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Scontro tra legionari e germani, Otto Albert Koch, 1909

Scontro tra legionari e germani, Otto Albert Koch, 1909

«Organizzare insolite formazioni, aprire, dividere, tagliare, frantumare; quando il nemico assalta lo facciamo entrare; il nemico si spande, noi lo dividiamo; [si può così] rompere la sua forza pur mantenendo la nostra.»
[Tran Hung Dao, Compendio di arte militare]

Buongiorno a tutti! Oggi andremo alla scoperta delle radici storiche di un’altra battaglia del Trono, l’imboscata tesa dagli Eidr sul Devengar nel capitolo 12. Marceremo insieme a Varo nella foresta di Teutoburgo, analizzeremo una grave imprudenza commessa da Yanvas e infine balzeremo avanti di secoli per unirci agli inglesi del generale Elphinstone in fuga dalla ferocia dei guerrieri afghani.

La parete nord dell'Eiger, foto di Johannes Dilger

La parete nord dell’Eiger, foto di Johannes Dilger

«La strada si inerpicava lungo gole di roccia nera fino al passo del Devengar, monte che gli Eidr ritenevano dimora di una razza di malvagie creature del sottosuolo, deformi e crudeli. […] Si diceva che la montagna fosse viva, in continuo mutamento. Di tanto in tanto, disgelo e smottamenti riportavano alla luce le ossa di qualche sventurato, resti che alimentavano la leggenda della presenza di mostri nelle sue viscere.»
[Il Trono delle Ombre, capitolo 11]

Il teatro dello scontro, secondario sul piano militare ma cruciale per il destino di Yanvas, è il monte Devengar, una delle cime dei Monti Fiamma Nera. Il nome deriva dall’antico norreno dvergar, termine che indicava la stirpe dei nani, ritenuta dagli scandinavi una razza maligna imparentata coi giganti e originatasi dai vermi presenti nelle carni del gigante Ymir quando gli dèi lo smembrarono per creare il mondo. Odino diede loro intelligenza e aspetto simili a quelli umani, ma li relegò nelle profondità della terra. I vichinghi credevano infatti che i nani dimorassero nelle rocce perché la luce del sole li tramutava in pietra, e che avessero il potere di attirarvi gli esseri umani per poi imprigionarli nel sottosuolo insieme a loro. Avevano una stretta correlazione con gli spiriti dei morti, in particolare con quelli sepolti nei tumuli, oltre a essere custodi dei segreti dei metalli, che erano abilissimi a lavorare (furono loro a forgiare Mjollnir, il famoso martello di Thor).
Una montagna associata dagli Eidr a creature del genere doveva avere una fama sinistra, perciò ho deciso di renderla pericolosa, ma avevo bisogno di farlo in un modo ambiguo, che permettesse di alimentarne la leggenda senza esagerare sul piano del fantasy. Mi è venuta in soccorso la montagna svizzera che potete ammirare qui sopra, l’Eiger: la sua parete nord è tuttora ammantata di una lugubre fama, a causa del gran numero di alpinisti morti nel tentativo di scalarla. In tempi recenti, dato che le difficoltà tecniche sono minori rispetto agli anni ’30, è diventata pericolosa soprattutto per i frequenti crolli di imponenti masse rocciose. Ecco come è nata la leggenda dei nani assassini che inghiottono tra le rocce i folli che si avventurano sul Devengar. Il legame dei nani con i morti invece mi ha ispirato la messa in scena degli Eidr durante l’inseguimento ai superstiti dell’imboscata: gli spiriti non potevano trovare requie su un monte nelle cui viscere si aggiravano creature maledette!

Visto che siamo in tema, mi sembra interessante segnalarvi come la maggior parte dei nomi nanici di Tolkien venga proprio dalle saghe norrene, ennesima dimostrazione che il fantasy non è solo invenzione e capriccio, ma anche rielaborazione del mito e del folklore. Eccovi alcuni esempi presenti sia nella mitologia scandinava che nelle sue opere (talvolta con leggere modifiche): Burinn/Borin, Thror, Thrainn, Blainn/Balin, Dori, Thorin, Dvalinn/Dwalin, Frar, Gloinn, Dainn, Bofurr, Nori, Bifurr, Fundinn.

