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Aula di anatomia, inizio XVII secolo

Aula di anatomia, inizio XVII secolo

“In cambio di sole parole [di gratitudine], diamo erbe di montagna, ma per vera moneta raccomandiamo spezie ed essenze aromatiche.”
[composizione in latino dell’XI secolo sul comportamento dei medici]

Buongiorno a tutti! Questa settimana approfondiremo le teorie e pratiche mediche nel romanzo e nel passato, con particolare attenzione per la dottrina umoralpatologica, argomento che ci tornerà utile anche quando parleremo di cucina. Per i medici del Medioevo e del Rinascimento, e quindi per quelli del Trono, la teoria principe coinvolgeva infatti ogni aspetto della vita e l’alimentazione era uno dei fattori cruciali per mantenere l’equilibrio tra gli umori. Per questo motivo, prima di capire perché i piatti venissero cucinati in modi per noi astrusi, è importante farci un’idea di come si credeva funzionasse il corpo umano.
La principale corrente di pensiero era la cosiddetta dottrina umoralpatologica, sviluppata dal padre della medicina Ippocrate (V-IV secolo a.C.) e successivamente approfondita dal romano Galeno (II-III secolo d.C.) e da numerosi studiosi arabi, tra i quali il celebre Avicenna. Se pensiamo che le loro teorie, più o meno rimaneggiate, erano ancora in voga nel XVIII secolo, possiamo renderci conto di come la medicina abbia fatto scarsi progressi per duemila anni! Non è un caso che le ipotesi e le cure sulla peste che abbiamo esaminato negli articoli precedenti e letto nel Trono appaiano frutto più della superstizione che dell’ingegno…
Alla base di tale dottrina c’era la convinzione che a regolare l’equilibrio psico-fisico dell’uomo fossero quattro umori: sangue, flemma, bile gialla e bile nera. Gli umori erano direttamente collegati ai quattro elementi fondanti della materia, terra, acqua, fuoco e aria, e possedevano diverse gradazioni di due caratteristiche chiave: il calore e l’umidità. Il sangue era ritenuto caldo-umido e connesso all’aria, la bile gialla era calda e secca e correlata al fuoco, la flemma era fredda e umida come l’acqua, mentre la bile nera era fredda e secca come la terra. Il rapporto diretto tra fisiologia ed elementi fornisce un ulteriore indizio del perché l’alchimia e le relative trasmutazioni fossero così importanti e rappresentassero un’allegoria del cambiamento interiore (chi si fosse perso l’esordio del blog, corra a leggere il primo articolo!).
Il segreto della buona salute risiedeva nel perfetto bilanciamento dei quattro umori, mentre una loro cattiva mescolanza, detta discrasia, portava a patologie diverse a seconda dell’umore prevalente. L’eccesso di bile nera per esempio causava la melancoliai (intesa come profonda depressione, non solo una vaga tristezza), mentre l’eccesso di sangue era ritenuto responsabile della putrefazione degli organi interni, uno dei fenomeni più temuti. Tra i soggetti più vulnerabili c’erano gli adolescenti, ritenuti ricchi di sangue per l’esuberanza sessuale nei maschi e la comparsa del ciclo nelle ragazze. I famigerati salassi, prelievi anche molto corposi di sangue a cui venivano sottoposti i malati, finendo il più delle volte per indebolirli ancora di più, nacquero proprio con l’intento di diminuire l’eccesso di sangue e quindi aiutare il corpo a purificarsi dagli elementi nocivi. Per lo stesso motivo si sconsigliava di vivere in prossimità di acquitrini, paludi o altri luoghi molto umidi da cui si levassero miasmi e vapori, perché si riteneva che si sarebbero accumulati nel torace e avrebbero fatto marcire gli organi interni. I vapori venivano perciò contrastati con fumigazioni, possibilmente di legni aromatici e sostanze profumate. Il terrore della putrefazione era tale che i medici prescrivevano frequenti purghe allo scopo di mantenere l’intestino libero da qualsiasi scoria. I clisteri erano personalizzati a seconda dell’umore da espellere. Per un umore flemmatico (freddo-umido) occorreva un clistere a base di miele rosato, decotto di semi di limone, cardo benedetto e unghie di alce (sic); contro un eccesso di bile nera serviva invece una purga a base di manna, melissa, borraggine e siero caprino o brodo di gallo vecchio; se gli escrementi erano ritenuti pregni di bile gialla infine si raccomandava di fare ricorso a un decotto di orzo, prugne, farfara, malva, sterco di cane, nidi di rondine e sale. L’associazione tra umidità-acqua e putrefazione si ritrova anche nell’alchimia, come passaggio necessario per la rinascita delle sostanze in altre forme, perciò anche nelle soluzioni: ancora una volta appare evidente come medicina, alchimia e filosofia fossero strettamente legate.
Purtroppo per la gente dell’epoca, la teoria umorale partiva dall’assioma che nessuno fosse naturalmente sano, perché ciascun individuo era portato per costituzione a sviluppare la preponderanza per uno dei quattro umori. Il tipo di umore dominante determinava il “temperamento” o “complessione” della persona, dando origine ai termini sanguigno, flemmatico, collerico (per la bile gialla) o melanconico (per la bile nera), diventati d’uso così comune da essere utilizzati ancora oggi per indicare il carattere delle persone. Erano ritenuti sanguigni i soggetti espansivi, creativi, irrazionali e gaudenti. I flemmatici erano invece taciturni, tranquilli, gentili e spesso pigri. Tra i collerici andavano annoverati i soggetti dominanti, passionali, con la tendenza a imporsi sugli altri e a comandare, specie in campo militare. Infine i melanconici/malinconici erano introversi, riflessivi, tristi e sensibili. Alcuni medici teorizzavano anche un nesso tra l’umore prevalente e l’aspetto fisico delle persone (nel passato la fisiognomica era molto in voga, basti pensare alle teorie lombrosiane formulate a fine ‘800): i sanguigni venivano descritti come soggetti con un capo ben proporzionato, alti e dritti, con fronte alta, occhi grandi e rotondi, mani affusolate e orecchie “cave e ben profonde”, mentre i melanconici avevano testa piccola, corpo tozzo, grassoccio con orecchie piccole e naso schiacciato. I flemmatici erano tipicamente mollicci, pingui, glabri e pallidi.
Data l’influenza del temperamento sull’approccio agli eventi e sulla costituzione fisica, per assicurare al paziente un’esistenza equilibrata era importante individuare lo stile di vita da consigliare, un’alimentazione adatta e, ovviamente, i farmaci da assumere.

