Il ruolo del fato ne Il Trono delle Ombre

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Buongiorno a tutti! Quello di oggi è l’ultimo approfondimento dedicato al Trono, perciò ho deciso di abbandonare una volta tanto i temi storici per occuparmi di alcuni aspetti filologici e allegorici del romanzo, per darvi un’idea del tipo di lavoro svolto su questo fronte. Ci occuperemo della predestinazione e della sua influenza sulle scelte narrative, oltre ad analizzare il valore simbolico della montagna nell’opera e le motivazioni che mi hanno spinto a scegliere l’ippogrifo come stemma dell’Impero Colviano.

Le norne decretano il fato di un neonato, Johannes Gehrts, 1899

Le norne decretano il fato di un neonato, Johannes Gehrts, 1899

“E tu, Melkor, ti avvederai che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più remota fonte in me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto, perché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio strumento”

Non potrebbe esserci incipit migliore di questo brano del Silmarillion per cominciare a parlare del primo tema! Le opere di Tolkien trasudano studi filologici sulle civiltà del nord Europa, per cui è inevitabile che il fato rivesta un ruolo cruciale, seppure affiorino anche influssi cristiani, come puntualizzò l’autore stesso. La predestinazione era un pilastro della mentalità e del folklore degli antichi germani e dei norreni, abbracciava l’esistenza nel suo complesso, dalla vita dell’uomo al destino ultimo del cosmo. Secondo tale visione, tutti gli accadimenti erano preordinati da una forza superiore a quella degli dèi stessi, che anzi vi erano assoggettati come i mortali. Ogni singolo atto o fatto era una tessera di un mosaico più ampio, destinato a manifestarsi nella sua interezza soltanto alla fine dei tempi, quando era previsto un ciclo di distruzione e rinascita con un nuovo equilibrio. Il fato tendeva infatti a preservare in qualche modo gli equilibri cosmici, assicurando tramite la propria influenza che né il bene né il male potessero prevalere sul lungo termine, ma anzi si annichilissero l’un l’altro. È in quest’ottica, per esempio, che bisogna inquadrare il ruolo apparentemente schizofrenico di Loki, divinità del pantheon norreno ora impegnata ad aiutare gli Asi, ora a ostacolarli o persino a combatterli apertamente. Loki aiuta Thor a recuperare il martello Mjollnir quando gli viene rubato da un gigante ed è fratello di sangue di Odino, eppure non esita a far uccidere Baldr, il più buono e saggio tra gli asgardiani; è padre dei demoni più feroci e nella battaglia finale guida insieme a Surtr le forze del male contro gli Asi. Sembra che non vi sia logica nelle sue azioni, invece egli è lo strumento principe del destino: se non aiutasse Thor a recuperare la sua arma, il dio del tuono sarebbe inerme nella battaglia contro la Serpe di Midgard, figlia di Loki stesso; se non provocasse la morte di Baldr, questi non potrebbe tornare tra i vivi dopo il Ragnarok per guidare gli dèi della nuova era. Loki è quindi un portatore di caos nell’immediato, ma assicura l’equilibrio ultimo delle cose affinché il cerchio possa chiudersi e sia possibile una rinascita dalle ceneri del vecchio mondo. Prese una per una le sue azioni sono incoerenti, mentre la visione d’insieme rende manifesto il disegno del destino. A mio avviso, si possono riscontrare delle somiglianze con il ruolo di Gollum/Smeagol ne Il Signore degli Anelli, dato che l’hobbit corrotto oscilla tra il bene e il male, per poi rivelarsi strumento decisivo del fato quando mozza il dito a Frodo e precipita nel vulcano, proprio nel momento in cui il portatore dell’Anello soccombe al male e decide di tenerlo per sé anziché distruggerlo. La predestinazione, veicolata tramite la maledizione di Morgoth/Melkor, risulta evidente anche in un’altra opera di Tolkien, I Figli di Húrin. In questo libro, pubblicato postumo dal figlio Christopher a partire dalle bozze del padre, Túrin deve portare avanti un’incessante lotta contro le forze del male, avvitandosi in una tragedia senza fine a dispetto di tutti i suoi sforzi. Gli struggimenti e la volontà di Túrin e di sua sorella Nienor sono insignificanti a fronte della spietata forza dei meccanismi del fato, non c’è nulla che possano fare per rovesciare quanto stabilito per loro. La maledizione di Morgoth che affligge i due giovani sin dalla nascita ricorda il mito delle norne, divinità norrene appartenti a diverse razze: alla stirpe asgardiana degli Asi, a quella umana e anche a quella elfica, che recavano delle rune magiche incise sulle unghie e, come le moire e le parche della tradizione mediterranea, stabilivano il destino di uomini e dèi. Le più famose erano Urdr, Verdandi e Skuldi, che dimoravano presso l’Urdbrunnur, la Fonte del Destino, e accudivano l’albero cosmico Yggdrasill. Soprattutto tra i germani, la cui religione era una forma più primitiva di quella norrena, si credeva che esse apparissero alla nascita per predire il destino dell’infante. La predestinazione spiega anche perché si desse tanta importanza ai vaticini (persino Odino, il padre degli dèi scandinavi, vi fa spesso ricorso benché sia descritto come onnisciente): se il destino era stabilito a priori, nessuna azione avrebbe potuto mutarlo e quindi conoscerlo forniva tutte le risposte possibili, non solo degli scenari da evitare o da agevolare. Un corollario di questa concezione dell’esistenza era l’interpretazione nordica della fortuna: non si trattava di un capriccio del caso, ma di una vera e propria caratteristica che gli dèi – o il fato, a seconda delle tradizioni – elargivano a un personaggio e alla sua stirpe, in ragione del compito loro spettante nel disegno complessivo del cosmo. Un capo che si dimostrava oggetto della benevolenza divina doveva per forza essere destinato a grandi cose e perciò andava assecondato e obbedito ciecamente, anche se magari si trattava di un giovane privo di esperienza. Una caratteristica dei germani rispetto ai latini, infatti, era di dare maggiore enfasi all’anzianità e al valore della stirpe piuttosto che a quella dell’individuo, dato che si presumeva che questa passasse di generazione in generazione. Ecco perché mentre a Roma era importante il consenso del Senato (originariamente l’assemblea degli anziani) e le cariche più importanti richiedevano un determinato cursus honorum, tra i germani potevano assurgere alla guida di interi popoli dei guerrieri poco più che adolescenti. Nella nostra cultura la predestinazione ha invece scarsa rilevanza, se non come manifestazione di superstizione e fatalismo quando si afferma che un accadimento “era destino” di fronte a strane coincidenze. Ciò è dovuto al contrasto con le dottrine del libero arbitrio e della divina provvidenza propugnate dalla Chiesa, che si è battuta con vigore per sradicarla, in particolare dopo la Controriforma, aizzando l’Inquisizione contro chiunque la predicasse, dato che rientrava tra le convinzioni di Lutero e di altri protestanti. Non credo sia un caso che essa abbia attecchito nelle dottrine dei cristiani del nord Europa, dove era ancora forte l’influenza delle antiche convinzioni pagane. Ci sarebbero delle interessanti riflessioni da fare sulle ripercussioni sociali dei diversi approcci culturali in materia, soprattutto nel rapporto tra Stato e individuo e tra diritti e doveri! Esulano dallo scopo del blog per cui non le tratterò, ma vi invito a meditarci sopra.
Per quanto concerne il romanzo, ho scelto di sposare la predestinazione perché mi affascina il concetto di un enorme mosaico che prende forma giorno dopo giorno, in cui ogni azione va collocata su più livelli temporali e causali, sia sul piano del singolo e della sua vita, sia del ruolo che riveste nell’equilibrio complessivo della saga e del suo mondo. È una visione che asseconda la mia passione per la lettura della Storia come una concatenazione di cause ed effetti e della geopolitica come un grande gioco di pesi e contrappesi. Per questo ho scelto di non esplicitare, se non in minima parte, i processi psicologici dei personaggi, riservando maggiore spazio alle radici dei conflitti e ai meccanismi politici che regolano la vita dell’Impero e degli stati limitrofi sul piano “macro”. Oltre alle motivazioni filosofiche, hanno influito anche i miei gusti come lettore: prediligo opere in cui siano le azioni e le sfumature a far trasparire lo stato d’animo dei protagonisti, senza paginate di prevedibili elucubrazioni da flusso di coscienza novecentesco. Comunque sia, più di un lettore mi ha fatto notare che avrebbe preferito maggiore trasparenza in tal senso, perciò in futuro sarò meno ermetico sull’interiorità dei miei personaggi, anche per evitare sospetti sul fatto che la caratterizzazione psicologica non sia presente perché trascurata.

