Tag

, , , , , , , , , ,

Buongiorno a tutti! Rieccoci qui per terminare l’approfondimento sulle incursioni dei vichinghi e degli Eidr, con un piccolo accenno al passato di questi ultimi che vi farà scoprire una parte del mondo finora mai mostrata 🙂

 La battaglia di Stamford Bridge, Peter Nicolai Arbo (1831-1892)

La morte di Harald Hardrada nella battaglia di Stamford Bridge, Peter Nicolai Arbo (1831-1892)

Gli uomini del nord continuano a uccidere e a fare prigionieri cristiani; senza fermarsi distruggono le chiese, le case e incendiano le città. Lungo tutte le strade si possono vedere i cadaveri di sacerdoti e laici, di nobili e di gente comune, di donne, di bambini e di neonati. Non c’è strada nella quale non si vedano, sparsi ovunque, i corpi di cristiani trucidati. Tristezza e disperazione riempiono i cuori di tutti i cristiani che assistono a questo scempio.
[Annali di Saint Vaast, 884]

Questo è un frammento della cronaca della più sanguinosa e prolungata incursione vichinga che investì l’Europa centro-occidentale. Un esercito danese, salpato inizialmente con l’intenzione di dare manforte agli invasori dell’Inghilterra, cambiò obbiettivo in seguito alla sconfitta inflitta ai vichinghi da re Alfredo il Grande. L’enorme banda di guerrieri seminò il terrore tra la Senna e il Reno dall’879 all’892, anno in cui riprese il mare non perché scacciata dagli eserciti cristiani, bensì perché una grave siccità provocò carestie ed epidemie che resero improduttiva la permanenza dei predoni. Alla loro testa ritroviamo Hæsting, la nostra vecchia conoscenza che aveva seminato il terrore nel Mediterraneo, il quale colpì in prevalenza nella zona della Loira e in Piccardia.
La spedizione prese terra a metà luglio nei pressi di Calais e nel giro di due settimane aveva già saccheggiato le zone circostanti, comprese la città di Therouanne e un’abbazia. Nei mesi successivi razziò le valli dell’Yser, del Lys e dello Scheldt, svernando a Ghent. In primavera mosse all’attacco di Tournai, Condé, Valenciennes e Reims. All’inizio dell’anno successivo completò la spoliazione della Francia nord-orientale attaccando Arras, Cambrai e Peronne, tre città in un solo mese, quindi tornò nella zona dello sbarco e, per non sbagliare, depredò la regione una seconda volta. Da lì si spostò verso i Paesi Bassi: risalì la Mosa per colpire Tongres, Liegi e Maastricht, poi raggiunse il Reno, dove attaccò Colonia, Bonn e Coblenza prima di imboccare la Mosella e depredare Trevi, Remich e Metz. Nemmeno due sconfitte patite a opera dei franchi fecero demordere i vichinghi, anzi penetrarono ancora più a fondo nell’entroterra e assediarono Parigi, controllandone di fatto i sobborghi per un anno intero, dal novembre 885 al novembre 886. A guidare la difesa del nucleo cittadino, la celebre Ile de la Cité, furono il conte Odo e il vescovo, che si batterono come leoni. I vichinghi usarono pietre, lance, frecce, arieti, navi incendiate e ogni sorta di espediente per superare i ponti fortificati protetti dai franchi, ma non riuscirono ad avere la meglio. Pur di riempire il fossato arrivarono persino a gettarvi i cadaveri di animali e prigionieri morti, ma non ci fu nulla da fare. Fu una provvidenziale piena della Senna ad abbattere uno dei ponti fortificati, permettendo agli assedianti di dividere le forze e saccheggiare la valle della Loira e poi Chartres ed Evreux, mentre altri mantenevano l’assedio. A dispetto del loro coraggio, i parigini ottennero ben poco aiuto dall’esterno: l’imperatore Carlo il Grosso, chiamato dal conte Odo a rischio della vita (al ritorno i nemici gli ammazzarono il cavallo, ma il conte si aprì la strada combattendo tra i nemici fino a rientrare in città), si limitò a offrire ai danesi il permesso di razziare i suoi sudditi in Borgogna se avessero levato l’assedio. Poiché i parigini rifiutavano di ratificare l’accordo, i vichinghi trasportarono a braccia le navi oltre la città e si diressero verso le terre immolate dal pavido sovrano. Carlo confermò la propria vigliaccheria la primavera seguente, quando, pur di evitare lo scontro, offrì ai razziatori 700 libbre d’argento affinché lasciassero la Senna.
Come accennato, il grande esercito vichingo si ritirò nell’892 a causa della siccità. Non ancora paghi di guerre e distruzioni, i vichinghi salparono alla volta dell’Inghilterra in cerca di rivincita nei confronti di Alfredo. Sarebbero trascorsi vent’anni prima che le navi lunghe tornassero a sbarcare guerrieri pagani nel nord della Francia, questa volta determinati non a fare bottino, bensì a conquistare. Il condottiero vichingo Rollo e i suoi uomini getteranno le basi dell’epopea normanna, di cui riparleremo in futuro, nell’approfondimento dedicato alle conquiste e alle colonie!

