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Buongiorno a tutti! Oggi torneremo a parlare di Eidr e vichinghi, occupandoci degli strandhogg, le incursioni a scopo di razzia che perpetravano ai danni delle popolazioni dell’Europa settentrionale e del Mediterraneo, o, ne Il Trono delle Ombre, dei coloni colviani nel Grelian.

Dettaglio dell'Arazzo di Bayeux

Dettaglio dell’Arazzo di Bayeux: al momento dello sbarco le navi sono prive delle polene.

A furore normannorum, libera nos, Domine
Signore, dispensaci dalla furia degli uomini del nord
[Preghiera attribuita ai monaci vittime delle razzie vichinghe]

Per oltre due secoli e mezzo, dal 786 al 1066, le popolazioni costiere di mezza Europa vissero nel terrore di veder apparire al largo le vele quadrate delle navi lunghe vichinghe, cariche di guerrieri spietati e assetati di sangue. Agli uomini del tempo dovettero apparire ancora più spaventosi a causa della fede pagana, che li privava di qualsiasi riguardo nei confronti di preti, chiese e simboli sacri, ma è importante ricordare che questo particolare è stato probabilmente enfatizzato poiché buona parte dei cronisti dell’epoca erano religiosi, quindi particolarmente sensibili sul tema. I razziatori non concedevano quartiere e non conoscevano la pietà. Desideravano cibo, oro, argento, donne e giovani da fare schiavi. L’unico modo per salvarsi era sconfiggerli o pagarli, ma in quest’ultimo caso ci si poteva aspettare di vederli tornare molto presto…
Sebbene abbiano raggiunto anche l’Italia, nel nostro paese non è rimasta particolare memoria delle razzie vichinghe, perciò per capire quale impatto debbano aver avuto sulla psicologia dei paesi più colpiti, si può pensare al timore verso i pirati berberi e ottomani che compirono scorrerie a caccia di schiavi sulle coste del Mediterraneo occidentale (ma si spinsero anche in Islanda!) fino agli inizi dell’Ottocento.
Nel mio romanzo le razzie degli Eidr vengono citate piuttosto spesso e il capitolo 33 verte proprio sulla descrizione di una di esse. La spedizione del Guercio si può definire in tono minore rispetto a parecchie di quelle tramandateci dalla storiografia, perché non di rado potevano arrivare a comprendere migliaia di uomini e occupare intere città per mesi.

789: Quell’anno re Brihtric prese in moglie Eadburth figlia di Offa. In quei giorni arrivarono le prime tre navi dei normanni dalla terra dei predoni. Un araldo cavalcò lì per condurli alla città del Re, poiché non sapeva chi fossero, e fu ucciso. Queste furono le prime navi dei danesi che giunsero nella terra della nazione inglese.
[dalla Cronaca Anglosassone]

Chi erano e da dove provenivano questi temibili guerrieri?
Nell’identificare i vichinghi non dobbiamo farci ingannare dai termini utilizzati nei documenti dell’epoca, poiché spesso il termine “normanno” o “danese” veniva utilizzato senza una reale conoscenza delle origini degli incursori, ma con generale riferimento all’area di provenienza scandinava. Spesso i monaci li chiamavano semplicemente “pagani”. La parola “vichingo”, la cui etimologia è ancora dibattuta, sembra si possa far risalire al nordico vik (baia, insenatura), unito al suffisso –ingr, frequente nei nomi di stirpi e dinastie delle zone limitrofe all’area germanica (per esempio i Merovingi o i Carolingi). Il significato sarebbe pertanto “pirati che vagano tra le baie”. Sebbene oggi la si usi in modo pressoché universale per indicare le genti norrene, si ipotizza che in origine si riferisse specificamente a coloro i quali abbandonavo la madre patria per dedicarsi al commercio e alla guerra, mentre le popolazioni stanziali già si distinguevano tra Sviar (svedesi), Danir (danesi) e Nordmenn (norvegesi).
Il resto del mondo chiamava questi fieri guerrieri con un’infinità di nomi diversi, a testimonianza dei molti luoghi da essi raggiunti e messi a ferro e fuoco. I franchi li conoscevano come nordmanni, i germani come ascomanni (uomini del frassino), i mori che occupavano la penisola iberica li battezzarono al-madjus (che alcune fonti traducono come “adoratori del fuoco”, altre come “stregoni pagani”), mentre gli slavi li chiamavano rus, da cui pare derivi il nome Russia, o anche vareghi/variaghi, da væringjar, in riferimento ai giuramenti che sovente legavano tra loro i guerrieri, nome che poi verrà mutuato dalla famosa Guardia Variaga, il corpo d’elite vichingo che proteggeva gli imperatori bizantini. A Costantinopoli erano infatti noti come rhos e varangoi, mentre gli irlandesi li definivano nel complesso loch-lannach (nordici) o gaill (stranieri), ma sapevano distinguere tra norvegesi (finn-gail, stranieri bianchi) e danesi (dubh-gaill, stranieri neri).