Il versante settentrionale della Croda da Lago fotografato dalla zona delle Cinque Torri, foto di Nicolò Miana

Il versante settentrionale della Croda da Lago fotografato dalla zona delle Cinque Torri, foto di Nicolò Miana

“Sulla cima di una vetta senza nome, Yanvas strinse a lungo il dono di Sylia. Meditò per ore, mentre la tormenta accumulava la neve contro la sua sagoma immobile. Infine sciolse il laccio di seta e lasciò che il vento spazzasse via ogni ricordo dell’unica donna che avesse amato veramente. Quello di Sylia era uno spettro che si stava lasciando alle spalle insieme al suo ultimo barlume di umanità, sostituito da altre presenze molto più sinistre.”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 34]

Passiamo al secondo tema di oggi, le valenze simboliche della montagna nel romanzo! Tra i vari scenari ho scelto questo perché mi è caro, dato che nel Trono ho descritto i colori, i profumi e i panorami dei boschi e delle montagne della mia zona, pur con qualche modifica (soprattutto di natura geologica, dato che altri tipi di rocce mi offrivano maggiori opportunità in termini di risorse minerarie). La montagna ha sempre suscitato emozioni contrastanti nell’uomo, dal fascino per la manifestazione di forza della Terra (o degli dèi), alla soggezione verso una regione misteriosa e  talvolta invalicabile. Bisogna tenere conto che l’alpinismo come sfida ed esplorazione delle cime è nato solo alla fine del XVIII secolo, mentre prima la conoscenza dell’uomo si limitava alle zone più accessibili, oggetto delle attività agro-silvo-pastorali tipiche dell’economia rurale. Per giunta parliamo di epoche in cui la maggior parte delle persone si muoveva in un raggio di pochissimi chilometri nel corso di tutta la propria vita! I sacerdoti di alcune religioni, in particolare gli sciamani, invece vi si recavano a cercare visioni e quindi raggiungevano località più remote, ma avevano tutto l’interesse ad accrescere il misticismo che avvolgeva le cime. Le alture erano infatti il luogo d’eccellenza per l’incontro tra cielo e terra, una sorta di unione dei principi maschili e femminili, pertanto si riteneva che permettessero di avvicinarsi maggiormente agli dèi. Questo non solo nelle religioni sciamaniche, per esempio quella dei mongoli cui abbiamo accennato la settimana scorsa, ma anche in quelle classiche. Non è un caso che il monte Olimpo fosse ritenuto la dimora delle divinità greche. Nelle culture del Nord esse ospitavano creature mostruose e malvagie come i giganti e i nani, legati gli uni agli aspetti più primitivi e selvaggi della natura, gli altri al mistero celato nelle viscere della terra, di cui la montagna era la manifestazione più imponente. Le zone montuose hanno rappresentato spesso un limite naturale per i popoli antichi: al di là di esse c’era l’ignoto o, peggio, nemici sbucati dal nulla che potevano riversarsi attraverso i valichi per seminare morte e distruzione. La montagna segnava il confine tra la sicurezza e la paura (anche solo del diverso), non deve quindi sorprendere che questa valenza sia stata estesa a quello tra l’ordinario e il sovrannaturale. Da qui il fiorire di leggende sui vari mostri che ne popolavano gli anfratti, pensiamo all’om selvarech o alle anguane, ai quali ho dedicato l’approfondimento sulle origini degli Uomini Bestia (potete trovarlo qui), oppure alle leggende sugli ingressi degli inferi o sugli spiriti che dimoravano nelle grotte. Se scalare una montagna significava avvicinarsi al divino, scendere nelle sue profondità equivaleva a esplorare gli aspetti più misteriosi dell’esistenza, perciò nel mito divenne un’allegoria del viaggio alla ricerca di se stessi. L’eroe che sfida l’ignoto, entrando nell’antro del mostro e inoltrandosi nelle tenebre, simboleggia la ricerca interiore, la determinazione a vincere paure e incertezze per purificare l’anima e fare luce sulla reale natura dell’uomo. Il mostro, orco o drago che sia, incarna i demoni che si agitano dentro di noi, che devono essere sconfitti prima di impossessarsi del tesoro, il quale a sua volta è un’allegoria dell’arricchimento interiore derivante dall’essersi affrancati dagli aspetti più meschini dell’esistenza. Secondo alcuni studiosi, a tutto ciò si sovrappone la visione della cavità nella montagna come di un secondo grembo materno, dal quale l’eroe rinasce una volta approdato a un livello superiore di conoscenza. Attingiamo ancora una volta a Tolkienii e pensiamo a uno dei passaggi a mio avviso più suggestivi de Il Signore degli Anelli, la traversata di Moria. La neonata Compagnia dell’Anello viene respinta dalla forza della natura e rinuncia a valicare il Caradhras, per cui deve ripiegare su una via sotterranea e quasi dimenticata, attraverso le sale in rovina dell’antico regno nanico di Khazad-Dum. Lo si può interpretare come il destino che impedisce alla Compagnia di oltrepassare i propri limiti per spingerla ad esplorarli. Nel corso del viaggio sotterraneo, l’ingenuità di Pipino desta orde di nemici, fino allo scontro tra Gandalf e il Balrog, nel quale entrambi precipitano nel vuoto e sono dati per morti. La Compagnia ne riemerge provata, orfana della guida che rappresentava una sorta di padre, e deve ritrovare una propria coesione, un’autonomia d’azione e pensiero di cui prima era priva (infatti poi il male riuscirà a corrompere Boromir). Percorrere l’abisso è quasi una metafora della crescita, con la Compagnia che vi entra tenuta per mano e ne esce vacillante, indipendente come un giovane adulto, consapevole di poter sconfiggere i nemici se resta unita e della necessità di non agire più in modo avventato, perdendo la spensieratezza che ha causato l’attacco dei goblin. Lo scontro con il Balrog richiede il sacrificio di Gandalf, il quale viene a sua volta purificato dallo scontro, come simboleggia il successivo passaggio dal grigio al bianco. Ricerca (o anche solo la “cerca” di arturiana memoria), scontro con i propri demoni e superamento dei limiti, gli ingredienti del mito ci sono tutti. E nel Trono? Vorrei soffermarmi in particolare su due scene, quella delle visioni di Yanvas mentre bivacca nell’Helgrind con le vesti nere, e quella in cui si separa dal pegno di Sylia. Nella caverna dell’Helgrind, ispirata a quella che secondo i norreni ospitava un sentiero infestato dalle anime di stregoni e veggenti, Yanvas entra in contatto con il lato più oscuro della sua nuova natura, il legame con il mondo dei morti. Al contrario degli eroi del mito, però, non è ancora pronto ad affrontare o almeno a domare i propri demoni, per questo in un primo momento li rifiuta e poi sceglie la fuga verso la superficie, limitandosi a negare ciò che ha percepito nella grotta e quindi, metaforicamente, dentro di sé. La seconda scena invece si svolge su una cima, perché il percorso attraverso le montagne ha permesso all’isir di portare a termine un processo di elaborazione interiore troppo a lungo rimandato. Ha ottenuto vendetta per i torti subiti, ma nel farlo è stato consumato dall’odio e ha dovuto sporcarsi le mani con il sangue delle persone a lui più care, perciò l’interminabile marcia attraverso le montagne gli ha fornito l’occasione per meditare, per accettare la natura maledetta di isir e gli spettri che si porta dentro, oltre a quelli che lo circondano. È questo processo di maturazione a far sì che possa lasciarsi parte del vecchio Yanvas alle spalle e che cominci a pianificare una nuova esistenza, nella quale trarre vantaggio dal suo potere, anziché rimpiangerne il prezzo. Gettare via il pegno di Sylia è una metafora della rinuncia all’umanità, e per farlo Yanvas si porta il più vicino possibile agli dèi, perché da quel momento sente di avere più in comune con l’ultraterreno che con i mortali. Se ci fate caso, la parabola del legato colviano s’interrompe poco sotto una cima, perché da semplice uomo non potrà mai arrivare al vertice, mentre quella dell’isir prende l’avvio proprio da una posizione dominante che in precedenza gli era stata negata. Ancora una volta, un cerchio si chiude.

Ruggero salva Angelica, illustrazione di Gustave Doré per l'Orlando Furioso

Ruggero salva Angelica, illustrazione di Gustave Doré per l’Orlando Furioso

“Non è finto il destrier, ma naturale,
ch’una giumenta generò d’un grifo:
simile al padre avea la piuma e l’ale,
li piedi anteriori, il capo e il grifo;
in tutte l’altre membra parea quale
era la madre, e chiamasi ippogrifo;
che nei monti Rifei vengon, ma rari,
molto di là dagli aghiacciati mari.”
[Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto IV]

Veniamo ora al terzo e ultimo tema di oggi, una piccola curiosità: la scelta dell’ippogrifo come stemma dell’Impero Colviano. Mentre per l’araldica eidr ho attinto alla tradizione norrena e per altre nazioni mi sono basato sulla loro cultura di riferimento o sulla loro storia, per l’Impero volevo qualcosa di ancora più particolare, alla luce del suo ruolo preponderante. Data l’impronta romana, le insegne avrebbero beneficiato della presenza di un rapace fantasy che ne richiamasse le aquile, ma preferivo evitare i grifoni, affascinanti quanto abusati. A quel punto mi è venuta in aiuto la letteratura italiana, perché mi sono ricordato di un mostro nato non dai miti dell’antichità, ma dalla fantasia dell’Ariosto: l’accoppiamento improbabile tra un grifone e un cavallo. Dico improbabile perché in passato si riteneva che i due animali fossero nemici naturali, aspetto che si adattava al mio desiderio di sposare la ricerca storica per il background con la libertà e l’inventiva del fantasy, elementi in apparente antitesi. Nel mio caso, l’influenza della Storia e delle meccaniche geopolitiche rappresentava il cavallo: sicuro, affidabile e con i piedi per terra, mentre lo slancio fantastico si librava senza costrizioni nelle vesti del grifone. Il fatto che la descrizione letteraria della creatura venisse da un autore italiano mi ha convinto ancora di più, proprio perché, con questo tipo di approccio, speravo di portare qualcosa di un po’ diverso nel panorama nostrano di un genere ancora guardato con sufficienza persino in ambito editoriale.

Anche l’ultimo approfondimento è giunto alla fine! Spero che in questi mesi abbiate trovato nuove chiavi di lettura per il Trono e soprattutto la voglia di approfondire alcuni dei temi proposti, per iniziare un percorso tra le pagine della Storia a caccia degli insegnamenti e dei moniti che celano. Da parte mia vi ringrazio per avermi seguito, sono molto contento di come le visite giornaliere siano cresciute costantemente fino a decuplicarsi rispetto agli esordi, perciò mi auguro che ci ritroveremo presto per parlare di un nuovo romanzo! :)

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i Rispettivamente “Destino”, “Ciò che diviene” e “Debito/Colpa”.

ii Mi riferisco sempre a lui perché le sue opere incarnano indiscutibilmente il fantasy come rielaborazione del mito, a differenza dei tòpoi letterari degenerati in cliché in seguito all’abuso commerciale – e spesso ignaro delle origini e dei significati – tipico dei decenni successivi.