Nebbia nella Foresta di Teutoburgo presso Oerlinghausen, Germania, foto di Nikater

Nebbia nella Foresta di Teutoburgo presso Oerlinghausen, Germania, foto di Nikater

«Vare, Vare, redde mihi legiones meas!»
(Varo, restituiscimi le mie legioni!)
[Augusto, primo imperatore romano, 9 d.C.]

L’idea di uno scontro feroce combattuto in condizioni climatiche proibitive e in un luogo angusto mi è venuta pensando a una delle più famose sconfitte romane, quella patita da Publio Quintilio Varo per mano dei germani nella foresta di Teutoburgo.
All’inizio del I secolo dopo Cristo, le legioni romane erano impegnate nella sottomissione delle tribù germaniche situate tra il Reno e l’Elba, fiume che Augusto voleva trasformare nella nuova frontiera dell’Impero, all’epoca segnata dai fiumi Reno e Danubio. Druso e Tiberio avevano combattuto con successo per anni in questi territori, conseguendo numerose vittorie che avevano quasi piegato il morale delle feroci tribù barbare. Lo scoppio di una rivolta nell’Illiricum (provincia corrispondente alla ex Yugoslavia) costrinse però Tiberio a dirigersi lì con gran parte delle truppe per sedarla e il comando passò quindi a Varo, fino ad allora distintosi soltanto per l’avidità e la crudeltà con cui amministrava i territori che gli venivano affidati grazie alla parentela con Augusto.
Alla testa dei germani si trovava invece un uomo abile, ambizioso e determinato, Arminio. Costui era figlio di un capo dei Cherusci, ma insieme a un fratello si era arruolato giovanissimo nell’esercito romano, dove aveva servito con valore fino ad assurgere al rango di ufficiale. A dispetto della brillante carriera, Arminio non aveva mai rinnegato le proprie origini e da anni tramava vendetta contro gli invasori che depredavano, massacravano e stupravano impunemente i suoi compatrioti. Nessuno meglio di lui poteva conoscere tattiche, procedure e punti deboli del nemico: incarnava esattamente il tipo di avversario che Drelmyn paventa al padre di Yanvas quando profetizza la caduta dell’Impero colviano. Arminio cominciò a tessere la sua tela e in breve si trovò a capo di un’alleanza composta da sei tribù (le fonti non sono concordi, alcune ne riportano sette e talvolta sono citati i Longobardi, altre no). Fece in modo di aggregarsi come guida alle forze imperiali dirette verso i campi invernali, quindi diffuse ad arte voci su una rivolta in atto poco lontano dal percorso stabilito, esca a cui Varo abboccò senza sospettare nulla. Un parente di Arminio tentò di avvisarlo del tranello, ma questi liquidò l’allarme come frutto di invidia e rivalità tra i due barbari e si inoltrò nella selva alla testa del suo esercito, forte di oltre ventimila uomini, tra cui tre legioni a piena forza. Poiché si trattava di uno spostamento tra due acquartieramenti in una supposta condizione di pace, i legionari erano tallonati da un codazzo di donne, bambini, schiavi e da tutto il sottobosco di faccendieri che abitualmente ronzava attorno all’esercito, specie quando si trattava di guarnigioni a cui le occasioni per taglieggiare e fare bottino non mancavano. La scarsa disciplina, l’inettitudine di Varo e la presenza dei civili che intralciavano i movimenti si sommarono alla malafede di Arminio, che apriva la strada alla testa di un contingente alleato. L’avanzata era resa difficoltosa dalla foresta fittissima, quasi priva di sentieri, e dal pessimo tempo, poiché sulla zona infuriava una tempesta con fulmini, grandine e pioggia battente. Fu proprio durante la marcia che le guide indigene si dileguarono tra gli alberi, lasciando i romani persi nel folto di una foresta degna di un film horror. Appena la voce si diffuse e la disorganizzazione allentò ancora di più le maglie delle forze imperiali, Arminio fece scattare la trappola. Piccoli gruppi di guerrieri cominciarono a sferrare rapidi colpi di mano lungo la colonna, mentre altri provocavano le avanguardie e le retroguardie per attirarle lontane dal grosso delle truppe. Il suo piano era semplice: confondere la spedizione per impedirle di formare un fronte compatto, inchiodarla dove non potesse manovrare, frammentarla e annientare le sacche una ad una. Guerrieri urlanti erompevano da una foresta scura e misteriosa per uccidere senza fare distinzione tra soldati, donne e bambini, mentre tutt’intorno nugoli di giavellotti scagliati da mani invisibili si abbattevano sui legionari, i cui scudi di cuoio erano talmente zuppi di pioggia da essere troppo pesanti per essere sollevati. Anche gli arcieri delle truppe ausiliarie si trovarono praticamente disarmati, perché il diluvio in atto rovinava le corde degli archi, rendendole inutilizzabili. Nonostante tutto il morale delle legioni tenne e i soldati continuarono ad avanzare a dispetto delle forti perdite, mentre Arminio stava ben attento a spingere i nemici verso luoghi angusti, perché non avrebbe mai potuto affrontarli con successo in campo aperto. Lo stillicidio andò avanti per tre giorni, finché le legioni cedettero al panico: il comandante della cavalleria si diede alla fuga insieme ai suoi uomini, ma fu raggiunto e abbattuto, mentre Varo e altri ufficiali preferirono gettarsi sulla spada piuttosto che farsi catturare vivi. I germani infatti erano temuti per la pratica dei sacrifici umani, poi ereditata almeno in parte dai vichinghi e dagli Eidr. Gran parte dei romani furono massacrati, altri furono fatti schiavi, pochissimi riuscirono a fuggire.

