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Buongiorno a tutti! Visto che l’inverno sta arrivando (uhm, questa l’ho già sentita…), oggi ce ne staremo comodi comodi a fare i generali da salotto. Approfondiremo struttura e origini delle fortificazioni colviane presenti nel Trono: dagli accampamenti legionari al Vallo Dolagirt e a Qualisar, con qualche piccolo excursus a caccia di curiosità provenienti da altre epoche e teatri.

La costruzione del Vallo di Adriano, William Bell Scott, 1857

La costruzione del Vallo di Adriano, William Bell Scott, 1857

“Rapida e terribile era la comparsa dei difensori romani: da ogni parte venivano innalzati i segnali di combattimento, le staffette correvano, i reparti arrivavano in massa ai loro posti di combattimento, e le trombe suonavano su ogni torre […]”
[Appiano, La Guerra Iberica, 93]

L’apparato difensivo che compare più spesso nel Trono è senza dubbio l’accampamento fortificato o castrum, che ospitava i legionari sia alla fine della marcia quotidiana, sia durante le campagne o l’inverno, ove non fossero disponibili degli acquartieramenti permanenti come i forti legionari. Forse ricorderete che in passato, nell’approfondimento sulla battaglia del Devengar, ho citato la presenza di agrimensori e pionieri nell’avanguardia delle legioni in marcia. Era proprio su di loro che ricadeva la responsabilità di gettare le basi per il campo: una volta raggiunta la meta stabilita, gli agrimensori individuavano una località adatta e piantavano una bandiera in ciascuno dei quattro angoli del campo, per delimitarlo. Le dimensioni del campo erano calcolate in modo molto preciso: il lato lungo doveva misurare 300 volte la radice quadrata del numero di coorti presenti, mentre quello corto 200 volte la stessa. Una volta stabilito il perimetro, i pionieri cominciavano ad abbattere eventuali alberi presenti, spianare gli ostacoli e rendere la superficie adatta a piantarvi le tende di cuoio di montone, ciascuna delle quali ospitava un contubernium formato da otto uomini, che oltre al riparo condividevano la mensa e un mulo per trasportare parte delle scorte e degli equipaggiamenti. La posizione di ogni reparto all’interno del campo era predeterminata, perciò tutti sapevano esattamente dove andare a scaricare i bagagli ed erigere la tenda. Terminate le operazioni preliminari, i legionari dovevano approntare le difese del campo: veniva scavato un fossato profondo circa un metro e largo uno e mezzo, poi con il terreno di riporto si erigeva un terrapieno in cui venivano conficcati pali appuntiti legati tra loro. La sicurezza era garantita da picchetti di guardia, ma ciononostante tutti i soldati erano tenuti a lavorare accanto alle proprie armi: la lancia veniva piantata per terra con l’elmo appeso e lo scudo appoggiato su di essa, pronti all’uso. Gli accampamenti avevano quattro porte: la principale, detta praetoria, la decumana, opposta alla prima, e le porte principalis dextra e sinistra (stabilite guardando verso la praetoria), che si aprivano alle estremità del decumanus maximus e del cardo maximus, le due vie principali. All’incrocio delle due vie sorgeva la tenda del comandante nel caso degli accampamenti o il quartier generale nei forti.
Il medesimo impianto veniva mantenuto anche nei campi semi-permanenti e negli acquartieramenti invernali, dove i legionari risiedevano in attesa della bella stagione quando bisognava presidiare il territorio. Qui, in particolare nei luoghi freddi, le tende erano rimpiazzate da baracche di legno (come nel campo di Gamius), edifici in muratura o persino abitazioni private requisite, come sembra sia accaduto almeno in parte a Martigny/Octodurus, citata nel primo approfondimento dedicato alle battaglie del romanzo.

Disegno di un tribolo romano

Disegno di un tribolo romano

Pur senza arrivare alla robustezza delle difese di un forte legionario in piena regola, gli accampamenti destinati a un uso prolungato godevano di difese migliori: al posto del terrapieno poteva esserci un muro alto un paio di metri, i fossati potevano essere più d’uno e soprattutto dotati di svariati tipi trappole atte ad azzoppare uomini e cavalli, in pratica delle booby traps. I romani ne usavano almeno tre tipi: i triboli o stimoli, pezzi di ferro ritorto o chiodi a quattro punte forgiati per avere sempre una punta rivolta verso l’alto; pali più spessi e acuminati, detti gigli, posti sul fondo di buche a imbuto, in modo che si scivolasse verso le punte; infine i “cervoli” o “cippi”, cioè rami o pezzi di ferro le cui numerose punte ricordavano i palchi di un cervo, costruiti per essere molto difficili da superare o rimuovere. Nel romanzo non sono presenti perché i poveri Eidr o gli shvaergi, già poco portati per gli assedi, avrebbero incontrato difficoltà eccessive nell’affrontarli, togliendo pathos agli assalti!

