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Oggi approfondiremo le radici storiche di un evento epocale per l’Impero Colviano e le altre nazioni del mondo in cui è ambientato Il Trono delle Ombre: la grande epidemia di peste!

Il Trionfo della Morte, Pieter Brueghel il Vecchio, 1562

Il Trionfo della Morte, Pieter Brueghel il Vecchio, 1562

Dopo che l’epidemia ci aveva raggiunto
e di mille navi solo una decina ne erano rimaste,
amici, congiunti e vicini ci vennero incontro da ogni luogo, a riceverci.
Ahimè, noi, proprio noi portavamo i dardi della morte,
e venivamo abbracciati e baciati e trattenuti.
Con il nostro racconto, uscito dalla nostra stessa bocca,
fummo costretti a diffondere il veleno…
[Istoria de morbo sive mortalitate que fuit de 1348, Gabriele de Mussis]

Storia e letteratura abbondano di testimonianze sulle maggiori pestilenze che hanno flagellato il genere umano, come per esempio l’epidemia ateniese del 430 a.C. descritta da Tucidide, la peste giustinianea del VI secolo d.C. o ancora quella che colpì l’Italia settentrionale nel ‘600, famigerata soprattutto tra gli studenti alle prese con I Promessi Sposi. Quella su cui vorrei soffermarmi particolarmente è però l’epidemia per eccellenza, la Peste Nera del ‘300 descritta anche da Boccaccio nel Decamerone e da Petrarca, al quale il morbo strappò l’amata e celebrata Laura e che lo spinse a scrivere righe toccanti nella lettera metrica Ad se ipsum:

Ahimè, che soffro? Dove, a ritroso, mi spinge la violenza dei fati? Vedo passare con precipite fuga il tempo, che segna il dissolversi del mondo, vedo morire attorno a me giovani e vecchie a schiere, e in nessun luogo si apre un rifugio sicuro; in tutto l’universo non si apre un porto tranquillo, non si schiude speranza alcuna di desiderata salvezza. Dovunque volgo gli occhi impauriti, i frequenti funerali li turbano: pieni di feretri, risuonano di gemiti i templi, e qua e là, senza gli estremi onori, giacciono cadaveri di nobili e di plebei. Penso all’ultima ora della vita; e costretto a ricordare le mie sventure, richiamo alla mente i tanti cari amici perduti e i loro affettuosi colloqui, e l’improvviso svanire dei loro dolci volti, e i cimiteri che ormai non bastano alle continue sepolture.

La disperazione espressa dal brano è sintomatica del cieco terrore dilagante in tutta Europa, che si stima perdette dal 1348 al 1351 circa venti milioni di abitanti, un terzo del totale. Mai come in quell’occasione, le popolazioni videro minacciata la loro sopravvivenza. La società di disgregò, il commercio scomparve e, complici alcuni fenomeni naturali che avevano preceduto la diffusione della malattia, presero piede superstizione e millenarismo.

Ma dove ebbe origine la peste e come arrivò in Europa? Campagne archeologiche sembrano aver rintracciato i resti delle prime vittime in Asia centrale, nella regione dei laghi Balkash e Ysykkol, tra gli odierni Kazakistan e Kirghizistan, da dove la malattia si sarebbe diffusa in Cina, India e verso ovest, lungo la Via della Seta. Già all’epoca, comunque, diversi cronisti mostravano di possedere idee piuttosto precise sul focolaio iniziale, tanto che nel 1346 il fiorentino Matteo Villani lo collocò “verso il Cattai e l’India superiore”, mentre il famosissimo esploratore Ibn Battuta dice di averla incontrata nel 1332 presso le pendici meridionali dell’Himalaya. Se le stime sul luogo non erano poi del tutto sbagliate (considerato quanto fossero approssimative le nozioni geografiche dell’epoca), altrettanto non si può dire delle teorie relative alle cause della malattia. Un cronista bolognese scrisse infatti:

Si diffuse, a quanto sembra, già nel 1347 in Cina e in Persia, dove piovve acqua mista a vermi e tutti gli uomini e le regioni ne furono colpiti. Palle di fuoco, grosse come grandi teste d’uomo, sembravano cadere dal cielo, così come succede quando nevica. Cadevano sulla terra e bruciavano campagna e poderi come se fossero fatti solo di legno. Ci si raccontava anche che bruciando si fosse sprigionato un terribile fumo che avrebbe fatto immediatamente cadere a terra morti coloro che lo avevano visto.

