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Spezieria, Paolo Antonio Barbieri, 1637

Spezieria, Paolo Antonio Barbieri, 1637

 “Quando accade un evento straordinario, è ridicolo sostenere che sia un mistero e un presagio. Eclissi di sole o di luna, comete, nuvole che sventolano come bandiere, neve a maggio, lampi a dicembre sono fenomeni che accadono ogni cinquanta o cento anni. Si verificano a causa del movimento di yin e yang. Anche il fatto che il sole sorga a est e tramonti a ovest potrebbe essere un mistero, se non si ripetesse ogni giorno. Inoltre, la ragione per cui una disgrazia accade quando si verificano fenomeni strani è dovuta al fatto che la gente vede un prodigio, come le nuvole svolazzanti, e si aspetta che avvenga qualcosa. Gli uomini creano nella loro mente questa correlazione.
I misteri sono sempre un’illusione creata dalle parole.”
[Yamamoto Tsunetomo, Hagakure, I, 105]

Buongiorno a tutti! Negli approfondimenti precedenti abbiamo visto quanto le spezie fossero importanti per la medicina e la società del passato e presto andremo a curiosare nelle cucine dell’epoca, ma prima ci occuperemo delle leggende e dicerie sorte a proposito delle loro origini, secondo alcuni addirittura celesti!
Nella realtà come nel romanzo, le conoscenze geografiche dell’epoca sulle terre più lontane erano piuttosto approssimative (come abbiamo visto anche a proposito della Peste Nera), perciò la provenienza e la natura stessa delle spezie erano spesso avvolte da un alone di mistero, alimentato ad arte dalle popolazioni coinvolte nel loro commercio (la Repubblica di Ailearth nel Trono, principalmente arabi e persiani nella realtà) per mantenere alti i prezzi ed evitare che gli acquirenti potessero approvvigionarsi direttamente dai produttori. Gli interessi economici in ballo erano enormi: il valore della merce poteva lievitare anche di cento volte tra le terre d’origine orientali e un grande porto commerciale come Venezia, da dove ripartiva per i mercati di tutta Europa a prezzi ancora maggiori. Per esempio, la seconda spedizione di Vasco da Gama in India, mercato che raccoglieva le spezie provenienti da Indonesia, Indocina, Malesia e dalle isole dell’Oceano Indiano, generò un profitto del 400% rispetto all’investimento iniziale, nonostante il totale fallimento della missione sul piano diplomatico, con tanto di cannoneggiamenti delle coste indiane e battaglie navali. Considerato che il prezzo della noce moscata poteva quadruplicare da porti levantini come Alessandria o Beirut a Venezia, oppure che trasportare cannella da Cipro a Barcellona poteva fruttare guadagni superiori al 40%, è evidente come mai gli europei si arrovellassero per capire come accedere ai produttori e gli intermediari facessero del proprio meglio per gettare loro fumo negli occhi.

Tempio di Augusto a Muziris in India, dettaglio della Tabula Peutingeriana, carta romana del IV-V sec. d.C.

Tempio di Augusto a Muziris in India, dettaglio della Tabula Peutingeriana, carta romana del IV-V sec. d.C.

“Il Signore disse a Mosè: «Procùrati balsami: storace, onice, galbano come balsami e incenso puro: il tutto in parti uguali. Farai con essi un profumo da bruciare, una composizione aromatica secondo l’arte del profumiere, salata, pura e santa. Non farete per vostro uso alcun profumo di composizione simile a quello che devi fare: lo riterrai una cosa santa in onore del Signore. Chi ne farà di simile per sentirne il profumo sarà eliminato dal suo popolo”
[Libro dell’Esodo, XXX, 34-35, 37-38]