Il monumento eretto nel 1772 nel punto in cui Alfredo riunì le sue truppe. Foto di Trevor Rickard.

Il monumento eretto nel 1772 nel punto in cui Alfredo riunì le sue truppe prima della battaglia di Edington. Foto di Trevor Rickard.

In quell’anno 350 navi raggiunsero la foce del Tamigi; i loro equipaggi sbarcarono e assalirono Canterbury e Londra, mettendo in fuga Berthwulf, re della Mercia, e il suo esercito; quindi marciarono verso sud, oltre il Tamigi e nel Surrey. Qui Æthelwulf e suo figlio Æthelbald, alla testa dell’esercito del Wessex, li affrontarono a Ockley e compirono il più grande massacro di un esercito pagano di cui oggi siamo a conoscenza. Essi inoltre ottennero la vittoria.
[Cronaca Anglosassone, anno del Signore 851]

Passiamo ora alla terra che forse più di ogni altra ha patito le conseguenze dell’aggressività dei vichinghi, l’Inghilterra. È doveroso premettere che non disponiamo di resoconti esaustivi, poiché la fonte principale, la già citata Cronaca Anglosassone, fu redatta con particolare attenzione verso il regno del Wessex per mettere in luce il ruolo del suo committente iniziale, re Alfredo il Grande. Per questo motivo, riguardo alla prima ondata di razzie avvenuta tra l’835 e l’865 abbiamo indicazioni solo su 22 luoghi colpiti e non sappiamo nulla su intere annate, che fonti francesi contemporanee tramandano essere state teatro di vittorie vichinghe con conseguenti saccheggi e stragi. Ancora una volta si dimostra vero il detto secondo cui la Storia viene scritta dai vincitori: testimonianze e omissioni tendono a costruire un quadro in cui il re del Wessex svetta come difensore non solo del suo regno, ma dell’intera Inghilterra. Un esempio lampante è dato dalla citazione sopra riportata, nella quale viene messa in luce la sconfitta del vicino regno di Mercia e celebrato il trionfo del re del Wessex. Il vincitore era infatti antenato del committente re Alfredo il Grande, che all’epoca della stesura esercitava la propria autorità anche sulla Mercia tramite un sottoposto. Sottigliezze come queste permettevano di trasformare il resoconto, apparentemente oggettivo, in una sorta di “giustificazione retrodatata” del dominio della sua stirpe sul regno tributario.
Disponiamo di maggiori dettagli sulla grande invasione successiva, cominciata nell’865 con l’arrivo di quello che fu battezzato il “grande esercito pagano”. Purtroppo non esistono cifre esatte sulle dimensioni del contingente vichingo, ma le stime variano dai 500 ai 2000 uomini. Sebbene ai giorni nostri appaiano numeri esigui, bisogna pensare che per la demografia e soprattutto la logistica dell’epoca mobilitare e sostenere 2000 guerrieri era uno sforzo notevole. Alla testa dei predoni c’erano i tre figli del leggendario Ragnar Lothbrok, il condottiero che nell’845 saccheggiò Parigi (potete trovarlo nel blog della settimana scorsa). I vichinghi sbarcarono in East Anglia, dove la popolazione preferì comprare la pace piuttosto che tentare una vana resistenza. In particolare i razziatori ottennero una certa quantità di cavalli, cruciali per la mobilità dell’esercito. Da lì raggiunsero la Northumbria e nell’autunno dell’866 occuparono l’indifesa città di York, che trasformarono nella propria base operativa. I signori locali impiegarono cinque mesi per mettere da parte le divisioni intestine e coalizzarsi contro gli invasori, finché il 21 marzo 867 marciarono uniti contro i pagani. Lo scontro fu aspro, ma furono i guerrieri del nord a restare padroni sul campo, mentre i due sedicenti re di Northumbria caddero in battaglia. I superstiti non ebbero altra scelta che chiedere la pace a caro prezzo. L’esercito pagano marciò verso sud, penetrò in Mercia e svernò a Nottingham, dove gli si parò davanti un’armata congiunta della Mercia e del Wessex, di cui faceva parte anche il futuro re Alfredo. Le truppe inglesi non riuscirono ad attirare gli occupanti fuori dalle fortificazioni cittadine e alla fine stipularono l’ennesimo accordo di pace, sul cui costo le fonti hanno steso un silenzio dalle ovvie connotazioni politiche. Quel che sappiamo è che l’anno successivo i vichinghi poterono attraversare la regione senza alcuna opposizione e stabilire un campo al centro dell’East Anglia, dove sconfissero le gente del luogo e razziarono i dintorni, in particolare la ricca abbazia di Medhamsted, che rasero al suolo. Da lì l’esercito invasore proseguì verso il Wessex, difeso da Alfredo e da suo fratello re Æthelred, che morì durante la guerra lasciandogli la corona.
Ecco cosa tramandano le cronache per il periodo che va dall’autunno 870 a quello 871:

Vennero combattute nove battaglie contro l’esercito danese nel regno a sud del Tamigi, oltre alle innumerevoli schermaglie ingaggiate da Alfredo, il fratello del re, da un singolo ealdorman e da un nobile al servizio del re.

