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"An alchemist in his study at night

David Ryckaert III, “An alchemist in his study at night” oil on Canvas

Buongiorno a tutti!

Eccoci al primo appuntamento con gli approfondimenti sul Trono e sui suoi legami con il nostro mondo. Oggi parleremo di alchimia, in particolare di quella orientale, a cui ho attinto per le pratiche e i rituali delle vesti nere.

 ***Attenzione, può contenere spoiler***

 “L’essenza dei cinque pianeti può dare all’uomo la vita perpetua, esentandolo dalla morte”, scriveva nel 125 a.C. l’autore del libro Huai Nan Tzu. Tali essenze sono la magnetite per Mercurio, il cinabro (solfuro di mercurio) per Marte, la malachite per Giove, l’arsenolite per Venere e il realgar (solfuro di arsenico) per Saturno. Vi ricorda qualcosa? A Yanvas immagino di sì.

Ma procediamo con ordine! Cos’è l’alchimia? Il termine deriva dall’arabo al-kymiya, pietra filosofale, etimologia che condivide con molti altri termini della disciplina, poiché sono stati gli arabi a studiarla e portarla in Europa dopo averla appresa dai testi in greco (lingua della cultura per eccellenza nell’area mediterranea, il greco s’impose in Egitto con la dominazione di Alessandro Magno prima e con la dinastia tolemaica poi), a loro volta contenenti le conoscenze dell’antico Egittoi. L’alchimia è una disciplina che si occupa dello studio e della manipolazione della materia, principalmente attraverso processi chimici, al fine di raggiungere superiori stadi di conoscenza e perfezione morale e materiale. Praticata all’incirca fino al XVII secolo, quando lo scienziato e alchimista sir Isaac Newton fu definito l’ultimo dei maghi, le sue origini si perdono tra le brume del tempo, tanto che sia in Occidente che in Oriente vi sono miti che la fanno risalire addirittura al 10000 a.C., epoca in cui, secondo le leggende, un popolo misterioso giunse tra gli uomini per tramandare i propri segreti. L’alchimista egiziano Zosimo di Panopolis, rifacendosi al testo apocrifo dell’Antico Testamento noto come Libro di Enoch, sostiene che l’arte di trasmutare i metalli ci fu insegnata addirittura da angeli scesi sulla terra e unitisi alle donne umane per generare la stirpe dei giganti conosciuti come Nefilim. Un’antica tradizione taoista cinese narra invece dei Fankuang Tzu, i Figli della Luce Riflessa, un popolo di dotti di altissima statura e vestiti con abiti lucenti. Le prove archeologiche fanno risalire la pratica alchemica almeno al VII sec. a.C. nel vicino oriente e al secolo precedente in Cina.

Per la maggior parte di noi, l’alchimia è sinonimo della trasformazione del piombo in oro e sembra ridursi a una caricatura del piccolo chimico volta all’arricchimento materiale. Orde di ciarlatani e imbroglioni hanno contribuito per secoli ad alimentare questa fama, così come agli alchimisti non è stata estranea l’accusa di praticare la magia nera. In realtà, soprattutto per indiani e cinesi, la disciplina aveva un valore spirituale e le trasmutazioni dei metalli non erano che un’allegoria del processo spirituale. L’alchimista non era solo un chimico o un mago, ma prima di tutto un filosofo che doveva ricercare l’equilibrio interiore, purificandosi proprio come, di trasmutazione in trasmutazione, portava i metalli a uno stadio d’esistenza superiore. È questo il principio che il maestro Valanios cerca di spiegare a Yanvas poco prima del rito e che Sazerom avversa, accecato dalla brama di potere e ricchezza. In rapporto alla dottrina cinese, si può affermare che Sazerom si fermi al wai tan, l’elisir esterno, ovvero l’arte nelle sue applicazioni pratiche, mentre Valanios sia un vero alchimista e insegua il nei tan, l’elisir interno. Se l’apogeo della via esterna era rappresentato dalla pietra filosofale, in grado di trasmutare i metalli vili in oro, quello della via interna era addirittura l’elisir dell’immortalità. La ricerca del nei tan si basava sulla concezione del mondo come di un cerchio in cui gli elementi si trovavano in continua e ciclica trasformazione, all’interno di un universo che era una sorta di organismo vivente influenzato dal tempo, dal rapporto tra yin e yang e dall’energia chi. Secondo tale visione, tutto era riconducibile ai cinque elementi (e non quattro come nella suddivisione aristotelica), tanto che a essi erano associati i cinque pianeti allora conosciuti (Venere influiva sul metallo, Giove sul legno, Mercurio sull’acqua, Marte sul fuoco e Saturno sulla terra) e persino i gusti: all’acqua corrispondeva il salato, al fuoco l’amaro, al legno l’acidità, al metallo l’aspro e alla terra il dolce. In un certo senso, questo aspetto della dottrina cinese ricorda i concetti della dottrina galenica, di cui parleremo in futuro, e la sua suddivisione tra caldo, freddo, secco e umido, applicabile sia alla medicina che alla cucina. Il nei tan si traduceva in un vero e proprio stile di vita comprendente tecniche respiratorie, regimi alimentari, meditazione e persino tecniche sessuali tantriche, ritenute indispensabili perché attraverso di esse si mettevano in comunione il principio femminile yin e quello maschile yang e si nutriva il cervello con nuova linfa vitale. A tal proposito, nell’opera del V sec. d.C. “Il canone dell’imperatore Giallo sull’elisir dei nove recipienti“, si trova scritto:

“Se [l’alchimista] prende la medicina [l’elisir dell’immortalità, NdA] e non raggiunge l’apice dell’arte della camera da letto, gli sarà impossibile vivere per sempre”.

Abbiamo visto come la ricerca dell’immortalità occupasse ogni momento della vita degli alchimisti orientali, ma come immaginavano che fosse? Proprio come il mercurio poteva essere raffinato sino a diventare oro, la materia grezza del corpo poteva diventare sempre più simile a quella eterea dell’anima e fondersi con essa, permettendo al sapiente di ascendere al cielo. Gli esperimenti chimici erano una trasposizione del processo interiore, secondo il famoso principio “così in alto, così in basso”. Gli immortali – detti hsien, non dissimile da isir 😉 – erano descritti come esseri piumati, che si libravano nei cieli, cavalcavano draghi e varcavano porte di stelle. Si narrava che esistesse persino un regno degli immortali, tratteggiato da Lieh Tzu nel IV sec. d.C.:

“le torri e le terrazze sono tutte d’oro e giada, le bestie e gli uccelli sono di un biancore immacolato; alberi di perla e granato crescono fittamente, generando fiori e frutti sempre succulenti e coloro che ne mangiano non muoiono e neppure invecchiano”.

Secondo altre versioni, invece, l’immortalità si acquisiva bevendo dai calici offerti ai più saggi dalle donne di giada, sorta di muse ispiratrici e protettrici che vivevano sulle montagne o dentro a grotte. Sono state queste figure a ispirarmi la dea Dasigh, i cui cinque figli sono l’incarnazione degli elementi.

Infine vorrei citare un tratto che accomunava i seguaci dell’alchimia nei vari angoli del mondo: il rispetto per la vita. I cinesi credevano che il ciclo biologico animale e vegetale non dovesse essere interrotto dagli esperimenti, principio condiviso dai loro emuli occidentali, secondo i quali un organismo deceduto era privo del balsamo vitale e doveva subire il normale processo di putrefazione. Per i dotti del passato, da Aristotele fino agli esperimenti seicenteschi di Francesco Redi, la decomposizione equivaleva a una trasformazione naturale ed era considerata foriera di vita futura, perché si credeva nella generazione spontanea, ovvero dalla possibilità che alcune creature, per esempio gli insetti, scaturissero dalla materia inanimata. Alla luce di tutto ciò potrete facilmente comprendere l’orrore di Valanios – e l’ira di Dasigh – di fronte alla prospettiva di ignorare il processo di purificazione e mettere in atto il rituale necromantico necessario per creare un isir. Una distinzione piuttosto inquietante si trova però nel pensiero di Paracelso, celebre studioso rinascimentale tedesco, secondo il quale chi (o cosa, dato che riteneva “vivi” persino i minerali) viene ucciso non è morto, ma “mortificato” e può essere riportato in vita perché il suo ciclo naturale è stato spezzato anzitempo. Sazerom e i suoi accoliti ringraziano sentitamente…

 Fatemi sapere se queste note vi hanno aiutati a capire meglio la vita e la filosofia delle vesti nere, oltre alla causa dei dissapori tra il maestro Valanios e i suoi discepoli!

 i Un esempio lampante di questa stratificazione culturale è la parola alambicco, la parte superiore dell’apparato per distillare, che viene dall’arabo al-anbiq, a sua volta derivante dal greco ambix.

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Letture Consigliate

P. Marshall, I segreti dell’alchimia, Corbaccio
M. Baigent e R. Leigh, L’elisir e la pietra, Marco Tropea
R. Tresoldi, Enciclopedia dell’esoterismo, De Vecchi
M. Battistini, Astrologia, Magia, Alchimia, Electa

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