seguito al quale moltitudini di guerrieri si sarebbero spinti sempre più lontano alla ricerca di ciò che non potevano ottenere in patria. In Scandinavia gli uomini più ricchi e potenti praticavano la poligamia e la competizione tra i loro innumerevoli figli doveva essere piuttosto accesa, per cui appare ancora più evidente quanto dovesse essere forte la spinta a compiere imprese in terra straniera, soprattutto dopo la messa al bando delle incursioni ai danni di connazionali. Con l’andare del tempo, la pressione demografica dev’essere aumentata al punto di spingere i razziatori a diventare colonizzatori pur di sopravvivere. Un altro fattore che agevolò l’espansione vichinga fu la pratica di mandare in esilio famiglie o interi clan, anziché metterli semplicemente a morte. Questo portò alla fondazione di nuovi insediamenti da parte di avventurieri ai quali non era rimasto nulla da perdere, come il famoso Eric il Rosso.
Il fenomeno cessò attorno alla metà dell’XI secolo e ancora una volta le cause non sono del tutto chiare, o almeno non univoche. La cristianizzazione del Nord rivestì probabilmente un ruolo determinante, perché i condottieri non furono più liberi di derubare, schiavizzare e uccidere dei correligionari, mentre in precedenza chiese e monasteri erano i loro bersagli prediletti. La nuova fede, in un periodo di fervore religioso a dir poco militante, fornì nuovi nemici da combattere sulla sponda meridionale del Baltico: non era più necessario spingersi lontano, si potevano accumulare gloria e bottino contro i pagani dell’Est al grido di Deus Vult. Sembra inoltre che la pressione demografica sia andata riducendosi dopo lo straordinario picco del VII-IX secolo e che ciò, unito a una migliore organizzazione nell’agricoltura e nella pesca, abbia reso meno attraente la vita dell’avventuriero (i regni circostanti erano sempre più fortificati) rispetto a quella del coltivatore. Nel 1086 re Canuto IV di Danimarca fu addirittura ucciso da contadini in rivolta, dopo che quelli arruolati per invadere l’Inghilterra si erano ammutinati pur di non salpare. Più tardi il clima influì di nuovo, ma questa volta in senso contrario, con il venir meno dell’aumento di temperatura che aveva reso accoglienti le terre boreali. A partire dalla fine del XIII secolo infatti l’Europa andò incontro a un progressivo calo delle temperature, che abbiamo già visto essere stato una concausa delle carestie e della Peste Nera, denominato “Piccola Era Glaciale” e proseguito fino a metà del XIX secolo, dopo aver toccato il proprio minimo nel XVII.
Tra l’alba e il tramonto dell’età dell’oro vichinga vi furono circa due secoli e mezzo, un’epoca relativamente breve la cui storia fu scritta con la spada e con il sangue, ma che non lasciò dietro di sé solo violenza e rovine fumanti: i vichinghi furono anche conquistatori, esploratori e colonizzatori.

Moneta vichinga del X secolo rinvenuta a Dublino. Si ritiene che l'incisione rappresenti lo Stendardo del Corvo consacrato a Odino

Moneta vichinga del X secolo rinvenuta a Dublino. Si ritiene che l’incisione rappresenti lo Stendardo del Corvo consacrato a Odino