Purtroppo per i sassoni, i vichinghi ebbero la meglio in tutti gli scontri eccetto uno, perciò Alfredo dovette rassegnarsi a comprare quattro anni di pace. I predoni tornarono in Mercia e svernarono nientemeno che a Londra. Il logoramento operato dai vichinghi proseguì per anni, ma l’inerzia della guerra cominciò a cambiare nell’874, a causa di una decisione presa dai vichinghi stessi: il grande esercito si divise e una parte di esso preferì diventare stanziale colonizzando le terre occupate, anziché continuare a depredarle. Questo fenomeno si ripeté varie volte negli anni successivi, finché nell’878 Alfredo, ridotto a cercare rifugio nelle paludi insieme a pochi fedelissimi mentre i razziatori vendevano i suoi sudditi come schiavi, riuscì a radunare un nuovo esercito e sbaragliarli nella battaglia di Edington. I vichinghi giurarono di abbandonare il regno di Wessex, consegnarono ostaggi e il loro leader in quel frangente, Guthrum, si fece persino battezzare in segno di resa (tenete conto che spesso i capi nordici erano proni a convertirsi al dio che si mostrava più potente in un dato momento. Non si trattava di fede, ma di opportunismo). La vittoria non significò comunque una rovinosa disfatta per i vichinghi, che riuscirono a mantenere i territori conquistati a nord e a est, ma fece guadagnare tempo prezioso alla gente del Wessex. Alfredo intraprese un poderoso piano per fortificare il territorio, sfociato nella costruzione di trenta burh, definizione comprendente forti, cittadelle militari e fortezze romane ristrutturate, disposti sia sulla costa che nell’entroterra per formare una linea difensiva su più livelli. Il sistema contribuì a contenere l’invasione dell’892 per mano dell’enorme banda che aveva razziato i Paesi Bassi per ben 13 anni: i vichinghi riuscirono a stabilire delle piazzeforti, ma nessuna delle due parti fu in grado di prendere il sopravvento. Il conflitto si trascinò fino all’896, quando i predoni ne ebbero abbastanza e si divisero, andando in parte ad aggiungersi ai coloni delle terre strappate agli anglosassoni e in parte tornarono nuovamente in Francia in cerca di bottino.
Per ritrovare una nuova ondata di attacchi massicci dobbiamo fare un salto di quasi cento anni e arrivare al 980, anno che segna la ripresa delle scorrerie costiere. In quel periodo il versamento del danegeld divenne una consuetudine per le popolazioni dell’isola, vessate dalle continue razzie danesi. Non possediamo i dati per ogni annata, ma sappiamo che tra in 7 anni tra il 990 e il 1012 i vichinghi taglieggiarono i regni sassoni d’Inghilterra per 101000 libbre d’argento. Nel solo 1018 raccolsero 82500 libbre d’argento (equivalenti a circa 26 milioni di euro di oggi!) e ciò non bastò comunque per garantire la pace. È in questo periodo che emersero nuove famose figure come il re di Danimarca Svein Barbaforcuta (figlio di Harald Bluetooth, che presta il nome e le rune delle sue iniziali alla tecnologia di comunicazione wireless) e il futuro re di Norvegia Olaf Tryggvason. Le loro azioni esasperarono a tal punto re Æthelred da fargli ordinare, il 13 novembre del 1002, di massacrare tutti i danesi presenti sul suolo inglese, secondo lui colpevoli di tramare per deporlo. Ecco una cronaca contemporanea dell’accaduto:

I danesi che erano spuntati su quest’isola come erbacce tra il grano, dovevano essere sterminati. Tutti i danesi che vivevano a Oxford, che temevano per le loro vite, cercarono riparo nel monastero di san Frideswide, dal quale furono costretti a uscire quando i loro inseguitori appiccarono il fuoco al monastero.

Come vedete, la soluzione non era migliore del problema.
Alcune fonti affermano che Svein decise di punire Æthelred per quell’eccidio, nel corso del quale secondo la leggenda era perita sua sorella. Non sappiamo se sia la verità, ma è un dato di fatto che i suoi guerrieri calarono sull’Inghilterra nel 1003, 1004, 1006 e 1007, saltando solo il 1005 perché una carestia rendeva improbabile che potessero fare bottino. Nel corso dell’ultima campagna gli inglesi comprarono due anni di pace, ma nel 1009 un potente esercito tornò a mietere vittime. I razziatori si ritirarono solo dietro il pagamento di 48000 libbre d’argento, non prima però di aver massacrato l’arcivescovo di Canterbury a colpi d’ossa di bue e avergli piantato un’ascia in fronte.