La Grande Muraglia presso Jinshanling, foto di Jakub Hałun

La Grande Muraglia presso Jinshanling, foto di Jakub Hałun

“Se lungo la frontiera vi sono montagne alte e scoscese, qui vanno collocati i posti di guardia; le sentinelle devono trovarsi a non più di tre o quattro miglia di distanza l’una dall’altra. […]
Le vedette devono sorvegliare con particolare attenzione i luoghi dove è più probabile che il nemico scelga di accamparsi: spazi di terreno livellato con abbondanza di acqua. Altri dovrebbero sorvegliare i punti dove la strada si stringe e quelli dove vi è un fiume difficile da attraversare: se vigileranno attentamente questi luoghi, il nemico non potrà avanzare di sorpresa.”
[Niceforo II, De velitatione, X secolo]

Ho attribuito una struttura simile, sebbene ulteriormente semplificata, alla rete di avamposti fatta costruire da Yanvas nelle zone dove l’orografia tormentata dei Monti Utrisar ha impedito di estendere il Vallo Dolagirt. Nella Storia ci sono esempi, come la Grande Muraglia, di limes fortificati estesi attraverso terreni montani con grandi dislivelli, ma ho pensato che emularli avrebbe richiesto troppi sforzi ai colviani, visto che si trattava di difendere una remota area dell’Impero e che la minaccia non era costituita dalle enormi orde delle steppe, bensì di piccole bande di predoni. Una caratteristica del conflitto con gli Eidr all’epoca di Dolagirt, infatti, è la “bassa intensità”, almeno finché il Guercio non avvia una campagna su scala più vasta con i suoi attacchi. Perciò ho valutato che agli occhi della corona la scelta più logica fosse di fortificare pesantemente l’area costiera e pianeggiante lungo il Ferduin (o Kormt in lingua eidr), ostacolando così le razzie fluviali, ed evitare di disperdere le forze per presidiare un vallo in mezzo alla montagne, dove un esercito invasore avrebbe comunque vita difficile. In un contesto del genere la priorità per i colviani consiste nel presidiare poche località strategiche come sorgenti, valichi o guadi e di controllare il resto del territorio per costringere i nemici a scegliere percorsi obbligati, dove i legionari possano tendere loro imboscate. Gli avamposti perciò devono avere guarnigioni ridotte e facili da rifornire, trovarsi a distanza relativamente ravvicinata per poter dare l’allarme tramite le buccine, staffette oppure, ove possibile, segnali luminosi o di fumo, ed essere protetti quanto basta per scoraggiare gruppi di assalitori sprovvisti del numero, degli equipaggiamenti o delle provviste necessari per espugnarli. Purtroppo per Yanvas, il Guercio non è il tipico rubagalline di frontiera.
Dato che una caratteristica fondamentale di una valida linea difensiva è la sua profondità, qualcosa di simile è esistito anche in passato. La rete di fortificazioni e avamposti stabilita circa quattromila anni fa ai confini tra Egitto e Nubia dalla Dodicesima dinastia, per esempio, contava almeno tre livelli: fortificazioni presso centri agricoli e commerciali nella parte più interna, forti solo militari più vicini alla frontiera e infine una rete di pattuglie indigene che fungevano da occhi e orecchie a lungo raggio. Allo stesso modo i romani costruirono delle fortezze alcuni chilometri a nord del Vallo di Adriano, tra Inghilterra e Scozia, per fornire informazioni e supporto in caso di movimenti nemici su vasta scala. Il modello più somigliante a quello che ho scelto per gli avamposti, pur avendolo adattato alle esigenze e tecnologie del romanzo, viene però da tempi molto più recenti: si tratta delle basi avanzate delle forze speciali americane nel corso della guerra del Vietnam.