Kalkriese, probabile teatro dello scontro finale. In questa zona sono stati ritrovati oltre 5500 reperti romani

Kalkriese, probabile teatro dello scontro finale. In questa zona sono stati ritrovati oltre 5500 reperti romani

«In mezzo al campo sbiancavano le ossa degli uomini, sia che fossero fuggiti, sia che avessero resistito, sparse ovunque o accatastate. Vicino giacevano pezzi di lance e di zampe di cavalli insieme a crani inchiodati agli alberi. Nelle vicinanze c’erano i barbari altari sui quali erano stati sacrificati i tribuni e i centurioni di primo rango.»
[Tacito, Annales, I.61]

La testa di Varo fu spiccata dal busto e inviata come omaggio al re Maroboduus dei marcomanni, che preferì consegnarla ai romani piuttosto che allearsi con Arminio, nel timore che diventasse troppo potente e lo mettesse in ombra. Le aquile delle tre legioni furono catturate, evento considerato gravissimo perché le insegne di un reparto militare ne contenevano lo spirito, perciò si trattava di sacre reliquie. I romani facevano un punto d’onore di recuperare sempre le aquile cadute e diedero loro la caccia per anni. Le prime due furono riconquistate nel 15 e nel 16 d.C. da Germanico, nel corso della spedizione punitiva durante la quale furono scoperti i resti delle legioni cadute, evento a cui corrisponde la descrizione sopra citata. La terza e ultima fu recuperata soltanto nel 41, oltre trent’anni dopo la battaglia. A testimonianza dell’importanza delle insegne per i romani, vanno ricordati anche gli sforzi per recuperare le aquile catturate dai Parti dopo la disfatta di Carre nel 53 a.C. e fortemente volute da Augusto, che le ottenne come parte dell’accordo di pace siglato 33 anni dopo. Ecco perché una delle accuse più gravi mosse a Yanvas è la perdita degli ippogrifi dei reparti che comandava sul Devengar.

«Il decurione al comando degli esploratori lo raggiunse al galoppo per annunciare che sulla cima stava cominciando a piovere. Il comandante gli ordinò di richiamare almeno metà dello squadrone per legare i cavalli ai carriaggi e di schierare le truppe sulla salita con tutte le funi disponibili, per trascinarli di peso, se fosse stato necessario. Il cavaliere ripartì di gran carriera e presto fu inghiottito dalla foschia. Yanvas si diresse verso le centurie più vicine e ordinò che prelevassero dai carri quanto possibile per alleggerirli.»
[Il Trono delle Ombre, capitolo 12]