La nave di Gokstad

La nave lunga di Gokstad, rinvenuta in un tumulo sepolcrale. Lunga 24 metri e larga 5, aveva 16 banchi di remi. Foto di Bjørn Christian Tørrissen

 Mai prima la Britannia era stata pervasa da un terrore simile a quello che abbiamo provato ora per questa aggressione pagana e non ci si sarebbe aspettati un simile attacco dal mare. Vedo la chiesa di St. Cuthbert schizzata del sangue dei ministri di Dio, spogliata di tutti i suoi ornamenti; il luogo più venerabile di tutta la Britannia è caduto in preda ai pagani.

La testimonianza del monaco Alduino da York è decisamente suggestiva, sebbene pecchi d’ingenuità: in fondo prima dei vichinghi erano giunti dal mare anche i romani, gli angli e infine i sassoni e gli juti. Non si può certo dire che le coste inglesi fossero nuove alle invasioni nemiche. In compenso, dopo gli sbarchi di Harald Hardrada (“lo Spietato”) e dei normanni di Guglielmo il Conquistatore (discendenti anch’essi dei vichinghi) nel 1066, nessun nemico straniero ha più messo piede sul suolo britannico. Le sue parole però ci permettono di introdurre un tema importante, quello dei vascelli impiegati dai razziatori. In Scandinavia furono infatti sviluppati diversi tipi di navi, da quelle commerciali (knorr e kaupskip, letteralmente nave-commercio) tozze, con murate alte e spinte prevalentemente dalle vele, alle famose navi lunghe (langskip), chiamate skeid e drekkar o drakkar. Esisteva infine un’altra categoria di navi meno specializzate, utilizzate sia per il commercio di piccolo cabotaggio che per spedizioni militari minori, chiamate skuta o karfi. Le navi da guerra erano riconoscibili dallo scafo affusolato, infatti potevano essere lunghe dai 15 ai 30 metri per una larghezza che solitamente si aggirava attorno ai 4,5-5 metri (10-11 ells o braccia, l’unità di misura allora impiegata in Scandinavia, simile al cubito delle popolazione mediterranee), con un pescaggio che non arrivava a un metro, permettendo ai razziatori di prendere terra anche con una scarsa conoscenza dei fondali e soprattutto di risalire i fiumi per centinaia di chilometri. Uno degli aspetti più straordinari degli scafi è che la chiglia (la “spina dorsale” del vascello) era costituita da un pezzo unico, pertanto i mastri d’ascia dovevano reperire querce altissime (per una chiglia di 17 metri si stima servisse un albero alto almeno 25m) e perfette! Le navi lunghe sfruttavano principalmente la propulsione a vela per la navigazione in mare aperto, mentre in battaglia l’albero veniva smontato e si faceva ricorso ai remi. Le navi da guerra disponevano di un minimo di 13 panche (cioè 26 remi) e potevano arrivare fino a 34-35 per le navi più grandi, come quelle di re Olaf Tryggvason o di Harald Hardrada. La media si attestava comunque attorni ai 20-25 banchi e doveva trasportare dai 70 agli 80 membri d’equipaggio. La vela era quadrata, fatta di lana con rinforzi in cuoio e, si ritiene, con motivi a scacchi o a strisce verticali rosse, blu, verdi o bianche.