La morte cagionata da un semplice sguardo, che ha suscitato stupore in alcuni lettori del romanzo, è un tema che ritorna spesso nei resoconti medievali, poiché le conoscenze dell’epoca non permettevano di spiegare altrimenti quello che oggi sappiamo essere il contagio per via aerea. Il batterio Yersinia pestis, responsabile della malattia, può essere trasmesso infatti sia per via aerea, causando l’ancora più letale forma polmonare della peste, sia attraverso il morso delle pulci, che origina la forma bubbonica della peste, meno letale ma più celebre e impressionante. All’epoca le pulci infestavano uomini e ratti senza particolare distinzione, trovando nei roditori una fonte di nutrimento e diffusione prima di attaccare l’uomo a causa del decesso dei loro ospiti murini.

Sempre secondo i cronisti dell’epoca, l’incalcolabile numero di vittime in putrefazione in Asia avrebbe generato un “soffio mortifero” spirato verso occidente fino a colpire Persia, Armenia, Georgia (all’epoca queste due regioni erano forse più note di oggi, in quanto per secoli erano state bastioni cristiani in lotta con gli eserciti musulmani), Mesopotamia, Nubia, Etiopia, Egitto e tutto il vicino Oriente. Tra le prime vittime della Peste Nera vi furono i tartari che assediavano Caffa, allora base commerciale genovese nel Mar Nero. Decimati dalla malattia e incapaci di conquistare la città, gli eserciti delle steppe diedero vita a una primitiva forma di guerra batteriologica: scagliarono i cadaveri infetti oltre le mura con le catapulte, diffondendo il morbo tra i difensori prima di abbandonare il campo. Alcuni superstiti dell’assedio salparono a bordo delle galee per fare ritorno in patria ed è proprio a loro che si riferiscono le parole di De Mussis citate in apertura. È comunque improbabile che questo episodio sia stato l’unico veicolo d’infezione verso i paesi latini, in quanto nel 1347 l’epidemia infuriava già a Costantinopoli, Cipro, Alessandria e altri tra i maggiori scali levantini. Il soffio mortifero immaginato dai cronisti viaggiava con mercanti e soldati.

La popolazione europea si trovava in un uno stato di particolare vulnerabilità in conseguenza di alcuni fattori preesistenti, alcuni dei quali citati anche nel Trono. Il più importante fu quello climatico, che vide il susseguirsi di numerosi anni caratterizzati da stagioni piovose e inverni particolarmente rigidi (tanto che alcuni studiosi fanno risalire a quest’epoca l’inizio della cosiddetta Piccola Glaciazione), a causa dei quali i raccolti furono compromessi o comunque ridotti. Il freddo mandò in crisi anche la produzione delle saline, che allora avveniva per evaporazione dell’acqua marina, rendendo più difficile – e quindi costoso – il consumo di carne. La riduzione del cibo disponibile provocò una serie di carestie che nel Nord Europa si stima possano aver causato la morte per fame di circa un decimo della popolazione. In seconda battuta, si ritiene che già dall’inizio del secolo le condizioni di vita per i contadini fossero andate peggiorando a causa dell’eccessiva crescita demografica, per la quale non c’erano sbocchi in termini di terre coltivabili né di impiego nelle città, dove le nascenti corporazioni erano gelosissime delle proprie prerogative e ostacolavano in ogni modo l’inurbamento delle masse di nullatenenti provenienti dalle campagne (ove non legate alla terra da vincoli feudali e quindi impossibilitate a spostarsi). Miseria, malnutrizione e condizioni igieniche precarie costituivano uno scenario ideale per lo scoppio dell’epidemia.