L’ultimo grande vichingo a entrare negli incubi inglesi e nelle leggende del nord fu il re di Norvegia Harald III Sigurdsson, detto “Hardrada”, lo Spietato. La sua vita merita una disamina particolare per la quantità di eventi che lo videro partecipe da un angolo all’altro d’Europa.
Figlio di un sovrano minore norvegese, Harald combatté la sua prima battaglia a quindici anni, nel tentativo di sostenere il fratellastro Olaf nella conquista del trono. Olaf perì nello scontro e Harald dovette fuggire in oriente, dove approdò alla corte di Jaroslav di Russia. Qui divenne capitano delle forze del re e combatté contro i polacchi e forse anche contro alcune popolazioni delle steppe. In seguito partì verso sud e fu arruolato nella Guardia Variega, tra i cui ranghi affrontò gli arabi in Anatolia e in Sicilia. Successivamente combatté in Italia meridionale e in Bulgaria, poi cadde in disgrazia presso l’imperatore perché accusato di aver sottratto parte del bottino destinato alla corona. Nel 1042, forse approfittando di una sommossa popolare, Harald riuscì a fuggire, recuperare le ricchezze che aveva nascosto presso i russi e tornare in Scandinavia. Al ritorno in patria si dedicò subito a ciò che sapeva fare meglio: combattere. Prese parte a un conflitto dinastico per il trono di Danimarca, prima a fianco di un pretendente, poi dell’altro non appena questi gli promise in cambio metà del regno di Norvegia. Nel 1047, alla morte del sovrano, acquisì l’altra metà. Quando nel 1066 un nobile inglese in esilio gli chiese supporto militare per le sue pretese, Harald fu ben felice di accontentarlo, con l’intento di tenere le conquiste per sé. Salpò alla volta dell’Inghilterra con un numero di navi stimato tra le 240 e le 300 e circa diecimila guerrieri, ai quali si aggiunsero le navi del conte in esilio e i pirati fiamminghi da lui assoldati. La campagna cominciò con un successo a Fulford sull’esercito di due conti inglesi, quindi Harald occupò York e il 24 settembre si accampò presso il ponte di Stamford, a undici chilometri dalla città, in attesa degli ostaggi che gli erano stati promessi in segno di resa insieme al riconoscimento come sovrano. Ormai tranquillo, Harald lasciò un terzo dell’esercito a guardia delle navi e non si preoccupò che il resto dei suoi uomini si equipaggiasse in modo appropriato. Infatti era una giornata calda e lui stesso aveva lasciato la cotta di maglia presso le imbarcazioni. Quelli che andarono incontro ai vichinghi però non erano ostaggi, bensì soldati comandati da re Harold Godwinson in persona, fratello del nobile ribelle che aveva organizzato l’invasione.
Harold parlamentò con il fratello e gli promise un terzo del regno in cambio della resa. Questi chiese cosa avrebbe ottenuto Harald, suo alleato, al che il re inglese rispose con una battuta passata alla Storia:

«Sei piedi di terra inglese o quant’altra in più sarà necessaria, dato che egli è più alto degli altri.»

I vichinghi rifiutarono e il combattimento ebbe inizio, sebbene le forze degli invasori fossero imprudentemente divise su entrambe le sponde. Pare che un eroico guerriero sia riuscito a trattenere i sassoni, dando agli altri il tempo di radunarsi e formare un muro di scudi, la tattica principe in uso al tempo in nord Europa. Cominciò una mischia selvaggia e una carica guidata da Harald in persona fu sul punto di sfondare la linea inglese, ma proprio in quel momento una freccia lo trafisse alla gola. Privato del suo leader, l’esercito vacillò. Quando il nobile ribelle prese il comando dei superstiti, Harold gli offrì nuovamente di arrendersi e ancora una volta gli uomini del nord dissero di preferire la morte alla resa. Lo scontro riprese, rinnovato dalla carica dei rinforzi appena giunti dalle navi. Ancora una volta il muro di scudi sassone fu sul punto di cedere, ma gli stranieri ormai erano spossati e anche i rinforzi erano prostrati dalla lunga corsa con addosso l’armatura. Alla fine furono i vichinghi a crollare e quella che seguì fu una vera e propria carneficina: per tornare in patria ai superstiti bastarono 24 delle 300 navi con cui erano sbarcati. Tramontava così l’era delle scorrerie scandinave, anche se gli effetti della battaglia di Stamford Bridge causarono comunque la fine dell’Inghilterra sassone, come vedremo in futuro.

