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"Valhalla" (1896) by Max Brückner.

“Valhalla” (1896) by Max Brückner.

“Io so che io pendetti dall’albero [spazzato dal] vento
per nove notti intere,
dalla lancia ferito e sacrificato a Odino,
io stesso a me stesso,
su quell’albero che nessuno sa,
da quali radici cresca.

Pane [nessuno] mi diede né corno [per bere],
in basso guardavo;
raccolsi le rune, urlando le presi,
poi caddi di lassù.”

Così, nella suggestiva traduzione di Gianna Chiesa Isnardi, recita l’Edda a proposito di come Odino si immolò a se stesso per impadronirsi dei segreti della magia. In pochi versi troviamo diversi temi per l’approfondimento di oggi: il padre degli dèi scandinavi, il suo ruolo di custode di segreti e dispensatore di portenti magici e infine l’importanza del sacrificio per ottenere conoscenza. Il tema sarebbe vastissimo, per cui ho pensato di legarlo a un passo del Trono che amo particolarmente per la sua atmosfera: il capitolo 39, in cui il Guercio si raccoglie in meditazione nel Valaskjalf, uno dei luoghi più sacri del popolo Eidr.

*** Attenzione, contiene spoiler! ***

La religione degli Eidr, come è facile intuire dato il loro retaggio vichingo, si ispira in larga parte a quella pagana norrena, derivante dalle credenze germaniche e declinata solo dopo il X secolo e in modo graduale, soprattutto nelle zone rurali, dove il culto di boschi e fonti sacre sopravvisse per secoli. L’adorazione di Cristo inizialmente si affiancò a quella delle antiche divinità, tanto che vi sono testimonianze di vichinghi nominalmente cristiani che invocavano ancora Thor prima di prendere il mare o combattere, e solo più tardi scalzò del tutto quelle precedenti, grazie anche alla sovrapposizione di alcune simbologie, per esempio quella di Mjolnir, il martello di Thor, che assunse sempre di più la forma di una croce. La convivenza di culti diversi non deve sorprendere, in quanto pare che i singoli individui non adorassero l’intero pantheon, ma piuttosto una o più divinità care a loro o alla comunità in cui vivevano, scegliendole a piacimento tra le tante. Nel corso dei secoli, tale “elasticità” portò anche alla scomparsa di alcuni culti più antichi e legati ad attività divenute meno importanti, come per esempio Ullr, arciere patrono della caccia. Un’altra conseguenza fu la sovrapposizione di alcune prerogative degli dèi: un guerriero in cerca di aiuto celeste poteva rivolgersi a Odino, invocare Tyr o persino Thor, il dio del tuono, il quale era al contempo anche un dio della fertilità, funzione che condivideva con Freyr, Freyja e Frigg. Pare che tra gli Asi non esistesse nemmeno una gerarchia ben definita e questo si può notare sia nella fonti, che talvolta citano Odino come divinità suprema e talaltra dicono faccia parte di una triade insieme a Thor e Freyr, sia nelle corrispondenze tra i nomi dei giorni della settimana: nel martedì/tysdagr/tuesday è palese il parallelismo tra gli dèi della guerra Marte e Tyr (o Tiwe in Old English), esattamente come nel venerdì/frjadagr/friday si nota quello tra Venere e la dea dell’amore e della fertilità Frigg. Le cose si fanno più complicate con il giovedì, giorno consacrato al padre degli dèi Giove, che corrisponde al thorsdagr/thursday nordeuropeo. In questo caso il nesso riguarda il ruolo di Giove e Thor come divinità del tuono, ritenuto evidentemente più importante di quello con Odino come dio padre. A quest’ultimo è invece consacrato l’odinsdagr/wednesday (passando per l’antico nome germanico Wodan)/mercoledì, il romano giorno dell’assai meno potente Mercurio, protettore di mercanti e viaggiatori nonché accompagnatore delle anime dei morti (ovvero uno psicopompo, che non è una parolaccia per descrivere un maniaco sessuale). Sebbene non fossero i suoi tratti salienti, Odino è associabile a questi ruoli: amava travestirsi da viandante e assentarsi da Asgard per muoversi tra i mortali, era signore del vento e quindi del commercio marittimo, aveva un rapporto privilegiato con i morti impiccati e si recava spesso negli inferi (non per guidare le anime, ma per interrogarle sul futuro). Odino come signore della magia e della parola si può accostare infine al Mercurio greco, Hermes, protettore dei poeti e degli oratori.

