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Pale di San Martino al tramonto, foto di Stefano Merler e Monica Dallabona

Pale di San Martino al tramonto, foto di Stefano Merler e Monica Dallabona

Se ci si volge indietro a guardare la Croda Rossa, essa assume un aspetto sempre più spaventoso: le pareti si levano verticali sopra altre rocce verticali, fino alla cima simile a una cupola, al di sotto della quale risalta un gruppo di pinnacoli color del sangue. Le sbavature rossastre colano enormi lungo le orride pareti come se un atroce massacro vi fosse stato perpetrato nei lontani tempi del mondo.
[Amelia B. Edwards, Cime inviolate e valli sconosciute, 1872]

Buongiorno a tutti! Oggi approfondiremo le origini di uno degli aspetti più pittoreschi del Trono: gli uomini bestia delle Terre Selvagge. Questo breve viaggio ci porterà a toccare le vette himalayane e le sconfinate distese del Nuovo Mondo, ma soprattutto a scoprire storie e leggende delle Dolomiti, a cui sono dedicate l’immagine e la citazione d’apertura (attenzione, riguardano due montagne diverse!).

Il mondo del Trono, come del resto l’Europa del passato, è ricco di foreste disabitate, gravate da fosche leggende su orchi e spiriti silvani, in cui l’uomo si inoltra a fatica e che, se proprio vi è costretto, attraversa con il cuore in gola per la paura di cadere preda di banditi e belve feroci. Nessuna di esse, però, può rivaleggiare con le Terre Selvagge, la cui sola propaggine occidentale si estende per una superficie pari a quella della penisola scandinava. Quando mi sono trovato a popolare questo immenso labirinto verde, geograficamente collocato tra l’area di lingua e cultura norrena degli Eidr a nord-ovest, quella celtica del Drulond (che i colviani definiscono “regni barbari orientali”) a nord-est e il blocco di Ailearth a sud-est, la cui lingua è invece ispirata all’Old English, cioè la lingua parlata dagli Angli e dai Sassoni che invasero la Britannia dopo il ritiro delle legioni nel V secolo d.C., ho stabilito due punti fermi: in primis la scarsa popolazione umana ai margini della regione doveva possedere tratti che ricordassero le genti gaeliche (ecco perché Airril ha i capelli rossi e fiumi e laghi battezzati dagli indigeni hanno nomi come Inbhirloch, Clyd o Balvaig) e, in secondo luogo, doveva essere presente una civiltà non-umana che incarnasse lo spirito di quelle selve primordiali, per renderle ancora più misteriose e trasformarle in una costante minaccia per le nazioni confinanti.

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905) - Ninfe e Satiri (1873)

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905) – Ninfe e Satiri (1873)

Gli shvaergi

La foresta circostante era stata abbattuta per garantire un campo di tiro sgombro al contingente di arcieri mercenari, forte di quasi cento uomini, e agevolare l’avvistamento tempestivo dei nemici, che avevano un’identità ben precisa: gli uomini bestia. Il termine rendeva sommariamente l’idea della loro natura brutale, primitiva e selvaggia e si riferiva a entrambe le razze conosciute, gli shmuergi e gli shvaergi. Questi ultimi, più numerosi e comuni dei primi, avevano testa e zampe caprine, ma postura, torso e braccia simili a quelli umani e ricoperti da una pelliccia che poteva essere grigiastra, marrone, rossiccia o persino nera, a seconda della tribù d’appartenenza. Erano alti circa un metro e mezzo, muscolosi, si esprimevano tramite versi raglianti, al cui suono nasale dovevano il nome, e amavano agghindarsi con pitture di guerra e talismani. Combattevano in grandi branchi con armi primitive, piccoli archi, lance, asce e pugnali dalle lame di selce. Erano avversari vili e facili alla fuga, ma in gran numero erano in grado di travolgere nemici più grossi e meglio armati.
[Il Trono delle Ombre, cap. 19]