Il Leone del Pireo, oggi presso l'Arsenale di Venezia. Foto di Ian A. Young.

Il Leone del Pireo, oggi presso l’Arsenale di Venezia. Sulla spalla si possono notare le tracce di un’iscrizione in rune norrene. Foto di Ian A. Young.

L’ultimo teatro delle scorribande vichinghe, in questo caso soprattutto svedesi, fu l’Europa orientale. Gli scandinavi apparvero sulle sponde meridionali del Baltico  forse già nel VII secolo, ma sicuramente nella seconda metà dell’VIII vi possedevano già delle colonie e avevano cominciato a penetrare nell’entroterra. L’Antica Cronaca Russa tramanda che nell’859 i vareghi, come erano conosciuti nella regione, riscuotevano tributi presso i Ciudi, gli Slavi, i Meria, i Ves e i Crivici. L’intricato e vastissimo sistema fluviale delle pianure del nord-ovest della Russia era uno scenario ideale per le navi lunghe vichinghe. La loro leggerezza e il pescaggio ridotto permettevano ai razziatori di spostarsi da un fiume all’altro anche con profondità minime, oppure di trascinare gli scafi nei pochi chilometri che spesso separavano i corsi d’acqua. Con questa tecnica, detta portage, erano in grado di raggiungere il Volga e arrivare alle popolazioni dell’area del Caucaso, oppure il Dnieper, la loro porta d’accesso al Mar Nero. Grazie alle vie d’acqua i vareghi, ora chiamati rus, inviarono i loro primi ambasciatori alla corte bizantina già nell’839 e nell’860 attaccarono Costantinopoli. Il 18 giugno di quell’anno 200 navi presero terra presso il famoso Corno d’Oro per sbarcare 8000 guerrieri in una città praticamente indifesa a causa dell’assenza dell’imperatore. Per dieci giorni la furia dei guerrieri del nord si abbatté sulla capitale bizantina e sulle vicine isole dei Principi, dove l’altare della chiesa principale venne ribaltato, gli arredi sacri rubati e i ventidue servi del patriarca furono fatti a pezzi con le asce.
Il patriarca di Costantinopoli Photius ha lasciato una lunga testimonianza di quei giorni di terrore, eccone un brano:

Misero me che vedo una tribù di uomini feroci e selvaggi rovesciarsi sulla città, saccheggiandone i dintorni, distruggendo e rovinando ogni cosa, trafiggendo tutto con le loro spade, non provando pietà per nulla, non risparmiando nessuno. La distruzione è totale. Come le locuste in un campo di grano […] si sono abbattuti sulla nostra terra e hanno distrutto intere generazioni di abitanti. Fortunati coloro che sono caduti sotto i colpi dei barbari assassini, perché dal momento che sono morti, non possono vedere il disastro che si è abbattuto su di noi.