La prima regione italiana a essere colpita fu la Sicilia, abituale base di approvvigionamento per i bastimenti che incrociavano nel mare nostrum e quindi anche per le dodici galee genovesi approdate nel porto di Messina all’inizio di ottobre. I resoconti dei cronisti isolani tracciano un quadro che in seguito diventerà tipico di ogni zona investita dalla Peste Nera: raccontano di persone morte per aver posato lo sguardo sui marinai genovesi, decessi a cui seguivano quelle dei loro familiari, degli animali domestici, dei sacerdoti chiamati a somministrare l’estrema unzione, dei notai incaricati dei testamenti e persino dei becchini costretti a inumare le salme. Ben presto si registrarono casi di genitori che rifiutavano di assistere i figli e viceversa, di preti e pubblici ufficiali che fuggivano piuttosto che adempiere ai propri doveri e ovunque si diffusero l’anarchia e il brigantaggio. I comuni siciliani negarono l’accesso ai messinesi e poi ai cittadini delle altre zone colpite. I catanesi rifiutarono di prestare le reliquie protettrici di Sant’Agata e fu minacciato di scomunica chiunque seppellisse un messinese. Pare che soltanto i frati siano rimasti fedeli ai propri doveri, ma che diversi tra loro siano spirati nelle stanze degli assistiti. Nessuno osava più avvicinarsi a un cadavere, che restava a imputridire finché non si trovava qualcuno abbastanza avido da rischiare la vita in cambio della mancia promessa per la sepoltura. Siracusa, Sciacca e Agrigento furono decimate, la regione di Trapani spopolata e alcuni villaggi del catanese rimasero disabitati. Da lì i vascelli mortiferi raggiunsero Venezia, Pisa e Genova, dove la popolazione associò ben presto il loro arrivo alla diffusione del morbo e, nel periodo immediatamente successivo, accolse le altre navi provenienti da oriente con un caloroso benvenuto a base di torce incendiarie. Purtroppo era troppo tardi, la peste imperversava già nella città e nelle zone circostanti, tanto che il governo non era più in grado di deliberare per la morte di troppi membri del consiglio. Nell’estate 1348 un genovese in fuga estese il contagio a Piacenza, dove la peste fu così virulenta che si dovettero scavare fosse addirittura sotti i portici e nelle strade. La vicina Milano si salvò grazie alla tempestiva decisione dei consiglieri cittadini di impedire qualsiasi contatto con l’esterno, ma non sfuggì alla recrudescenza del 1361, che portò via un altro caro di Petrarca, il figlio Giovanni. Nel volgere di pochi mesi, la situazione divenne tragica in tutta Italia. Ecco cosa scrisse un cittadino senese:

E io Agnolo di Tura, detto Grasso, sotterrai cinque miei figliuoli in una fossa con le mie mani; e così fecero molt’altri il simile; e ancor furon di quelli, che eran sì mal coperti, ch’e cani ne traevano, e mangiavano di molti corpi per la Città. […] Molti uomini credevano, e dicevano: questo è fine Mondo.

A Venezia, la regina del commercio del Mediterraneo orientale, la vita giudiziaria e amministrativa fu praticamente sospesa, fatta eccezione per apposite barche che percorrevano i canali per caricare a bordo senza troppi complimenti cadaveri e moribondi, spesso sepolti vivi nelle fosse comuni scavate sulle isole di Sant’Erasmo, San Marco Boccalama, San Leonardo Fossamala (nomen omen) e altre ancora. Pare che nemmeno i ladri osassero entrare nelle case degli appestati per rubare l’oro e l’argento rimasti incustoditi. I primi a morire furono gli innumerevoli mendicanti che si erano riversati in città durante la precedente carestia, attratti dalle riserve di grano che la Serenissima riusciva a importare dall’estero. Il 30 marzo 1348, il Maggior Consiglio decretò che tutti i morti e i malati gravi fossero condotti sulle isole suddette e che, se proprio qualche familiare teneva a non abbandonarli, si sarebbe dovuto recare volontariamente con loro. Successivamente il Consiglio vietò dapprima l’approdo di navi con malati a bordo e infine l’accesso alla città da parte dei forestieri, sotto la minaccia del carcere, del rogo della nave e di sanzioni pecuniarie. Il numero di morti fu così alto che, alcuni anni dopo, Venezia promise impunità, libertà ed esonero dalle imposte a chiunque fosse disposto a migrare nella laguna per ripopolarla.

Dopo una doverosa ampia parentesi sul nostro paese, volgiamo lo sguardo al resto del continente, dove la Peste Nera mieté vittime fino alla Scandinavia, con rare e inspiegabili eccezioni in Boemia, Moravia e Slesia, che furono risparmiate. Dato che la contabilità dei morti sarebbe ripetitiva e noiosa, ho preferito concentrarmi su notazioni più curiose e suggestive.

