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Ben ritrovati! Dopo la pausa ferragostana, è tempo di affrontare la seconda parte dell’approfondimento sulla Peste Nera, incentrato questa volta non sulla malattia e sulla sua macabra contabilità, quanto piuttosto sulle reazioni umane. Analizzeremo teorie, rimedi, paure e isterie di massa suscitati da quella che a molti sembrò essere la fine del mondo.

Albrecht Dürer (1471–1528), I Quattro Cavalieri dell'Apocalisse

Albrecht Dürer (1471–1528), I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.
[Apocalisse di Giovanni, 6, 7-8]

L’Europa del ‘300 era una terra fortemente religiosa (si contavano oltre 5mila monasteri), in cui la preghiera, i precetti e le festività cristiane avevano un’influenza molto maggiore di quella attuale sulla vita quotidiana e soprattutto sul pensiero della popolazione. La visione opprimente di un’umanità corrotta, gravata dal peccato e quindi costantemente passibile di dannazione eterna spinse molti a cadere in preda al panico quando, in concomitanza con il diffondersi dell’epidemia, si manifestarono eventi naturali che furono immediatamente collegati alla fine del mondo e alla venuta dell’Anticristo, preannunciata ben diciotto volte dal 34 al 1300 con tanto di nomi e cognomi, quasi sempre di sovrani o generali particolarmente invisi alla popolazione o alla Curia.

Il 25 gennaio del 1348 un violentissimo terremoto sconvolse il Friuli, radendo al suolo interi paesi, e causò ingenti danni anche a Venezia, Roma e persino a Napoli. In Carinzia la cittadina di Villach fu quasi spazzata via da una frana innescata dal sisma, che fu avvertito anche in Slovenia, Dalmazia e Germania. Era credenza diffusa, confermata anche da un luminare del tempo come Avicenna, che i terremoti liberassero gas venefici imprigionati nel sottosuolo, ragion per cui il terrore e la superstizione si alimentarono a vicenda e finirono col rendere ancora più spaventosa la già drammatica situazione. Non furono pochi coloro i quali videro nel terremoto un disegno divino volto a punire l’umanità per la sua condotta dissoluta, convinzione che si rafforzò quando nel cielo apparvero straordinari portenti. Ecco la testimonianza di Jean de Venette, carmelitano e docente di teologia a Parigi:

“Nell’anno del signore 1348 la Francia e quasi tutto il mondo furono colpiti dal destino in un modo che non è paragonabile a una guerra… Era il mese di agosto quando sopra Parigi, verso ovest, apparve una stella molto grande e brillante. Non sembrava, come normalmente è, che fosse sospesa in alto, sopra il nostro emisfero ma al contrario che fosse molto vicina. Tramontato il sole e scesa la notte io e altri confratelli che la osservavamo avevamo l’impressione che restasse immobile in quel punto. Con la meraviglia di tutti noi, alla fine questa grande stella si frantumò in molti raggi diversi, scomparve e si dissolse completamente. La sua luce svanì sui quartieri orientali di Parigi. Se si sia trattato solo di un astro formato da esalazioni e dissoltosi poi in vapori, vorrei lasciarlo giudicare agli astronomi. Ma è anche possibile che si trattasse solo dell’annuncio della terribile epidemia di peste che in realtà, poco tempo dopo, travolse Parigi, la Francia e altri paesi…”

All’epoca medici e dotti facevano grande affidamento sull’astrologia, poiché si credeva che i corpi astrali esercitassero un influsso sugli umori corporei, oltre che sul nostro pianeta. Studiosi francesi e italiani il 20 marzo 1348 osservarono quindi un terzo portento: un allineamento sfavorevole di Marte, Giove e Saturno in grado di risucchiare dal suolo e dalle acque esalazioni che, se inspirate, si accumulavano attorno al cuore e ai polmoni e ne causavano la putrefazione, trasmessa agli altri espirando gli effluvi necrotici.