L’immaginario fantasy pullula di umanoidi di tutti i tipi, dagli hobbit agli elfi, dai coboldi agli uomini tricheco, ai fan non è stato risparmiato nulla, nel bene e nel male. Poiché volevo evitare i cliché più abusati, ho limitato sin dall’inizio le altre razze senzienti a tipologie più insolite e possibilmente legate alla mitologia, piuttosto che alle infinite rielaborazioni scaturite negli ultimi 30 anni sull’onda della crescente diffusione del genere. I giganti, pur già presenti sui Monti Fiamma Nera, erano da escludere perché troppo ingombranti per muoversi agilmente in un dedalo di vegetazione, così ho cominciato a pensare agli uomini bestia. Prima ancora dei miti sui satiri, mi sono venute in mente alcune figure del folklore dolomitico come le anguane/longane e soprattutto gli ominidi irsuti, schivi e pagani che secondo le leggende sopravvivono ancora negli anfratti più remoti dei boschi pedemontani. Il loro nome varia a seconda della zona, coprendo più o meno tutto l’arco alpino e parte del centro Italia: om salvarech nell’Agordino, salvans in Val Badia, Ampezzo e in altre località ladine, ma anche om selvadegh in Pusteria, om selvadego in Valtellina, om salvei nel Biellese, ommo sarvadzo in Val d’Aosta, per finire con l’omo salvatico nel nord della Toscana. Il nome shvarg/shvaergi deriva proprio da una “fantasyzzazione” di “salvarech/selvadegh”.

Homo Salvadego di Sacco

Homo Salvadego di Sacco – Foto Romeri M.

All’om salvarech si accompagna spesso el Dì silvano o el salvàn, dio dei boschi che sembra essere un retaggio degli antichi culti pagani, forse in qualche modo legati a Pan. Le anguane sono invece figure femminili dotate di poteri magici, bellissime e immediatamente riconoscibili per le zampe caprine, dalla natura non sempre benigna, tanto che in alcuni casi si sovrappongono alle strìe (spiriti malvagi femminili simili alle streghe) e praticano sortilegi nocivi sui malcapitati che le disturbino o non assecondino i loro desideri. A tal proposito, ecco un piccolo aneddoto riguardante l’origine del mio cognome: alcuni racconti del folklore popolare narrano che le anguane possono essere scacciate o uccise solo con il legno di viburnum lantana, conosciuta in Veneto anche come pagogna, pianta da cui un tempo si ricavavano rimedi contro la tosse e il mal di gola. Secondo alcune interpretazioni, le anguane potrebbero rappresentare il ricordo mitizzato della presenza degli ultimi membri di minoranze etniche che praticavano rituali sciamanici. Eccone una breve descrizione in dialetto raccolta ad Auronzo di Cadore nel 1887 da Antonio Ronzon, celebre studioso di storia cadorina:

“Le pagane, pè de caura, done che le se buteva i putei sule spale e zo da la montagna le veniva a lavar. La gera roba forestiera, vedeu, e adesso le a desmesso o le xe morte tute.”

[Le pagane, piede di capra, donne che si gettavano i bambini in spalla e scendevano dalla montagna per lavare. Vedete, era roba forestiera e adesso hanno smesso o sono morte tutte.]

Queste poche righe contengono altre due caratteristiche ricorrenti nelle storie relative alle anguane: si diceva che portassero i figli in spalla oppure sulla schiena, dentro alle gerle, allattandoli grazie a mammelle così lunghe da arrivare dietro le spalle, e che fosse frequente incontrarle in riva ai laghi o ai fiumi mentre erano intente a fare il bucato. In alcune zone esiste ancora il detto “fare il bucato delle anguane” per riferirsi a un lavaggio riuscito male, poiché si credeva che lavassero in maniera approssimativa per sbrigarsi e tornare il prima possibile nei loro nascondigli.

Uomini selvaggi e donne caprine si possono riscontrare nelle leggende dei luoghi più disparati nel mondo: oltre ai già citati satiri greci, nella tradizione ebraica troviamo i se’imir, demoni-caproni che abitavano nel deserto ed erano comandati da Azazel, cui le tribù ebraiche sacrificavano il proverbiale “capro espiatorio”, sul quale venivano in precedenza riversati tutti i peccati commessi dal popolo. Il Vecchio Testamento riporta che vi fossero luoghi di culto dei se’irim, poi distrutti perché i rituali prevedevano di far accoppiare le donne con dei caproni. Fattezze simili avevano anche i giganti fomoriani della tradizione celtica, che nel Libro della Vacca Bruna dell’XI secolo vengono descritti come “uomini con teste di caprone”.