L’epidemia sbarcò a Marsiglia tramite una nave da carico a cui era stato negato l’approdo a Genova, raggiungendo in breve tempo l’entroterra, compresi il seggio papale avignonese e la capitale Parigi. Papa Clemente VI adottò le stesse precauzioni di Dolagirt: si isolò nel palazzo e ordinò di accendere fuochi purificatori tutto intorno. Il suo medico personale, nello stilare un elenco di rimedi che affronteremo nel prossimo appuntamento, non ebbe molti dubbi nell’indicarne uno in particolare come più efficace tra tutti: la fuga! Ad Avignone i chierici furono costretti a impartire assoluzioni generali, poiché non restavano abbastanza sacerdoti per somministrare l’estrema unzione e confessare tutti i malati. Esaurito lo spazio nei cimiteri, i corpi vennero gettati nel fiume finché non si scavarono camposanti d’emergenza. A Narbona si scatenò una sorta di caccia all’untore di manzoniana memoria: alcuni uomini furono colti in possesso di una polvere sospetta e, accusati di essere sabotatori al soldo degli inglesi (tra i regni di Francia e Inghilterra infuriava la guerra dei Cent’anni), furono torturati con delle pinze, fatti a pezzi e infine messi al rogo. Nella sola capitale Parigi in diciotto mesi morirono cinquantamila dei centottantamila abitanti.

Dall’Italia e da Marsiglia la Peste Nera arrivò sulle coste iberiche (in Spagna si registrò l’unica morte regale causata dalla peste nera, quando re Alfonso XI morì tra i suoi soldati nel Venerdì Santo del 1350, durante l’assedio di Gibilterra), mentre dalle teste di ponte inglesi sul continente, come Calais e la Guascogna, la malattia raggiunse il suolo britannico a dispetto delle messe celebrate per invocare la misericordia divina. Le testimonianze inglesi sono abbastanza concordi nell’indicare religiosi, studenti e ricchi borghesi tra le categorie più colpite dal contagio. In numerosi centri i decessi tra gli artigiani costrinsero le gilde a ridurre la durata dell’apprendistato e ad abbassare i requisiti per l’ammissione pur di non scomparire del tutto. Il terrore di spirare senza conforto religioso, gravati dai peccati e quindi destinati alla dannazione eterna, spinse il vescovo di Bath a rassicurare la popolazione, chiarendo che, in mancanza di preti, i malati potevano confessarsi “a chiunque altro, così come insegnano e permettono gli apostoli, e dunque a un laico e addirittura a una donna“, a condizione che questi s’impegnassero a mantenere il segreto, pena “provocare l’ira di Dio e della Chiesa tutta“. Naturalmente il primo pensiero del vescovo fu di dare il buon esempio e confortare i fedeli, quindi trascorse i mesi più acuti dell’epidemia tappato nella sua tenuta di campagna, lontano da tutto e tutti. Le care pecorelle gli manifestarono tutta la loro gratitudine nel corso di una visita pastorale del dicembre 1349, quando lo accolsero armate di archi e spranghe di ferro. La peste raggiunse Londra nel settembre 1348, a dispetto dei provvedimenti per l’isolamento della città, la riduzione dei commerci e i numerosi divieti imposti alla macellazione e alla vendita di carne, ritenuta tra le cause di diffusione del morbo se mal conservata. Si tentò di mantenere pulite le strade tramite ordinanze che vietavano l’abbandono di rifiuti, a cui la popolazione rispose con la consueta psicosi sugli untori: un venditore ambulante fu linciato dalla folla infuriata per aver gettato a terra delle anguille maleodoranti. Tutti i provvedimenti si rivelarono inutili e il morbo imperversò per due anni. Un’iscrizione cimiteriale del 1350 recita:

“Nell’anno del Signore 1349, quando infuriava la terribile peste, fu consacrato questo cimitero. Qui e all’interno dei confini dell’attuale proprietà del convento furono sepolti i cadaveri di più di cinquantamila defunti senza considerare i molti altri che allora fino a oggi vi sono stati sepolti. Che Dio protegga le loro anime.”

