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Le donne dei Teutoni si suicidano per non cadere prigioniere dei romani. Wilhelm Wägner Wägner, 1882

Le donne dei Teutoni si suicidano per non cadere prigioniere dei romani. Wilhelm Wägner Wägner, 1882

La guerra segue il tao1 dell’inganno.
Se si è capaci bisogna mostrarsi incapaci, se si è attivi bisogna mostrarsi inattivi.
Si tenti il nemico facendolo sentire in vantaggio e lo si schiacci fingendosi confusi.
[Sun Tzu, L’Arte della Guerra, I]

Buongiorno a tutti! Oggi analizzeremo il primo grande scontro de Il Trono delle Ombre alla ricerca dei suoi fondamenti storici, che risalgono alle campagne romane contro i Galli e i primi Germani migrati verso sud-ovest.

«Ora!» urlò Yanvas in direzione del buccinatore.
Il suono familiare e rassicurante si diffuse sul campo di battaglia. I guerrieri, intenti ad azzuffarsi per raggiungere tra i primi il campo e saccheggiarlo, si voltarono sorpresi. Anche il cavaliere biondo, ora più vicino, si girò e Yanvas capì che si trattava del Guercio. Nonostante la distanza, incrociarono gli sguardi per un attimo, come se fossero soli sul campo di battaglia. L’eidr si scosse e ordinò di spazzare via quel manipolo di pazzi.
I legionari assunsero la consueta formazione chiusa, opponendo un muro di scudi alla marea urlante che stava per abbattersi su di loro.
Ancora pochi istanti e i colviani avrebbero scoperto se il piano aveva avuto successo, altrimenti sarebbero stati sopraffatti. Gli eidr si avvicinavano sempre di più, mulinando le asce con i volti tramutati in maschere d’ira.
[Il Trono delle Ombre, capitolo 3]

Nel capitolo 3, Yanvas e la sua pattuglia di esploratori devono escogitare uno stratagemma per spezzare l’assedio a cui è sottoposto l’accampamento della Quarta legione, accerchiato da un numero soverchiante di Eidr, i quali tra l’altro hanno avvelenato il corso d’acqua a cui attinge il contingente colviano. Yanvas invia Airril a consegnare un messaggio sotto mentite spoglie agli assediati, quindi semina il caos nelle retrovie dei nemici, che nel frattempo hanno cominciato ad assaltare la palizzata rimasta sguarnita. Il diversivo sbaraglia un contingente di arcieri e attira l’attenzione del grosso dei barbari, che si prepara a spazzarlo via, ma proprio in quel momento dal campo emergono le truppe della Quarta. L’assalto della guarnigione creduta morta coglie alle spalle gli Eidr, il cui morale crolla definitivamente quando nella foresta cominciano a risuonare i richiami delle buccine, chiaro segno di ulteriori rinforzi imperiali in arrivo. Quella che i barbari consideravano una vittoria sicura grazie al veleno e alla superiorità numerica, si tramuta in una sanguinosa disfatta. La reputazione del Guercio, il più acerrimo avversario dei colviani nel Grelian, ne uscirà macchiata e ciò lo spingerà a tramare per vendicarsi del fautore del suo fallimento.

Vista di Martigny, Svizzera Vallese, foto di Sylenius

Il campo di battaglia oggi: vista di Martigny, Svizzera Vallese. Foto di Sylenius

Post dato signo ex castris erumperent atque omnem spem salutis in virtute ponerent.
[Gaio Giulio Cesare, De Bello Gallico, III, 5.3]