Altri sinistri presagi furono riscontrati nel clima quando, nel giorno della festa dell’Ascensione, sul nord della Francia scoppiò la più violenta tempesta a memoria d’uomo. Ben presto cominciarono a diffondersi dicerie su apparizioni di Madonne piangenti che invitavano alla penitenza, mentre in Austria si abbatterono grandinate in corrispondenza di altre processioni e fu avvistata la Vergine della Peste, che fuoriusciva dalla dalla bocca dei morti e solcava il cielo come una fiamma azzurra.

La lettura del contagio come punizione divina si riscontra anche nelle fonti musulmane, che definiscono il morbo “spada della peste”, con un chiaro riferimento al suo ruolo di arma divina. Ibnul Khatib, entusiasta, osservò come migliaia di musulmani rinchiusi nell’arsenale di Siviglia (schiavi e prigionieri di guerra formavano il grosso dei rematori delle galee, le navi da guerra propulse dai remi che costituirono la spina dorsale delle flotte militari almeno fino al ‘600, e trascorrevano la cattiva stagione negli arsenali o nei “bagni”) fossero stati miracolosamente risparmiati e ne dedusse l’azione di una volontà superiore desiderosa di sterminare i miscredenti e salvare chi professava la vera fede. A quanto pare però furono in molti a interrogarsi su quale credo professare per salvare la pelle, perché ad Almeria diversi musulmani decisero di convertirsi affinché Dio li proteggesse (atto da non prendere alla leggera, visto che l’apostasia era punita con la morte), per poi tornare alla religione precedente quando si accorsero che la situazione tra i cristiani non era affatto più rosea.

E vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.
[Luca, 21, 11]

Nel tentativo di fermare il conto alla rovescia verso l’Apocalisse, si moltiplicarono messe, preghiere, processioni, esposizioni di reliquie e si invitò a una maggiore morigeratezza dei costumi. Il gioco d’azzardo venne bandito, si tentò di abbassare il numero di persone che “vivevano nel peccato”, invitandole a separarsi o sposarsi, e vennero puniti persino il lavoro domenicale, le veglie funebri e gli abiti a lutto, questi ultimi nella convinzione che fosse la paura del morbo a far ammalare le persone. Le campane che suonavano a morto, il pianto dei parenti per la perdita dei cari, i lamenti dei malati, i cortei funebri: tutte le manifestazioni esteriori della morte furono tacciate di causare il peggioramento del contagio perché inducevano suggestione in chi vi assisteva. L’immaginazione non aveva limiti né tra la gente comune, né tra gli uomini di scienza.

Nella pomposa enunciazione della teoria sviluppata dalla facoltà di medicina dell’università di Parigi su richiesta del Re, i membri del collegio spiegarono di aver identificato l’origine della malattia nell’Oceano Indiano, dove la lotta tra gli astri, i raggi solari e la calura del fuoco celeste portava alla formazione di coltri di nubi che potevano essere contaminate dalla presenza di pesci morti prima di spostarsi su regioni come l’Arabia, l’India, la Macedonia, l’Albania, l’Ungheria, la Sicilia e la Sardegna, dove affermavano non essere rimasto in vita nessuno. I medicini parigini si dissero certi che gli astri e il sole sarebbero intervenuti per preservare la razza umana e che la forza dei loro raggi avrebbe dissipato le nuvole mortifere entro dieci giorni. In quella data, il 17 luglio, tutti si sarebbero dovuti chiudere in casa, perché sarebbe caduta una pioggia avvelenata che avrebbe appestato la terra per tre giorni prima che il mondo tornasse alla normalità. Era cruciale che nessuno si esponesse alle precipitazioni né mettesse piede nei campi, mentre raccomandavano di accedere enormi falò a base di vite, alloro, incenso e camomilla per purificare l’aria, perché i profumi avrebbero contrastato la putrefazione. Consigliavano inoltre di evitare il pollame, gli uccelli d’acqua, i maialini da latte, la carne grassa e quella di manzo stagionata. Bisognava alimentarsi in modo frugale e nelle ore più fresche del giorno, soprattutto con alimenti magri arricchiti con spezie (per esempio brodo con pepe pestato e cannella), ritenute benefiche per la loro natura secca.

