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Buongiorno e ben ritrovati! La breve pausa è stata fruttuosa, quindi è tempo di tornare a curiosare dietro le quinte de Il Trono delle Ombre 🙂

La difesa di Rorke's Drift, Alphonse de Neuville, 1880

La difesa di Rorke’s Drift, Alphonse de Neuville, 1880

“Chi finge di ritirarsi non va inseguito, e i contingenti scelti non vanno attaccati. Le esche offerte non vanno inghiottite, e un esercito che sta tornando in patria non va molestato. Un esercito accerchiato deve avere una via di scampo; se è ridotto alla disperazione non va schiacciato.
Questa è la regola nell’impiego dell’esercito.
[…]
Se la zona è accerchiata, si elaborano trame; di fronte alla morte, si combatte.”
[Sun Tzu, L’Arte della Guerra, VII-VIII]

Oggi scopriremo le radici storiche dello scontro tra legionari e Uomini Bestia nel capitolo 21 del romanzo, nel corso del quale shvaergi e shmuergi assaltano il campo fortificato di Gamius, parte del malridotto apparato difensivo colviano tra il Grelian e le Terre Selvagge. Vedrete che strada facendo emergerà anche qualche altro elemento interessante, per esempio la fonte d’ispirazione per le particolari usanze nuziali della nobiltà colviana!

“I possenti muggiti degli shmuergi diedero il via all’assalto. La foresta vomitò un’orda urlante che si lanciò verso l’avamposto, sovreccitata dal crescente martellare dei tamburi. Gli shvaergi erano incredibilmente rapidi e resistenti, potevano eguagliare un cavallo per brevi tratti oppure correre più velocemente di un essere umano per ore. Colmarono in un attimo la distanza che li separava dal fossato. I legionari osservarono nei dettagli le pitture di guerra dipinte sulla testa, sul petto e sulle braccia con sangue, terra e cenere, le armi primitive e, appesi alle cinture degli shmuergi torreggianti nella massa, gli scalpi di quanti erano caduti nelle loro mani.
Appena i mostri furono abbastanza vicini, il vessillifero sollevò l’ippogrifo di bronzo, il segnale atteso dai colviani: la battaglia era cominciata.”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 21]

La Storia presenta diversi episodi in cui forze soverchianti hanno tentato senza successo di avere la meglio su guarnigioni assai inferiori, per esempio l’assedio ottomano agli Ospitalieri di Malta o quello francese a Cadice durante le guerre napoleoniche, ma se si immagina un piccolo avamposto sul punto di essere travolto da un’orda di nemici, la battaglia per eccellenza è quella di Rorke’s Drift, durante la quale centocinquanta uomini, diversi dei quali malati o feriti, affrontarono quattromila guerrieri zulu. Ma procediamo con ordine e scopriamo le origini dello scontro, avvenuto nel corso della guerra tra britannici e zulu del 1879.