L’Asia e il Nord America, in particolare lungo la costa occidentale, ospitano due dei più famosi parenti dell’om salvarech nonché sogno proibito di tutti i criptozoologi del mondo: lo yeti e il sasquatch. Il primo, noto altresì come Abominevole Uomo delle Nevi, non ha certo bisogno di presentazioni ed è stato citato più volte anche dall’alpinista Reinhold Messner, che afferma di averlo incontrato ed è convinto che si tratti semplicemente di una specie d’orso.  Le popolazioni indigene tramandano che esistano due specie distinte di yeti, i giganteschi dzuteh e i piccoli mehteh. Altre teorie sostengono si tratti di un’enorme scimmia antropomorfa alta fino a tre metri, forse discendente degli ormai estinti gigantopitechi del sud-est asiatico, ma non sussistono evidenze scientifiche in grado di corroborare tale tesi, né d’altronde l’esistenza stessa dello yeti. Quel che è certo, invece, è che figure con caratteristiche simili sono presenti nel folklore di buona parte dell’Asia, dal Caucaso alla Siberia, dove sono noti con nomi quali alma, almesti, kaptar, mesidam, tkis-katsi, lahkir, agac-kisi e chuchunaa. Nel citare infine il sasquatch, nome attribuito dai nativi americani del Nord-Ovest a quello che i bianchi successivamente battezzarono Bigfoot, vale la pena ricordare che tali popolazioni migrarono in America attraverso lo Stretto di Bering, elemento chiave per comprendere la somiglianza tra le loro credenze e quelle delle genti asiatiche.

Come vedete, le radici degli shvaergi affondano in un terreno a noi familiare, ma arrivano molto, molto lontano!

Il Minotauro del XII canto dell'Inferno dantesco secondo William Blake

Il Minotauro del XII canto dell’Inferno dantesco secondo William Blake

Gli shmuergi

Gli shmuergi invece erano più rari e completamente diversi: imponenti centauri dalla testa taurina, erano abbastanza forti da rovesciare un carro o sfondare uno scudo con un pugno, anche se preferivano brandire clave delle dimensioni di un uomo con cui spazzavano il campo di battaglia. La terribile forza, unita all’intelligenza quasi umana che li rendeva in grado di apprendere e parlare altre lingue, ne faceva leader naturali per i piccoli e stolidi cugini, che guidavano con spietata brutalità.
[Il Trono delle Ombre, cap. 19]

Dopo aver scoperto le origini dei perfidi caproni, è tempo di apprendere qualcosa in più sui loro titanici cugini. Gli shmuergi, nome onomatopeico derivante dal loro mugghiare minaccioso, sono nati per compensare le piccole dimensioni degli shvaergi e fornire una leadership in grado di pianificare e coalizzarli fino a rendere gli uomini bestia una minaccia significativa. Per quanto di indole malvagia, infatti, il limitato acume dei piccoletti avrebbe impedito loro di stabilire alleanze e superare le dinamiche del branco allo scopo di perseguire un disegno superiore. Poiché cercavo una figura che avesse elementi in comune con l’immaginario di capre e arieti, pensare al toro è stato quasi automatico. Il toro, sinonimo di vigore fisico e sessuale, è presente nei pantheon di numerose civiltà del passato, in particolare del Mediterraneo e del Medio Oriente, ma anche dell’India. Pensiamo per esempio alla civiltà minoica cretese, patria del Minotauro, al dio Api egizio, oppure al dio Moloch adorato da alcune tribù della Palestina e dai fenici, al quale venivano offerti sacrifici umani rinchiudendo bambini e neonati nel ventre cavo della statua del dio per poi bruciarli vivi, o ancora al demone della lussuria Asmodeo, del quale si diceva possedesse una testa d’uomo, una di toro e una d’ariete, animali ritenuti lussuriosi, e che nel Medioevo veniva scacciato dalle coppie di sposi tramite tre giorni d’astinenza dopo le nozze, come raccomandato nel Libro di Tobia del Vecchio Testamento (in Francia per i frettolosi era possibile acquistare una deroga dalla Chiesa!). Dato che il toro non è normalmente associato alle foreste e il Minotauro è indissolubilmente legato al labirinto, l’ho unito al centauro, figura di origine greca metà uomo e metà cavallo, che nell’antichità simbolizzava la natura indomabile. I miti dipingono i centauri come soliti a lasciarsi andare a comportamenti rozzi, iracondi e a farli combattere brandendo armi primitive come le clave, erano quindi praticamente perfetti per una creatura possente e brutale come quella che cercavo.