Campo delle forze speciali a Plei Me, Vietnam, 1965

Campo delle forze speciali a Plei Me, Vietnam, 1965

Il coinvolgimento dei celebri berretti verdi americani in Vietnam risale all’inizio degli anni ’50, quando i francesi cercavano ancora di piegare le forze indipendentiste Viet Minh. I francesi di fatto ostacolarono l’azione di supporto americana e fu solo tre anni dopo dopo la disfatta di Dien Bien Phu che le forze speciali cominciarono ad addestrare in modo sistematico le truppe sudvietnamite, a sostegno del regime filo-occidentale di Diem. Il Vietnam del Sud però aveva scarsissimo controllo di regioni come il Delta del Mekong o gli altipiani centrali, aree remote, sottosviluppate e spesso abitate da minoranze etniche e religiose perseguitate dal governo centrale. Per contenere le infiltrazioni di guerriglieri e sottrarre loro dei potenziali santuari, gli americani assoldarono le minoranze (gruppi di montagnard, cambogiani, cinesi e anche vietnamiti perseguitati per motivi religiosi), cercando di mantenerle nell’alveo delle forze lealiste. Strategie simili vengono utilizzate ancora oggi: per esempio nel 2001 in Afghanistan i consiglieri militari occidentali, con un massiccio appoggio aereo, guidarono l’Alleanza del Nord nel rovesciamento dei Talebani, nel 2003 nel nord dell’Iraq le SOF collaborarono con i peshmerga curdi e, sempre in Iraq, a partire dal 2005 furono stipendiate milizie sunnite per cercare di contrastare la guerriglia. Del resto, già nella Seconda Guerra Mondiale i britannici dello Special Operations Executive e gli americani dell’Office of Strategic Services vennero paracadutati dietro le linee tedesche per guidare le azioni dei partigiani in mezza Europa. Si può individuare una certa somiglianza anche con gli avamposti che le truppe occidentali stabiliscono tuttora in Afghanistan, allo scopo di monitorare i confini di aree come la “bolla di sicurezza” di Bala Murghab e prevenire infiltrazioni nemiche.
I berretti verdi crearono una rete di piccole basi che generalmente ospitavano da duecento a quattrocento miliziani e talvolta le loro famiglie, con un secondo perimetro interno meglio protetto in cui alloggiavano i consiglieri americani (talvolta un solo A-Team di una dozzina di uomini) e distaccamenti delle forze speciali vietnamite. Ogni base normalmente copriva un territorio vasto all’incirca come il comune di Milano, compiendo operazioni di pattugliamento, raccolta di intelligence e interdizione contro i vietcong. Dalle basi avanzate inoltre potevano partire missioni di ricognizione a lungo raggio e colpi di mano da parte di team di commando, non di rado dirette oltre confine.
Gli avamposti di Yanvas ovviamente sono molto più piccoli e ravvicinati, sorgono a due-tre chilometri l’uno dall’altro, vista la minore area da coprire e soprattutto i problemi di comunicazione, ma rivestono una funzione simile.

Resti di un milecastle e delle mura del Vallo presso il lago di Crag Lough

Resti di un milecastle e delle mura del Vallo presso il lago di Crag Lough

Veniamo ora alla più massiccia e famosa fortificazione colviana del Trono, il Vallo Dolagirt! Come suggerisce il nome, la barriera si ispira a uno dei più famosi limes fortificati romani, il Vallo di Adriano, costruito in soli sei anni tra il 122 e il 128 d.C. Per proteggere la Britannia dalle incursioni degli Scoti (che i romani chiamavano Pitti, nome che suonerà familiare ai lettori delle saghe di Howard) e marcare il confine imperiale. Sebbene sotto Antonino il Pio le legioni si siano spinte più a nord e abbiano costruito un secondo vallo, la nuova linea difensiva fu abbandonata dopo soli vent’anni, mentre quella voluta da Adriano fu presidiata fino al completo ritiro dell’Impero dall’isola all’inizio del V secolo.
Il Vallo di Adriano si estende per ottanta miglia romane (centoventi km) da una costa all’altra dell’Inghilterra settentrionale, con porte fortificate ogni miglio, intervallate da torrette ogni cinquecento metri. Il muro non presenta spessori né altezze uniformi, anzi le scoperte archeologiche hanno stabilito che i romani stessi dovettero mutarli in corsa, accontentandosi in alcuni segmenti di una barriera più modesta di quella inizialmente progettata. Nonostante tutto, il muro doveva avvicinarsi ai cinque-sei metri d’altezza e ai due metri e mezzo di spessore, protetto da un fossato largo otto metri e profondo tre con pali acuminati sul fondo. Ove possibile, i romani sfruttarono scarpate, dirupi e altri ostacoli naturali per rendere ancora più imprendibile la posizione. Sul lato sud del muro correva una strada larga sei metri affiancata da un vallo largo altrettanto e profondo tre, il cui terreno di riporto venne utilizzato per costruire terrapieni come ulteriore ostacolo. La funzione del vallo posto dietro la linea difensiva è controversa: secondo alcuni storici poteva costituire una protezione contro tradimenti e attacchi alle spalle, mentre secondo altri si trattava di una sorta di confine invalicabile per i civili, forse per aiutare le sentinelle a distinguere tra incursori nemici e semplici vagabondi o curiosi.
I milecastle, gli ottanta fortini costruiti a ogni miglio romano e dotati di robuste doppie porte, avevano lo scopo di consentire sortite di cavalleria contro eventuali attacchi, nonché di stabilire un preciso controllo imperiale su chi attraversava il confine e consentire di riscuotere i dazi doganali.