Guerriero zulu. Notare la zagaglia e il grande scudo di cuoio

Guerriero zulu. Notare la zagaglia e il grande scudo di cuoio

Con il rafforzarsi della presenza coloniale europea nell’Oceano Indiano e nel Pacifico fin dal XVI secolo, le coste sudafricane e in particolare quelle presso il Capo di Buona Speranza assunsero una crescente importanza come basi logistiche per il rifornimento di cibo e acqua fresca ai mercantili che circumnavigavano l’Africa. Gli olandesi stabilirono una prima colonia a Città del Capo a metà del XVII secolo e a partire dalla fine del ‘700 la comunità passò più volte di mano, perché i britannici temevano che potenze straniere quali la Francia avrebbero potuto impossessarsene per spezzare in due l’Impero e invadere l’India (ricorderete che si trattava di un timore ricorrente, alla base anche delle campagne afghane cui ho accennato nel blog sul Devengar). Gli inglesi si impadronirono definitivamente della regione durante le guerre napoleoniche, ma non si interessarono all’entroterra per decenni, poiché non vi erano risorse naturali di particolare interesse. I coloni olandesi che vivevano di agricoltura e allevamento, al contrario, cercarono di spostarsi sempre più verso l’interno per sottrarsi al mal sopportato dominio d’oltremanica e così facendo cominciarono a contendere il territorio alle tribù indigene per fondare staterelli indipendenti nell’Orange, nel Transvaal e in parte del Natal, cuore del nascente Regno Zulu. Negli anni ’10 e ’20 dell’Ottocento infatti la regione aveva visto l’ascesa di una federazione di tribù sotto la guida del re Shaka kaSenzangakhona, che aveva trasformato la società tribale in una sorta di Sparta africana fortemente militarizzata. Sebbene i soldati zulu, al contrario degli Uguali spartani, non fossero soltanto guerrieri ma anche contadini, i loro primi contatti con l’esercito cominciavano già attorno ai sei anni, quando venivano incaricati di assistere i reggimenti in armi (detti amabutho) per trasportare vettovaglie e condurre il bestiame al seguito dell’esercito negli spostamenti iniziali, mentre in territorio ostile i guerrieri si nutrivano con ciò che trovavano/saccheggiavano. All’età di diciotto o diciannove anni i ragazzi venivano arruolati a tutti gli effetti, entravano a far parte di un reggimento (ibutho) di coscritti e dovevano costruire la propria caserma (ikhanda), nella quale risiedevano finché il re non concedeva al reggimento il permesso di abbandonarla per sposarsi ed entrare così a far parte della riserva convocata solo in caso di guerra. In genere il congedo non avveniva prima dei trent’anni e poteva essere rimandato fino ai quaranta, quando finalmente la fedeltà dell’uomo poteva passare dal re alla famiglia. Durante gli anni di arruolamento gli zulu dovevano dedicarsi anche a coltivare i campi del re, costruire e mantenere le sue capanne, andare a caccia per lui e svolgere qualsiasi altra mansione richiedesse.

Leonida alle Termopili, Jacques- Louis David, 1814

Leonida alle Termopili, Jacques- Louis David, 1814

“Sappi che se arriverai a sottomettere costoro e gli altri loro fratelli di Sparta, nessun altro popolo di questo mondo oserà più alzare le mani per contrastarti. Perché tu ora hai che fare con il regno e il popolo migliori di tutta l’Ellade, e con gli uomini più intrepidi che ci vivano.”
[Erodoto, Le Storie]

È piuttosto sorprendente notare come anche gli spartani avessero i loro primi contatti con il mondo militare a un’età simile – l’addestramento cominciava attorno ai sette anni –, diventassero soldati a tutti gli effetti attorno ai venti e vivessero nelle caserme fino ai trenta, quando potevano sposarsi ma conservavano dei doveri militari che non cessavano prima dei sessanta-sessantacinque anni, sebbene gli opliti più anziani venissero richiamati solo in caso di emergenza. Un’altra analogia riguarda lo scudo: per gli spartani era la parte più importante dell’equipaggiamento, perderlo era una colpa gravissima e infatti le madri, consegnandolo ai figli, pare pronunciassero il monito “Torna con lo scudo o su di esso”, in ragione dell’usanza di riportare a casa i caduti sugli scudi. Ai guerrieri zulu lo scudo veniva fornito dallo Stato e recava colori diversi a seconda del reggimento di appartenenza, pertanto costituiva una rudimentale uniforme. Allo stesso modo, gli spartani furono tra i primi soldati greci a possederne una, inizialmente proprio sotto forma di scudo recante la lambda di Lacedemone.
Si stima che grazie a questa organizzazione il regno Zulu potesse mobilitare fino a quarantamila uomini, richiamabili per classi d’età e pronti a inquadrarsi in un apparato dotato di comandanti  (detti inDuna, pl. izinDuna) veterani e spesso molto capaci.
L’armamento principale degli zulu, oltre allo scudo di pelle di vacca che poteva arrivare a un metro e mezzo di altezza per uno di larghezza, consisteva nell’ikwla (in italiano di solito tradotta con zagaglia), una lancia da corpo a corpo con una corta impugnatura di legno e lama lunga fino a 45cm, destinata a colpire di punta tramite rapidi affondi. Alcuni guerrieri portavano anche giavellotti da lanciare oppure possedevano armi da fuoco, ma si trattava per la maggior parte di modelli obsoleti caricati con polvere di pessima qualità e quindi di scarsa efficacia. Gli strateghi zulu disprezzavano l’uso di armi di fuoco e ritenevano che la rapidità dei loro guerrieri li rendesse capaci di raggiungere e sopraffare il nemico nonostante la superiore potenza di fuoco straniera.
Le fonti non sono concordi al riguardo, ma diversi storici ritengono che gli impi possedessero una straordinaria mobilità strategica per un esercito di fanteria privo di una rete viaria e che potessero spostarsi normalmente di circa trenta chilometri al giorno, con punte anche molto superiori. Se ciò fosse vero, significherebbe che erano in grado di rivaleggiare con la leggendaria rapidità di spostamento delle legioni romane.
La tattica tipica era detta “corna di toro” e consisteva nella suddivisione dell’impi, l’esercito, in tre corpi: uno centrale più numeroso e lento e due “corna” o ali formate dai guerrieri più giovani, il cui compito era quello di aggirare il nemico e colpirlo ai fianchi o addirittura alle spalle e quindi spazzarlo via.