 In prossimità della costa, come voleva la tradizione, avevano rimosso dalla prua delle navi le polene a forma di drago per non turbare gli spiriti del luogo, quindi una nave aveva preso terra, mentre le altre due, compresa quella su cui lui era imbarcato, avevano cominciato a risalire il corso d’acqua.
Il Guercio si trovava a poppavia dell’albero, con un piede sulla murata di dritta accanto al grande remo del timone, per godersi lo spettacolo dei villaggi costieri incendiati dai suoi uomini.
[Il Trono delle Ombre, capitolo 33]

 In questo breve brano tratto dal romanzo ritroviamo due particolari significativi delle abitudini vichinghe: le polene, cioè le sculture all’estremità dello scafo, venivano sempre smontate prima di sbarcare, perché si credeva che altrimenti il loro aspetto minaccioso avrebbe fatto fuggire o contrariato gli spiriti della natura. In Islanda quest’usanza era addirittura imposta dalla legge, ma sappiamo che faceva parte del bagaglio culturale anche di popolazioni non più strettamente legate alla Scandinavia, perché nel particolare dell’Arazzo di Bayeux che trovate in apertura si può notare come le navi normanne esibiscano le polene in navigazione, ma non una volta approdate.
Un secondo particolare interessante è dato dal timone: non bisogna pensare alla ruota dell’immaginario tipico, perché all’epoca si utilizzava un grosso remo posto vicino alla poppa della nave, generalmente sul lato destro.

Elmo vichingo

Elmo vichingo del X secolo. Foto di John Erling Blad.

 Il Guercio indossò il prezioso usbergo di maglia lungo fino alle ginocchia che in battaglia lo rendeva riconoscibile tra tutti, poiché soltanto lui era abbastanza ricco da potersi permettere un’armatura simile. Si infilò il tipico elmo eidr con paranaso dorato a forma di occhiale e impugnò la sua skeggox, un’ascia resa ancora più minacciosa dal lungo barbiglio appuntito con cui terminava la lama.
[Il Trono delle Ombre, capitolo 33]

 Questo secondo estratto ci fornisce delle indicazioni su come fossero armati i predoni. Per prima cosa, bisogna sfatare due luoghi comuni: quelli che descrivono i guerrieri del Nord come dei bruti alla Conan il barbaro che vanno in battaglia in mutande di pelliccia, protetti solo da elmi cornuti. Non combattevano senza protezioni, se non quando le esigenze di mobilità, la sorpresa o la stanchezza li costringevano a farlo. I vichinghi si proteggevano con usberghi di maglia di ferro, generalmente lunghi fino alle cosce, ma che per i più ricchi potevano arrivano anche alle caviglie, mentre i poveri impiegavano giubbe di cuoio imbottite per attutire i colpi. Inoltre non esistono prove archeologiche relative all’impiego effettivo degli elmi cornuti celebrati da vignette, disegni e film poco accurati. Si impiegavano semplici elmi conici, con o senza paranaso, che negli esemplari più elaborati potevano essere dotati di una sorta di “occhiale” per la protezione della parte superiore del volto. Gli elmi con le corna erano riservati a impieghi cerimoniali o comunque simbolici. L’immagine stereotipata del vichingo cornuto e smutandato viene da letture imprecise d’epoca romantica, quando l’immaginazione prendeva il sopravvento sull’accuratezza storica. È probabile, per esempio, che il mito del vichingo seminudo derivi dalla confusione con alcune descrizioni classiche degli antichi popoli germanici.
Oltre all’elmo e alla cotta di maglia, la maggior parte dei combattenti era dotata di lancia, ascia o spada (queste ultime più rare e costose delle prime), pugnale e di uno scudo di tiglio del diametro di circa un metro. Gli scudi potevano essere ricoperti di cuoio e bordati di ferro, oppure essere costituiti solo da semplici tavole di legno spesse un centimetro, dipinte in prevalenza di rosso, ma anche giallo, bianco, nero o (meno) blu e verde, con l’impugnatura centrale protetta all’esterno da un umbone metallico. Sebbene non sia un’arma iconica, i vichinghi utilizzavano anche l’arco. Sono stati ritrovati archi lunghi circa 1,60m. Si trattava di archi semplici di frassino o tasso, ma attenzione, non si tratta degli archi lunghi che ho attribuito agli Eidr nel romanzo. Il longbow infatti è un’arma successiva, con cui i normanni entrarono in contatto solo più tardi, nata probabilmente tra i britanni superstiti che abitavano dell’odierno Galles.