Per onestà devo confessare di essere stato veramente perfido verso il povero Yanvas. Gli ho assegnato delle salmerie particolarmente inadatte a un terreno impervio, composte com’erano di pesanti carri, mentre i tipici impedimenta romani comprendevano anche tantissimi muli (almeno uno ogni otto uomini), che in quel frangente gli avrebbero dato sicuramente meno grattacapi. In seconda battuta, con il clima e la fretta l’ho spinto a commettere lo stesso errore di Varo, cioè a non compiere una ricognizione adeguata. Il peggioramento delle condizioni atmosferiche ha fatto sì che Yanvas abbia accelerato il più possibile i tempi per valicare il passo, oltre a richiamare gli esploratori in avanguardia e far rompere la formazione di marcia agli uomini per scaricare i carri e spingerli/trascinarli lungo le rampe del passo. Sul Devengar come nel De bello gallico per le truppe di Cesare, una volta che i reparti perdono coesione, soltanto i veterani riescono a riprendere la posizione e combattere in modo autonomo, mentre le reclute vengono sopraffatte dal caos dello scontro se prive di ordini e tagliate fuori dal corpo principale. Gli attacchi repentini e la pioggia di frecce scoccate dagli alberi avvolti nella nebbia devono essere stati piuttosto simili a quanto vissuto dai legionari nella foresta di Teutoburgo duemila anni fa.
Non tutte le colonne romane si spostavano in maniera tanto sconsiderata, anzi la Storia ci ha tramandato un’organizzazione piuttosto precisa tramite l’opera La guerra giudaica di Flavio Giuseppe, cronaca della repressione della rivolta giudea del 66-73 d.C. Secondo l’autore, ad aprire la colonna era un’avanguardia di schermagliatori e arcieri con compiti di ricognizione, seguita da un blocco formato da fanti legionari, cavalieri, agrimensori e pionieri (questi ultimi due con compiti simili a quelli degli odierni genieri). Dietro di essi veniva un ulteriore contingente di cavalleria insieme allo stato maggiore e al comandante, circondato dalle truppe migliori. Seguivano la cavalleria legionaria (tra i romani il grosso dei reparti montati era solitamente alleato, non facente parte dell’organigramma della legione), le macchine da guerra come catapulte, arieti e baliste, gli ufficiali superiori con le loro scorte, poi le insegne, i musici e il grosso della fanteria, che marciava in fila per sei. In coda si trovavano le salmerie e i servi. Se erano presenti dei mercenari, venivano posizionati dietro le salmerie, tallonati da un ultimo contingente di legionari che ne scongiurava la fuga o il tradimento e fungeva da retroguardia.