Tracciare un profilo univoco degli Asi non è semplice, proprio perché la libertà di culto e la separazione delle varie comunità vichinghe, sparse in tutto il nord Europa e talvolta originate da uomini costretti all’esilio, ha dato vita a tradizioni diverse e a personalizzazioni degli dèi tarate su misura per le esigenze dei loro adoratori. A questa ragione si possono probabilmente ascrivere gli aspetti vaghi o contraddittori delle trascrizioni giunte fino a noi e che potrebbero apparirci inspiegabilii.

Dopo questa piccola introduzione ai costumi spirituali scandinavi, veniamo al sodo e cominciamo ad analizzare il passo incriminato del Trono 🙂

All’inizio del capitolo ci si imbatte subito nelle principali licenze che mi sono preso rispetto alla realtà storica: il cambiamento di alcuni nomi, la presenza diffusa di templi e l’esistenza di una casta sacerdotale.

La casa editrice ha ritenuto che dei nomi noti avrebbero potuto compromettere l’immersione nel background, perciò mi ha chiesto di cambiarne alcuni. Ora vi spiegherò quali ho scelto e perché. Il padre degli Asi non si chiama Odino, ma Itrek, che era uno dei suoi tanti appellativi e significa “principe eccellente”. Le valchirie, creature divine che sceglievano i guerrieri sui campi di battaglia e li conducevano nel Valhalla, sono diventate le ermodi, da hermodir, “madre dell’esercito”, nome che ho coniato in riferimento al loro ruolo di protettrici dei combattenti. L’equivalente eidr del Valhalla (“aula dei prescelti”) è invece il Rekborg, da Rengbjorg, rocca degli eroi. Come vedete, i cambiamenti non sono stati arbitrari e sono frutto di un lavoro volto a rispettare il più possibile la tradizione e il ruolo delle figure mitologiche.

La seconda e la terza eccezione sono figlie di una particolarità della religione norrena ancora non del tutto chiarita. Le fonti storiche sono infatti discordi sulla diffusione di templi e sull’esistenza di una casta sacerdotale organizzata. Secondo alcune, il compito di celebrare i riti veniva spesso assunto dai leader delle comunità, interpretazione che sarebbe assecondata dagli usi dei vicini Germani, che Cesare afferma non possedere l’equivalente dei druidi celtici. Allo stesso modo, sembra che gli edifici sacri fossero pochi e che, soprattutto in tempi remoti, i luoghi di culto più comuni fossero boschetti, sorgenti, cumuli di pietre o prati, come tra i Germani e altri popoli vicini. Questo fenomeno si può forse collegare a retaggi arcaici di culti naturalistici e sciamanici (diffusi soprattutto in Finlandia, considerata dai vichinghi una terra di maghi, dove nelle campagne sopravvissero fino al XVII secolo), nei quali individui particolarmente dotati stabilivano un collegamento tra uomini e spiriti della natura. Come esempio di questo tipo di credenze si possono citare i landvættir, gli spiriti che si riteneva dimorassero in un territorio e che, se trattati con rispetto, erano benevoli i suoi occupanti. Per questo motivo era prassi smontare le polene delle navi prima di prendere terra, come fanno i compagni del Guercio nel capitolo 33: si temeva che altrimenti i landvættir sarebbero stati spaventati dai draghi, i serpenti e dagli altri animali feroci in esse raffigurati. Alcune tradizioni prescrivevano inoltre di lasciare nel cibo presso i luoghi sacri agli spiriti, uso che fu espressamente vietato in epoca cristiana per combattere il paganesimo.

In questo caso ho preferito ispirarmi ad altre fonti, come lo storico tedesco Adamo da Brema dell’XI secolo, che ci parla di grandi templi, per esempio a Uppsala, dove risiedevano sacerdoti che si occupavano dei sacrifici, sia animali che, pare, umani. Nella tradizione islandese troviamo la figura dei godar (sing. godi, sacerdote), il cui ruolo ancora una volta si fonde con quello di leader politici oltre che religiosi. I godar sono presenti nella cultura eidr proprio in questa duplice veste, servendo alla corte del re come consiglieri nell’assemblea chiamata althing, nella misura di tre godar per ognuna delle quattro regioni che formano la Federazione.