 Seguiamo il Guercio e sbarchiamo insieme a lui per dare inizio alla razzia!
Giunti in prossimità dell’obbiettivo, i vichinghi trascinavano in secca le navi, quindi, a seconda che prevedessero un colpo di mano o la spoliazione sistematica del territorio, decidevano se lasciare un piccolo gruppo di guerrieri a guardia dei vascelli oppure se innalzare dei terrapieni per improvvisare una fortificazione campale. Perdere l’unico mezzo di fuga equivaleva a morte certa, perciò si esercitava prudenza e gli approdi preferiti erano costituiti da luoghi facilmente difendibili come isolotti o anse dei fiumi, per avere un unico lato scoperto.
I predoni contavano sulla velocità e sull’effetto sorpresa per razziare la regione circostante prima che gli abitanti avessero il tempo di nascondere oro, cibo e beni preziosi, darsi alla fuga o rivolgersi al proprio signore in cerca d’aiuto. Il poco spazio disponibile sulle navi lunghe impedì loro per lungo tempo di trasportare cavalli con cui velocizzare gli spostamenti (cominciarono a farlo più spesso a partire dall’850), perciò generalmente i vichinghi si spostavano a piedi oppure facevano ricorso alle cavalcature rubate sul posto o comunque nelle vicinanze (per esempio portarono con sé in Inghilterra i cavalli rubati ai franchi al di là della Manica). Le testimonianze di un corpo di cavalleria vichingo sono rare, sembra che preferissero smontare da cavallo prima dello scontro e combattere a piedi, agendo quindi come quella che in seguito la dottrina militare ha definito fanteria montata. Per muoversi con maggiore agio, poteva accadere che i guerrieri lasciassero a bordo le armature. Nella battaglia di Stamford Bridge, durante la quale cadde Harald Hardrada, i vichinghi si trovarono in netto svantaggio proprio perché il caldo e la presunzione li avevano spinti a separarsi dalle proprie protezioni, mentre le truppe inglesi erano armate di tutto punto.
Spedizioni abbastanza numerose e determinate invece potevano decidere di mettere a ferro e fuoco un’intera regione, restandovi anche mesi o anni, e di occupare le città per sfruttarle fino all’arrivo di forze preponderanti o al pagamento di un riscatto. Per esempio, nell’845 una banda guidata da Ragnar Lodbrok risalì la Senna, sconfisse un contingente di franchi posto a difesa di Parigi, impiccò tutti i prigionieri e saccheggiò la città. Per convincerlo a ritirarsi, re Carlo il Calvo dovette versare 7000 libbre d’argento. Una seconda razzia in forze lungo la Senna si protrasse dall’856 all’862 e i vichinghi occuparono per ben quattro anni un isolotto a circa 70km da Parigi, utilizzato come base logistica per depredare i dintorni.
Uno degli obbiettivi principali degli strandhogg era costituito dalla cattura di schiavi, per i quali esisteva un mercato fiorente sia per la coltivazione delle terra e lo svolgimento dei lavori più umili, sia per soddisfare le abitudini poligame degli uomini più ricchi e potenti, nel caso di donne giovani e belle. Si stima che possedere schiavi fosse comune e che la maggior parte delle famiglie ne avesse almeno uno o due. La schiavitù era considerata insita nell’ordine naturale delle cose, tanto che nel mito norreno sull’origine delle classi sociali, nel quale il dio Heimdall vaga su Midgard e col proprio seme dà vita ai progenitori delle varie caste, il suo primo figlio è proprio uno schiavo, Þræll. Il termine norreno per indicare gli schiavi era thrall, che oggi incontriamo piuttosto frequentemente nella letteratura fantasy-horror per indicare i servitori plagiati dai vampiri e i non-morti di rango inferiore al servizio di un vampiro maestro. Come vedete si inventa ben poco!
Ecco una testimonianza eccellente del modus operandi dei razziatori, tramandata negli annali dell’abbazia di Fontenelle:

Nell’841 gli uomini del nord arrivarono il 12 maggio con il loro capo Asgeir. Due giorni dopo incendiarono Rouen e vi trascorsero due giorni. Il 24 maggio incendiarono il monastero di Jumièges. Il giorno seguente il monastero di Fontenelle venne salvato dal saccheggio in cambio di sei sterline, e il 28 maggio giunsero i frati di San Denis a pagare il riscatto di ventisei sterline per 68 prigionieri. L’ultimo giorno di maggio i pagani ritornarono al mare.