L'arrivo di Brydon a Jalalabad, di Elizabeth Thompson Butler

L’arrivo di Brydon a Jalalabad, di Elizabeth Thompson Butler

Se l’ispirazione per l’imboscata sul Devengar è in fin dei conti piuttosto classica e vicina al tema del romanzo, la ritirata da incubo che segue è invece figlia di un episodio da essa distante sia sul piano temporale che culturale, che affonda le radici nel Grande Gioco tra gli imperi russo e britannico in Asia centrale nel corso dell’epoca vittoriana. Ma andiamo con ordine, urge una breve introduzione!
Sin dall’avvento al potere di Pietro il Grande con la sua spinta modernizzatrice, la Russia cominciò a esercitare un crescente attivismo in politica estera, che presto si rivolse anche verso l’Asia centrale, terra da cui per secoli erano giunte le orde di invasori delle steppe. Soprattutto dal primo Ottocento, la Russia intraprese una campagna di conquiste che la portò a espandersi in modo considerevole nei khanati lungo l’antica via della seta e all’interno della Persia. La rapidità di tale avanzata allarmò Londra, preoccupata per le sorti del “Gioiello della Corona”, l’India. Il subcontinente indiano infatti è protetto via terra dalle imponenti catene montuose che lo circondano, ma una volta superate queste, le sconfinate pianure dei bacini dell’Indo da Ovest e del Gange da Nord sono molto vulnerabili, praticamente indifendibili con i mezzi dell’epoca, se non a fronte di un impegno militare che i britannici non volevano e non potevano permettersi. Per questo motivo cominciarono a interessarsi sempre di più all’Afghanistan e al Tibet: il controllo di queste regioni avrebbe sbarrato le porte del ventre molle dell’Impero. Dominare l’Afghanistan, come ci ricordano ogni giorno le cronache, è però più facile a dirsi che a farsi. Il paese era, allora come oggi, frammentato da rivalità tribali ed etniche, l’orografia tormentata lo rendeva un incubo logistico per gli occupanti e la geografia lo collocava in un calderone ribollente in cui si riversavano le pressioni russe, persiane e inglesi, con conseguenti guerre per procura tra fazioni sostenute dall’una o dall’altra parte e repentini cambiamenti di fronte dei rispettivi leader. Le potenze passarono alle vie di fatto e nel 1837 i persiani attaccarono Herat, nell’Afghanistan occidentale, con l’ausilio di consiglieri militari russi, ma furono respinti dai difensori locali guidati da una spia inglese, che resistettero per mesi, finché le pressioni britanniche sulla Persia imposero la cessazione delle ostilità. Londra decise di non poter più tergiversare, perciò proclamò di voler appoggiare l’ascesa al trono di un capo a lei fedele. Con questo pretesto nella primavera del 1839 cominciò il primo dei tre interventi militari britannici in epoca coloniale, a cui volendo possiamo aggiungere le infiltrazioni delle forze speciali durante la guerra con i russi e infine il conflitto dell’ultimo decennio. I corsi e ricorsi storici in questa vicenda abbondano…
Le truppe della regina Vittoria ebbero facilmente ragione dei locali e nel giro di pochi mesi sul trono di Kabul sedette una marionetta degli inglesi. Gli occupanti però non si resero conto del fuoco che covava sotto la cenere in un crescendo di ostilità. Gli inglesi bevevano, amoreggiavano con donne afgane anche sposate, con la loro presenza facevano salire i prezzi, appoggiavano un governo che riscuoteva tributi sempre più elevati e non davano segno di volersene andare. Sotto il naso di burocrati che non volevano vedere, i mullah cominciarono a predicare contro gli stranieri infedeli e i capi tribù pianificarono una rivolta.
Il primo novembre 1841 una folla infuriata si radunò attorno alla residenza di sir Alexander Burnes, uno dei più importanti agenti britannici a Kabul. La guarnigione di stanza nella capitale sarebbe stata sufficiente per sedare la rivolta appena scoppiata, ma il generale Elphinstone temporeggiò e il re non riuscì (difficile dire se per reale incompetenza o malafede) ad aiutare gli alleati. Alla fine la residenza di Burnes fu saccheggiata e data alle fiamme, mentre gli occupanti furono fatti a pezzi dalla folla inferocita. Era l’inizio della fine: migliaia di persone si univano giorno dopo giorno all’insurrezione che si allargava a macchia d’olio. Numerosi avamposti e distaccamenti inglesi furono massacrati e alcune sortite vennero respinte con gravissime perdite, finché la situazione si fece insostenibile e si decise di trattare con il nemico, che ormai contava trentamila tra fanti e cavalieri rispetto a soli 4500 inglesi.

«Abbiamo tenuto la nostra posizione qui per più di tre settimane in stato d’assedio. Tuttavia, data la mancanza di vettovaglie e foraggio, la debilitazione delle truppe, il gran numero di feriti e malati, la difficoltà di difendere gli estesi e mal situati accantonamenti, l’incombere dell’inverno, l’interruzione delle comunicazioni e l’intero paese in armi contro di noi, sono dell’avviso che non possiamo mantenere più a lungo tale posizione.»
[Dichiarazione del generale Elphinstone prima delle trattative]