Le prime conquiste cominciarono nell’VIII secolo e interessarono gli arcipelaghi nel nord dell’Atlantico: Shetland, Orcadi, Fær Øer, Ebridi, le isole nel Fyrth of Clyde e l’isola di Man. I norreni soggiogarono i pitti, gli irlandesi e gli scoti che le abitavano, quindi le trasformarono in basi da cui partire per le incursioni. Fondarono regni nelle regioni circostanti a più riprese, per esempio in Irlanda nel IX e X secolo, ma ebbero tutti vita breve a causa delle guerre continue, sebbene alcune roccaforti come Dublino abbiano resistito fino all’arrivo dei normanni nel XII secolo. Gli scandinavi dominarono anche alcune regioni inglesi, per esempio furono padroni di York e delle terre circostanti per circa ottant’anni. L’impatto culturale della loro presenza, sommato a quello delle genti germaniche e danesi che li avevano preceduti, lasciò un segno duraturo nella lingua, nella toponomastica e nel feudalesimo delle isole britanniche: il suffisso –ster presente nei nomi di alcune regioni (per esempio l’Ulster), deriva dal norreno stadr, cioè luogo, territorio. Allo stesso modo –dale (valle) viene da dalr. Tra i titoli nobiliari feudali invece possiamo vedere come derivino quasi tutti dal francese e dal latino, tranne l’equivalente di conte, earl, che proviene dal norreno jarl. Gli esempi analoghi sarebbero innumerevoli.
Se la terraferma era difficile da difendere, non si poteva dire altrettanto delle isole, che rimasero sotto il controllo vichingo per secoli.  I norvegesi cedettero le Ebridi e le isole tra Scozia e Irlanda soltanto nel XIII secolo dietro il pagamento di una cifra consistente e di un tributo annuale che fu versato per decenni, mentre la storia delle Shetland e delle Orcadi è più curiosa. Nel XV secolo, Cristiano I regnava su un’unione tra le corone di Danimarca, Svezia e Norvegia e diede in sposa la figlia Margherita al re di Scozia Giacomo III. Cristiano offrì le isole come pegno nel caso in cui non avesse versato la dote nei tempi stabiliti. Una persistente crisi di liquidità gli impedì di onorare il debito, così tra il 1471 e il 1472 entrambi gli arcipelaghi passarono sotto il dominio scozzese.

San Brendano sul dorso della balena, Manuscriptum translationis germanicae, 1460

San Brendano sul dorso della balena, Manuscriptum translationis germanicae, 1460

Per quanto importante e duratura, la presenza vichinga nelle terre che abbiamo appena citato fu solo un trampolino di lancio verso traguardi più ambiziosi, oltre l’orizzonte. Già all’inizio del IX secolo i primi coloni approdarono nelle isole Fær Øer, fino a quel momento abitate soltanto da monaci irlandesi, i quali si ispiravano ai viaggi di san Brendano. Questo santo irlandese vissuto tra il V e il VI secolo godette di una fama straordinaria per buona parte del Medioevo, tanto che i racconti sul suo viaggio leggendario alla ricerca del paradiso furono tramandati oralmente per quasi cinquecento anni, fino alla trascrizione risalente al 900 circa. Il viaggio di san Brendano contiene numerosi episodi allegorici, tra cui incontri con diavoli, mostri marini, grifoni, bambini misteriosi, altrettanto enigmatici monaci arrivati non si sa come su isole lontanissime in mezzo all’oceano, enormi fuochi, nubi di ghiaccio e persino una colossale colonna di cristallo presso la quale dimora Giuda, il traditore di Cristo. In un’epoca di forte misticismo, l’opera ebbe una forte influenza sui monaci ansiosi di mettere alla prova la propria fede e di affidarsi alle mani del Signore, perciò molti di essi salparono senza una meta su miserabili barchette fatte di cuoio teso su intelaiature di vimini, rese impermeabili da uno strato di grasso e burro e spinte da una piccola vela quadrata. I monaci contavano solo sulla guida divina: una cronaca riporta le parole di un abate che sgridò i propri confratelli perché avevano cominciato a remare, forzando la mano alla divina provvidenza. È probabile che buona parte di questi fanatici siano morti di stenti o annegati da qualche parte nell’oceano, eppure alcuni furono così fortunati da approdare sulle coste delle Fær Øer o addirittura in Islanda, all’incirca un secolo prima dei vichinghi.
Gli scandinavi raggiunsero le Fær Øer quando erano ancora pagani, scacciarono o uccisero gli anacoreti cristiani, poi si dedicarono all’allevamento di pecore e in seguito alla pesca. Presto le isole divennero meta di numerose famiglie di coloni, in particolare norvegesi esiliati dal re Harald Bellachioma. Ai monaci irlandesi sopravvissuti non restò che raggiungere i confratelli in Islanda, a Dio piacendo.