In generale, si riteneva che la peste nascesse dalle acque stagnanti, dai cadaveri in decomposizione e dall’eccesso di calore fisico, per cui bisognava evitare ogni tipo di sforzo (compresi i rapporti carnali, soprattutto quelli definiti “disonorevoli”), i bagni caldi, l’esposizione ai venti caldo-umidi provenienti da sud, nonché ridurre la quantità di sangue e scorie presenti nel corpo tramite frequenti salassi e clisteri.

"Venetian Doctor during the time of the plague" oil on Canvas. Jan van Grevenbroeck

“Venetian Doctor during the time of the plague” oil on Canvas. Jan van Grevenbroeck

I rimedi offerti dalla medicina del tempo, che non aveva fatto particolari progressi rispetto alle teorie di Ippocrate e Galeno risalenti a più di mille anni prima, brillano per varietà e fantasia, con una dovizia di particolari che oggi appare particolarmente curiosa. Un medico di Montpellier consigliò ai colleghi di coprire gli occhi dei malati con un panno, per evitare di doverne incrociare lo sguardo (ritenuto veicolo della peste polmonare) senza essere scortesi voltando loro le spalle durante la visita, inoltre nei giorni di particolare calura si doveva tenere una spugna imbevuta d’aceto davanti al naso, mentre in caso di freddo era meglio stringere nel pugno una miscela di ruta e cumino. In seguito i medici crearono la strana tenuta che potete ammirare nell’illustrazione, da me descritta nel capitolo 29 del Trono:

Poco dopo aver imboccato il viale che portava alla collina su cui sorgeva la villa, incrociarono due cavalieri che procedevano in senso inverso con andatura flemmatica. Erano vestiti di nero da capo a piedi, con grembiuli e guanti di pelle, una maschera di cuoio con occhiali di vetro e un lungo becco a coprire naso e bocca, alla cui estremità erano poste spugne imbevute di una mistura di mirra, legno di aloe, sandalo, ambra grigia e canfora disciolti in acqua di rose, ritenuta un valido rimedio contro il contagio.”

Dormire durante il giorno era giudicato malsano, così come mangiare frutta fresca (in particolare le pere) a meno che non fosse accompagnata da vino, che però doveva essere chiaro, leggero e allungato con un sesto d’acqua. Poiché l’aria ammorbata era calda e questa tende a salire verso l’alto, si raccomandò di collocare gli appestati su soppalchi e altre strutture sopraelevate, evitando così che l’alito pestilenziale venisse respirato dai parenti al loro capezzale. Quando il contagio era portato dal vento, bisognava nascondersi al piano terra delle case, mentre se saliva dal terreno a causa dei terremoti era più salutare risiedere nei piani nobili. La maggior parte dei medici e degli speziali (un po’ farmacisti, un po’ alchimisti, un po’ ciarlatani) era concorde nell’indicare l’acidità e il profumo come gli antidoti più efficaci, per cui si sprecano i consigli su gargarismi, lavaggi e impacchi a base d’aceto, mescolato con acqua di rose o con le sostanze più disparate, oltre a fumigazioni mattutine con fuochi di legno di quercia, ulivo, frassino, mirto, possibilmente resi più aromatici grazie all’uso di balsamo, sandalo, incenso, ginepro o alloro, le cui virtù agivano anche solo tenendone in bocca alcuni pezzetti. La spezia più efficace in assoluto era ritenuta essere la teriàca o triàca, una miscela di origine classica che poteva comprendere fino a ottanta ingredienti e che solo alcuni speziali selezionati potevano preparare. Considerata la panacea di tutti i mali, veniva prodotta una volta l’anno in pubblico, in modo che la cittadinanza fosse testimone della genuinità dei componenti, tra i quali vale la pena citare la carne di serpente e la polvere di rospo. Nelle zone rurali si dispensavano cure meno costose. Il bellunese Dionisio Colle suggeriva rimedi naturali come miscele di elleboro, fiori di pesco, centaurea minore, licopodio, zucchero e nettare, oppure succo di sambuco ed euforbia diluiti in latte di capra o ancora di succhiare lentamente corteccia di larice, pino o abete, le conifere tipiche della zona. La medicina fornì anche il pretesto all’origine dell’edonismo boccaccesco, poiché i trattati sulla peste sostenevano che “ridere, scherzare e festeggiare in compagnia” contribuisse a rafforzare l’organismo e ad allontanare i pensieri negativi che potevano far ammalare una persona con la sola suggestione, opinione suffragata da Siegmund Albich, medico personale del re di Boemia, nonché cattedratico praghese. Tale credenza resistette per secoli, tanto che ancora nel 1580 Mercuriale, professore di medicina a Padova, lodò i benefici della musica e dell’allegria, grazie alle quali si otteneva che “lo spirito e il corpo lottassero con maggior vigore contro la malattia”. L’edonismo non fu un fenomeno soltanto italiano o fiorentino, anzi in Germania diverse città dovettero emanare ordinanze per porre un freno alla decadenza dei costumi, agli eccessi di opulenza e agli sprechi con cui i più ricchi esorcizzavano la paura della morte di fronte alle notizie dell’imminente avvicinarsi della fine del mondo. Vi furono persino casi di persone che acquistarono preziose stoviglie soltanto per mandarle in frantumi in mezzo alla strada, dissipando tutto ciò che avevano!