L’uso di spezie e incensi nelle pratiche religiose delle civiltà mediterranee è antichissimo, risale almeno al III millennio a.C. tra gli antichi egizi e le civiltà mesopotamiche, per poi estendersi alle tribù ebraiche nonché a greci e romani. Questi ultimi, soprattutto in epoca imperiale, divennero grandi consumatori di legni e resine aromatiche, infatti è stato stimato che la principale città produttrice omanita arrivasse a esportarne verso l’Impero circa tremila tonnellate l’anno. Un commercio tanto florido attirò i mercanti latini nel Mar Rosso e poi sempre più a est, fino ad aprire rotte verso l’India, dove sono state rinvenute prove archeologiche della presenza romana lungo le coste sud-occidentali del subcontinente.
L’impiego di oli aromatici, profumi e incensi fu mantenuto nella religione cristiana, infatti Gesù permise a Maria Maddalena di ungergli i piedi con l’unguento, inoltre i discepoli procurarono oli e aromi per la sua sepoltura. Incensi e profumi divennero sinonimo di presenze angeliche e uno dei segni della vicinanza al cielo dei martiri e degli eremiti era l’intenso profumo emanato dai loro corpi dopo la morte (ecco perché si dice “morire in odore di santità” 😉 ). In taluni casi si affermò persino che dai cadaveri dei santi essudavano mirra e altre spezie. La Chiesa permise quindi l’uso di bruciare incenso durante i riti, pur vietando di farlo a scopo religioso in privato (esistevano rituali di evocazione demoniaca che prevedevano le stesse pratiche, per cui fu ritenuto più saggio scoraggiarle), finché nel Medioevo si cominciò a credere che certi profumi non venissero nemmeno dal nostro mondo, ma da uno prossimo e per noi invisibile, ultraterreno.
Questo accadde anche perché, con la caduta dell’Impero e l’avvento dei secoli bui, gli europei persero conoscenze, contatti e dimestichezza con le terre d’origine di quelle sostanze celestiali, che finirono per diventare luoghi più mitici che reali. Mentre i marinai indiani conoscevano la ciclicità dei venti monsonici e sapevano sfruttarla per navigare e commerciare sin da prima di Cristo e gli arabi già nel IX secolo avevano basi commerciali anche in Cina, gli occidentali compresero l’importanza di tali venti soltanto nel XVI secolo. Fino alle imprese di Bartolomeo Diaz, scopritore del Capo di Buona Speranza, e di da Gama tra i cristiani era addirittura opinione comune che l’Oceano Indiano fosse un bacino chiuso.
La convinzione che esistessero terre leggendarie negli angoli più remoti del mondo è confermata dagli scritti di Colombo, che durante le sue esplorazioni credette di aver scoperto fiumi provenienti dall’Eden. Ecco un brano del navigatore genovese:

“Credo che se continuassi lungo la linea dell’equatore, scalando la sommità del mondo, troverei un’aria molto più mite e mi accorgerei che la posizione delle stelle è cambiata, e noterei un cambiamento anche nella natura dell’acqua. Non che io creda che sia possibile navigare fino al punto più alto del mondo, o che sia anche solo possibile scalarlo: infatti credo che in quel punto si trovi il paradiso terrestre, che nessuno può raggiungere se non per volontà di Dio.”

Il Giardino dell'Eden, Thomas Cole, 1828

Il Giardino dell’Eden, Thomas Cole, 1828

Un simile miscuglio di ignoranza e superstizione non poteva che indurre i dotti del tempo a speculazioni intellettuali sulle origini delle spezie che arrivavano misteriosamente nei porti del vicino Oriente. Questa per esempio era la convinzione in proposito di Jean de Joinville, famoso biografo di re Luigi IX il Santo:

“Prima che il fiume entri in Egitto, la gente che è usa a questo lavoro getta le proprie reti alla sera nelle acque del fiume e lascia che esse vi si distendano. Quando giunge il mattino, costoro trovano nelle loro reti cose che sono pesate e vendute e importate quindi in Egitto, come, ad esempio, zenzero, rabarbaro, aloe e cannella. Dicesi che tali cose vengono dal paradiso terrestre, perché in quel luogo celestiale il vento tira giù i rami degli alberi, come fa con la legna secca nelle foreste delle nostre terre, e la legna secca degli alberi del paradiso che in tal modo cade nel fiume è venduta a noi da mercanti in quel paese.”

Il fiume in questione è ovviamente il Nilo, che stando a de Joinville trascinava con sé le spezie che crescevano attorno alle sue sorgenti, ubicate convenzionalmente nell’Eden da quando il commentatore biblico Josephus aveva creduto di riconoscere nel Nilo il fiume Gihon, uno dei quattro corsi d’acqua del paradiso terrestre descritti nella Genesi. L’analisi delle Sacre Scritture indusse i sapienti a determinare che nell’Eden si trovava una resina aromatica conosciuta come bdellio, abbondante nella confinante terra chiamata Avìla e bagnata dal fiume Pison (il Gange, secondo quell’interpretazione), pertanto decisero che doveva trattarsi dell’India. Ciò li indusse a pensare che la crescita delle spezie in quelle regioni fosse diretta conseguenza della prossimità del paradiso terrestre, tanto che nel V secolo d.C. il greco Filostorgio di Cappadocia affermò che gli alberi che producono i chiodi di garofano derivavano da germogli un tempo esistiti solo nell’Eden. Un altro geografo del V secolo sostenne che il paradiso terrestre era abitato dai camarini, un popolo che si nutriva del pane caduto dal cielo dopo averlo cosparso di miele e pepe, altra spezia tra le più utilizzate. Quando le nozioni geografiche divennero appena più precise e si capì che i quattro fiumi dell’Eden – Nilo, Gange, Tigri ed Eufrate – non potevano per ovvie ragioni condividere le sorgenti, sant’Efrem di Siria e sant’Agostino affermarono che non risultava evidente solo perché i quattro fiumi correvano nel sottosuolo fino alle apparenti sorgenti reali.
L’Eden, l’India e le terre bibliche dell’oro e delle spezie come Ophir, Hevilath o Saba venivano tutte collocate in un generico Oriente di cui si sapeva ben poco. Vi erano missionari e mercanti che per scelta o sfortuna arrivavano in quelle zone e vi restavano a lungo, ma spesso o non riuscivano a tornare indietro o comunque le loro esperienze non trapelavano. Per esempio, una spedizione portoghese del 1502 riportò in patria Benvenuto d’Albano, un veneziano vecchio e povero che aveva vissuto sulle coste del Malabar per ben venticinque anni e già nel 1338 una delegazione della potente famiglia veneziana dei Loredan era stata in visita a Delhi, per non parlare di Marco Polo, ma ciò non aveva provocato sensibili cambiamenti nella percezione occidentale dell’Asia.