Lo Sbarco dei primi coloni vichinghi in Islanda, Johan Peter Raadsig, 1850

Lo sbarco dei primi coloni vichinghi in Islanda, Johan Peter Raadsig, 1850

Purtroppo per loro, i vichinghi li raggiunsero anche lì. Sembra che i monaci fossero presenti sull’isola almeno dal 775, mentre la scoperta ufficiale dell’Islanda da parte degli scandinavi è datata 860, sebbene fosse conosciuta già in precedenza e parecchi autori classici la citino con il nome di Thule. Lo scopritore sarebbe stato un norvegese di nome Naddod, finito fuori rotta durante un viaggio verso le Fær Øer. Ecco un brano relativo all’episodio:

“La tempesta li spinse nell’oceano occidentale e là scoprirono una grande terra. Salirono in cima a un’alta montagna nella ragione di Eastfirths da dove la vista era splendida. Cercarono del fumo o altri segni di presenza di uomini, ma non ne trovarono. Si fermarono fino all’autunno e quando partirono per ritornare alle Fær Øer, videro neve sulle cime delle montagne, per cui chiamarono quella terra, che molto lodarono, Terra della Neve.”

Dopo Naddod vennero altri due navigatori, Gardar e Floki, e sembra che solo quest’ultimo fosse diretto in Islanda allo scopo di esplorarla e di farsi un’idea migliore del luogo tanto apprezzato da chi vi si era imbattuto per sbaglio. Floki invece scordò di mietere il fieno per il bestiame durante la bella stagione e incappò in una primavera molto rigida, perciò dovette soffrire la fame e il freddo prima di ripartire verso casa. Ciononostante, tra l’870 e il 930 l’Islanda divenne meta d’elezione per gli emigranti non solo norvegesi, ma anche norreni nati e cresciuti in Irlanda, dove la morsa delle genti celtiche aumentava sempre di più, che approdarono sull’isola con servi e schiavi al seguito. Circa quattrocento famiglie si spartirono le terre coltivabili e diedero vita a quello che viene considerato il più fulgido esempio di colonizzazione da parte degli uomini del nord, dato che l’assenza di popolazioni locali da assimilare consentì di mantenere inalterati i costumi e le tradizioni per lungo tempo. Non è un caso che molte saghe e testi come l’Edda, la principale raccolta di miti scandinavi, siano stati trascritti e conservati proprio lì.

Il Thingvellir, o Piana dell'Assemblea, in Islanda. Foto di Ivan Sabljak

Il Thingvellir, o Piana dell’Assemblea, in Islanda. Foto di Ivan Sabljak

I coloni erano in larga parte pagani e sembra che molti di essi abbiano seguito il rito tradizionale per decidere dove stabilirsi: gettavano in mare le travi di legno che avrebbero costituito il cuore della casa, le seguivano finché le onde le spingevano a riva e lì costruivano la propria dimora, ritenendo che fosse il luogo indicato dagli Asi. Ecco perché nel quadro raffigurato poco sopra la famiglia presta così tanta attenzione a quel dettaglio.
Gli islandesi, scottati dalla tirannia di Harald, rifiutarono di scegliere un re, ma adottarono parte del sistema di governo tipico del nord, ovvero le assemblee chiamate thing, che ho mutuato per gli Eidr. L’organo supremo dell’isola era costituito da una grande assemblea detta Althing, che si riuniva una volta all’anno e trascorreva quindici giorni ad amministrare la giustizia e il paese. Il luogo di ritrovo dei capifamiglia era una piana detta Thingvellir, situata in un luogo facile da raggiungere che ospitò le assemblee per quasi novecento anni, fino al 1799. Nell’Ottocento si preferì trasferirle nella capitale Reykjavík, ma Parlamento islandese si chiama Althing ancora oggi 🙂
L’Althing è presente anche nel Trono, dove però si tratta di un’assemblea federale delle quattro regioni assoggettate all’autorità del re eidr, il konungr (se ci fate caso, la radice del termine norreno è la stessa del tedesco könig e dell’inglese king).
L’Islanda però poteva sostentare un ammontare limitato di persone e i vichinghi erano gente irrequieta, così ben presto da lì spiccarono l’ennesimo balzo verso ovest, diretti in Groenlandia.