È curioso notare come il ricco folklore dolomitico annoveri anch’esso un mostro taurino: si tratta del Mostro del Cridola, un monte dell’Oltrepiave, descritto come un animale peloso con grandi corna, simile a un toro furioso che insegue chiunque abbia la sfortuna di imbattersi in lui.

Sciamani e tribù

Una volta creati gli uomini bestia, bisognava attribuire loro una personalità e ciò mi ha consentito di attingere alla mia passione per i nativi americani, quelli che comunemente chiamiamo indiani sull’onda dell’equivoco di Colombo. La loro cultura infatti si prestava molto bene allo scenario che stavo creando: mi permetteva di sovrapporre le tribù ai branchi, aveva in comune con le genti delle Terre Selvagge un’economia basata sulla caccia e la raccolta, la tecnologia primitiva degli indiani era perfetta per gli shvaergi digiuni di metallurgia, così come le armi che impiegavano (mazze, accette, archi, coltelli, lance). Un tratto in comune con i primissimi abitanti delle Americhe era l’uso di seppellire i morti in giganteschi tumuli grandi come colline, che nel caso degli shvaergi sono diventati anche luoghi di culto in cui collocare menhir e altre pietre sacre per evocare gli spiriti degli antenati. Inoltre i rapporti tra i vari popoli dei pellerossa erano dinamici e turbolenti, segnati da antiche inimicizie, federazioni di tribù di ceppo comune o anche alleanze stipulate per fronteggiare un potente nemico, esattamente come volevo facessero gli uomini bestia nel coalizzarsi contro gli umani. Grazie al look fiero e accattivante dei guerrieri indiani, adorni di piume, pitture di guerra e trofei, ho potuto arricchire descrizioni altrimenti prive di armature, araldica o segni distintivi e quindi potenzialmente scialbe agli occhi del lettore. Ultimo ma non meno importante, nelle tribù indiane si praticavano riti sciamanici, anch’essi di sicuro impatto descrittivo e calzanti sul piano concettuale.

Questo tipo di credenze è caratterizzato da uno stretto contatto con gli spiriti della natura e degli antenati, presso i quali intercede lo sciamano, un individuo particolarmente dotato sul piano magico e psichico, in grado di interagire con entità ultraterrene, avere visioni ispirate dagli dèi, profetizzare il futuro, realizzare portenti, guarire i malati attraverso la cura dell’anima e persino resuscitare i morti. I rituali sono particolarmente suggestivi e sovente si basano sull’uso della musica come strumento per creare l’estasi necessaria a varcare i confini tra le dimensioni e raggiungere il mondo spirituale, perciò ho potuto annoverare il minaccioso suono dei tamburi come sottofondo delle battaglie degli uomini bestia, grazie alla presenza degli sciamani intenti a spronare gli shvaergi allo scontro e lanciare anatemi contro i nemici. Un’altra caratteristica interessante della religione dei nativi americani è il tema ricorrente della metempsicosi, ovvero della migrazione dell’anima da un corpo all’altro, anche tra specie diverse. Vi sono racconti del folklore indiano in cui si narra di giovani ritornati sotto forma di animali. Questo mi ha fornito uno spunto per giustificare la presenza degli shmuergi nelle comunità di shvaergi, che altrimenti sarebbe potuta apparire arbitraria: gli shvaergi credono alla loro morte il dio Tshagar li giudichi in base all’onore conquistato con le armi e che, qualora li reputi meritevoli, permetta loro di rinascere come shmuergi. Se un guerriero non viene ritenuto degno, si reincarna ancora come shvarg, fino a un massimo di sette volte. Lo shvarg che si macchi di codardia o che non riesca a compiacere il dio nel tempo concessogli, avrà invece l’anima disgregata, perdendo la possibilità di assistere e proteggere la propria stirpe. Gli shmuergi sono quindi accettati come guide e modelli perché si tratta dei guerrieri più esperti e valorosi delle generazioni precedenti.