Dopo una doverosa introduzione generale, è il momento di addentrarci nella Storia per analizzare numeri, date ed episodi che ci diano un’idea della portata del fenomeno. Poiché le colonizzazioni vichinghe saranno oggetto di un futuro approfondimento, mi soffermerò solo sulle razzie.
Le prime testimonianze risalgono come detto alla fine dell’VIII secolo d.C., quando i vichinghi colpirono a Portland, nel Dorset, tra il 786 e il 793, nel 793 a Lindisfarne, nel 794 a Jarrow e nel 795 a Iona e Lambay, nei pressi di Dublino. Le testimonianze sono necessariamente incomplete, perché provenienti da un’unica cronaca di cui esistono sette versioni, ma non gli originali, andati perduti. È lecito quindi supporre che gli attacchi siano stati ben più numerosi. In Irlanda i primi sbarchi si verificarono nel 790 e divennero frequenti a partire dal 794-795, in particolare nelle Ebridi. Altri attacchi all’Ulster, alla Scozia e alle isole nel Mare d’Irlanda furono segnalati nel 798, 802, 806, 812, 813, 821, 823, 824 e 832, anno in cui Armagh fu depredata tre volte in un mese. Morti, distruzioni, donne rapite, santuari violati e tombe profanate compaiono nella cronaca della maggior parte di questi episodi. In seguito le incursioni dal mare si ridussero sensibilmente per il semplice motivo che i predoni norvegesi pensarono bene di conquistare dei regni propri, cosa che fecero dall’830 all’870 e poi dal 914 al 940. Ai saccheggi via terra si aggiunsero battaglie campali e guerre con i sovrani irlandesi. Un ulteriore attacco dal mare arrivò nell’851 per mano questa volta dei danesi, ma si risolse in un combattimento fratricida tra loro e i norvegesi che occupavano Dublino. Anche l’XI e il XII secolo videro scontri tra irlandesi e uomini nel nord, in particolare nel 1014 la battaglia di Clontarf, già citata a proposito dello stendardo maledetto col corvo di Odino, e infine con la venuta dei normanni nel 1169. Un’analisi delle fonti irlandesi tra l’831 e il 969 riguardante i soli monasteri e luoghi di culto ha portato a una stima di 210 tra attacchi, saccheggi e incendi per mano dei vichinghi.
Sebbene siano state registrate incursioni pagane sul suolo continentale già a partire dal 799, si ritiene che i primi veri attacchi giunsero a partire dall’834, quando i razziatori invasero in gran numero la Frisia e la Loira. Tra l’834 e l’850 le bande di guerrieri infestarono in maniera sistematica il nord della Francia dalla primavera all’autunno e in seguito cominciarono persino a svernare lungo il corso della Loira o della Senna, che risalivano per decine di chilometri. Nei Paesi Bassi attaccarono la fiorente città commerciale di Dorestad per quattro anni consecutivi dall’834 all’837 e ancora con una certa regolarità fino all’864, quando il mutamento del corso del Reno la privò dell’acqua, riducendola a un misero centro agricolo. Negli stessi anni risalirono l’Elba per assalire Amburgo e colpirono anche la coste occidentali della Francia. Il 24 giugno dell’843 devastarono Nantes, dove trucidarono il vescovo sull’altare della cattedrale cittadina. I drakkar esplorarono buona parte dei maggiori fiumi francesi, colpendo senza tregua. La Storia tramanda che centinaia di monaci, abati e vescovi si diedero alla fuga per sfuggire al massacro, poiché i predoni avevano imparato che chiese e monasteri erano i luoghi più ricchi e facili da espugnare.
Ecco cosa scrisse Ermentarius da Noirmoutier nel IX secolo:

In ogni luogo i cristiani sono vittime di massacri, incendi e saccheggi. I vichinghi distruggono ogni cosa sul loro cammino; non c’è modo di difendersi. Prendono Bordeaux, Perigueux, Angouleme e Tolosa; distruggono Angers, Tours e Orleans. Un numero incredibile di navi solca la Senna, dove il male è ovunque. Rouen è attaccata, saccheggiata e bruciata; Parigi, Beauvais e Meaux sono prese; la cittadella di Melun è rasa al suolo; Chartres è occupata; Evreux e Bayeaux sono saccheggiate; e tutte le altre città sono attaccate.