"Il medico e lo speziale", dal Medicinarius di Hieronymus Brunschwig, 1505

“Il medico e lo speziale”, dal Medicinarius di Hieronymus Brunschwig, 1505

Come descritto nel Trono a proposito della peste, nel Medioevo e Rinascimento i medicinali consistevano in spezie, per la maggior parte esotiche e costosissime, e in preparati a basi di fiori e piante reperibili in loco. Sarebbe però più corretto affermare che erano le spezie a includere le sostanze medicinali, perché il termine in passato aveva un’accezione molto più ampia di quella odierna e comprendeva, oltre agli aromi per uso alimentare, decine e decine di altre sostanze di origine vegetale, animale e persino minerale. I predecessori dei farmacisti non a caso erano chiamati “speziali” e le loro botteghe contenevano di tutto: dal corallo ai coccodrilli impagliati, dalle gemme ai corpi mummificati. Prove documentali testimoniano che medici e speziali ritenevano di efficacia equivalente i poco costosi rimedi naturali e il lusso più sfrenato di quelli d’importazione, scegliendo gli uni o gli altri non in base al quadro clinico, ma allo status sociale e alle disponibilità economiche degli assistiti. Non bisogna comunque pensare che tutti i loro pazienti fossero sempliciotti pronti a farsi spennare, anzi spesso erano i primi a desiderare cure molto costose da esibire presso i conoscenti, perché le spezie più rare erano un vero e proprio status symbol. Per esempio sappiamo che contro la peste si raccomandavano ai più poveri le preghiere, ai meno abbienti delle miscele a base di erbe aromatiche locali, ai ricchi miscele di storace, mirra, legno di aloe, ambra grigia, macis e legno di sandalo, mentre re e regine avrebbero dovuto utilizzare solo grandi masse di costosissima ambra grigia, una sostanza prodotta dall’intestino dei capodogli ed estratta dalle carcasse o recuperata in mare dopo essere stata espulsa. In un altro caso un abate nel 1147 promise a un amico raffreddato di mandargli un rimedio a base di prezzemolo, erba gatta, sedano di montagna, sedano normale, menta romana, timo selvatico e finocchio, assicurandogli che aveva la stessa efficacia del più rinomato e costoso diamargariton, un composto di perle sbriciolate, chiodi garofano, cannella, galanga, aloe, noce moscata, zenzero, avorio e canfora. Vi segnalo un ultimo esempio perché l’ho trovato particolarmente divertente: per gli stadi finali della cura delle fistole anali, il chirurgo inglese John Arderne nel ‘200 raccomandava un medicinale chiamato “Sangue di Venere”. Per i ricchi consisteva in una mistura a base di sangue di una vergine diciannovenne, prelevato quando la luna era nella costellazione della Vergine e il sole nei Pesci. Per i poveri invece era un semplice preparato di alkana tinctoria, una pianta che cresce spontaneamente anche nell’area mediterranea.
L’importanza delle congiunzioni astrali derivava dalla supposta influenza degli astri sugli elementi (tornano ancora i concetti alchemici) a cui erano associati e quindi, indirettamente, sugli umori corporei. I collerici dipendevano dal Sole e da Marte: quando questi si trovavano nelle costellazioni dello scorpione o dell’ariete, l’influenza era pessima e i soggetti diventavano furiosi, pericolosi persino per i familiari, mentre erano ottime persone se il Sole occupava la casa del leone. I flemmatici dipendevano dalla luna, soprattutto quando quest’ultima si trovava in corrispondenza dei segni d’acqua. I sanguigni erano dominati da Giove e davano il meglio di sé nei periodi in cui il pianeta si trovava nelle case dei gemelli, bilancia o acquario. Infine i melanconici erano governati da Saturno ed erano tormentati da visioni di demoni e morte quando questo attraversava la casa del capricorno.
All’epoca l’astrologia era tenuta in così alta considerazione da essere considerata una vera e propria branca delle scienze naturali e tutti i medici degni di tal nome erano tenuti a studiarla. Nel XIV secolo era addirittura materia d’insegnamento nelle facoltà di medicina di Padova e Bologna. Nel 1628 il medico Giovanni Colle scrisse queste note a proposito dell’influenza degli astri sulla preparazione dei farmaci contro la sifilide:

“Dobbiamo sempre tenere presente l’influenza degli astri: come Marte e Saturno scatenano la lue, così Giove, Venere e Mercurio la contrastano. Perciò tutte le piante, i minerali e gli animali utilizzati come medicamenti devono essere preparati sotto gli auspici di Giove, Venere e Mercurio. Così affermano gli astrologi e così affermavano Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e altri, i quali osservarono altresì che tutti i medicamenti preparati sotto gli influssi di questi astri acquistavano una celeste efficacia e conservavano una divina virtù.”

Raffigurazione dell'influenza astrologica sulle varie parti del corpo. Fratelli Limbourg, inizio XV secolo

Raffigurazione dell’influenza astrologica sulle varie parti del corpo. Fratelli Limbourg, inizio XV secolo

La varietà di sostanze utilizzate per la preparazione dei medicinali era enorme, in un trattato arabo ne sono state contate 2324, ma anche le opere destinate alla gente comune, priva di mezzi e preparazione, comprendevano una quantità sorprendente di rimedi. Per esempio il Thesaurus pauperum del futuro papa Giovanni XXI, scritto nel XIII secolo, annoverava 366 ingredienti di origine vegetale, 111 di provenienza animale e 49 minerali.
Alcune spezie erano particolarmente strane o suggestive. Per esempio il cristallo nero, che veniva polverizzato e sparso nelle stanze da letto perché si credeva avesse una funzione anticoncezionale. Oppure la mummia, in alcuni casi segnalata come polvere di cadaveri disseccati, ma che nella sua versione originale e più pregiata pare consistesse in un liquido scuro e viscoso come pece, raschiato via dal cranio e dalla spina dorsale delle mummie egizie sottoposte a imbalsamazione (dettaglio importante, perché la domanda crescente spinse a dissotterrare e profanare qualsiasi corpo a disposizione). Veniva utilizzata insieme a erbe, acqua e lentisco (una resina aromatica) nella preparazione di pillole da sciogliere in bocca per fermare le emorragie. Non tutti i rimedi più strani erano necessariamente costosi: tra gli antiemorragici troviamo anche ceneri di lepre cremata in vecchi panni di lino e penne di gallina bruciate. Contro la lebbra invece si utilizzavano la carne e il sangue delle tartarughe.
Altre sostanze venivano impiegate per attività piuttosto diverse tra loro: il castoreum, ricavato dalle ghiandole secretorie dei castori, era sia un profumo costosissimo che un ingrediente per i medicinali contro l’epilessia; il sangue di drago, la resina della pianta dracaena draco, si utilizzava sia come tintura rossa, sia contro l’insonnia, insieme sommacco e oppio (ecco l’origine della pozione preparata per Yanvas nel capitolo 21 del Trono 😉 ); i lapislazzuli venivano utilizzati sia in gioielleria, sia come ingredienti per composti contro la malaria, la malinconia e i dolori allo stomaco; il corallo invece era ricercato sia perché si credeva cambiasse colore in presenza di veleni e quindi per costruire coppe o altri monili per i nobili, sia, per esempio, per combattere le flatulenze mescolato a muschioii, decotto d’anice e fichi secchi oppure per assicurare l’eterna giovinezza con ambra grigia, muschio, perle, zaffiri e rubini.
A numerose spezie tra le più note e utilizzate ancora oggi si attribuivano proprietà medicinali. Per esempio la noce moscata con vino e lentisco era un rimedio contro i disturbi gastrici, mentre con cumino, anice e vino preveniva la flatulenza. Il pepe nero con fichi e vino liberava dagli accumuli di flemma e curava l’asma, se usato in polvere invece poteva guarire le piaghe. Lo zenzero era ritenuto l’afrodisiaco per eccellenza, perché particolarmente caldo-umido e quindi corroborante per la potenza sessuale. Con la cannella si curavano problemi digestivi, epatici e l’inappetenza. Se cotta nel vino si riteneva rinfrescasse l’alito, rafforzasse le gengive e combattesse l’impotenza.