La battaglia di Isandlwana, Charles Edwin Fripp. Sullo sfondo il monte eponimo

La battaglia di Isandlwana, Charles Edwin Fripp. Sullo sfondo il monte eponimo

Dopo un quadro generale, entriamo nel dettaglio del conflitto. Pochi anni prima della guerra, i britannici cominciarono a scoprire le immense ricchezze minerarie celate dal sottosuolo sudafricano e in particolare la presenza di diamanti a Kimberley. Ciò aumentò a dismisura il loro interesse per l’entroterra e ben presto i funzionari coloniali cominciarono ad arrovellarsi su come estendere il controllo della Corona sulle regioni circostanti. Fu avanzata la proposta di creare una confederazione di stati e intanto gli inglesi cominciarono ad ampliare sempre più i propri confini, finché, usando come pretesto alcune dispute di confine e delle violazioni minori, presentarono un ultimatum agli zulu e negli ultimi giorni del dicembre 1878 la guerra ebbe inizio. Tre colonne di giubbe rosse invasero il Regno da nord, da sud e da est. Rorke’s Drift, un piccolo ranch trasformato in una missione, venne scelto come base logistica per quest’ultima colonna, quella centrale nonché la più pericolosa secondo gli strateghi indigeni.
La fattoria sorgeva su un pendio a circa ottocento metri da un importante guado ed era ritenuta un luogo ideale dove immagazzinare grano e gallette per l’avanzata. Per sorvegliare il magazzino furono distaccati una compagnia di fanti e da cento a trecento soldati indigeni comandati da ufficiali bianchi, che però erano male armati perché le autorità non vedevano di buon occhio l’accesso ad armi moderne da parte dei locali: soltanto uno su dieci aveva un fucile e la dotazione era di soli quattro colpi, gli altri dovevano arrangiarsi o usare zagaglie e scudi come gli zulu.
Il comandante in capo delle forze britanniche in Sudafrica, lord Chelmsford, assunse personalmente il comando della colonna centrale e si inoltrò in territorio zulu verso il monte Isandlwana. Convinto che il nemico si trovasse oltre le colline di fronte a lui, lasciò ai piedi del monte un campo malamente trincerato (a dispetto delle istruzioni da lui stesso impartite all’inizio della campagna) e andò a stanare un nemico che non c’era, perché l’impi in realtà si trovava alle sue spalle. In quella che si potrebbe quasi definire l’Amba Alagi inglese, il 22 gennaio 1879 attorno all’ora di pranzo millesettecento tra europei e indigeni furono attaccati da ventimila guerrieri. Gli invasori erano disposti su una linea troppo lunga e impreparata a sostenere uno scontro del genere, mentre l’impi godeva dell’effetto sorpresa e di un morale alle stelle. Ben presto le cose cominciarono a volgere al peggio per gli inglesi, tanto che alla cavalleria indigena fu concesso di ritirarsi dal campo, mentre parte dei fanti delle tribù alleate si diede semplicemente alla fuga. Il campo venne travolto e saccheggiato, i caduti spogliati e sbudellati secondo la tradizione. Soltanto sessanta bianchi e quattrocento soldati di colore sfuggirono alla mattanza.
Dopo questa cocente sconfitta, secondo alcuni la più grave subita per mano di un esercito indigeno nella storia britannica, gli inglesi non osarono più affrontare gli zulu con la consueta formazione aperta degli scontri coloniali, ma adottarono formazioni chiuse come i quadrati di napoleonica memoria oppure preferirono trincerarsi.
Verso mezzogiorno l’eco della battaglia raggiunse Rorke’s Drift, così il missionario e altri due civili si arrampicarono sulla cima di un vicino colle per osservarla con i cannocchiali. Le alture nascosero loro i reali accadimenti e fu solo quando un contingente di zulu inizialmente scambiati per truppe indigene cominciò ad avvicinarsi alla loro posizione che si resero conto dell’accaduto. I tre si precipitarono giù dalla collina e diedero l’allarme, sebbene alcuni cavalleggeri in fuga li avessero preceduti. Gli ufficiali valutarono le due opzioni disponibili: la ritirata e una disperata resistenza, e scelsero quest’ultima, sicuri che altrimenti la colonna sarebbe stata raggiunta in campo aperto e massacrata. Tutti gli uomini disponibili furono incaricati di svuotare il magazzino e di usare casse di gallette e sacchi di grano per erigere delle barricate nel cortile. Gli edifici vennero fortificati allo stesso modo e si aprirono feritoie nelle pareti a suon di picconate. Mentre fervevano i preparativi per la difesa, attorno alle 16 uno squadrone di indigeni a cavallo reduci da Isandlwana si presentò a rapporto, ma si diede alla fuga non appena avvistò il nemico. La frase con cui i cavalieri annunciarono l’attacco imminente mentre galoppavano via è rimasta nella Storia:

“Stanno arrivando! Neri come l’inferno e fitti come l’erba!”

La rotta della cavalleria gettò nel panico anche le altre truppe indigene, che abbandonarono armi e bagagli per scappare con i rispettivi ufficiali inglesi alle calcagna. I difensori rimasti, infuriati per il tradimento, presero a sparare addosso ai loro stessi commilitoni e uccisero un caporale in fuga. Anche il missionario svedese Witt montò in sella si diede alla macchia, mentre il cappellano fu costretto a restare perché qualcuno gli aveva rubato il cavallo.

Piantina della fattoria di Rorke's Drift, History of the Corps of Royal Engineers, Vol. II, 1889. La ridotta è il piccolo spazio sotto al magazzino

Piantina della fattoria di Rorke’s Drift, History of the Corps of Royal Engineers, Vol. II, 1889. La ridotta è il piccolo spazio sotto al magazzino

A quel punto non restava più tempo: una prima ondata di cinque-seicento guerrieri caricò incurante della gragnuola di piombo che le si riversava addosso. Gli inglesi erano armati di fucili Martini-Henry che sparavano pesanti palle in calibro .45 (praticamente il doppio del 5.56 NATO degli odierni fucili d’assalto occidentali), piuttosto lente a causa delle polveri utilizzate all’epoca, ma comunque capaci di sviluppare un potere d’arresto superiore rispetto al moderno calibro sopra citato. Secondo le testimonianze di alcuni soldati coinvolti nella battaglia, gli zulu colpiti a distanza ravvicinata venivano letteralmente sbalzati all’indietro dalla forza dell’impatto. Ciononostante i guerrieri riuscirono ad arrivare a meno di cinquanta metri dalla barricata prima che il tiro incrociato li fermasse. Purtroppo per gli assediati, si trattava soltanto dell’avanguardia.
Oltre tremila guerrieri si stavano riversando tutto intorno alla fattoria, circondandola da ogni lato, mentre una parte dell’impi si annidava tra le rocce della collina sovrastante per rispondere al fuoco. Si trattava dei più ambiziosi tra i seimila che avevano costituito la riserva a Isandlwana poche ore prima e che quindi non avevano avuto modo di guadagnare fama e bottino. Alla loro testa c’era il principe Dabulamanzi kaMpande un quarantenne dal carattere irruento e i modi brutali che sfruttava il proprio rango per imporsi sugli ufficiali inferiori. Probabilmente fu lui a decidere l’attacco nonostante il re avesse ordinato di non sconfinare per nessun motivo, in modo che l’aggressione straniera alla sua nazione risultasse evidente agli occhi del mondo.
Gli assalti alle barricate si fecero sempre più feroci e i soldati cominciarono a fare ricorso alle baionette, lame lunghe e sottili lunghe 46cm che rivaleggiavano con quelle delle zagaglie nemiche, mentre il fuoco proveniente dalla collina mieteva le prime vittime.

Il campo di battaglia nel 2008. Gli edifici non hanno conservato la disposizione originale

Il campo di battaglia nel 2008. Gli edifici non hanno conservato la disposizione originale