I Khaztan e i guerrieri delle steppe

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Buongiorno a tutti e ben ritrovati! Oggi parleremo dei Khaztan, i famigerati guerrieri delle steppe sulla cui sconfitta Drelmyn Marvilien ha costruito la propria carriera politica. Come avrete intuito leggendo il Trono, i Khaztan si ispirano ai popoli nomadi dell’Asia centrale e soprattutto ai mongoli del XIII secolo, famosi per le conquiste di Gengis Khani. Cavalcando al loro fianco, li seguiremo dalla Cina alle pianure ungheresi, dal gelo di Novgorod alla canicola di Baghdad, e attraverseremo i secoli dal tardo impero romano al Novecento, a caccia degli ultimi lasciti di questi straordinari guerrieri.

Arcieri a cavallo tartari si scontrano con lancieri cosacchi, Jozef Brandt, 1890

Arcieri a cavallo tatari si scontrano con lancieri cosacchi, Jozef Brandt, 1890

“La migliore fortuna di un uomo è cacciare e sconfiggere il nemico, impadronirsi di tutte le sue ricchezze, lasciare gementi e piangenti le sue spose, cavalcare i suoi castroni e usare il corpo delle sue donne come veste da notte e come sostegno.”

Se siete appassionati di film fantasy, questa citazione vi ricorderà sicuramente una memorabile battuta di Schwarzenegger nei panni di Conan il Barbaro, ma non si tratta di un colpo di genio dello sceneggiatore. Non vi ho ripetuto più volte che ormai s’inventa ben poco? Queste parole infatti furono pronunciate da Gengis Khan, il condottiero nomade più famoso e temuto assieme ad Attila e Tamerlano! La nostra civiltà tende a fare poche distinzioni in proposito, accomunando la miriade di popoli diversi in nome dello stile di vita simile, ma questo va ascritto in massima parte alle differenze culturali tra gli europei e degli invasori che essi non erano in grado di capire né di fermare, più che a un’effettiva uniformità da parte di questi ultimi, che anzi non di rado erano o erano stati feroci avversari. La demonizzazione del diverso si sommò a quella del nemico, poiché la maggior parte delle nostre fonti storiografiche fu testimone delle distruzioni perpetrate sulla soglia dell’Europa, ma non dei progressi seguiti alle guerre nel cuore dell’Asia, dei quali comunque beneficiò l’intero commercio mondiale. Come sempre quando si trattava di “barbari”, le cifre sui massacri e la gratuità delle distruzioni furono esagerate per fare gioco alle idee di chi scriveva, poiché sminuivano l’onta delle sconfitte ed enfatizzavano la grandezza delle poche vittorie. Nacquero persino vere e proprie leggende su fatti lontani e assai vaghi: i trionfi mongoli sugli eserciti musulmani fecero credere ai crociati che il fantomatico Prete Gianni stesse marciando loro incontro dalle Indie, deciso a stringere il Califfato islamico in una morsa letale. Un secolo più tardi, il sanguinario Tamerlano divenne inviso persino alle fonti musulmane perché, anziché volgere le armi soltanto verso gli infedeli, combatté a lungo contro i propri correligionari.
Del resto il conflitto tra popoli nomadi, cacciatori e allevatori, e i popoli sedentari dediti all’agricoltura è antichissimo e insito negli opposti modi di vivere, l’uno incentrato sullo spazio, l’altro sul tempo. Credo non sia un caso che tra i danni arrecati dalle orde si annoveri la distruzione dei sistemi d’irrigazione dei popoli circostanti, in buona parte mai più ripristinati. Alcuni storici ritengono che lo sviluppo di una cultura guerriera sia implicito nelle pratiche dettate dalla pastorizia, poiché essa richiede di imparare a dominare il gregge, raggrupparlo, sospingerlo nella direzione voluta, identificare gli esemplari più deboli e, quando necessario, tagliarli fuori dal grosso del branco per ucciderli in maniera efficiente. In pratica accerchiare, aggirare o dividere il nemico, scoprirne i punti deboli e colpirli in modo spietato, tattiche indispensabili per armate manovriere come quelle basate dapprima sui carri da guerra e successivamente sui cavalli (i primi esemplari erano troppo deboli per portare in groppa un guerriero). La mobilità superiore rispetto al nemico si traduceva nella possibilità di tenersi lontani dalla mischia, perciò l’arma d’elezione per i popoli delle steppe divenne lo strumento con cui cacciavano: l’arco. La necessità di una grande potenza unita a dimensioni contenute portò alla nascita, già nel II millennio a.C., dell’arco composito. Si trattava di armi in cui al legno si aggiungevano strati contrapposti di fasci di tendini e lamine di corno, incollati con una mistura ottenuta bollendo tendini, pelle, lische e squame di pesce, che impiegava più di un anno per seccarsi. Questa particolare struttura era in grado di sviluppare una potenza paragonabile a quella degli archi lunghi comparsi in Europa quasi tremila anni dopo! Manovrabilità e letalità degli arcieri a cavallo furono i pilastri su cui tutti gli eserciti dell’Asia centrale costruirono le proprie fortune, dai cimmeri e dagli sciti che misero in ginocchio l’impero assiro nel VII secolo a.C., ai mongoli che conquistarono mezzo mondo nel XIII d.C.. Le tattiche si raffinarono, ma non cambiarono in maniera sostanziale: gli unni di Attilaii attaccavano schierati in un’ampia mezzaluna ed erano abilissimi a fingere di andare in rotta, per poi scatenare una letale pioggia di frecce sugli inseguitori, e lo stesso facevano i mongoli otto secoli più tardi, con il medesimo successo. Al riguardo considero le armate timuridi quasi un discorso a parte perché, sebbene all’inizio Tamerlano abbia combattuto in maniera tradizionale, in seguito diede vita a un apparato militare variegato, formato da reparti specializzati delle innumerevoli terre sotto il suo dominio (compresi gli elefanti da guerra indiani), e non disdegnò l’uso estensivo di fanteria e di campi trincerati per ostacolare gli avversari. Inoltre Timuriii superò la consueta suddivisione dell’armata in tre parti e ne adottò una molto più complessa e modulare, come vedremo poi.

La carovana di Marco Polo percorre la Via della Seta, illustrazione del 1375

La carovana di Marco Polo percorre la Via della Seta, illustrazione del 1375

“Quanto alla popolazione, [al-Sara] comprende diverse comunità: quella dei mongoli, ovvero gli indigeni al potere, alcuni dei quali professano la religione musulmana, quella degli osseti, che sono musulmani, e poi quelle dei Qipchiaq, dei circassi, dei russi e dei bizantini, che sono tutti cristiani. Ogni comunità abita in quartiere proprio ove hanno sede i suoi mercati, mentre gli stranieri originari dei due Iraq, dell’Egitto, della Siria e di altri paesi, e anche i mercanti, abitano in un quartiere circondato da mura per proteggere le merci di questi ultimi.”
[Ibn Battuta, I Viaggi]

Abbiamo visto quali fossero le similitudini nel modo di combattere, ma quali erano le differenze? Moltissime! L’Asia centrale era un calderone ribollente nel quale si riversavano influenze da ogni angolo del mondo e dove s’incontravano numerose etnie. Vi erano popoli iranici, turchi, mongoli, ugro-finnici, cinesi e altri ancora, tutti divisi in tribù in lotta tra loro e con tutti gli altri: merkiti, sarmati, sogdiani, keraiti, uiguri, tanguti, selgiuchidi, tatari (per lungo tempo confusi con i mongoli stessi), manguti, bulgari, avari, alani, peceneghi e mille altri. Nel VII secolo d.C. persino i tibetani spinsero le loro conquiste fino a quest’area. Le religioni praticate erano innumerevoli e il proselitismo religioso era incessante, con una concorrenza spietata tra i vari missionari (gli inviati del Papa si lamentarono spesso dell’intraprendenza dei loro omologhi nestoriani): buddisti, musulmani, cristiani nestoriani, cattolici, zoroastriani, manichei, taoisti e culti sciamanici convissero per secoli nelle città lungo la Via della Seta. Pochi aneddoti possono valere più di molte parole: Gengis Khan credeva nelle pratiche sciamaniche degli antenati, eppure da vecchio amava dissertare di teologia con il dotto taoista cinese Qiu Chuji, con gli ulema musulmani delle città che visitava e con Yeluchucai, un mongolo buddista di cultura cinese. I suoi burocrati più fidati e gli scribi di corte erano uiguri, gli esattori delle tasse musulmani arabi e corasmiani e i maestri di tecniche d’assedio erano cinesi. Sembra una barzelletta, invece è la prova dell’apertura mentale e della capacità di questo condottiero di scegliere quanto di meglio ogni civiltà potesse offrire a lui e al suo impero.
Spesso i nomadi ci vengono descritti come barbari cenciosi, che facevano frollare la carne sotto la sella e partivano alla carica urlando come indemoniati, assetati di sangue per il puro piacere di uccidere, oppure come dei sempliciotti da ammansire con scaltrezza. Non è così. Attila, per esempio, non risparmiò l’Italia per intercessione di papa Leone I, quanto piuttosto perché di fronte a sé aveva una terra in cui la carestia aveva lasciato poco da saccheggiare, i suoi uomini erano piagati da un’epidemia e perché una spedizione dell’Impero Romano d’Oriente minacciava i suoi possedimenti ungheresi. Si trattò di calcolo politico, non del capriccio di un cavernicolo irretito dalle preghiere.
Le differenze tra i vari popoli si estrinsecavano sia nei piccoli dettagli della vita quotidiana sia nelle questioni strategiche: unni, turcomanni e la maggior parte delle tribù combattevano durante la bella stagione, invece i mongoli attaccavano in pieno inverno (persino in Russia, dove furono gli unici a non soccombere al gelo), quando i fiumi e i laghi ghiacciati si trasformavano strade, e si ritiravano con il disgelo, dato che il fango impediva di manovrare in maniera efficace. Gli eserciti timuridi costruivano bagni negli accampamenti, in modo che i soldati potessero compiere le abluzioni prescritte dal Corano, mentre i mongoli punivano in maniera severissima chiunque si lavasse in un corso d’acqua o vi urinasse dentro. Per loro l’acqua dei fiumi era un bene prezioso, usarlo per l’igiene personale era folle. Non a caso le fonti sono unanimi nel descrivere l’odore rivoltante dei mongoli, aggravato dall’abitudine di pulirsi le mani sui gambali dopo ogni pasto.