Versione araba del trattato De materia medica di Dioscoride, XIV secolo

Versione araba del trattato De materia medica di Dioscoride, XIV secolo

Il secondo pilastro della farmacologia medievale e rinascimentale era costituito dai preparati a base di erbe, fiori e piante. Meno costosi delle spezie e altrettanto efficaci (o inefficaci, a seconda dei punti di vista), attingevano alle antiche conoscenze pratiche e al sapere popolare piuttosto che alla speculazione filosofica e alle dottrine alchemiche. Non a caso l’Inquisizione perseguì con estrema severità sedicenti guaritori (ma soprattutto guaritrici) con accuse di stregoneria e di praticare la medicina senza preparazione, mentre si trattava solo di poveri uomini o donne che mettevano a frutto esperienze vecchie di generazioni per aiutare compaesani impossibilitati a pagare dottori o speziali.
Le piante utilizzate erano centinaia, per cui mi limiterò a qualche esempio per dare un’idea della varietà delle preparazioni. La lappa veniva utilizzata per depurare il sangue, per combattere la gotta sotto forma di decotto di semi, ma anche tramite cataplasmi crudi per far cicatrizzare gli eczemi. Il dittamo bianco era ritenuto benefico per le putrefazioni, gli avvelenamenti, le pestilenze, l’epilessia e persino l’isteria. Sotto forma di unguento era utilizzato come anti infiammatorio, mentre con la parte superiore della pianta si preparavano infusi diuretici o per i dolori al ventre. L’elleboro bianco e quello nero (sotto forma di radici essiccate e tritate oppure di succo estratto da radici fresche), velenosi, erano utilizzati come emetici e purganti proprio perché la loro tossicità induceva il corpo a espellerli e con essi, si sperava, anche altre sostanze nocive o scorie in putrefazione nel corpo. Una pianta dai tantissimi usi era la betonica: la radice veniva usata come purgante, si credeva che scacciasse gli spettri dai cimiteri ed era ritenuta un valido rimedio per riprendersi dalle sbornie, nonché contro i morsi di cane e di serpente. Alcune ricette richiedevano misture complesse, questa per esempio era considerata ottima per garantire una lunga vita, se messa in atto insieme ad altri provvedimenti che non sto a elencarvi: in primavera fare il bagno tre volte a settimana in acqua di fiume bollita due volte e arricchita con un decotto di rosmarino, fiori di sambuco, camomilla, meliloto, rose rosse, ninfee, radici di bistorta, girasole e giaggioli bolliti in un sacco di lino.

Con un pizzico di sadismo, vi lascio con la curiosità di sapere quali siano gli altri quattro step per garantirsi l’eterna giovinezza 😉 Ho sempre trovato affascinanti e fantasiosi gli antichi rimedi contro le malattie, richiamano l’immagine del classico scienziato pazzo chiuso in un laboratorio oscuro e zeppo di ingredienti misteriosi, non trovate? Magari diventa tutto meno poetico al pensiero che triturassero gemme preziose come i topazi per curare le emorroidi, ma tant’è… Comunque tenete a mente le nozioni di base della dottrina umorale, perché prossimamente ci occuperemo di cucina medievale-rinascimentale e vedrete che ritorneranno spesso. Nel frattempo mi raccomando: non provate a usare questi intrugli, non vi voglio sulla coscienza!

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Letture consigliate

Oltre ai testi già segnalati relativamente alla peste, alle spezie, all’alchimia, etc., vi raccomando:
A. Cattabiani, Florario, Mondadori
E. Riva, Magia e Scienza nella medicina bellunese, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali

iDal greco mélas “nero” e cholé “bile”.

iiNon si tratta del muschio vegetale, ma di una sostanza estratta dalle ghiandole di un piccolo cervide tibetano e altri animali. Era una spezia particolarmente costosa.

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