Fatta luce su analogie e differenze tra Eidr e popoli scandinavi sul piano religioso, vorrei soffermarmi sull’architettura del tempio di Itrek:

Il sancta sanctorum del Valaskjalf era il tempio vero e proprio, ubicato sulla sommità della montagna. Costruito interamente in legno, i tetti molto inclinati gli conferivano un aspetto magnifico e caratteristico: vi erano, infatti, più spioventi sovrapposti, ognuno appena più piccolo di quello sottostante, fino a formare una struttura piramidale. Dai colmi sporgevano sculture raffiguranti teste di lupi e orsi, animali sacri al dio, mentre sulla sommità dell’ultima guglia erano appollaiati enormi corvi d’argento, anneriti dalle intemperie e circondati da stormi di corvi in carne e ossa, allevati perché si riteneva fosse di buon auspicio che accompagnassero i guerrieri in battaglia.”

La forma caratteristica del tempio si ispira alle stavkirker scandinave e in particolare a quella di Borgund, in Norvegia, risalente al XII secolo. Ecco una foto di questo straordinario edificio:

Borgund stave church in Lærdal, Norway. Photograph by Nina Aldin Thune

Borgund stave church in Lærdal, Norway. Photograph by Nina Aldin Thune

Noterete che non sono presenti i doccioni a forma di testa di lupo e orso citati nel testo, né le statue dei corvi: si tratta infatti di animali legati al culto di Odino/Itrek, appartenenti a un immaginario troppo lontano da quello cristiano. Nella tradizione norrena, l’orso rappresenta una forza primordiale e indomabile, simbolo della natura selvaggia, che va allo stesso tempo combattuta e rispettata. All’orso erano votati i berserkir, i guerrieri d’elite citati nel romanzo, che scendevano in battaglia coperti di pellicce e combattevano in preda a una sorta di trance omicida.

La valenza del lupo, al contrario di quella ambivalente dell’orso, è totalmente negativa e incarna la nemesi delle forze della luce. Sarà Fenrir, un lupo mostruoso dagli occhi fiammeggianti, a uccidere Odino durante lo scontro finale del Ragnarok e saranno sempre due lupi, Skoll e Hati, a ingoiare il Sole e la Luna alla fine dei giorni, facendo piombare il mondo nell’oscurità. Ciononostante questi animali sono cari al padre degli dèi, che ne tiene due sempre con sé, e si chiamano ulfhedhnar – “casacche di lupo” – alcuni guerrieri a lui consacrati che condividono le caratteristiche dei berserkir. In futuro parleremo in maniera più specifica di questi combattenti posseduti dallo spirito animale, si tratta di un argomento affascinante che presenta analogie in altre culture.

L’ultimo animale sacro ad apparire nella descrizione è il corvo. I due esemplari d’argento sul tetto raffigurano Huginn e Muninn, rispettivamente “pensiero” e “memoria”, i quali accompagnano Odino/Itrek e fungono da messaggeri, sia per mostrare il favore del dio a chi gli dedica sacrifici, sia per osservare e riferire tutto ciò che accade nel mondo. Grazie ai legami divini e all’associazione con la guerra (forse a causa della loro presenza sui campi di battaglia per cibarsi dei cadaveri), gli scandinavi ritenevano che essere seguiti da un corvo prima di uno scontro fosse un presagio favorevole, ragion per cui al tempio ne vengono allevati interi stormi. Infine un corvo campeggia su una reliquia degli Eidr, lo stendardo chiamato Reafanii, che si rifà alla tradizione di ricamare questo volatile sulle insegne degli eserciti vichinghi, di cui esistono svariate testimonianze storiche nel periodo tra il IX e il XII secolo. La più famosa è quella sullo stendardo di Sigurd il Forte, figlio di Thorfinn Spaccacrani e conte delle Orcadi, vissuto a cavallo tra il X e l’XI secolo d.C., del quale si narrava che garantisse la vittoria in battaglia, ma al prezzo della vita di chi lo portava. Sigurd morì nella battaglia di Clontarf contro gli irlandesi del celebre eroe Brian Boru, dopo aver raccolto egli stesso la propria bandiera perché nessun alfiere era più disposto a immolarsi per lui.

È giunto il momento di entrare nel tempio e quindi, simbolicamente, eccovi una foto dell’interno della stavkirke di Borgund:

Interior of stave church Borgund, Micha L. Rieser

Interior of stave church Borgund, Micha L. Rieser

Per l’interno della struttura mi sono ispirato in parte alla chiesa e in parte alla residenza di Odino chiamata proprio Valaskjalf, rocca dei prescelti, della quale si narrava fosse rivestita interamente di metallo prezioso, con al centro un trono d’argento massiccio dal quale il padre degli Asi poteva scrutare tutto l’universo e il comportamento di ogni uomo. Ho pensato che per il suo corrispettivo tra i mortali non potesse esserci luogo migliore della cima di un monte.