Lancieri della cavalleria pesante mongola, XIII-XIV secolo. Notare le armature lamellari

Lancieri della cavalleria pesante mongola, XIII-XIV secolo. Notare le armature lamellari

“Colui che desidera abbracciare la sposa della regalità, deve baciarla attraverso il filo tagliente della spada.”
[Tamerlano]

È un errore frequente ritenerli primitivi solo perché rozzi, quando in realtà erano guerrieri efficientissimi. Oltre all’arco composito, utilizzavano selle con struttura in legno e un’altra invenzione probabilmente di origine cinese, la staffa metallica. Nel mondo del Trono, questi finimenti hanno avuto origine nelle terre del Darulab e da lì si sono diffusi in seguito all’esodo della popolazione: prima ad Ailearth, non a caso dotata di una temibile cavalleria pesante, e poi tra i Khaztan, loro confinanti nell’impero rifondato a nord del Mare del Serpente. La staffa metallica garantiva agli arcieri a cavallo un equilibrio più stabile, lasciandoli liberi di usare le mani per scoccare frecce, e, unita all’arcioneiv, aumentò l’efficacia della cavalleria pesante, perché consentì il passaggio dalla lancia impugnata a quella imbracciata, tecnica con cui i cavalieri potevano scaricare sul bersaglio tutta la loro forza d’urto. La sella rigida e la staffa metallica furono introdotte in Europa proprio dagli Avari nel VI-VII secolo e alcuni storici ritengono che questo evento rappresenti una pietra fondante del sistema feudale, perché l’affermazione della “shock cavalry” come arma predominante spinse alla nascita di una casta di guerrieri di professione e all’assegnazione delle terre necessarie per mantenere armi e destrieri.
Le orde mongole erano in grado di avanzare per oltre cento chilometri al giorno per settimane, praticamente senza mai scendere di sella. Ogni guerriero portava con sé tre o quattro cavalli da montare a turno, in modo che fossero sempre freschi. Si nutriva con pappa di miglio, carne essiccata e con circa due litri al giorno di una specie di yogurt, ottenuto versando acqua sul latte cagliato in polvere. Veniva preparato ogni mattina, prima di porre l’otre sotto la sella in modo che la bevanda si mescolasse durante la marcia. Quando le esigenze belliche non permettevano nemmeno questo, i mongoli incidevano il collo del proprio cavallo e ne succhiavano il sangue. Pare che mangiassero persino i pidocchi trovati nella barba e, in casi estremi, i propri morti (questa potrebbe essere un’invenzione delle cronache straniere, non la prenderei come oro colato). Non temevano il freddo, anzi erano in grado affrontare il gelo dell’inverno russo coperti solo da un paio di pellicce, indossate una con il pelo verso l’interno e l’altra verso l’esterno, per massimizzare l’isolamento. I capi indossavano pelli di lupo, orso o animali pregiati come lo zibellino, mentre i guerrieri più umili si accontentavano delle pelli di cani e lepri. Se l’obbiettivo si trovava oltre una regione desertica, si dividevano in gruppi più piccoli che seguivano itinerari diversi, oppure partivano a intervalli di tempo tali da non prosciugare le oasi lungo la strada. Ogni soldato mongolo portava con sé due archi di diverse dimensioni, a seconda della distanza d’ingaggio del nemico, e svariati tipi di frecce: più leggere con punta sottile per i tiri a lungo raggio, oppure più pesanti e con punta a cuspide per quelli a breve distanza o contro bersagli meglio protetti. Tra i soldati timuridi era diffuso anche un terzo tipo di dardo, che produceva un sibilo durante il volo e per questo era utilizzato per lanciare messaggi o per gettare nel panico i bersagli. Si trattava di professionisti della guerra, inquadrati in una gerarchia simile a quella moderna. I segnali per trasmettere gli ordini venivano dati tramite insegne, i tugh di ossa di pecora e code di yak, oppure con lanterne se era buio, o ancora con enormi tamburi trasportati in groppa a cammelli battriani. Le unità erano organizzate su base decimale, in modo che ognuno dovesse rendere conto solo al proprio superiore diretto e che nessun ufficiale dovesse mai occuparsi di più di dieci uomini, soglia giudicata ancora oggi prossima al limite di quante persone si possano controllare con efficacia sotto stress. Dieci cavalieri formavano un arban; dieci arban costituivano uno jagun, dieci jagun un minghan e dieci minghan davano origine a un tumen di diecimila cavalieri, la singola unità più grande impiegata dai mongoli. Mutatis mutandisv, tale suddivisione non si discosta da quella attuale, ovvero squadra, plotone, compagnia, battaglione, reggimento, brigata, divisione. La disciplina era ferrea e la resa non era contemplata. Se uno o più membri di un arban si arrendevano o fuggivano, tutta l’unità veniva giustiziata per punizione; se a fuggire erano uno o più arban, l’intero jagun veniva passato per le armi. Se alcuni guerrieri si lanciavano all’assalto e gli altri esitavano a seguirli, questi venivano messi a morte. Le minime infrazioni venivano punite con un numero crescente di bastonate e, nel caso della guardia scelta del Khan, dopo la terza si andava incontro all’esilio. Anche fermarsi a fare bottino durante la battaglia era passibile di morte. Insomma i mongoli si premuravano di cancellare due tratti salienti della guerra tribale, la tendenza a fuggire di fronte alle prime perdite e quella a fare bottino per arricchirsi a scapito degli altri. L’altra caratteristica delle società tribali, ovvero l’avversione alla guerra di sterminio per ragioni demografiche, invece era scomparsa da molto tempo. La steppa era un ambiente duro, dalle condizioni estreme, e le genti che la popolavano applicavano il principio mors tua, vita mea. Per esempio, sebbene per i mongoli bere e mangiare molto fosse segno di forza e le loro sbronze a base di kumyssvi fossero leggendarie, gettare via un osso con ancora della carne attaccata era una grave offesa, perché si insultava la generosità dell’ospite sprecandone il cibo. Pare che presso alcune tribù i bambini dovessero persino contendere gli avanzi ai cani, per insegnare loro fin da subito quanto fosse dura la vita. Non sorprende quindi che le orde non si facessero scrupoli nel versare fiumi di sangue pur di prevalere. La lealtà nella steppa era merce rara, perciò schiacciare il nemico era più sicuro che covare delle possibili serpi in seno. Gengis Khan discendeva da sovrani e capi, eppure dovette partire dal nulla perché alla morte di suo padre quasi tutti gli alleati lo abbandonarono, lasciandolo in miseria. Era ancora un ragazzino quando uccise un fratellastro, ufficialmente perché affamava la famiglia, ma più probabilmente per eliminare un rivale. In seguito dovette combattere per salvare la moglie Borte, rapita dalla tribù a cui suo padre Yesughei aveva rapito la propria anni prima. I rancori covavano per generazioni, nessuno era mai al sicuro. Sia Gengis Khan che Tamerlano dovettero fuggire o subire rovesci nei primissimi anni della loro ascesa, proprio perché un capo alleato poteva mutare bandiera da un giorno all’altro. Questo genere di mentalità fu anche la causa del crollo dei loro imperi, perché i sottoposti erano vincolati alla persona, non all’istituzione: alla morte del khan, tutti erano liberi di rinnovare la propria fedeltà al successore oppure di prendere armi e bagagli e andarsene. Quando il quriltai, l’assemblea dei capi, eleggeva un nuovo khan, la tradizione consentiva ai fratelli in disaccordo di dichiarargli guerra per contestarne l’investitura. E anche se un khan non doveva fronteggiare opposizioni, gli spettava soltanto la gestione complessiva del territorio, che andava spartito tra i membri della famiglia. Ciò portò a una progressiva perdita di coesione tra le varie regioni degli imperi, acuita dalle differenze etniche e religiose, fino alla disgregazione nel giro di poche generazioni. Sebbene alcune branche, come i mongoli della dinastia Yuan di Kubilay Khan in Cina oppure l’Impero Mughal di origini timuridi in India, siano state più longeve, si trattava di stati con un’identità diversa da quelle originaria.