A due ore dall’inizio degli scontri, i britannici dovettero abbandonare buona parte del perimetro e ripiegare in una ridotta attorno al magazzino, fortificata con una muragli di casse e sacchi di grano. La nuova posizione era più protetta dal tiro dei cecchini e consentiva di concentrare le forze, ma lasciò isolato l’ospedale, dove una manciata di uomini e feriti era pressoché intrappolata. Sei soldati e venti pazienti armati si ritrovarono soli, protetti solo dalle barricate di generi alimentari, con gli zulu così vicini da poter tentare di strappare loro di mano fucili e baionette quando li infilavano nelle feritoie per sparare. Alla fine i guerrieri riuscirono a sfondare una porta e a quel punto nelle stanze buie, anguste e sature del fumo degli spari ebbe inizio un disperato corpo a corpo. La costruzione aveva una pessima disposizione interna, la maggior parte delle stanze non erano comunicanti tra loro ma solo verso l’esterno, perciò i difensori spesso erano costretti ad ascoltare le urla e i rumori di lotta provenienti dalle altre stanze senza poter fare nulla. Come se non bastasse, gli assalitori diedero fuoco al tetto di paglia, resa umida dalle piogge precedenti, che produsse una soffocante cappa di fumo. Presi dalla disperazione, due soldati si ricordarono del piccone utilizzato per ricavare le feritoie e aprirono dei passaggi verso le stanze adiacenti. Uno dei due teneva impegnati gli assalitori mentre l’altro lavorava. Così facendo raggiunsero altri inglesi e cominciò una lentissima evacuazione: ogni volta che si ritiravano da una stanza all’altra, i pochi uomini validi dovevano spostare tutti i feriti e al contempo contenere le pressione di guerrieri nemici. Dopo aver attraversato in lunghezza l’intero ospedale, alla fine si trovarono di fronte un muro troppo robusto per essere abbattuto, l’unica via di fuga era una stretta finestra. I feriti furono fatti passare uno alla volta nella stretta apertura, superata la quale cadevano a peso morto nel cortile e dovevano trascinarsi da soli verso la barricata sotto il tiro dei cecchini e delle lance. Altri due inglesi, tagliati fuori in un’altra stanza dell’ospedale, tentarono una via più diretta e uscirono allo scoperto attraverso una porta: uno di loro venne sbudellato sulla soglia, mentre il secondo, avvolto in un telo nero, strisciò nella penombra fino a una vecchia cucina all’aperto pullulante di guerrieri. Ormai era sceso il buio, le uniche luci erano le fiamme sul tetto e le vampate dei fucili, perciò non fu notato. Il soldato raccolse una manciata di cenere per annerirsi il viso e così mimetizzato si accucciò nell’erba, dove rimase fino alla fine dell’attacco. Altri feriti riuscirono a sgattaiolare fuori in maniera simile e si nascosero nell’erba alta. Successivamente raccontarono di essere stati calpestati più volte dagli zulu in movimento, che però nell’oscurità li avevano probabilmente scambiati per dei cadaveri.
Sulla barricata la situazione era ugualmente critica. I guerrieri potevano strisciare non visti e protetti da alcune rocce fin sotto ad alcuni punti e da lì balzare fuori per colpire i difensori appena si sporgevano. Il ricorso alle baionette si fece sempre più frequente per respingere gli zulu che si arrampicavano gli uni sugli altri o sui cadaveri per issarsi sopra le difese. Mentre brandiva il suo fucile ormai scarico per tenere a bada un guerriero, il soldato semplice Hitch fu colpito a bruciapelo dalla fucilata sparata da un altro avversario. La pallottola gli frantumò la scapola, da cui poi vennero estratti diciannove frammenti d’osso, ma egli non rinunciò comunque a battersi: scambiò il proprio fucile con il revolver di un ufficiale e continuò a sparare. Quando sentì venire meno le forze per la perdita di sangue, si mise a distribuire munizioni ai compagni finché, spossato, svenne.
Il cappellano Smith, rimasto a causa del furto del cavallo, girava tra i soldati distribuendo munizioni e conforto, oltre a raccomandare costantemente: “Non bestemmiate, ragazzi, e sparategli addosso”.
Gli zulu conquistarono prima la parte più esterna del recinto per il bestiame, poi anche quella interna. Gli inglesi invece sfruttarono una piramide di sacchi inutilizzati al centro della ridotta per ricavare una specie di torre da cui alcuni tiratori potevano sparare sopra le teste dei compagni e aggiungere potenza di fuoco nei punti in cui gli assalitori premevano maggiormente. Da lì inoltre potevano colpire dall’alto i nemici appena penetrati nel recinto, impedendo loro di sfruttarlo come riparo.