La collocazione del trono nella nicchia meridionale viene spiegata nel romanzo e tali credenze corrispondono esattamente alla realtà storica. Per gli scandinavi, infatti, il nord rappresentava il coacervo di ogni male, il polo della negatività ed era abitato solo da creature malvagie come i giganti e gli spiriti dei morti. Qualsiasi segreto bisbigliato in quella direzione sarebbe caduto in pessime mani, pronte a ritorcerlo contro il malcapitato di turno. Il sud, al contrario, era la dimora della luce e del calore, dove nascevano e dimoravano i nemici delle forze del male.

Nella solitudine del Valaskjalf, il Guercio trascorre un’intera notte a riflettere, finché all’alba trova una risposta dentro di sé: la tempistica sta a simboleggiare la lotta tra il bene e il male nel suo animo, col sorgere del sole come trionfo della positività sui sentimenti meno nobili. Animato da una nuova consapevolezza, l’uomo raggiunge l’orlo del dirupo e getta via le sue armi, gesto con un duplice valore metaforico, oltre a quello dell’abiura della violenza: la cosmogonia norrena tramanda che la vita abbia avuto origine dalle gocce d’acqua cadute nell’abisso primordiale chiamato Ginnungagap e infatti il “nuovo” Guercio, che riacquista il suo vero nome, nasce dalla caduta del suo vecchio io in un baratro bagnato dalla pioggia.

In questo passo ritroviamo anche l’importanza del sacrificio della cultura nordica. Come Odino si è immolato a se stesso per apprendere la magia e si è privato di un occhio per potersi abbeverare alla fonte della conoscenza, il Guercio rinuncia alla propria identità e alla fama di condottiero in cambio della saggezza necessaria per guidare il suo popolo verso un futuro che lo veda libero dai demoni dell’odio e della vendetta.

Concentriamoci ora sull’altro grande edificio eretto sulla cima del monte, quello che ospita i berserkir:

“Vivevano tutti insieme in un’immensa sala ricca di panche e focolari, serviti da giovani scelte per la loro avvenenza, dalle quali nascevano le nuove generazioni di guerrieri sacri.”

Prima che pensiate male, vi dico subito che non si tratta di una comune o un rave party ante litteram! La grande sala è una trasposizione del Valhalla, a cui ho accennato in apertura. I vichinghi credevano che i più valorosi tra guerrieri morti in battaglia venissero scelti dalle valchirie per essere condotti in un’aula di dimensioni colossali, dotata di cinquecentoquaranta porte larghe abbastanza da permettere il passaggio simultaneo di ottocento guerrieri ciascuna. Qui i combattenti si nutrivano di un enorme cinghiale le cui carni ricrescevano ogni notte e si dissetavano con l’idromele proveniente dalle mammelle della capra Heidhrun, oltre a duellare per affinare le capacità marziali in vista dell’ultimo giorno dell’esistenza, quando avrebbero marciato fuori dalla sala per schierarsi al fianco degli dèi nella battaglia contro le forze del male.

Il ruolo rivestito dalle ancelle dei berserkir richiama ancora una volta la figura delle valchirie, le quali offrivano ai campioni di Odino il calice d’idromele come simbolo iniziatico e spesso scendevano su Midgard per diventare mogli e madri di eroi.

Si conclude così la nostra visita guidata al monte sacro degli Eidr, grazie alla quale abbiamo scoperto quanti miti e leggende si possono celare dietro a una descrizione lunga poche righe! La mitologia scandinava è un mondo vastissimo, ricco di mostri, storie e divinità che non possono non stimolare la fantasia di chiunque vi entri in contatto. È davvero un peccato che nel nostro paese sia poco conosciuta. Sappiate che tra i miei piani diabolici per la conquista del mondo c’è qualcosa in proposito…

Letture Consigliate:

Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici, Longanesi
F. Donald Logan, I vichinghi, Piemme
Ian Heath, I vichinghi, Eserciti e battaglie n.28, Ed. del Prado
Renzo Rossi, Dizionario della mitologia nordica, Vallardi
Anthony Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende, Newton Compton

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iUn esempio è dato dalle disir: queste divinità minori appaiono in alcuni casi come spiriti protettori, in altri come dèe della fecondità e delle partorienti, oppure ancora come fautrici di vendetta o, infine, come annunciatrici del destino, veste che le accomuna alle norne.

iiIl nome Reafan viene dalle cronache medievali che riportano degli scontri tra invasori vichinghi e le popolazione anglosassoni che avevano soppiantato i romani a partire dal V sec. d.C. Notate come il nome sia una sorta di ibrido tra l’impronunciabile norreno “hrafn” e l’inglese “raven”.

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