 Arcieri a cavallo mongoli inseguono i nemici in fuga, XIV secolo

Arcieri a cavallo mongoli inseguono i nemici in fuga, XIV secolo

“Oggi, miei prodi, è un giorno di ballo per i guerrieri. E voi sapete che la sala da ballo degli eroi non è altro che il campo di battaglia; le grida di guerra sono le canzoni che vi si cantano e si danzano, e il vino che vi si beve è il sangue del nemico.”
[Tamerlano]

Mentre le prime invasioni dei nomadi furono migrazioni di interi popoli, il più delle volte in fuga da tribù più potenti che premevano alle loro spalle, quelle dei mongoli furono operazioni militari pianificate con notevole acume. I preparativi per una spedizione cominciavano mesi prima, con l’invio di spie incaricate di minare il tessuto sociale dei nemici, aizzando i contadini contro i signori e instillando terrore per la ferocia mongola, in modo che all’arrivo delle orde il morale fosse basso. Appena i tumen si mettevano in marcia, inviavano pattuglie di esploratori fino a centoventi chilometri di distanza dal corpo principale, in modo che nessuno potesse coglierli di sorpresa. Si poneva grande attenzione nella scelta del campo di battaglia, evitando luoghi angusti in cui la manovrabilità fosse negata dal terreno. All’inizio della battaglia, gli jagun si disponevano a scacchiera, con la cavalleria pesante sul fronte e gli arcieri, più numerosi in rapporto di 1,5:1, sul retro. La cavalleria leggera passava tra i ranghi dei lancieri e cominciava una manovra avvolgente attorno allo schieramento nemico, tempestandolo di frecce. A quel punto gli avversari si trovavano di fronte a due alternative, ovvero mantenere i ranghi serrati e subire perdite a causa del tiro, oppure disperdersi per renderlo meno efficace. In questo secondo caso lo schieramento perdeva coesione e diventava vulnerabile alla carica della cavalleria pesante, armata di lancia e di armature lamellari di cuoio bollito, in seguito rinforzate sempre più estesamente con piastre metalliche. È importante notare che i mongoli non completavano mai l’accerchiamento e lasciavano sempre una via di scampo, in modo che i nemici non si battessero fino all’ultimo uomo, ma rompessero i ranghi e scappassero. A quel punto i mongoli li braccavano per giorni e li uccidevano uno per uno come se andassero a caccia, senza incontrare resistenza. Se gli avversari invece tenevano bene il campo, le orde simulavano una fuga. La ritirata si protraeva a lungo per separare i reparti più rapidi e aggressivi dal grosso delle forze, poi, quando l’esercito nemico si era sgranato e cominciava ad accusare la stanchezza, i mongoli si giravano per fronteggiarlo e lo distruggevano un pezzo alla volta. È sorprendente come questi espedienti siano rimasti efficaci per decenni, forse perché raramente i mongoli si vedevano costretti a fronteggiare più volte uno stesso avversario, date le brucianti sconfitte che infliggevano. Infatti in Cina, dove combatterono per anni fino a conquistarne una buona parte, subirono diversi rovesci, forse proprio a causa della migliore conoscenza nemica delle loro tattiche. Va detto che in quel caso si trovavano a fronteggiare per la prima volta i problemi posti dagli assedi e dall’occupazione del territorio, mentre in precedenza si erano scontrati soprattutto con altri popoli nomadi. Per secoli i cinesi si erano alleati ora con i tatari, ora con le varie tribù mongole, per tenere sotto controllo la regione ed evitare che i nomadi premessero sulle frontiere imperiali. L’ingerenza nell’area, unita all’afflusso di sete e altre merci preziose, aveva generato un misto di bramosia e livore verso i cinesi, per cui una delle prime guerre di conquista di Gengis Khan fu rivolta proprio verso la dinastia Jin, colpevole di aver aizzato i tatari affinché distruggessero l’impero del suo antenato Kabul Khan.

Temucin viene eletto Khan, illustrazione del XV secolo

Temucin viene eletto Khan, illustrazione del XV secolo

“Il mondo si può conquistare a cavallo, ma bisogna scenderne per governarlo.”
[Tata Tonga, scrivano di Gengis Khan]

In quegli anni i mongoli avevano scarsissime nozioni burocratiche, acquisite solo dopo la sottomissione degli uiguri, e ignoravano come assediare le fortezze o controllare il territorio. Per assediare una città cinese, una volta tentarono di deviare un fiume e ottennero invece di allagare il proprio accampamento, oppure in altre occasioni non pensarono di lasciare guarnigioni nelle città conquistate, così i cinesi poterono rioccuparle senza colpo ferire pochi giorni più tardi. I tumen si preoccupavano più che altro di uccidere e razziare. Gengis Khan era un leader brillante e imparò presto ad amministrare i propri domini, ad assoldare le migliori menti straniere e soprattutto a dosare la violenza per renderla uno strumento e non fine a se stessa come in precedenza. I mongoli continuarono a impiegarla come arma di terrorevii, dato che la notizia di centinaia di migliaia di persone trucidate spingeva rapidamente le città avversarie alla resa, però fecero in modo di risparmiare artigiani, diplomatici, sapienti e uomini di fede, per non disperdere il patrimonio culturale e le conoscenze pratiche da cui potevano trarre giovamento. Con il passare del tempo, si dotarono di un corpo di leggi, lo yasaq, sposarono la tolleranza religiosa e incentivarono il commercio in ogni modo possibile, perché sapevano quanto fosse utile far giungere merci lussuose nel cuore dell’Asia. Se una carovana veniva derubata dai banditi, le autorità obbligavano tutta la popolazione della zona a risarcirla, in modo che i predoni incontrassero ostilità anziché appoggio. Crearono il sistema dei mercanti ortoq, cioè soci in affari, ai quali conferivano oro e argento proveniente dal bottino di guerra affinché potessero andare a comprare merci lungo la Via della Seta, per poi spartire con loro i profitti della spedizione. Se invece il mercante perdeva il capitale senza alcuna colpa, non era tenuto nemmeno a restituirlo. Inoltre aprirono nuove strade e istituirono un servizio di staffette a cavallo in grado di coprire oltre tremila chilometri a settimana, che i timuridi riuscirono a portare fino a tremilanovecento. Istituirono una banca centrale dotata di una riserva d’argento ed emisero banconote per affrancarsi dalla circolazione di monete preziose, un’invenzione notevolissima per l’epoca!

La battaglia di Leignitz, Matthäus Merian il Vecchio, 1630

La battaglia di Liegnitz, Matthäus Merian il Vecchio, 1630. La testa infilzata sulla lancia potrebbe appartenere al duca Enrico II il Pio, caduto nello scontro e ritrovato decapitato.

Ma torniamo alle tattiche. La mobilità dei mongoli e loro abilità nel manovrare attorno alle formazioni nemiche sono all’origine della credenza secondo la quale le orde erano composte da un numero soverchiante di guerrieri, sebbene questo sia un mito scaturito dalle esagerazioni dei cronisti dell’epoca. Analisi più moderne e accurate hanno stabilito che, nella maggior parte dei casi, i mongoli hanno combattuto in inferiorità numerica. Per esempio, l’esercito che mise a ferro e fuoco l’Europa orientale tra il 1237 e il 1242 era composto da soli due tumen, per giunta sicuramente non a piena forza dopo anni di campagna. Ciononostante essi furono in grado di sconfiggere russi, ucraini, polacchi, ungheresi e, a Liegnitz, un esercito congiunto comprendente forze del Sacro Romano Impero e Cavalieri Teutonici, l’ordine di monaci guerrieri protagonista delle Crociate del Nord. Quando nel 1242 i mongoli furono richiamati in patria per eleggere il nuovo khan, si apprestavano a raggiungere Vienna. Se Ogodei, figlio e successore di Gengis Khan, non fosse morto, chissà fino a dove si sarebbero spinti!
Le loro capacità belliche derivavano da una pratica costante, cominciavano a cavalcare a tre anniviii legati alle selle, e dalle enormi battute di caccia organizzate per migliorare la coordinazione tra i reparti. Si trattava di spedizioni di portata difficile da immaginare per noi europei moderni, dato che potevano durare due-tre mesi e interessavano aree di cinque-seicento chilometri di diametro, cioè da Roma a Milano. Migliaia di uomini circondavano la zona prescelta e cominciavano a stringere sempre di più il cerchio, mentre spingevano tutti gli animali presenti verso l’interno, finché negli ultimi giorni le prede si trovavano assiepate in uno spazio strettissimo. A quel punto i guerrieri davano inizio alla mattanza e li massacravano tutti, per poi recuperare carne da mangiare, pellicce per gli abiti e corna, ossa e tendini per costruire archi e suppellettili.
Grazie alle loro impressionanti capacità belliche, gli eserciti dei khan riuscirono a creare il più vasto impero dell’antichità. A nord giunsero fino alle porte di Novgorod, ricca città mercantile a cui mi sono ispirato per creare Odabarsh, mentre a sud espugnarono Baghdad e fondarono un ilkhanatoix che andava dalla Mesopotamia all’Indo. Divennero i dominatori della Cina e combatterono nel sud-est asiatico, sull’isola di Giava e in Giappone, dove ebbero poca fortuna. Una loro enorme flotta d’invasione, composta per la maggior parte da navi e truppe coreane e cinesi, colò a picco proprio poco prima di un tentativo di invadere il paese del Sol Levante. La tempesta responsabile del disastro fu giudicata dai giapponesi un intervento celeste e battezzata Kamikaze, Vento Divino, nome ripreso nella Seconda Guerra Mondiale per gli attacchi suicidi contro le forze alleate.