La chiesa del XII secolo di Hvalsey, le cui rovine sono le meglio conservate tra quelle norrene in Groenlandia

La chiesa del XII secolo di Hvalsey, le cui rovine sono le meglio conservate tra quelle norrene in Groenlandia

Ancora una volta, la scoperta della Groenlandia avvenne per caso ad opera di un navigatore finito fuori rotta, Gunnbjorn Ulf-Krakason, all’incirca nel 900 dopo Cristo. La colonizzazione della Groenlandia cominciò solo settant’anni dopo, quando Eric il Rosso e la sua famiglia furono scacciati prima dalla Norvegia e poi dall’Islanda, dove Eric aveva ucciso un uomo, forse per dispute sulla terra che ormai scarseggiava. Eric trascorse tre anni a esplorare le coste, trovando a suo dire terre fertili e paesaggi che gli ricordavano la madrepatria. A quel punto tornò in Islanda e organizzò una spedizione forte di venticinque navi, anche se solo quattordici giunsero a destinazione. Secondo la saga, Eric coniò il nome Terra verde per invogliare i coloni a seguirlo con la prospettiva di un luogo idilliaco. Nel tempo vennero fondati almeno tre insediamenti e si ritiene che la Groenlandia abbia attirato altri emigranti dopo la spedizione iniziale, tanto che l’insediamento principale arrivò a contare almeno centonovanta famiglie dedite all’allevamento, alla pesca e all’agricoltura, oltre che al commercio di pellicce e avorio proveniente dalle zanne di tricheco.
Un libro norreno del XIII secolo descrive così la situazione sull’isola:

“Si sa che il pascolo là è buono, e che le fattorie sono grandi e prosperose. Gli agricoltori sono impegnati nell’allevamento di bestiame e pecore e producono una grande quantità di burro e formaggio; la gente vive principalmente di questi prodotti e di carne. Inoltre si nutrono di carne di renne, balene, foche e orsi.”

Ben presto le risorse boschive dell’isola furono messe a dura prova dall’attività umana, che le consumava a ritmo vertiginoso per costruire case, imbarcazioni e per scaldarsi d’inverno, quindi si dovette importare legname direttamente dalla Norvegia. Questo potrebbe essere uno dei fattori che indussero i navigatori a spingersi ancora più a occidente, alla ricerca di una terra avvistata per puro caso da alcuni di loro finiti fuori rotta a causa delle tempeste.

La mappa di Skalholt, carta islandese del 1590 basata sulle nozioni tramandate dai navigatori vichinghi

La mappa di Skalholt, carta islandese del 1590 basata sulle nozioni tramandate dai navigatori vichinghi

Gli storici e gli archeologici ritengono che piccole spedizione vichinghe abbiano raggiunto le coste nord americane per la prima volta attorno all’anno 1000 e le stesse fonti medievali indicano a più riprese la presenza di terre conosciute non lontano dalla Groenlandia. Nel 1075 il geografo tedesco Adamo di Brema riportò queste affermazioni del Re di Danimarca:

“[Vi è] un’altra isola scoperta da molti in quell’oceano. È chiamata Vinland perché la vite vi cresce spontaneamente e produce vino eccellentissimo. Che vi si trovi in abbondanza frumento non seminato è una notizia non appresa da voci fantasiose, ma dai resoconti degni di fede dei danesi.”

Un trattato del XII secolo è ancora più dettagliato dal punto di vista geografico:

“A sud della Groenlandia si trova Helluland, quindi Markland e, non molto oltre, Vinland.”