Una seconda spedizione fu organizzata nel 941 da Igor, che attaccò addirittura con 1000 navi. I bizantini poterono opporgli solo quindici vecchi vascelli, ma possedevano un’arma segreta: il fuoco greco. La miscela a base di pece e zolfo, mai vista prima dai predoni, falcidiò navi ed equipaggi, tanto che molti preferirono gettarsi in mare e annegare piuttosto che bruciare vivi restando a bordo. Nonostante la bruciante – è il caso di dirlo – sconfitta, Igor non tornò indietro a mani vuote, perché saccheggiò le coste meridionali del Mar Nero. Tre anni dopo si ripresentò alla testa di una flotta altrettanto poderosa e questa volta i bizantini scelsero di comprarlo con doni, tributi e trattati di pace. I rus però restavano una stirpe di guerrieri e fu così che suo figlio Svyatoslav risalì il Danubio fino al cuore dei Balcani e attaccò di nuovo l’esercito imperiale, dal quale fu sconfitto. Il potere passò al figlio Vladimir che tra il 989 e il 990 si convertì al cristianesimo, dopo aver ripudiato le 800 concubine accumulate nel corso del tempo, e inviò 6000 guerrieri all’imperatore in segno di amicizia. Secondo alcuni questo fu l’atto di fondazione della Guardia Variega, anche se il termine non appare prima del 1034. Dopo il 1066 nella Guardia entrarono a far parte anche vichinghi/normanni provenienti da Occidente, ma il reparto mantenne sempre la propria identità, tanto che ancora nel 1103 re Eric I di Danimarca poté rivolgersi ai soldati in norreno. Il leggendario corpo d’elite servì la Roma d’Oriente fino al 1204, quando la Quarta Crociata sfociò nel saccheggio della città da parte delle truppe cristiane.
I vareghi si scontrarono anche con le popolazioni musulmane dell’Asia centrale: spedizioni che potevano superare anche le 500 navi attaccarono khazari, azeri, persiani e arabi nel 910, 913, 943, 965 e 1041. In alcune occasioni i predoni arrivarono fino al Mar Caspio, dove misero al sacco Baku e persino l’odierna regione del Gorgan, in Iran. A Berda i vareghi occuparono la città con l’intenzione di farne una piazzaforte e, quando i locali rifiutarono di abbandonarla, uccisero in maniera indiscriminata ed estorsero riscatti alle famiglie dei prigionieri. Presto tra i rus si diffuse una fortissima dissenteria che li convinse ad andarsene prima di morire tutti, al che gli abitanti dissotterrarono le armi seppellite nelle tombe degli invasori già deceduti e li inseguirono per finirli!

Mappa della parte orientale del Mare del Serpente

La parte orientale del Mare del Serpente, con la Federazione degli Eidr, il Grelian, le Terre Selvagge e l’isola di Ailearth. Cliccate per visualizzare una versione più grande dell’immagine.