Tamerlano visita il sultano ottomano Bayezid I, suo prigioniero, 1872

Tamerlano visita il sultano ottomano Bayezid I, suo prigioniero. Stanislaw Chlebowski, 1872

“Nella scelta del campo di battaglia, il generale dovrà curare quattro cose: primo, l’acqua; secondo, un terreno capace di contenere la sua armata; terzo, una posizione vantaggiosa da cui possa dominare il nemico; soprattutto si guardi bene dall’avere il sole in faccia, affinché i suoi soldati non ne siano abbagliati. Quarto, un campo di battaglia vasto e unito.”
[Tamerlano]

La tattica mongola venne raffinata e modificata da Tamerlano, un leader turco-mongolo di religione islamica vissuto circa un secolo dopo le grandi conquiste di Gengis Khan. Timur si dimostrò un genio tattico persino superiore a lui e riuscì spesso a trionfare in situazioni disperate grazie all’astuzia e al coraggio. È sorprendente osservare come abbia impiegato espedienti simili a quelli romani: spezzò la carica degli elefanti indiani gettandoli nel panico, proprio come Scipione, anche se nel suo caso impiegò bufali e cammelli con fascine incendiate legate in groppa, oppure, come Cesare ad Alesia, disseminò il campo di battaglia di triboli e altre trappole per azzoppare i nemici. Tamerlano codificò la propria tattica in maniera precisa e ne creò più versioni, a seconda che l’esercito nemico impiegasse meno di dodicimila uomini, da dodici a quarantamila o più di quarantamila. Armate di dimensioni ridotte venivano affrontate dai comandanti subordinati, mentre agli scontri maggiori partecipava Tamerlano in persona, alla testa delle truppe scelte. L’esercito timuride veniva schierato a scaglioni, ognuno dei quali disponeva di un’avanguardia e poteva essere suddiviso in due distaccamenti. All’ampliarsi dell’armata corrispondeva un numero crescente di scaglioni. Questi reparti venivano mandati all’attacco in maniera graduale, impegnando prima l’avanguardia e poi il corpo principale, facendo attenzione a coordinare sempre l’attacco delle truppe provenienti dall’ala destra e dall’ala sinistra. In questo modo i nemici subivano una pressione crescente da un fronte sempre più ampio, con i reparti freschi che si univano alla battaglia e coprivano la ritirata delle truppe ormai stanche. Le ultime unità a unirsi al combattimento erano più numerose ed esperte delle prime, perciò il numero e la qualità dei soldati timuridi aumentava a ogni assalto, mentre i nemici avevano sempre meno energie. Secondo le precise direttive impartite dall’imperatore, un esercito timuride di medie dimensioni era in grado di sferrare fino a quattordici cariche prima di esaurire le truppe fresche, mentre uno di grandi dimensioni poteva aggiungerne altri due grazie alle forze d’elite agli ordini di Tamerlano in persona e dei principi suoi figli. La fiducia di Timur nel suo piano di battaglia era tale che chiunque non vi si attenesse alla lettera, veniva giustiziato sul posto.
Se Tamerlano fu un grande generale, altrettanto non si può dire delle sue capacità politiche e amministrative, spesso compromesse dalla smodata ambizione e da una sfrenata propensione alla violenza. Probabilmente non era un buon giudice d’uomini, perché il suo impero fu piagato dalla cattiva gestione da parte dei governatori locali, inoltre graziò o lasciò fuggire uomini che poi tornarono ad affrontarlo alla testa di nuovi eserciti. Sapeva vincere le guerre, ma non gestire la pace. Fu mal di visto anche dagli storici musulmani, perché per ampliare i suoi territori non esitò a mettere a ferro e fuoco terre già convertite all’islam, anziché concentrarsi sugli infedeli. Timur era un credente sui generis, nel senso che le sue gesta danno l’impressione non di una fede sincera, quanto piuttosto di un pretesto per giustificarne gli eccidi. Intollerante con gli altri quanto indulgente con se stesso, era un accanito bevitore e le sue feste, dove il vino scorreva a fiumi e si organizzavano vere e proprie orge con splendide danzatrici e cortigiane, potevano andare avanti per settimane in barba a ogni precetto religioso. In compenso Tamerlano gioiva nell’uccidere infedeli, convinto di rendere un servizio al proprio credo. Oltre alle piramidi di teschi per cui è celebre, fece bollire vivi dei prigionieri, in altre occasioni li impilò uno sopra l’altro e poi li fece murare vivi fino a costruire delle torri, mentre in India mise al rogo o fece scorticare vive centinaia di migliaia di persone. Quando conquistava una rocca posta su una montagna o vicino a un dirupo, gettava nel vuoto chiunque cadesse nelle sue mani. Un aneddoto racconta che in un’occasione si formò uno strato così spesso di corpi, che gli ultimi a cadere non morirono per la caduta e dovettero essere passati a fil di spada. Non disdegnava nemmeno la crocifissione oppure torturare a morte le vittime con ferri roventi, come fece a Damasco per farsi consegnare i tesori nascosti in città. Ciononostante amava dare di sé un’immagine pia e fece erigere magnifiche moschee, palazzi e altri edifici principeschi, oltre a lasciare istruzioni ben precise su come dovesse essere amministrato il regno dopo la sua morte. I suoi eredi non si mostrarono migliori di lui e nel giro di pochi decenni l’impero si dissolse.

La carica degli ussari francesi nella battaglia di Friedland del 1807, Édouard Detaille, 1891

La carica degli ussari francesi nella battaglia di Friedland del 1807, Édouard Detaille, 1891

Senza scomodare le teorie secondo cui i tumulti in Asia centrale, complice la costruzione delle prime vestigia della Grande Muraglia, determinarono la caduta dell’Impero Romano a causa di un effetto domino, l’introduzione in Europa della staffa, il commercio lungo la Via della Seta o la propagazione della Peste Nera (potete trovare gli approfondimenti sull’argomento qui e qui) mostrano quanto l’influenza dei popoli nomadi della steppa abbia contribuito a plasmare l’Europa dal punto di vista sociale, economico e militare nei secoli. Anche dopo il declino dei khanati, i paesi occidentali si trovarono a confinare con l’Impero Ottomano, fondato da tribù turche, con l’Ungheria dei magiari, un popolo di ceppo ugro-finnico vissuto per secoli in Asia centrale, e con la Bulgaria, abitata dall’eponima tribù turca originaria del Volga. Invischiati in continui conflitti con gli ottomani, gli ungheresi mantennero per secoli il retaggio di abili cavalieri, tanto che gli ussari, forse la più famosa cavalleria leggera dell’epoca napoleonica, presero il nome proprio dalle unità magiare nate nel tardo Medioevo. Anche la Polonia mantenne un’eccellenza in questo campo e divenne celebre soprattutto per gli ulani, un tipo di unità poi mutuato da altri eserciti continentali del centro e nord Europa. Gli ultimi reparti di ulani a cavallo parteciparono alla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale combatterono per rallentare l’avanzata tedesca del settembre 1939.

L’argomento è sconfinato come le steppe, ma mi sono già dilungato anche troppo! Non è rimasto spazio per parlare dei Kaziub, di Odabarsh e del Mare delle Nebbie, comunque questa è una delle mie zone preferite e magari in futuro riuscirò ad ambientarvi un romanzo, per cui ne riparleremo a tempo debito. Spero comunque che vi siate fatti un’idea più precisa sui Khaztan e soprattutto sui loro modelli storici, popoli di grande fascino spesso bistrattati dalla nostra preparazione troppo euro-centrica e un po’ superficiale nei giudizi.

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Letture consigliate
Oltre ai testi già segnalati (in particolare il saggio di Keegan sulla storia della guerra per quanto concerne gli aspetti antropologici del conflitto tra popoli nomadi e sedentari), vi segnalo:

V. Bianchi, Gengis Khan, Laterza
S.R. Turnbull e D. Nicolle, I mongoli/L’era di Tamerlano, Eserciti e battaglie n.79, Ed. del Prado
X. Liu e L.N. Shaffer, Le vie della seta, il Mulino
D. Nicolle, Attila e i nomadi, Eserciti e battaglie n.98, Ed. del Prado
F. Adravanti, Tamerlano, Bompiani (è un saggio un po’ datato sotto certi aspetti, per esempio talvolta utilizza il vecchio termine tartarix come sinonimo di mongoli, però è molto interessante per l’uso diretto delle fonti dell’epoca, per cui fornisce un ottimo spaccato della mentalità dell’epoca e di come Timur volesse apparire.)

Per chi volesse approfondire anche un po’ di storia ottomana e dei principali conflitti con le potenze cattoliche:
S. Faroqhi, L’impero ottomano, il Mulino
A. Petacco, La Croce e la Mezzaluna, Mondadori
N. Capponi, Lepanto 1571, Il Saggiatore
A. Petacco, L’ultima crociata, Mondadori

Riguardo alle guerre con i bizantini, tra i testi segnalati in precedenza c’è un ottimo saggio di Norwich.

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i Si tratta di un titolo traducibile con “khan oceanico”, in riferimento all’enormità delle sue conquiste. Il vero nome di GK era Temucin. Nell’approfondimento utilizzerò il titolo come se fosse un nome, come fa abitualmente la maggior parte della storiografia.

ii Conosciuti anche come “unni neri”, in contrapposizione con gli “unni bianchi” o eftaliti, che invece invasero l’India e combatterono i sassanidi in Iran. Gli eftaliti, più somiglianti ai caucasici, costituiscono il modello fisico per i Khaztan.

iii Tamerlano è la storpiatura di Timur/Timar Lenk, cioè Timur lo zoppo, come venne soprannominato in seguito a una ferita alla gamba destra.

iv Parte rialzata della sella posta anteriormente e posteriormente al seggio nelle selle d’arme. L’arcione conferisce un migliore appoggio al cavaliere e contribuisce a proteggere l’inguine e la parte bassa della schiena.

v Soprattutto negli ultimi cento anni, la potenza di fuoco e le capacità operative delle unità più piccole è aumentata a dismisura, per cui la consistenza numerica dei reparti è andata scemando. Sebbene le squadre di fanteria si aggirino ancora attorno agli otto-dodici effettivi, i plotoni e i raggruppamenti a monte sono scesi da circa cinque unità inferiori ciascuna a quattro e poi persino a tre. Le unità a base ternaria permettono, almeno sulla carta, di mantenere capacità operative simili con un minore dispendio di uomini e mezzi. In quest’ottica va collocata anche la recente tendenza a passare dalla divisione alla brigata come unità basica per il dispiegamento in teatro, comprendente forze pluriarma e autonome capacità di supporto. Un valido esempio di questa dottrina è costituito dai Brigade Combat Team dello US Army.