Una saga tramanda che il primo scopritore del Vinland sia stato il navigatore islandese Bjarni Herjolfsson. Un anno, al suo ritorno a casa dalla Norvegia, scoprì che il padre si era sposato e si era trasferito in Groenlandia, perciò salpò per raggiungerlo, ma finì fuori rotta e avvistò una serie di terre prima di riuscire finalmente a ricongiungersi con la famiglia. Alcuni anni dopo le voci sul suo viaggio raggiunsero Leif Ericsson, figlio di Eric il Rosso, dal quale aveva ereditato l’animo irrequieto. Leif comprò la barca di Bjarni, assoldò un equipaggio e salpò. Si imbatté per prima cosa nella scabra Helluland (Terra delle pietre piatte), identificata con l’Isola di Baffin, quindi  in una regione pianeggiante ricoperta di foreste fittissime che battezzò Markland (Terra delle foreste) e che si ritiene essere la costa del Labrador, infine superò delle sconfinate spiagge bianche, risalì un fiume e costruì un campo in riva a un lago pullulante di salmoni enormi. Qui un uomo del suo equipaggio scoprì delle bacche simili all’uva e si ubriacò dopo averne mangiate parecchie, inoltre trovarono quello che ritennero essere grano selvaticoi in abbondanza. Il gruppo svernò in riva al lago e la primavera seguente rientrò in patria con la nave carica di legname e frutti di quella terra lussureggiante. Leif vendette la nave ai suoi fratelli, i quali organizzarono una nuova spedizione. Ritrovarono la capanna di Leif e vi trascorsero l’inverno, quindi cominciarono e esplorare le coste sempre più a ovest, finché ebbero un primo contatto con gli indigeni, gli skrælingii: i vichinghi avvistarono un piccolo gruppo di indiani accampati sulla costa, si avvicinarono e, con il consueto tatto, li uccisero tutti tranne uno, che riuscì a fuggire e diede l’allarme. In breve il resto dei guerrieri della tribù accorse per vendicarsi e Thorvald, figlio di Eric il Rosso nonché capo della spedizione, cadde colpito da una freccia. Un terzo fratello, Thorstein, partì per recuperarne il corpo insieme alla moglie Gudrid, ma il maltempo impedì la traversata e Thorstein morì durante l’inverno. Gudrid si sposò nuovamente e convinse il marito a colonizzare le terre appena scoperte, perciò partirono con sessanta uomini, cinque donne e parecchi capi di bestiame per stabilirsi definitivamente lì.

Resti di una "casa lunga" vichinga nel villaggio di L'Anse aux Meadows, in Canada. Foto di Clinton Pierce

Resti di una “casa lunga” vichinga nel villaggio di L’Anse aux Meadows, in Canada. Foto di Clinton Pierce

Questa volta i rapporti con gli skræling furono più pacifici: gli indiani offrirono pelli in cambio del latte delle mucche, finché dopo circa due anni una lite con alcuni di loro sfociò in una battaglia. A quel punto i vichinghi decisero di averne abbastanza, presero armi e bagagli e tornarono in Groenlandia. Non si sa se si tratti dello stesso luogo descritto nelle saghe, ma nel 1960 gli archeologi rinvennero tracce di un centro abitato norreno presso il villaggio di pescatori canadese di L’Anse aux Meadows. Furono scoperti i resti di un piccolo gruppo di case lunghe, in grado di ospitare una settantina di persone, con locali atti a riparare le navi, una fucina e svariati manufatti, spille e altri oggetti di stile vichingo, incompatibili con le tecnologie dei nativi e databili attorno all’anno 1000. Sopra questi resti furono rinvenuti reperti indigeni, segno che gli skræling sfruttarono le abitazioni abbandonate come riparo dopo la partenza dei coloni. Sembra che una figlia di Eric abbia effettuato un ulteriore tentativo di colonizzazione, finito male a causa di dissapori tra lei e alcuni islandesi, sfociati nel loro assassinio per mano della donna armata d’ascia (quella di Eric il Rosso dev’essere stata una stirpe di personcine davvero affabili). In ogni caso il Vinland, nonostante tutte le sue promesse di ricchezza, si rivelò ostile e inospitale per i norreni, costringendoli ad abbandonarlo. Sappiamo comunque che le colonie groenlandesi inviarono spedizioni a raccogliere legname nel Markland almeno fino al 1347.
Come se non bastasse, il pianeta stesso sembrò voler sancire la fine dell’era vichinga: nei secoli successivi le temperature scesero in media di quasi sette gradiiii, i ghiacci si spinsero sempre più a sud, la navigazione divenne più pericolosa a causa degli iceberg, in Groenlandia l’erosione impoverì il suolo e gli attacchi degli inuit aumentarono a causa della migrazione verso sud delle foche, che portò i due popoli a competere per le stesse risorse alimentari. Gli esami dei resti umani e animali evidenziano un progressivo impoverimento della dieta, aggravato dai pesanti limiti al commercio imposti dai sovrani norvegesi nel XIII secolo. In pratica le colonie di Eric cominciarono a spegnersi in modo lento e inesorabile, senza che il mondo esterno se ne rendesse conto. I documenti attestano un ultimo matrimonio cristiano celebrato nel 1408 nella chiesa di Hvalsey (di cui potete vedere una foto sopra), poi il nulla. Si ritiene che i villaggi siano rimasti spopolati o siano stati travolti dagli inuit attorno alla fine del XV secolo, ma fu soltanto nel 1721 che una spedizione si spinse di nuovo in quei luoghi, trovando poche, spettrali rovine. La drammaticità della situazione emerge perfettamente in queste poche righe vergate da papa Alessandro VI nel 1492:

“Le diocesi di Gardar si trovano ai confini del mondo in un luogo chiamato Groenlandia. Il popolo che vi abita non ha né pane, nè vino, né olio; sopravvive nutrendosi di pesce essiccato e di latte. […] Si calcola che per ottant’anni nessuna nave sia arrivata fino là e che nessun vescovo né sacerdote abbia risieduto là in quel periodo. Come risultato […] una volta all’anno espongono una tovaglia sacra usata dall’ultimo sacerdote che ha celebrato la messa, circa cento anni fa.”

Secoli dopo, queste terre dimenticate da Dio e dagli uomini passarono sotto il controllo danese, così come le Fær Øer, e ancora oggi fanno parte del Regno Unito di Danimarca, pur godendo di una crescente autonomia, alimentata dalla scoperta di ingenti risorse minerarie nel sottosuolo, sempre più accessibile in seguito allo scioglimento dei ghiacci. In particolare si stima che la Groenlandia possa celare immense riserve di terre rare, minerali preziosissimi per l’industria avanzata, una disponibilità che potrebbe mettere in discussione il ruolo egemonico cinese in questo campo. La Groenlandia ha rivestito una certa importanza anche negli anni della Guerra Fredda, poiché l’appartenenza alla NATO e la sua posizione la rendevano un luogo ideale per installarvi radar e sensori dedicati alla sorveglianza degli spazi aerei artico e sovietico, consentendo di monitorarli per stabilire una rete di allarme precoce in caso di lancio di missili intercontinentali (l’Artico era una zona operativa d’elezione per gli SSBN, i sottomarini nucleari deputati al lancio di missili balistici). In maniera similare, l’Islanda ospitava forze aree americane specializzate nel pattugliamento marittimo e nella lotta anti-sommergibile, proprio per contribuire a monitorare il traffico sovietico nelle acque del Nord. Insomma, potete vedere come il retaggio lasciato da poche centinaia di coloni vichinghi abbia segnato i legami politici e culturali di queste terre difficili quanto affascinanti e preziose.

L'arrivo di Rurik e dei suoi fratelli in Russia, Apollinary Vasnetsov, XIX secolo

L’arrivo di Rurik e dei suoi fratelli in Russia, Apollinary Vasnetsov, XIX secolo