Come abbiamo visto, la scienza si rivelò impotente, mentre il clero e le autorità furono spesso inadeguati di fronte alla tragedia, tutto questo mentre le voci della fine del mondo si facevano sempre più forti e insistenti. Come reagì la gente comune, privata di ogni tipo di guida temporale e spirituale, lasciata in balia di se stessa e terrorizzata dall’ira di Dio? Cadde preda di due demoni che si affacciano spesso nella Storia e ci affliggono ancora oggi: violenza e fanatismo.

Uno dei fenomeni più pittoreschi e drammatici associati a quest’epoca è quello dei flagellanti, confraternite di penitenti che si riunivano per pellegrinaggi della durata di trentatré giorni e mezzo, ovvero l’età di Cristo, durante i quali si sottoponevano a privazioni, mortificavano la carne con flagelli chiodati, chiedevano perdono per i peccati e predicavano il pentimento ovunque giungessero. Il loro movimento ebbe origine circa un secolo prima, facendo proseliti soprattutto nell’Italia centro-settentrionale, in Provenza, Austria e Germania. Sebbene fossero spesso guidati da chierici, la gerarchia ecclesiastica guardò con crescente sospetto al fenomeno, perché non di rado si accompagnava a predicazioni eretiche e, cosa ancora più temibile per la Curia, alla critica verso l’opulenza del clero, cui si rispose con una crescente repressione. Lo scoppio della Peste Nera riportò in auge il fenomeno, complici le predicazioni spesso mendaci di cui si facevano portatori i flagellanti: a Strasburgo essi annunciarono che un angelo aveva depositato a Gerusalemme una lettera in cui Cristo esprimeva sdegno per la condotta del genere umano e intimava di cambiare rotta, perché quello sarebbe stato l’ultimo avviso prima del Giudizio Universale. Sulla base di tale menzogna, la popolazione fu invitata alla penitenza, che per i flagellanti si traduceva in cerimonie pubbliche in cui le persone, grazie a una mimica corporea ben codificata, potevano confessare pubblicamente i propri peccati. Per esempio gli adulteri dovevano coricarsi su un fianco e gli assassini rotolare sulla schiena (immagino che i peccatori più incalliti facessero una sorta di break dance). Tutto ciò mentre i membri della confraternita marciavano in processione attorno alle chiese preceduti da croci, candele e bandiere, si prostravano, gridavano suppliche al cielo e si martoriavano con una frusta a cui erano annodati tre o quattro chiodi capaci di conficcarsi nella carne. All’inizio questi penitenti furono ben visti e accolti a braccia aperte, anche perché non pochi si mostrarono più retti e coraggiosi del clero, offrendosi per assistere i malati e seppellire morti quando nessun altro era più disposto a farlo. Col passare del tempo, però, l’evidente inutilità della mortificazione e la radicalizzazione del movimento portarono a una crescente ostilità nei confronti delle processioni, che trovarono sempre più spesso le porte cittadine sbarrate di fronte a sé. I flagellanti cominciarono a proclamare la santità propria e degli stracci macchiati del loro sangue, spacciati per reliquie, a Tournai girarono per ben nove giorni intorno alla città con in mano degli scorpioni e altrove giunsero ad attaccare il clero e gli abitanti di religione ebraica, che furono passati a fil di spada. Oltre agli eccessi religiosi, il movimento degenerò anche a causa dell’opportunismo di tanti che videro nelle processioni un’occasione per arricchirsi, perché la disciplina iniziale aveva ceduto il passo a un’anarchia fatta di saccheggi indiscriminati. Il crescente numero di pellegrini, che una cronaca francese stima in ottocentomila solo nei Paesi Bassi, portò alla loro messa al bando in moltissime città e in alcuni casi persino alla condanna a morte degli organizzatori.