Veniamo ora all’ultimo argomento di oggi, quello più strettamente correlato al romanzo: le scorrerie a lungo raggio degli Eidr e alcune delle conseguenze sul mondo del Trono che non appaiono esplicitamente nel primo volume.
Quella che vedete sopra è una sezione della mia mappa “di lavoro” (per questo parecchi nomi ad Ailearth sono doppi: quelli tra parentesi sono i primi, temporanei, mentre quelli definitivi sono in Old/Middle English per dare un sapore più medievale). Tenete conto che è disegnata per rappresentare la situazione circa quarant’anni dopo il Trono, per cui vi sono delle differenze sostanziali, per esempio nella presenza di colonie di Ailearth nella parte meridionale delle Terre Selvagge.
L’immagine raffigura la parte orientale del Mare del Serpente, che bagna la Federazione degli Eidr, il Grelian, le Terre Selvagge e l’isola di Ailearth. In quell’area è presente una corrente che facilita la navigazione da nord verso sud e agevola i viaggi dalla Federazione allo Stretto di Balmoren (particolarmente tempestoso perché le acque fredde da nord si scontrano con le correnti calde provenienti dal Mare delle Spezie), mentre ostacola la rotta inversa. Le navi lunghe eidr hanno spadroneggiato per secoli lungo tutta la costa, arrivando a razziare Balmoren, Ailearth e le città dell’entroterra fino ad Astness, sulla punta est dell’isola. Le flotte eidr salpavano in primavera, sfruttavano la corrente per arrivare rapidamente fino all’isola e poi, poco prima dell’inverno, intercettavano i venti da sud che nel capitolo 33 ostacolano il Guercio per tornare in patria. Ciò ha fatto sì che la regione orientale di Ailearth, conosciuta come Terre dell’Alba, sia stata fortificata in modo più pesante e capillare per fare fronte alle incursioni. Quando i darulabiti tradirono i patti con i sovrani della parte occidentale dell’isola e cominciarono una guerra di conquista, 337 anni prima del Trono, fu proprio la preparazione militare delle città dell’est a consentire loro di resistere contro un nemico numericamente soverchiante.
Un altro effetto della presenza dei predoni eidr è l’assenza di grandi porti commerciali imperiali sulla costa: l’incapacità di proteggere in modo adeguato i traffici navali ha spinto i colviani a costruirne invece sul Mare delle Spezie, mentre le città che vedete vicino alla costa greliana equivalgono ai burh voluti da Alfredo il Grande. Lo scopo di centri come Alairium, Lorach e Doraat è infatti proteggere l’entroterra dalle scorrerie o almeno minacciare le retrovie delle spedizioni, in modo che non possano spingersi in profondità senza rischiare di trovarsi tagliate fuori dalle navi. Mishan, che è disegnata un po’ fuori posizione rispetto a dove dovrebbe essere, svolge la stessa funzione lungo il corso del fiume Yabuin (del quale potete leggere anche il nome eidr).