Ricostruzione delle porte di un forte legionario permanente, Inghilterra nord-orientale

Ricostruzione delle porte di un forte legionario permanente, Inghilterra nord-orientale

I milecastle e le torri potevano alloggiare pochissimi uomini, perciò i romani eressero una serie di forti in grado di ospitarne un migliaio ciascuno, compresi i contingenti di cavalleria. Si trattava di complessi imponenti, simili a quelli citati nel romanzo a proposito di Nugrael o Fomovar, che potevano estendersi anche per due o più ettari, dotati di servizi avanzati e spesso associati a un vicus, cioè un borgo con artigiani, taverne, lupanari e quant’altro potesse offrire un villaggio che viveva in simbiosi con una base militare. All’interno delle mura la guarnigione disponeva di terme con frigidario, calidario, tepidario e persino dell’ipocausto per riscaldare i locali facendo circolare aria calda sotto i pavimenti o attraverso intercapedini nelle pareti. Erano presenti grandi latrine capaci di accogliere fino a venti soldati contemporaneamente, collegate a canali di scolo in cui veniva fatta scorrere acqua da apposite cisterne per spingere i rifiuti verso fiumi o torrenti nelle vicinanze. I forti più importanti disponevano inoltre di un valetudinarium, ossia un ospedale, struttura che in alcuni casi poteva raggiungere dimensioni davvero ragguardevoli. La fortezza della XX legione Valeria Victrix in Scozia, per esempio, era dotata di una struttura ospedaliera che si estendeva per oltre cinquemila metri quadri. Ecco perché Yanvas rimpiange la scarsa assistenza medica fornita ai feriti nel campo di Gamius.
Un’altra piccola ma significa finezza dei forti legionari consisteva nel sopraelevare da terra i pavimenti dei granai, in modo che umidità e parassiti rovinassero meno le scorte di cibo.

Modellino di muro costruito secondo la descrizione di Cesare, Musée de la civlisation celtique, Bibracte

Modellino di muro costruito secondo la descrizione di Cesare, Musée de la civlisation celtique, Bibracte

“La fortezza di Qualisar, eretta secondo lo stile caratteristico dei barbari del Drulond, era precedente alla conquista colviana e persino alla colonizzazione eidr.
Lunghe travi erano state posate a due piedi l’una dall’altra, gli interstizi erano stati colmati con pietre e il tutto era stato ricoperto di terra pressata. L’operazione era stata ripetuta più volte sopra il primo strato, avendo cura di invertire l’ordine in modo che travi e pietre fossero disposte a scacchiera. Nella parte interna le travi sporgenti erano state incatenate tra loro e ricoperte di terra fino a formare una rampa che saliva in cima alle mura alte tre volte un uomo, affacciate su un fossato largo e profondo la metà di esse. Il risultato era una barriera resistente agli arieti e alle catapulte grazie all’elasticità conferita dal legno e quasi impossibile da incendiare per l’abbondanza di pietre e terriccio.”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 37]