Forse alcuni di voi avranno riscontrato un’apparente contraddizione tra la ricerca del valore personale e la descrizione in cui sono definiti “vili e facili alla fuga”, ma in realtà non è così: il prestigio di un combattente in una società di tipo tribale non si misurava secondo il metro adoperato da noi occidentali, da più di duemila anni assuefatti al concetto di guerra totale, annichilazione del nemico e disciplina ferrea. In quelle culture, generalmente caratterizzate da dimensioni demografiche esigue, l’incolumità dei combattenti aveva un valore molto superiore a quello attribuitole da noi, perché un conflitto condotto in maniera convenzionale avrebbe portato alla scomparsa dell’intera tribù nel giro di pochi anni, per carenza di cacciatori, difensori e maschi sessualmente maturi. I nativi americani, come tante altre società tribali del mondo, spesso non miravano necessariamente a uccidere l’avversario, quanto a dimostrare la propria superiorità, mettendo a segno colpi non letali (il cosiddetto “toccare colpo”, che veniva contato fino a quattro volte con importanza decrescente) oppure compiendo dimostrazioni di coraggio come fare bottino sotto il naso degli avversari, possibilmente senza subire perdite. Uno shvarg che non lotta fino alla morte in una battaglia campale, ma anzi fugge dopo l’urto iniziale, non è quindi necessariamente un vigliacco, semplicemente combatte secondo la propria mentalità. Ecco l’importanza degli shmuergi e degli sciamani: essi possono indurre i caproni a mutare atteggiamento e, grazie alla forza del numero, spingerli a superare i condizionamenti atavici. Vi sono esempi di questo tipo anche nella Storia umana, ma ne parleremo in un prossimo approfondimento incentrato proprio sugli uomini bestia e la guerra.

Spero che questo “making of” via sia piaciuto e soprattutto che abbia destato la vostra curiosità grazie alla varietà dei temi toccati. Come avrete visto, creare un mondo fantasy può essere persino più stimolante che scrivere il romanzo vero e proprio, perché spinge a scavare in ogni direzione e approfondire gli argomenti più disparati. Se c’è qualche punto in particolare che desiderate conoscere meglio, non vi resta che chiedere o passare subito alla lista delle letture consigliate, oggi più ricca che mai!

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Letture consigliate:

E. Gallo, Maghi, sciamani e stregoni, Piemme
V. Hyatt – J.W. Charles, Il libro dei demoni, Liguori
D. Dibona, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti, Newton
Alfredo Castelli, L’enciclopedia dei misteri, Mondadori
R. Messner, Yeti, leggenda e verità, Feltrinelli
D. Snow, Gli indiani d’America, Newton
G. Catlin, Il popolo dei pellerossa, Bompiani
J.E. Lewis, Alla conquista delle grandi praterie, Piemme

A chi volesse approfondire particolarmente il folklore dolomitico raccomando inoltre questi testi, sebbene non siano di facile reperimento:
G. Bastanzi, Le superstizioni delle Alpi venete, Dario de Bastiani editore (ristampa anastatica dell’originale del 1888)
M. Rosina, Leggende cadorine, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali
A. Nardo Cibele, Superstizioni bellunesi e cadorine, Arnaldo Forni editore
G. Alton, Proverbi, tradizioni e aneddoti delle valli ladine orientali, Arnaldo Forni editore (ristampa anastatica dell’originale del 1881)
D. Perco, La cultura popolare nel bellunese, progetto a cura di Cariverona spa

Infine vi segnalo una raccolta di racconti che considero carente sul piano stilistico, ma che potrebbe interessare a chi preferisca un approccio più moderno e informale:
M.F. Belli, Dolomiti e Magia, Ed. Dolomiti Cortina

Altre letture sui nativi americani:

J.L. Rieupeyrout, Storia degli Apache, Xenia
J.L. Rieupeyrout, Storia dei Navajo, Xenia
J.C. Ewers, I Piedi Neri, Mursia
R. D’Aniello, Dizionario degli indiani d’America, Newton
R. D’Aniello, La battaglia di Little Big Horn, Newton
R. Erdoes – A. Ortiz, Miti e leggende degli indiani d’America, Edizioni San Paolo

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