 Esattamente come gli anglosassoni impararono a proteggersi tramite i burh, i borghi circondati da terrapieni e palizzate, i franchi cominciarono a fortificare il territorio per bloccare le scorrerie degli avversari, troppo rapidi e mobili per essere inchiodati dai lenti eserciti dell’epoca (la straordinaria efficienza delle strade romane era già un pallido ricordo). Per esempio nella regione di Poitou vi erano soli tre castelli prima degli attacchi nordici, saliti a 39 nell’XI secolo. Nel Maine si contavano 9 fortezze prima del X secolo, ma ben 62 nel 1100. Nei lustri necessari per ultimare le opere difensive, ai franchi e a molti altri europei non restò altra scelta che versare il danegeld, un pagamento estorto per convincere i razziatori ad andare a fare danni altrove. Il danegeld prevedeva un preciso tariffario calcolato sull’estensione della terra, sul numero di abitanti, il valore delle merci e la ricchezza dei sacerdoti presenti nella regione. In soli sette anni i vichinghi ottennero dai franchi 39700 libbre d’argento, più vino e altri beni. Poiché ogni regione e città pagava per sé, alle bande di guerrieri era sufficiente spostarsi un po’ e ricominciare da capo in attesa che scadesse il periodo di tregua pagato a caro prezzo.
Nell’844 i drakkar cominciarono a battere le coste iberiche, colpendo nel Golfo di Biscaglia, nelle Asturie (dove furono messi in fuga con gravi perdite), presso Lisbona e poi lungo il Guadalquivir fino a Siviglia, che occuparono per un mese e mezzo mentre spogliavano l’entroterra. I mori però erano avversari altrettanto fieri: li intercettarono e inflissero loro una sonora sconfitta. Le teste di 200 guerrieri e del condottiero vichingo furono inviate in Marocco come trofei dall’emiro Abd al-Rahman II, mentre i superstiti fuggivano con la coda tra le gambe.
Una seconda spedizione con oltre sessanta navi colpì l’Europa meridionale dall’859 all’862. Questa volta i vichinghi sconfissero i mori, penetrarono nel Mediterraneo, bruciarono la moschea di Algeciras e attraccarono persino sul suolo africano, mettendo al sacco Nekor in Marocco. Successivamente investirono le Baleari, Rousillon e la Camargue, dove svernarono. Nei mesi successivi colpirono lungo il Rodano e poi in Italia: risalirono l’Arno e devastarono Pisa e Fiesole. Secondo alcune fonti, in seguito il loro capo Hæsting scambiò la colonia di Luna per Roma e, col pretesto di volersi convertire, entrò in città. Il giorno dopo il battesimo si finse morto e cinquanta dei suoi uomini ottennero di poter presenziare al funerale. Durante le esequie, Hæsting balzò giù dal catafalco dove giaceva, trafisse il vescovo che le officiava e razziò la città. Fonti tarde arabe e spagnole accennano ad attacchi in Grecia e ad Alessandria d’Egitto, ma non ci sono certezze in merito. Di sicuro, invece, sulla via del ritorno la spedizione affrontò una tempesta, vinse una seconda battaglia navale contro gli arabi e nonostante tutto riuscì a mettere a segno altri successi, come il rapimento e riscatto del principe di Pamplona. Quattro anni dopo la partenza, i vichinghi di Hæsting rividero le coste francesi da cui erano salpati, ora molto più ricchi e coperti di gloria.

 Si conclude così la prima parte dell’approfondimento relativo alle abitudini che rendevano Eidr e vichinghi dei pessimi vicini. La prossima settimana affronteremo la seconda e ultima parte, in cui parleremo degli attacchi nei Paesi Bassi, in Inghilterra, nell’Europa dell’Est e poi ancora della Guardia Variaga e della vita avventurosa dell'”ultimo vichingo”, Harald Hardrada, lo Spietato (vi assicuro che ne vale la pena, è degna di un film!).
Per le letture consigliate vi rimando alla voce Vichinghi nella sezione apposita del blog, perché si tratta di testi già segnalati in precedenza! 🙂

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