Questo brano tratto dal romanzo introduce l’ultima fortezza di cui parleremo oggi, la rocca tanto cara al nostro isir 😉
Il ruolo strategico di Qualisar si avvicina a quello delle piazzeforti più interne della frontiera tra Egitto e Nubia, ovvero conferire profondità alle difese e al contempo fornire un centro amministrativo e di controllo per l’area circostante, caratteristica comune a quelle d’epoca feudale. Ho attribuito ai colviani un sistema amministrativo delle province appena conquistate simile a quello romano, che prevedeva la presenza di un propretore e l’assegnazione di terre ai veterani per romanizzarle, ecco perché nelle province colviane la nobiltà è costituita da ex ufficiali in congedo, mentre nel cuore dell’Impero la struttura feudale è più medievaleggiante e articolata, con i titoli assegnati ai rampolli dell’alta società su base quasi ereditariai.
La descrizione delle mura di cinta si rifà a quella fornita da Cesare nel settimo libro del De Bello Gallico e sopra potete vederne una ricostruzione museale. Data la sua coesione ed elasticità, si trattava di una difesa difficile da attaccare con i mezzi tipici degli assedi romani, ossia fuoco, arieti o gallerie di minaii. Le legioni tendevano a condurre un tipo di guerra d’assedio molto aggressivo: procedevano all’oppugnatio, cioè all’assalto delle porte e delle mura con scale e altri mezzi, ogni volta che potevano, per velocizzare le operazioni. Sceglievano l’obsidio (assedio) soltanto se costretti e in tal caso non erano clementi con chi sfidava la potenza di Roma: una volta caduta la città, il massacro e il saccheggio erano assicurati. In questi casi i legionari provvedevano a isolare l’obbiettivo, circondandolo con un vallo a cui, se necessario, se ne aggiungeva un secondo per proteggere gli assedianti da spedizioni di soccorso nemiche, come accadde nel celebre assedio di Alesia. L’odierno termine circonvallazione relativo alle strade deriva proprio dalla costruzione di un vallo attorno a una città o una fortezza! Fatto ciò, i legionari assemblavano macchine da guerra, arieti e torri d’assedio e molto spesso erigevano enormi terrapieni per colmare il divario tra il livello del suolo e le difese nemiche. Ma ciò che è difficile per un esercito, può non esserlo per pochi uomini: la scalata di Yanvas alle mura è ispirata a quella condotta da Robert de Bersat e Johannes de Montagu nel 1443 ai danni del Lussemburgo: questi due audaci borgognoni riuscirono per ben due volte nell’impresa, con una prima ricognizione per scoprire un punto debole nella cinta e una seconda, alla testa di sessanta uomini, per fare irruzione in città e conquistarla nel corso della notte.
Dopo questo breve excursus per illustrarvi le origini di un altro episodio del libro, torniamo alla fortezza di Qualisar per un’ultima curiosità. La struttura non ha evidentemente nulla a che vedere con quelle vichinghe degli Eidr, infatti è più antica e risale all’occupazione da parte delle tribù del Drulond, di cultura celtica e affini a quelle delle Terre Selvagge. I celti indicavano i forti con la parola dun, che i romani latinizzarono in dunum, e c’è chi ipotizza che ci sia proprio questo termine alle origini della famosa Camelot arturiana, che secondo tale teoria corrisponderebbe alla odierna Colchester: dal romano Camulodunum (Forte di Camulos, un dio celtico), si sarebbe passati a Camulod e infine a Camelot.

Con le teorie sulle origini tardo-imperiali del mito arturiano (se vi affascinano, leggete le splendide Cronache di Camelot di Jack Whyte) si conclude anche questo approfondimento. Come avete visto, le fortificazioni colviane presenti nel Trono devono moltissimo all’antica Roma, ma non sono estranee ad altri periodi, culture o episodi, come nel caso della scalata alle mura. Quando studio lo svolgimento di un evento o le caratteristiche del background, mi sforzo sempre di andare a scovare qualcosa di simile nella Storia, non tanto per la semplice ispirazione, dato che inventare è sempre possibile, ma per essere sicuro di non esagerare e perdere quindi ogni contatto con la realtà. Pur scrivendo fantasy, a mio avviso bisogna riuscire a scindere ciò che dipende dall’elemento sovrannaturale, dove la libertà è massima, dalla parte più realistica, nella quale le licenze devono essere ridotte al minimo indispensabile.

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Letture consigliate

Oltre ai testi già segnalati nei passati approfondimenti, vi raccomando:
Y. N. Harari, Operazioni speciali al tempo della cavalleria, Libreria Editrice Goriziana
G. Breccia, I figli di Marte, Mondadori
G. Rottman, Forze speciali dell’esercito USA 1952-1984, Eserciti e Battaglie n. 73, Ed. del Prado

i Scrivo quasi perché vi sono delle limitazioni e inoltre, con una parziale ispirazione al sistema ottomano, le terre restano dell’Imperatore, il quale può confermarne o revocarne il controllo alla morte del feudatario.

ii Tunnel scavati sotto le difese nemiche e poi fatti collassare per aprire una breccia nelle mura soprastanti.

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