vi Liquore burroso a base di latte di giumenta fermentato. Prima di berlo veniva rimestato con dei grossi mestoli fino a farlo ribollire e montare, a quel punto era pronto da bere. Pare pizzicasse leggermente e che lasciasse in bocca un retrogusto di mandorle. Ne esisteva anche una versione riservata a ricchi e khan, detta kara kumyss, fatta con il latte delle giumente gravide, che non cagliava e dava origine a una bevanda simile al vino bianco.

vii Una prassi tipica consisteva nell’usare i prigionieri di guerra come zappatori durante gli assedi e come scudi umani nelle avanzate, in modo che i nemici fossero costretti a uccidere i propri connazionali oppure a non contrattaccare.

viii Il rapporto dei nomadi con i loro cavalli era inevitabilmente strettissimo, vista la loro importanza come fonti di cibo, sicurezza e anche come status symbol. Presso le antiche popolazioni turche, il colore del cavallo indicava il rango sociale del possessore. Più chiaro era l’animale, più era importante il cavaliere. Prima che diventassero mode, i cavalli addestrati esibivano un nodo alla coda, mentre quelli dei guerrieri scelti bahatur si distinguevano da una lunga nappa sul petto dell’animale. Sembra che gli hsiung-nu del nord della Cina, un popolo di origini incerte forse antenato degli unni neri, addirittura dividessero le mandrie in base alla zona in cui vivevano le tribù, in modo che ognuna cavalcasse cavalli di un unico colore.

ix Vice-khanato

x Oltre a confondere tatari e mongoli, le antiche cronache europee ne storpiarono il nome in tartari per assonanza con la regione dell’oltretomba greco, quasi a demonizzarli ulteriormente.

Le battaglie del Trono IV: trappola sullo Yabuin

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Buongiorno a tutti! Questa settimana pensavo di proporvi un blog sui Khaztan e su altre nazioni a ovest dell’Impero, ma l’argomento richiede tempi più lunghi, perciò ho deciso di rimandarlo a dopo la pausa natalizia e di parlarvi invece dell’ultima battaglia presente nel romanzo, quella tra il raccogliticcio esercito di Yanvas e il branco di Uomini Bestia che imperversa nel Grelian :)

Teseo uccide il Minotauro, Antoine-Louis Barye, 1843

Teseo uccide il Minotauro, Antoine-Louis Barye, 1843

“È più sicuro e vantaggioso sconfiggere il nemico attraverso la pianificazione e l’azione di comando che non con il semplice uso della forza; nel primo caso infatti i risultati positivi vengono raggiunti senza perdite, mentre nel secondo c’è sempre un prezzo da pagare.”
[Maurizio, Strategikon, VIII.I.7]

L’ultimo scontro del Trono, come l’alleanza con i giganti, serve per delineare la nuova posizione di Yanvas nel Grelian e per preparare il terreno agli eventi del secondo volume, introducendone alcuni temi. Ecco perché nelle ultime pagine alcune porte si chiudono e altre vengono se non aperte, almeno indicate. Ma quali sono le radici storiche del confronto?
Come sempre quando si tratta dell’Impero Colviano, c’è molta Roma. Nel caso specifico, la parte del leone la fanno alcune delle battaglie più famose della Seconda Guerra Punica: dal fiume Trebbia a Zama, passando per il lago Trasimeno e Canne, una tremenda disfatta che segnò a lungo la psicologia dell’allora repubblica. Oggi quindi andremo a curiosare tra le mosse di due titani come Annibale, che alcuni considerano il migliore tattico mai vissuto, e Scipione l’Africano, uno dei pochissimi generali mai sconfitti sul campo.
Il confronto militare segnò l’apice di dinamiche geopolitiche cominciate secoli prima, quando gli interessi delle due potenze differivano in maniera sostanziale. Il primo trattato fra Roma e Cartagine risale al 509 avanti Cristo e fu seguito almeno da altri quattro, nei quali si sanciva il riconoscimento delle rispettive sfere d’influenza: a Roma si garantiva un’espansione indisturbata nell’Italia meridionale, mentre i latini accettavano il predominio punico sul Mediterraneo occidentale, dove Cartagine gestiva una vasta e intricata rete di commerci tra i suoi avamposti in Sicilia, Sardegna, Spagna e persino oltre le colonne d’Ercole, almeno fino alle isole Canarie. Cartagine, o meglio Qart Hadasht (Città Nuova), aveva infatti mantenuto le tradizioni mercantili dei fenici, che l’avevano fondata sulle coste tunisine nel IX secolo a.C., partendo dalla libanese Tiro. Quando la città madre declinò a causa delle pressioni assire, la colonia assurse a nuovo faro per le colonie mediterranee, fino a diventare la potenza egemone a ovest della penisola italica. In quell’epoca Roma era una stato nascente, ancora impegnato nelle guerre regionali nel centro Italia e per nulla interessato a espandersi sul mare. Non c’erano motivi di reciproca ostilità, anzi i due stati a un certo punto stipularono persino un’alleanza per fronteggiare le colonie greche che ostacolavano l’espansione di entrambi. Quando Roma si ritrovò padrona della penisola, però, le cose cominciarono a cambiare: all’improvviso i punici non erano più utili per tenere impegnati i greci su più fronti, anzi cominciavano a rappresentare un limite per ulteriori conquiste e soprattutto una minaccia, poiché dalle loro basi insulari potevano sbarcare in qualunque punto della costa. I latini decisero quindi di intervenire in Sicilia per prevenire la totale conquista cartaginese dell’isola e nel 264 a.C. ebbe inizio la Prima Guerra Punica, destinata a durare ben ventitré anni. Il conflitto costrinse la Repubblica a dotarsi per la prima volta di una significativa forza navale e divenne famoso per l’invenzione dei “corvi”, ponti mobili usati per abbordare le navi nemiche e trasformare lo scontro in un confronto tra fanterie, campo in cui l’Urbe era superiore. La guerra drenò le forze di entrambi gli stati e fu solo la maggiore ricchezza di Roma a consentirle di armare un’ultima flotta con cui trionfò nella decisiva battaglia delle Egadi. La resa costò ai cartaginesi la Sicilia, il pagamento di un forte indennizzo e anche la stabilità politica interna: i mercenari smobilitati si rivoltarono e misero a ferro e fuoco il paese, già diviso dalla lotta politica tra gli agrari, che spingevano per un’espansione sulle coste nord africane, e i barcidi, la fazione della famiglia di Annibale, smaniosi di dare vita a un impero oltremare. La sete di conquista di Roma non fu placata dal trionfo, anzi ne fu stimolata. Solo quattro anni dopo la firma del trattato di pace, i latini occuparono la Sardegna e la Corsica con il pretesto di sedare la rivolta che vi aveva preso piede e, non paghi, inasprirono le condizioni del trattato di pace, esigendo un indennizzo ancora maggiore. Cartagine non poté fare altro che chinare il capo, ma l’offesa non sarebbe stata dimenticata. I Barca cominciarono a tramare vendetta. Strinsero un’alleanza con il macedone Filippo V per impegnare il nemico anche a est, inviarono ambasciatori presso le tribù galliche, studiarono il percorso attraverso le Alpi e riunirono un enorme esercito destinato a portare la guerra in casa della Repubblica. Roma aveva approfittato della crisi interna per colpirli e loro avrebbero fatto altrettanto: l’avrebbero sconfitta sotto gli occhi dei suoi alleati per convincerli ad abbandonarla.

Rappresentazione di un guerriero iberico del II-III secolo a.C. Gli ispanici erano considerati tra i migliori guerrieri del mondo negli scontri individuali.

Rappresentazione di un guerriero iberico del II-III secolo a.C. Gli ispanici erano considerati tra i migliori combattenti al mondo negli scontri individuali.

Nel 218 a.C., Annibale avanzò dalla Spagna alla testa di novantamila fanti, dodicimila cavalieri e trentasette elefanti. Sei mesi dopo, al suo arrivo nella Gallia Cisalpina, lo seguivano appena dodicimila fanti africani, ottomila iberici, seimila cavalieri e alcuni elefanti. Ma, al contrario di ciò che spesso insegnano i superficiali testi scolastici, lo spaventoso calo numerico non fu dovuto soltanto all’asprezza della marcia attraverso le Alpi: Annibale spesso dovette farsi strada con le armi, quindi lasciò lungo il percorso migliaia di uomini per controllare punti strategici, assicurarsi la fedeltà di dubbi alleati e anche per diminuire le difficoltà logistiche. Il suo piano prevedeva di assicurarsi il retroterra e di distruggere le potenziali sacche di resistenza filo-romana sulla costa nord del Mediterraneo, contando sul fatto che nella pianura padana avrebbe ricevuto rifornimenti e ausiliari dai galli, cinicamente destinati a fungere da carne da cannone. L’asprezza del percorso, inoltre, gli consentì di eludere i tentativi di intercettarlo, alcuni andati a vuoto per un soffio: gli esploratori avanzati dell’esercito di Scipione (padre dell’omonimo detto l’Africano) raggiunsero il campo cartaginese proprio mentre Annibale faceva attraversare il Rodano agli elefanti, dopo aver traghettato il resto dell’esercito. Impossibilitato ad affrontare subito i romani, questi abbandonò alcuni pachidermi al di là del fiume e si affrettò verso le Alpi, dove sapeva che Scipione non l’avrebbe seguito. Annibale e le Aquile si sarebbero scontrati soltanto dall’altra parte delle montagne, e per la Repubblica sarebbe stato l’inizio di un incubo lungo sedici anni. Anche se oggi ci concentreremo soprattutto sull’Italia, le due potenze si fronteggiarono in Spagna, in mare, in Africa e, principalmente tramite gli alleati, in Grecia e in Illiria: per le nozioni dell’epoca si trattò di una guerra mondiale.
Dopo questa breve introduzione del conflitto, torniamo sulle rive dello Yabuin e cominciamo ad analizzare gli eventi.