La prima ispirazione per il brano è venuta dall’inizio del terzo libro del De Bello Gallico, in cui Cesare descrive un assedio subito dalla Dodicesima legione nei pressi di Octodurus, l’odierna Martigny nella Svizzera francese, in seguito al tentativo romano di aprire il passo del Gran San Bernardo al commercio, poiché le popolazioni locali taglieggiavano e depredavano i mercanti. Cesare inviò Servio Galba con 8 coorti non a piena forza (quindi meno di 4800 uomini) a occupare parte della città, mentre agli indigeni fu concesso di accamparsi nell’altra metà, oltre il fiume. Galba non ebbe nemmeno il tempo di ultimare le fortificazioni e ricevere provviste per l’inverno che i locali abbandonarono la valle alla chetichella, mentre orde di barbari appartenenti alle tribù dei Seduni e dei Veragri calavano dalle alture circostanti per massacrare la guarnigione romana con una forza oltre sei volte più numerosa. I legionari resistettero con la forza della disperazione per oltre sei ore, poi i Galli cominciarono a penetrare nelle difese grazie alla possibilità di avvicendare i combattenti in prima linea e al progressivo esaurimento delle armi da getto dei difensori. Mentre i nemici colmavano il fossato e facevano breccia nella palizzata in più punti, Galba si consultò con due dei suoi ufficiali più valorosi: il centurione primipilo Publio Sesto Baculo, alla cui eroica figura si rifà il suo omologo della Quarta, Relnat, e il tribuno Gaio Voluseno. I due gli suggerirono che l’unica speranza di salvezza consisteva in una sortita per sorprendere i Galli ormai sicuri della vittoria. Galba ordinò quindi ai legionari di limitarsi a contenere il nemico e riprendere le forze in vista del colpo di mano. Quando le porte del campo si aprirono all’unisono e i legionari eruppero per un attacco che vedeva la morte come unica alternativa alla vittoria, gli assedianti furono colti alla sprovvista e non riuscirono a reagire. Molti tra quelli accorsi per saccheggiare il campo romano gettarono le armi e si diedero alla fuga, tallonati dalla Dodicesima che ne faceva strage.

Nelle battaglie dell’antichità era frequente che il maggior numero di perdite non si registrasse durante lo scontro vero e proprio, ma piuttosto quando il morale di una delle due parti cedeva e le sue truppe andavano in rotta, permettendo un agevole massacro agli avversari. Fu così anche in questo caso: nel corso della sortita e dell’inseguimento che ne scaturì, i barbari lasciarono sul campo oltre diecimila morti.

Tralasciando per un attimo l’espediente di nostro interesse perché legato al romanzo, questa battaglia è un interessante esempio di una vittoria tattica che si rivela comunque una sconfitta strategica: nonostante il successo conseguito dai legionari, l’attacco mise in luce la vulnerabilità della posizione di Galba, soprattutto sul piano logistico dato il suo isolamento, e lo convinse che fosse più prudente ritirarsi. Il giorno successivo all’attacco, i romani bruciarono gli edifici e tutto ciò che non potevano portare con sé e marciarono oltre le montagne per svernare in territorio amico.

Piccola curiosità che forse alcuni di voi avranno già intuito: il tribuno Galbas del Trono deve il suo nome proprio al comandante della Dodicesima in questo scontro.

Il Mons Venturi, oggi Montagne St. Victoire, foto di Cicero

Il Mons Venturi, oggi Montagne St. Victoire, da cui furono gettati nel vuoto i prigionieri teutoni.

Chi si attesta per primo sul campo di battaglia e ivi attende l’avversario è più fresco; chi vi giunge per ultimo e si affretta all’attacco è invece affaticato. L’abile guerriero fa quindi in modo che gli altri vengano a lui ed evita il contrario.
[Sun Tzu, L’Arte della Guerra, VI]

La seconda fonte di ispirazione per lo svolgersi degli eventi l’ho trovata nello scontro di Aquae Sextiae, combattuto il 2 luglio del 102 a.C., tra Gaio Mario e le tribù degli Ambroni e dei Teutoni, alleate nel corso della guerra Cimbrica. Alla vigilia della battaglia, i romani si trovavano sul punto di soccombere: venivano da una serie di gravi rovesci costata decine di migliaia di uomini, culminata tre anni prima ad Arausio, quando 80mila soldati e 40mila ausiliari erano stati massacrati dalle forze congiunte delle tribù provenienti dallo Jutland. Disperato, il Senato si rivolse a Gaio Mario, generale e uomo politico autore di alcune profonde riforme del sistema militare, dall’arruolamento dei poveri, alla creazione di un esercito professionale (misura necessaria, ma che gettò le basi per le future guerre civili), dall’istituzionalizzazione della coorte come unità tattica di base al posto del manipolo (io ho preferito mantenere anche quest’ultimo, che a Roma restò solo come suddivisione amministrativa, per comodità descrittiva, dato che parecchi scontri si svolgono tra forze esigue e una via di mezzo tra centuria e coorte tornava utile), consentendo uno schieramento più serrato ma comunque mobile, alla definitiva scomparsa della distinzione tra hastati, principes e triarii, i tre tipi di fanteria che anticamente si distinguevano per equipaggiamento e schieramento. Queste ultime due riforme comunque erano state in parte anticipate già da Scipione l’Africano circa un secolo prima, quando il grande generale si era trovato a dover contrastare il genio di Annibale (probabilmente ne riparleremo in futuro!).