Creature del Regno di Prete Gianni

Creature del Regno di Prete Gianni

Gli europei credettero a lungo che tra i produttori di spezie orientali vi fosse il fantomatico Regno di Prete Gianni, uno stato cristiano ricchissimo e potente a cui tentarono più volte di inviare ambasciatori per proporre alleanze contro i musulmani. La leggenda ebbe origine nel XII secolo, quando il vescovo Ugo di Gebala lo descrisse per la prima volta, forse alterando la notizia della sconfitta inflitta dai mongoli del khan Yelu Dashi ai musulmani selgiuchidi nella battaglia di Qatwan, nei pressi di Samarcanda. Per i regni cristiani della Terra Santa fu una boccata d’ossigeno e senza dubbio l’evento assunse contorni mitici. In seguito altri khan vennero identificati con Prete Gianni o con i suoi successori, per esempio Ong Khan fu indicato come tale da Marco Polo.
Pochi anni dopo, nel 1165, all’imperatore bizantino Manuele I fu recapitata una lettera del sedicente Prete Gianni, in cui egli si vantava di essere alla testa di un regno esteso “dalle Indie alla Babilonia”, protetto da selvaggi uomini cornuti incapaci di parlare e da pigmei cannibali e necrofagi. Diceva di sedere su un trono di zaffiri, impugnare uno scettro di smeraldi, indossare abiti di pelle di salamandra e di avere dodici arcivescovi alla sua destra e venti vescovi alla sua sinistra. Alla sua tavola, ricavata da enormi smeraldi, mangiavano ogni giorno trentamila persone e attorno a loro volavano draghi bardati come destrieri e montati da nobili cavalieri. A soli tre giorni di cammino dall’Eden, nel cuore del regno, sorgeva una foresta di alberi del pepe con al centro una fontana miracolosa: chiunque vi si fosse abbeverato non si sarebbe mai ammalato e non avrebbe mai dimostrato più di 33 anni, cioè l’età di Cristo.
Nel XIV secolo però prevalse l’ipotesi che il suo regno non si trovasse in Asia, bensì nell’Africa orientale. Tale convinzione sì radicò talmente che i mercanti genovesi Girolamo di Santo Stefano e Girolamo Adorno identificarono il porto eritreo di Massaua come “porto di Prete Gianni”. In seguito la corona portoghese finanziò la spedizione di Afonso de Paiva alla scoperta del regno, vagamente collocato in Abissinia, che si concluse con la scomparsa dell’esploratore, e consegnò lettere indirizzate a Prete Gianni anche a Da Gama prima che partisse per l’India. Chiunque fosse riuscito a stringere accordi con il favoleggiato sovrano, avrebbe beneficiato di un alleato potentissimo e avrebbe avuto accesso diretto alle terre d’origine delle spezie e di altre enormi ricchezze.
Ecco come ne descriveva il regno il famoso John Mandeville, autore di libri di viaggi (per la maggior parte inventati) che divennero un punto di riferimento per gli intellettuali e gli esploratori del XV secolo:

“Una terra dove sorgono grandi montagne d’oro che le formiche mantengono con piena diligenza. E queste formiche sono grandi come cani, così che nessun uomo osa venire in queste montagne perché le formiche lo assalirebbero e lo divorerebbero subito, così che nessun uomo possa prendere di quell’oro se non con grande furberia.”