Gli zulu tentarono un’ultima carica attorno alle 22, poi lo scontro si affievolì, sebbene i cecchini abbiano continuato a prendere di mira la ridotta fino alle quattro del mattino seguente. Verso mezzanotte, quando la scontro andava avanti ormai da otto ore, si diffuse la voce che una colonna di soccorso era in avvicinamento e i difensori ne furono subito rincuorati. In effetti due compagnie di fanteria si erano avvicinate alla posizione, ma i racconti dei fuggiaschi di Isandlwana, il fumo sprigionato dall’incendio e l’avvistamento di truppe nemiche nelle vicinanze (probabilmente razziatori) indussero il comandante a pensare che Rorke’s Drift fosse caduta, perciò ordinò di fare dietrofront e rientrare alla base. Alla fattoria, gli uomini da entrambe le parti erano esausti. Gli inglesi fecero una sortita nel cortile per trascinare il carro-cisterna verso la ridotta e utilizzarono la manichetta per dissetare le truppe. Le canne dei fucili erano roventi e le spalle coperte di lividi a causa del rinculo. In totale i centocinquanta uomini avevano esploso 19100 colpi.
L’alba rivelò la carneficina di cui era stata teatro la zona: il tetto dell’ospedale era crollato sui corpi dei caduti e tutta la zona antistante le barricate era coperta di morti, feriti, armi ed equipaggiamenti. Nei punti in cui lo scontro era stato più intenso, vi erano tre strati di cadaveri impilati gli uni sugli altri. La guarnigione non aveva modo di sapere se sarebbero giunti altri attacchi, per cui nessuno poté riposare, ma anzi si dovette provvedere a riparare i danni e prepararsi al peggio. I muri dell’ospedale furono abbattuti, si tolse la paglia dal tetto del magazzino e si rafforzarono i parapetti delle barricate, mentre alcuni soldati si occupavano di raccogliere le armi dei nemici. Le forze erano al lumicino e restavano appena 900 colpi, tutti sapevano che un nuovo assalto sarebbe stato anche l’ultimo.
Alle 7.30 un gruppo di guerrieri si attestò su una collina appena fuori tiro, però si limitò a restare seduto in silenzio, forse scioccato dalla devastazione che aveva davanti, e poco dopo si dileguò.
Quel mattino gli inglesi rimossero dalle barricate 351 corpi e altri vennero recuperati anche molto tempo dopo, nascosti in anfratti dove probabilmente si erano trascinati a morire una volta feriti. Secondo fonti zulu, l’impi subì la perdita di seicento morti e circa quattrocento feriti, cioè un quarto degli effettivi. Gli inglesi invece lamentarono quindici morti e dieci feriti gravi.
Più tardi nel corso della mattinata vi fu un ulteriore momento di tensione: le sentinelle avvistarono dei guerrieri indigeni in avvicinamento, ma per fortuna si trattava delle truppe coloniali di Chelmsford, di ritorno dopo aver passato la notte accampate tra i caduti di Isandlwana. Mentre la colonna ripiegava verso Rorke’s Drift, incrociò addirittura gli zulu in ritirata, ma nessuna delle due parti aveva l’energia né la voglia per attaccare briga, perciò ognuno continuò per la propria strada. Mentre Chelmsford apprendeva dalla guarnigione esausta che a Isandlwana non c’erano stati sopravvissuti, parte delle truppe venne inviata a battere la boscaglia a caccia di nemici feriti, che vennero barbaramente trucidati con le baionette o a bastonate per non sprecare munizioni.
Un grosso contingente presidiò inutilmente la fattoria per settimane, il nemico non tornò mai. Il re non voleva condurre una guerra d’invasione, inoltre la portata della sconfitta fu così vasta che l’esercito non fu mobilitato di nuovo per circa due mesi, dando ai britannici il tempo di riorganizzarsi e condurre un nuovo, decisivo attacco.
Per l’eroismo mostrato durante i combattimenti, undici difensori di Rorke’s Drift ricevettero la Victoria Cross, la più alta onorificenza militare dell’Impero Britannico, e altri cinque la Medaglia d’Argento al Valor Militare. A tutt’oggi nessun altro scontro della storia inglese ha visto un così alto numero di decorati con la Victoria Cross. Tra gli zulu, invece, i guerrieri superstiti vennero derisi e accusati di codardia, senza che venisse riconosciuto lo straordinario coraggio mostrato nel gettarsi alla carica praticamente nudi contro i fucili inglesi per più di sei ore consecutive. Il principe responsabile della disfatta cercò ovviamente di minimizzare i propri errori e si ritirò in campagna. Del resto un vecchio detto sulla guerra recita: “la vittoria ha cento padri, la sconfitta è bastarda”.