Solo nel XVI secolo Londra tornò a superare nuovamente la soglia dei cinquantamila abitanti. Per meglio contestualizzare le cifre relative ai decessi, è interessante notare come Bristol fosse all’epoca il secondo centro abitato inglese per dimensioni nonostante contasse solo dieci-ventimila abitanti!

Irlanda e Scozia non poterono gioire a lungo delle sventure del potente vicino né approfittarne della sua debolezza per colpirlo sul piano militare, perché nel 1349 la Peste Nera bussò anche alle loro porte, sebbene con minore intensità, soprattutto in Scozia, forse a causa delle temperature più rigide che inibivano il ciclo vitale delle pulci.

Nel frattempo l’epidemia aveva valicato l’arco alpino, giungendo in Ticino attraverso la Lombardia e in Austria e da lì in Baviera da Venezia e dal Tirolo. Gli scritti riportano che in Carinzia e in Stiria i campi giacevano incolti, il bestiame vagava incustodito e persino i lupi, messi in allarme dal proprio istinto, abbandonavano i propositi predatori per fuggire nei boschi. L’epidemia travolse Berna e Vienna nel 1349, poi continuò a risalire verso nord, arrivando nel 1350 fino a Lubecca, cuore pulsante della Lega Anseatica e quindi dei commerci nel Baltico e del Nord Europa in generale. Nell’area germanica la folle caccia all’untore assunse caratteristiche particolarmente inquietanti, perché terrore e pregiudizi sfociarono in persecuzioni ai danni degli ebrei (già non di rado vittime di pogrom), accusati di avvelenare i pozzi. Da una cronaca del tempo:

“Nello stesso anno, in Germania, furono cancellati dal fuoco tutti gli ebrei insieme alle loro case”

Il commercio fu fatale ai porti baltici come a quelli mediterranei: il contagio raggiunse la Prussia orientale, la Svezia e la Danimarca attraverso gli scambi con i tedeschi, mentre pare che sia giunto in Norvegia in seguito a un episodio che ricorda i capitoli iniziali del Dracula di Bram Stoker: una nave londinese alla deriva, il cui equipaggio era morto in mare, si sarebbe incagliata sulle coste davanti a Bergen e i soccorritori sarebbero stati contaminati dopo essere saliti a bordo alla ricerca di naufraghi. Terrorizzato, il sovrano della vicina Svezia ordinò che il venerdì si mangiassero solo pane acqua, ci si recasse in chiesa scalzi e si portassero le reliquie dei santi in processione attorno ai cimiteri. Nonostante questo sfoggio di zelo, la Morte Nera stese il proprio sudario anche sul suo regno e il re dovette piangere la morte di due suoi fratelli.

Le regioni sfuggite per prudenza o fortuna alla prima e più virulenta ondata, furono quasi tutte colpite da una o più delle recrudescenze verificatesi negli anni immediatamente successivi. Nuove epidemie si registrarono nei periodi 1357-62, 1369-72, 1379-80 e nel 1399-1402, solo per limitarci al XIV secolo. La peste continuò a gettare la propria ombra terrificante sulle vite degli europei nei secoli a venire, colpendo a intervalli di quindici-vent’anni almeno fino al XVII secolo. Alcune epidemie di estensione geografica più limitata mieterono vittime all’inizio del ‘700, mentre in seguito la peste colpì soprattutto in Africa e Asia, dove è presente ancora oggi, così come nei deserti del sud-ovest americano.

Come abbiamo visto, la Peste Nera fu un’epidemia di proporzioni realmente epocali, che sconvolse l’economia e la società di tutta Europa, difficile da immaginare per la nostra civiltà abituata a cordoni sanitari, protocolli dell’OMS e terapie farmacologiche di ogni tipo. Soltanto le fiction sulle zombie apocalypse vi si avvicinano. I dotti del tempo, invece, disponevano come soli strumenti della capacità di osservazione e della pura speculazione intellettuale, non di rado condizionate da pregiudizi religiosi, culturali e dottrinali. Nel prossimo approfondimento ci occuperemo proprio delle fantasiose teorie sul morbo e dei fantomatici rimedi per combatterla, oltre a gettare un occhio sulle paure millenaristiche e sul loro frutto più pittoresco: le processioni di flagellanti!

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Letture consigliate:

K. Bergdolt, La Peste Nera e la Fine del Medioevo, Piemme
P. Contamine, La guerra dei Cent’anni, Il Mulino

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