Le meraviglie della natura non si fermavano certo agli insetti, infatti Mandeville ed emuli vari descrissero altre razze mostruose che popolavano il regno e le zone sconosciute ai cristiani, spesso attingendo a testi greci e latini come quelli di Plinio il Vecchio. Ve ne segnalo alcune tra le più curiose: i blemmii non avevano la testa, ma un’enorme faccia al centro del petto; i panozi avevano orecchie che arrivavano fino ai fianchi, gli sciopodi avevano un unico piede grande quanto un tavolo che usavano come ombrello, i cinocefali avevano teste canine, gli astomi non avevano la bocca e si nutrivano annusando il miele. Nei mari abitavano due specie di sirene: le prime metà uomo e metà pesce, le seconde metà uomo e metà uccello, più simili a quelle che noi definiremmo arpie. Vi erano anche alberi da cui nascevano agnelli ricoperti di cotone da tosare oppure, ma questa è un’invenzione di origini arabe, un albero chiamato Wak-Wak che aveva splendide donne come frutti. I piedi cominciavano a spuntare a marzo e le teste a maggio, dopo di che le fanciulle restavano appese per i capelli gridando “Wak wak” finché, mature, si staccavano dall’albero e morivano nella caduta. A proposito delle isole dell’Oceano Indiano inoltre si scrisse che Sumatra era abitata da giganti neri cannibali e Ceylon da una razza di Amazzoni.

Sempre a proposito di leggende sulle origini delle spezie, il medico greco Ctesia, per anni alla corte persiana, nel 400 a.C. scrisse che l’ambra scaturiva da alberi resinosi indiani che lacrimavano per un mese all’anno. Le gocce di resina cadevano quindi nei fiumi e venivano trasportate a valle, indurendosi lungo il tragitto. Oggi sappiamo che la maggior parte dell’ambra commerciata in Europa in realtà proveniva dalla zona del Baltico.
Altre dicerie tramandavano che gli alberi di pepe fossero sorvegliati da serpenti e che l’unico modo per raccoglierlo fosse incendiarne le foreste, processo al quale andava ascritto il colore nero delle bacche. Similmente le foreste di cassia (una varietà di cinnamomo la cui corteccia ha proprietà aromatiche) erano protette da aggressive creature simili a pipistrelli.
A proposito della cannella si credeva crescesse su cime inaccessibili dell’Arabia e che alcuni uccelli, tra i quali le fenici, ne usassero i rami per costruirsi il nido. Sempre secondo le leggende, gli arabi spargevano grossi pezzi di carne che i volatili portavano nel nido per nutrirsi, causandone la caduta dall’albero per il troppo peso. A quel punto i raccoglitori indigeni rubavano la cannella e la vendevano.
La tecnica della carne veniva usata anche in Scizia, dove gole profondissime celavano gemme. I raccoglitori vi gettavano grandi pezzi di carne a cui restavano incollate le pietre preziose, poi liberavano uccelli appositamente addestrati che recuperavano il cibo e permettevano così ai padroni di impossessarsi delle gemme.
Le pietre preziose avevano spesso origini favoleggiate, perché fino alla scoperta dei giacimenti in Sudafrica e nel Nuovo Mondo quelle indiane e birmane furono le uniche (o quasi, a seconda del tipo di gemma) sul mercato. Questo fattore contribuì ad affermare il mito dell’India come terra situata ai confini dell’Eden – secondo alcuni missionari ubicato su un monte dell’isola di Ceylon, l’odierno Sri Lanka –, in quanto le gemme non potevano che essere divine per qualità e bellezza. Il fatto che venissero ritrovate nei letti dei fiumi inoltre alimentò a dismisura il credito prestato alle teorie sulle spezie trasportate dalla corrente.

Fu questo mix tra realtà e fantasia a conferire un ulteriore fascino alle spezie e a renderle ancora più esclusive e desiderate presso i ceti più ricchi d’Europa. Non è difficile immaginare come dall’attribuire a una sostanza origini paradisiache a crederla portatrice delle medesime virtù il passo sia stato breve, soprattutto nell’ottica di un retaggio millenario che ne considerava l’aroma come una manifestazione quasi ultraterrena, in grado di mettere in contatto l’umano e il divino. Il mistero sulle origini, l’incertezza delle conoscenze geografiche e la diffusione delle leggende aiutarono a lungo i mercanti a scoraggiare la concorrenza e a tenere alti i prezzi. Nel mondo de Il Trono delle Ombre ciò si è tradotto nella creazione di una rete commerciale incentrata su Ailearth, che ha saputo sfruttare la posizione geografica e le proprie conoscenze per diventare intermediaria quasi esclusiva tra i paesi del nord e quelli poco conosciuti del sud, proprio come i popoli arabi e persiani seppero fare tra l’Europa e il misterioso Oriente. Quanto alle teorie elaborate dai dotti, penso che ormai nemmeno la sospensione dell’incredulità potrebbe indurre un lettore ad accettare quelli che fino a qualche secolo fa erano ritenuti fatti assodati! 😉
A proposito delle scoperte e della superstizione, vi lascio con una straordinaria massima del califfo Ali ibn Abi Talib:

“Non vi è maggiore ricchezza della sapienza, né povertà peggiore dell’ignoranza.”

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Letture consigliate
Oltre ai testi già segnalati, vi raccomando:
F. Fernandez-Armesto, Esploratori, Bruno Mondadori

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