Gaio Mario, come Yanvas al suo arrivo a Qualisar, si trovò a dover riorganizzare e ritemprare il morale delle truppe, per riportare disciplina, morale e spirito combattivo a livelli accettabili. Per farlo costrinse i suoi uomini a resistere per mesi agli scherni e alle provocazioni del nemico, finché le tre tribù non si divisero offrendogli l’occasione che cercava, e, alla vigilia della battaglia di Aquae Sextiae (l’odierna Aix-en-Provence), fece patire la sete ai soldati affinché si battessero come demoni contro i barbari che occupavano le fonti d’acqua.

Il primo scontro si svolse in una zona ricca di fonti termali, dove donne e uomini degli Ambroni si stavano bagnando. Le forze romane colsero i danesi di sorpresa e riuscirono ad affrontarne pochi per volta, spesso male armati perché accorsi per scoprire quale fosse la causa del clamore improvviso, e sbaragliarli. Per le legioni si trattò di una facile vittoria, ma il vero scontro doveva ancora arrivare. I Teutoni erano infatti accampati a pochi giorni di marcia di distanza in numero soverchiante: le fonti non concordano, ma la loro superiorità numerica è indicata in almeno quattro o cinque a uno. Mario compì una ricognizione e scoprì che i nemici, resi arroganti dalla propria forza, si erano accampati nella stretta valle ai piedi di un passo. Il generale romano ne sbarrò la sommità col grosso dei suoi uomini, mentre tremila fanti scelti si arrampicarono sul monte col favore delle tenebre e si appostarono all’altro capo della vallata. Al mattino, un velo di schermagliatori romani provocò il nemico e si diede alla fuga, inseguito dall’orda assetata di sangue. Appena gli avversari si trovarono imbottigliati nella valle, le buccine lanciarono il segnale convenuto e la trappola scattò: gli uomini del tribuno Caio Marcello sbucarono alle spalle del nemico e cominciarono a schiacciarlo contro l’incudine formata dal grosso delle coorti legionarie, mentre il panico s’impadroniva dei barbari privi di vie di fuga. Nel massacrò che seguì, si contarono all’incirca centomila tra morti e prigionieri. Diverse centinaia di questi ultimi furono fatti salire sul vicino monte, poi chiamato Mons Venturi in onore della vittoria di Mario, sotto la minaccia delle armi e spinti nel vuoto. Sembra inoltre che trecento donne abbiano preferito uccidere i propri figli e poi suicidarsi piuttosto che cadere in schiavitù. L’incalcolabile numero di cadaveri lasciati a decomporsi nella calura estiva diffuse un tale sentore di morte che la zona fu battezzata Campi Putridi e ancora oggi il paese che vi sorge si chiama Pourrieres (dal francese pourri, marcio).

Quella appena descritta fu la penultima battaglia campale del conflitto, che si concluse a Vercelli con l’annientamento di 140mila Cimbri in combattimento e con la cattura di altri 60mila prigionieri. Si tratta di cifre enormi, probabilmente ingigantite per glorificare maggiormente i successi romani, ma bisogna comunque tenere presente che non si trattava di semplici eserciti, quanto piuttosto di interi popoli alla ricerca di una nuova terra, quindi con donne, vecchi e bambini al seguito a gonfiarne le fila.

Dagli accadimenti di Aquae Sextiae ho attinto l’idea di dare inizio allo scontro in modo quasi casuale grazie all’improvvisazione di Airril, spingendo gli Eidr ad agire per istinto anziché secondo un piano preciso, e di far mettere in atto a Yanvas un piano audace e al contempo temerario. Sono stati scontri impari come questi, in cui il genio, la disciplina e l’organizzazione hanno trionfato sul valore individuale e sulla forza del numero a far nascere il mito delle legioni romane nella Storia e di quelle colviane nel mondo del Trono.

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Per approfondire le due battaglie che vi ho presentato, vi consiglio:
G.G. Cesare, La guerra gallica, Einaudi
E. Durschmied, Eroi per forza, Piemme

1Tao (o dao, a seconda della traslitterazione), significa sia via, sentiero sia metodo, principio. Poiché entrambi i concetti sono applicabili alla massima, è preferibile conservare l’originale piuttosto che impoverire l’assioma nella traduzione.

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