Gli afgani si offrirono di scortare sani e salvi gli inglesi fino al confine, a patto che portassero con sé il  sovrano fantoccio, lasciassero degli ostaggi e restituissero il potere al vecchio monarca. Privi di reale potere negoziale, gli assediati accettarono. I diplomatici di Sua Maestà escogitarono un ultimo complotto per rovesciare gli accordi, ma tentavano di rubare in casa dei ladri: il leader degli insorti si aspettava il tentativo, li attirò in trappola e li catturò durante un incontro segreto. Il corpo del consigliere inglese, mutilato di testa, braccia e gambe venne appeso nel mercato cittadino, mentre gli arti vennero portati in processione per le strade.
Elphinstone, pavido come sempre, rinnovò i termini della resa e cedette anche buona parte della sua artiglieria in cambio di un salvacondotto. Subito gli informatori indigeni fecero giungere nel campo inglese la notizia che gli afgani non intendevano rispettare gli accordi, ma non ci fu verso di far ragionare il generale, perciò il 6 gennaio la colonna, composta da 4500 militari e 12000 civili, intraprese una marcia di centotrenta chilometri attraverso le montagne innevate, destinazione Jalalabad.
La scorta promessa non si presentò, anzi cecchini nemici presero di mira i fuggiaschi non appena uscirono dagli alloggiamenti e bande di predoni a cavallo non diedero loro tregua, portando via gli animali da soma con i rifornimenti e vessando i civili inermi. Rallentata dagli attacchi e dal fardello di servi e familiari, il primo giorno la colonna percorse soltanto otto chilometri e dovette bivaccare all’addiaccio nella neve, perché l’unica tenda sfuggita alle ruberie venne riservata agli ufficiali superiori e alle mogli europee. Senza legna o carbone, gli inglesi tentarono di scaldarsi bruciando vestiti, ma nonostante tutto in molti morirono assiderati nel corso della notte. Al mattino chi non fu in grado di proseguire la marcia a causa del congelamento venne abbandonato a morire nella neve, sempre che non arrivassero prima gli afgani. Gli attacchi si susseguivano senza sosta, ma nonostante tutto Elphinstone continuò a fidarsi del capo degli insorti, che di tanto in tanto si presentava per chiedere nuovi ostaggi in cambio di fantomatiche provviste e uomini di scorta che poi non si presentavano mai. Il solo otto gennaio morirono lungo la strada tremila tra uomini, donne e bambini. Dopo cinque giorni restavano 750 soldati e 4000 civili. Dopo altri due giorni c’erano appena 200 soldati e 2000 civili, ma nonostante tutto Elphinstone accettò di recarsi nell’accampamento del capo afgano per trattare una tregua, con l’unico risultato di essere fatto prigioniero. Senza il vecchio generale a fare da zavorra, gli inglesi colsero di sorpresa gli avversari con una sortita notturna che ebbe parzialmente successo: una manciata di militari riuscì a superare l’ennesima imboscata. Si trattava di una quindicina di uomini a cavallo e di un secondo gruppo di quasi settanta fanti, che presero due strade differenti. Il gruppo più numeroso fu circondato su una collina e, tranne quattro uomini fatti prigionieri, cadde combattendo. Le loro ossa furono rinvenute da un antropologo nel 1979. I cavalieri invece trovarono rifugio in un villaggio dove furono sfamati, solo per scoprire che si trattava ancora una volta di un tranello: si diedero alla fuga appena prima che i nemici piombassero loro addosso, ma gli abitanti li attaccarono con coltelli e fucili e soltanto in cinque uscirono vivi dal paese. Gli afgani a cavallo continuarono a inseguirli e li uccisero uno dopo l’altro, tranne uno, il dottor Brydon, che alla fine, spossato, disarmato e ferito in più punti riuscì a riparare dentro le mura di Jalalabad e riferire l’accaduto.
La guarnigione accese lumi e grandi falò sulle mura ogni notte per giorni, nella speranza di guidare altri sopravvissuti, ma non arrivò nessun altro dei 16500 partiti pochi giorni prima da Kabul.
Ho sempre trovato straordinaria e di grande significato metaforico l’immagine della fiamma carica di vane speranze, per questo ho voluto citarla al termine della ritirata di Yanvas, quasi fosse un minuscolo indizio per suggerire al lettore la fonte dell’ispirazione per quella parte del romanzo.

Siamo giunti alla fine anche di questo approfondimento, spero l’abbiate trovato interessante quanto io mi sono divertito a scriverlo. Il tema di oggi mi ha permesso di spaziare attraverso argomenti molto diversi tra loro, che mi auguro vi invoglieranno ad approfondire un po’ le epoche e le tematiche che qui abbiamo potuto soltanto sfiorare!

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Letture consigliate:

P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Adelphi
E. Durschmied, Il Generale Inverno, Piemme
M. Simkins, L’esercito romano da Cesare a Traiano, Eserciti e Battaglie n.75, Ed. del Prado

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