Mi sono già dilungato parecchio e in conclusione vorrei dedicare qualche riga al romanzo, ma prima è doveroso accennare brevemente ad altri due clamorosi fenomeni di espansione nordica, sebbene siano ricordati piuttosto di rado perché furono i dominatori a essere assimilati sul piano culturale dai loro sudditi: i regni vichinghi nell’Est e in Francia.
Nell’Est europeo i vichinghi, soprattutto svedesi, erano conosciuti come variaghi o vareghi ed esigevano tributi dalle genti slave della costa baltica e lungo i fiumi, come abbiamo visto nei precedenti approfondimenti. Attorno all’860 gli slavi riuscirono a scacciare i vareghi, ma le continue lotte interne li costrinsero a richiamare uno dei loro capi, Rurik, affinché riportasse l’ordine. Rurik divenne signore di Novgorod, mentre due suoi fratelli regnavano sulle città di Beloozero e Izborsk, ma ben presto essi morirono, lasciandolo unico sovrano della Russia nonché fondatore di una dinastia piuttosto longeva. Qualche anno più tardi altri due vichinghi chiamati Askold e Dir scesero il Dnepr per raggiungere Costantinopoli, quando notarono Kiev e decisero di farne la loro base. Riunirono un esercito di vareghi, presero la città e diedero inizio al dominio dei rus sulla regione, destinato a proseguire fino all’arrivo dei mongoli nel XIII secolo.
Esattamente come gli svedesi nell’Est, alcuni vichinghi approdati in Francia seppero fondare una dinastia di successo, ma persero l’identità scandinava in favore della cultura delle terre governate. La stirpe normanna ebbe origine nel X secolo grazie al norvegese Hrolfr Ketilsson, meglio conosciuto come Rollone. Questi giunse in Francia come condottiero nel corso di una delle molte spedizioni vichinghe, ma anziché ritirarsi, decise di stabilirsi nella valle della Senna, dove prese il controllo di Rouen e dei territori circostanti. Qui, nonostante alcune sconfitte patite per mani dei franchi, riuscì a stipulare un accordo con re Carlo e gli giurò fedeltà in cambio di un feudo in Normandia. Non tutti i dettagli degli anni seguenti sono chiari, comunque Rollone e suo figlio Guglielmo Lungaspada seppero gestire con astuzia i rapporti con la corona franca e al contempo con i vichinghi che attaccavano la regione, dosando il bastone e la carota. Il risultato fu una continua espansione dei domini normanni, finché il pronipote di Rollone, Riccardo II, poté arrivare a fregiarsi del rango ducale. In un certo senso, Riccardo II può essere considerato il primo leader completamente normanno, poiché fu durante il dominio di suo padre che i discendenti dei vichinghi smisero di parlare in norreno, accettarono le politiche feudali e abbracciarono in modo convinto il cristianesimo, infatti a partire dall’anno 1000 in Normandia fiorirono chiese e monasteri. La sete di avventura però non scomparve insieme all’accento. La stirpe normanna rimase ambiziosa e sfruttò un lontano legame di parentela per giustificare le proprie mire sul trono inglese, di cui Guglielmo il Conquistatore si impossessò nel 1066, dopo aver sconfitto ad Hastings le forze sassoni, già indebolite dalla vittoria di Pirro sull’esercito di Harald Hardrada a Stamford Bridge. Gli ultimi vichinghi avevano spianato la strada ai loro più raffinati discendenti, i quali in seguito si impadronirono anche di gran parte dell’Irlanda, portando a termine il progetto che nemmeno i più ambiziosi capi scandinavi erano riusciti a realizzare. Tutto ciò comunque non era abbastanza: ben presto i normanni sentirono di nuovo il richiamo del mare.
Un contingente di vichinghi, la Guardia Variaga, serviva fedelmente da alcuni anni l’Impero Bizantino, perciò alla Roma d’oriente dovette sembrare saggio assoldare mercenari normanni per controllare i domini italiani a partire dal 1017. L’Impero ignorava di stare covando una serpe in seno: gli scontri in Sicilia e nel meridione solleticarono la sete di potere degli uomini del nord, che nel 1029 intrapresero una campagna di conquiste contro i propri datori di lavoro, culminata circa un secolo dopo con il completo controllo dell’Italia meridionale. Regni normanni destinati a durare più o meno a lungo sorsero inoltre sulle coste tunisine e libiche, in Terra Santa, dove Boemondo di Taranto fondò il principato di Antiochia, e in Armenia minore (situata sulle odierne coste turche di fronte a Cipro) per mano del capitano mercenario Roussel de Bailleul. E tutto ciò senza considerare le imprese degli anglo-normanni!