L’esasperazione del popolino, fomentata dalle prediche estremiste e strumentalizzata dagli interessi politici ed economici, sfociò nelle persecuzioni antisemite più sanguinose dopo quelle naziste, a dispetto della formale (ma soltanto tale) protezione garantita loro dal Papa e dalle autorità. Gli ebrei, insieme a lebbrosi e altre categorie malviste, furono accusati di avvelenare i pozzi con miscele di sangue, urina, ostie sconsacrate ed erbe segrete, persino in luoghi in cui la peste non era arrivata. Non esistono cifre precise sugli eccidi, spesso perpetrati bruciando vivi gli ebrei nelle loro case (qualche volte incendiate da loro stessi pur di non dover subire il battesimo), ma sappiamo che ci furono centinaia di pogrom in tutta Europa e i morti furono sicuramente decine di migliaia, il tutto con la più o meno tacita connivenza delle autorità, interessate a incamerare i beni appartenuti ai perseguitati e alla cancellazione dei debiti verso i defunti, tra i quali vi erano molti prestatori di denaro (una delle poche professioni a essi consentite).

Dopo aver affrontato la Morte Nera e le sue conseguenze, molte delle quali comuni anche al Trono e al suo mondo, vorrei concludere con un breve excursus sulla peste di Giustiniano, per esemplificare come una grave epidemia possa mettere in ginocchio un impero, nella fattispecie quello bizantino. Tenetene conto, perché anche Colvian non sarà più la stessa!

La peste apparve in Egitto nel 541 e seminò morte per due anni, finché nel 544 l’imperatore non la dichiarò ufficialmente debellata. Le perdite furono incalcolabili: l’esercito che un tempo contava 645mila uomini, alla morte di Giustiniano I era ridotto a 150mila, nemmeno sufficienti per le guarnigioni delle fortezze di confine. Le casse erano vuote e nel corso dei decenni successivi i nemici avanzarono in Italia, nei Balcani, in Asia Minore e in Africa. Grandi strateghi come Belisario, Narsete e Maurizio riuscirono a respingere alcune invasioni e a riconquistare parte delle terre perdute, ma ormai il pendolo pendeva a sfavore delle ultime vestigia dell’Impero Romano, tanto più che a sud-est stava montando la marea islamica, che a partire dagli anni ’30 del VII secolo avrebbe rotto gli argini, dilagando fino a minacciare il cuore dell’Europa. Ci vollero secoli prima che Bisanzio fosse di nuovo in grado di estendere considerevolmente i propri confini, ma non arrivò mai più nemmeno ad avvicinarsi all’estensione dell’epoca di Giustiniano I.

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 Letture consigliate:

K. Bergdolt, La Peste Nera e la Fine del Medioevo, Piemme
M. Centini, Il Ritorno dell’Anticristo, Piemme
J.J. Norwich, Bisanzio, Mondadori

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