Nell’angolo in alto a sinistra avrete notato la presenza di Dalimhan, sbocco della Carovaniera Imperiale Occidentale. Questo approdo fortificato non ha solo il compito di contenere l’espansione degli Eidr verso ovest o di fornire una base da cui minacciarli su due fronti, come progettato dal suo fondatore Dathos, ma anche di sorvegliare la foce del Threlluin. Il corso del fiume permette infatti di aggirare le propaggini occidentali dei Monti Fiamma Nera e raggiunge un punto particolarmente basso dello spartiacque, perciò costituisce una sorta di corridoio naturale verso le regioni settentrionali. Gli Eidr lo hanno scoperto circa due secoli prima dei colviani e ne hanno approfittato per raggiungere le sponde del Mare delle Nebbie (citato nel Trono a proposito di Odabarsh e dei Kaziub), dove hanno fondato alcune colonie 260 anni prima degli eventi del romanzo. In seguito la pressione dei Khaztan da ovest e dei colviani da est ha interrotto i contatti tra le colonie e la madrepatria, relazioni che ovviamente l’Impero non intende permettere di riallacciare.
Infine vi è una ricaduta commerciale data dall’impossibilità per i mercanti di Ailearth di arrivare a Dalimhan, a causa della presenza eidr nelle acque costiere e della tecnologia che rende ancora proibitivi i viaggi in mare aperto in assenza di rotte sicure e veloci come quelle, per esempio, create dai venti monsonici nell’Oceano Indiano. Ciò ha fatto sì che dopo la caduta di Bagh per mano delle orde di Uomini Bestia, i mercanti di Ailearth abbiano dovuto stabilire una rotta verso il Mare del Cancello, situato all’estremo nord del mondo, per raggiungere i porti colviani al di là dei Monti Fiamma Nera, come per esempio Muldhan. Come vedete non è una coincidenza che gli ambasciatori della Repubblica vi siano approdati proprio nel corso del romanzo 😉

Anche questo approfondimento è giunto al termine! Ora disponete di un quadro più preciso degli Eidr e della civiltà che li ha ispirati, oltre che della crudeltà della vita nei famigerati “secoli bui”. Talvolta mi viene fatto notare che il Trono è un libro crudo in certi passaggi e nell’atmosfera cupa che lo pervade, ma ritengo che, alla luce della violenza che ha caratterizzato il passato (e non solo…), sotto quest’aspetto non si discosti poi molto da un realtà storica che abbiamo il vizio di osservare in maniera troppo astratta e di ammantare di idealismi quasi fiabeschi.

*   *   *

Letture consigliate:
Oltre ai testi già citati a proposito dei vichinghi negli articoli precedenti e che potete ritrovare nella pagina Letture Consigliate, vi segnalo un saggio molto interessante sullo stato dell’area baltica nel Medioevo e primo Rinascimento. Lo citerò di nuovo in futuro, quando mi occuperò più nel dettaglio di Odabarsh e del Mare delle Nebbie.

E. Christiansen, Le Crociate del Nord, Il Mulino

Annunci