La presa di Antiochia, Louis Gallait, 1840

La presa di Antiochia, Louis Gallait, 1840

Il background del Trono deve molto alle pagine della Storia di cui ho cercato di fornirvi un breve scorcio, in particolare per quanto riguarda l’influenza del clima sulle umane vicende. Nel mio mondo, un progressivo riscaldamento ha avuto inizio circa 940 anni prima del romanzo, segnando il ritiro dei ghiacci e la possibilità per il genere umano di espandersi e prosperare al di fuori delle poche regioni ospitali dell’antichità. A farne le spese sono stati i giganti, che hanno visto restringersi sempre di più il proprio habitat polare, fino a ridursi a presidiare i Monti Fiamma Nera e poche altre regioni ancora gelide, incalzati dalle tribù colviane diventate sempre più numerose e potenti. Anche gli Eidr e gli Uomini Bestia beneficiarono dei miglioramenti climatici, a scapito delle genti del Drulond, che si ritrovarono attaccate su due fronti e si spostarono verso nord-est, lasciando agli Eidr il controllo dell’Austland. Gli Eidr intrapresero la campagna di razzie lungo tutta la costa del Mare del Serpente ed estesero i propri domini verso ovest e poi a nord, dove fondarono colonie sulle sponde del Mare delle Nebbie. Unificati sotto la guida imperiale, i colviani si fecero strada tra le montagne e giunsero a minacciare gli Eidr, ai quali sottrassero il controllo dell’Austland, che ribattezzarono Grelian.
Nelle lontane terre meridionali, oltre il Mare delle Spezie, l’aumento di temperatura (insieme a un’altra faccenda che preferisco non svelare ;)) provocò la desertificazione delle pianure del Darulab, le cui popolazioni migrarono prima verso l’arcipelago di Ailearth e poi, dopo essere state sconfitte al termine di una lunga guerra, verso nord-ovest, dove fondarono un nuovo impero. La pressione dei darulabiti spinse a est i cavalieri delle steppe chiamati Khaztan e li fece scontrare con l’Impero Colviano e con gli Eidr, isolando le comunità sul Mare delle Nebbie fino a farle dimenticare dalla madrepatria (come i groenlandesi). L’Impero realizzò che il nemico del suo nemico poteva essere un amico, perciò li assoldò e affidò loro la protezione di quel fronte, per concentrarsi sulla lotta a oriente, come avete potuto leggere nel romanzo.

Siamo giunti alla conclusione di questo lunghissimo approfondimento! Non ho potuto fornirvi un quadro esauriente, ma spero abbiate trovato comunque interessante sia la parte storica, sia lo spaccato ultracompresso delle vicende antecedenti il Trono. Ora sapete come e perché si è delineato il teatro della lotta senza quartiere tra Yanvas e il Guercio 🙂

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Letture consigliate

Ho già segnalato parecchi testi utili per approfondire la materia, in particolare vi ricordo il saggio di Logan sui vichinghi e quello di Fernandez-Armesto sulle esplorazioni. A chi volesse apprendere qualcosa in più sui nipotini francesi dei guerrieri del nord dal punto di vista dinastico, raccomando:

D. Crouch, I Normanni, Newton Compton

Per gli aspetti militari:

D. Nicolle, I Normanni, Eserciti e Battaglie n.20, Ed. del Prado
C. Gravett, Hastings 1066, Eserciti e Battaglie n.27, Ed. del Prado
J. Flori, Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, Einaudi

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iIn realtà pare che il grano fosse un’erba selvatica appartenente al genere elymus, mentre le bacche fossero di ribes o di una varietà edibile di viburno. Tenente conto che per un vichingo imbattersi in grano selvatico poteva sembrare un segno divino: le leggende tramandavano che, dopo il Ragnarok, gli uomini si sarebbero nutriti di grano seminato da mani divine, per cui le spighe potevano apparire degne di una terra paradisiaca.

iiOgni testo che ho letto riporta un’etimologia differente per questo termine, per cui le mie idee in merito sono piuttosto confuse: i possibili significati vanno da urlatori a brutti, passando per “vestiti di pelli” e barbari/stranieri. Nel Trono questo termine viene utilizzato dagli Eidr per indicare gli Uomini Bestia delle Terre Selvagge.

iiiStima massima rispetto al “periodo caldo”. Dalla Piccola Era Glaciale a oggi le temperature sono risalite di circa tre gradi.

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