Siamo arrivati alla conclusione dell’approfondimento! Spero di avervi saputo trasmettere tutta la drammatica tensione della battaglia e che ciò vi abbia permesso di immaginare l’estrema ferocia della guerra tra colviani e shvaergi nel folto delle foreste delle Terre Selvagge, ricordata da Yanvas anche nel capitolo 38 del Trono. Isandlwana e Rorke’s Drift sono inoltre perfetti esempi di quanto potessero diventare formidabili delle forze tribali ben organizzate e determinate a condurre un conflitto convenzionale.
A proposito di Yanvas, forse avrete notato delle analogie tra le usanze matrimoniali spartane e zulu e quelle colviane citate nel romanzo, infatti è proprio a esse (in particolare a quelle zulu) che mi sono ispirato nello stabilire che gli ufficiali dell’Impero non possono sposarsi prima di aver terminato di prestare servizio e che necessitano dall’approvazione regia. Nel caso colviano lo scopo è quello di indebolire le famiglie nobili ed entrare nei dettagli implicherebbe cenni alle regole dinastiche che ho scelto (una via di mezzo tra la legge salica e le usanze ottomane), ma almeno ora ne conoscete l’origine 🙂

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Letture consigliate:
I. Knight e I. Castle, La guerra zulu 1879, Eserciti e Battaglie n.34, Ed. del Prado
I. Knight, Rorke’s Drift 1879, Eserciti e Battaglie n.96, Ed. del Prado

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