Genserico saccheggia Roma nel 455, Karl Briullov, XIX secolo

Genserico saccheggia Roma nel 455, Karl Briullov, XIX secolo

Abbiamo visto spesso come in passato non fossero rare le spedizioni a scopo di razzia, in particolare da parte delle popolazioni barbariche, che saccheggiarono Roma ben tre volte tra il V e il VI secolo d.C., dei vichinghi o anche dei saraceni, solo per fare alcuni esempi. Mettevano a ferro e fuoco una regione e poi si ritiravano, incapaci o non interessati a difendere le proprie conquiste. Gli Uomini Bestia alla fine del Trono si comportano in modo simile, cercando uno sfogo per la crescente pressione demografica interna, veicolata dalla leadership tribale e religiosa incarnata dagli shmuergi. Di norma, come nell’Impero Romano, un contingente di manovra li avrebbe intercettati e affrontati poco oltre la rete di avamposti e fortezze presenti tra Tyallas e i Colli Vassnol, ma la peste e l’incursione del Guercio hanno cambiato le carte in tavola, perché le poche forze disponibili sono concentrate a presidio del Vallo Dolagirt. Perciò, nonostante l’assenza di un piano, il branco di shvaergi è libero di penetrare in profondità nelle campagne greliane, divorando e distruggendo tutto ciò che trova sul proprio cammino. Uno dei limiti principali di questo tipo di forze, infatti, è l’assenza di un’organizzazione logistica: anche le temibili tribù barbariche all’alba dei Secoli Bui erano costrette a restare in costante movimento, perché le decine o centinaia di migliaia di cavalli con cui si spostavano esaurivano pascoli e foraggio nel volgere di pochi giorni. In un certo senso, più un esercito di razziatori è numeroso, più dev’essere aggressivo, perché alle spalle si lascia soltanto una desolazione incapace di sostenerlo. Yanvas perciò ha buon gioco nell’attirare i caproni in trappola con un’esca succulenta come il bestiame. La foga di combattere ha rappresentato spesso la causa di molte sconfitte, così come la propensione dei soldati ad abbandonarsi anzitempo al saccheggio del campo nemico. Una volta perse coesione e disciplina, oppure dopo l’abbaglio di una facile vittoria, i combattenti sono inclini a cedere al panico. Un valido esempio viene dalla battaglia di Farsalo, durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo: dopo essere stato sconfitto a Durazzo, Cesare si trovava in grave inferiorità, eppure Pompeo rifiutava di affrontarlo. Cesare allora finse una ritirata dal proprio accampamento e solo a quel punto, forse spinto dai luogotenenti che miravano a spartirsi le cariche dell’avversario, forse timoroso di perdere un’occasione propizia, Pompeo avanzò per lo scontro. Cesare non attendeva altro e si schierò per fronteggiare l’esercito lealista due volte più grande del suo. Pompeo era sicuro che la carica della sua cavalleria avrebbe sbaragliato quella nemica e gli avrebbe consentito di accerchiare i ribelli. La vittoria era data per certa. Quando i cavalieri pompeiani sfondarono, convinti di poter massacrare impunemente l’ala destra nemicai, Cesare fece avanzare una riserva di sei coorti tenute in agguato di proposito, istruite a mirare agli occhi e al volto degli avversari per terrorizzarli ancora di più. Meno di tremila uomini misero in fuga un numero più che doppio di cavalieri. Il panico fu tale che i fuggiaschi travolsero le truppe leggere nelle retrovie e tutta la linea pompeiana collassò, mentre il comandante era talmente scioccato da restare chiuso nella propria tenda, incapace di impartire ordini di fronte a una simile disfatta.
Un altro ottimo esempio, ancora più calzante, viene dalla battaglia di Qadesh, avvenuta nel XIII secolo avanti Cristo tra egizi e ittiti, ritenuta la più antica della Storia a esserci giunta nei dettagli. Dopo uno scontro iniziale durante il quale i carri da guerra ittiti ebbero la meglio sulle forze guidate dal faraone Ramses II, gli ittiti cominciarono a saccheggiare il campo egizio, convinti di avere sbaragliato il nemico. Ramses invece guidò un contrattacco e, grazie all’arrivo di rinforzi freschi, rovesciò le sorti dello scontro. Schiacciati contro il fiume Oronte, gli ittiti abbandonarono i carri e si gettarono in acqua in cerca di salvezza, dove molti di essi morirono annegati.

La morte di Flaminio al lago Trasimeno, Joseph-Noël Sylvestre, 1882

La morte di Flaminio al lago Trasimeno, Joseph-Noël Sylvestre, 1882

Annibale fece qualcosa del genere sia sulla Trebbia che sul lago Trasimeno. In entrambi i casi sfruttò l’eccessiva sicurezza romana, data dall’apparente superiorità numerica e da una situazione favorevole, per attirarli in imboscate ben congegnate. Sulla Trebbia li costrinse a guadare un fiume in pieno inverno e a schierarsi intirizziti, zuppi e affamati, perché il loro comandante era così ansioso di battersi che li fece mettere in marcia senza concedere il tempo per il rancio, inoltre nascose duemila uomini nei canneti ai margini della spianata dove intendeva combattere. Nel momento culminante dello scontro, mentre il suo centro cedeva e le ali invece avevano la meglio sui legionari, la trappola scattò, gettando nel panico i romani presi alle spalle. Il nucleo centrale di fanteria pesante riuscì a sfondare e ad aprirsi la strada per ritirarsi verso Piacenza, mentre le altre truppe furono falcidiate, con perdite stimate tra i quindici e i ventimila uomini. Al contrario, i morti tra le fila di Annibale pare siano stati principalmente celti, rimpiazzati senza problemi grazie alle tribù galliche che si ribellarono ai romani dopo averli visti sconfitti.
I latini caddero in un’imboscata anche presso il lago Trasimeno, quando il console Flaminio accorse da Arezzo per impedire ai punici di fare terra bruciata in Italia centrale. Annibale gli fece credere di trovarsi molte miglia più avanti della sua effettiva posizione, mentre in realtà si era appostato presso alcune alture non distanti dal lago. Il console, timoroso di perdere il contatto con il nemico, uscì dal campo all’alba per inseguirlo, senza prendere particolari precauzioni nonostante la fitta nebbia. Le sue legioni finirono nelle fauci del nemico senza nemmeno rendersi conto di cosa stesse accadendo: erano ancora in ordine di marcia quando i cartaginesi scesero dalle alture e caricarono la colonna in tutta la sua lunghezza. Schiacciati tra gli avversari e le acque del lago, quindicimila romani furono massacrati o annegarono, mentre altri dieci-quindicimila furono fatti prigionieri, a fronte di soli millecinquecento caduti tra gli avversari. Con una mossa da guerra psicologica, Annibale lasciò liberi tutti gli ausiliari italici, in modo che tornassero a casa e riferissero che i cartaginesi muovevano guerra soltanto all’Urbe e non a loro.

La morte di Lucio Emilio Paolo a Canne, John Trumbull, 1773

La morte di Lucio Emilio Paolo a Canne, John Trumbull, 1773

Ormai ci troviamo nell’imminenza dello scontro, Yanvas ha attirato i caproni in trappola e le sue truppe sono nascoste nell’erba tra lo Yabuin e la collina, uno spazio ristretto volto a impedire agli shvaergi di sfruttare la superiorità numerica qualora scoprissero anzitempo l’inganno. In realtà ho progettato la scena per far cadere gli Uomini Bestia in una sorta di “frenesia alimentare”, una condizione di sovraeccitazione data dall’abbondanza di cibo, che può indurre i predatori a comportamenti iperaggressivi e irrazionali, fino a spingerli ad attaccarsi l’un l’altro. Ne ho appreso l’esistenza leggendo saggi sugli squali e ho pensato potesse adattarsi anche ai miei mostriciattoli pelosi. Istupiditi dall’orgia di sangue, i caproni non si accorgono di nulla finché non è troppo tardi e si trovano sotto attacco, con il centro delle forze colviane occupato dalla poco affidabile milizia della rocca di Qualisar. Perché l’ho collocata in uno dei punti più delicati? Il motivo ci porta alla battaglia di Canne!
Questo celebre scontro fu originato dal prevalere in senato della fazione che esigeva di battere Annibale sul campo per ripristinare il prestigio della Repubblica, nel timore che i cartaginesi riuscissero nell’intento di incrinare la rete di alleanze che fino a quel momento aveva evitato la totale capitolazione di Roma, a fronte delle tattiche dilatorie di Quinto Fabio Massimo, non a caso soprannominato il Temporeggiatore. Roma attinse a risorse da ogni angolo dei propri domini e radunò un esercito immenso, ben otto legioni rinforzate più un numero almeno equivalente di alleati, con il quale spazzare via una volta per tutte la minaccia cartaginese. Da parte sua, Annibale era ansioso di giungere allo scontro prima di ritrovarsi logorato dal tempo e dalla mancanza di rinforzi, perciò attaccò le riserve di grano pugliesi, un atto troppo pericoloso per non contrastarlo. Nonostante il barcide disponesse di una forza pari a poco più della metà di quella dei consoli Varrone ed Emilio Paolo, era sicuro di poterli battere in campo aperto.
Il 2 agosto del 216 a.C., i punici dovettero fronteggiare un esercito senza precedenti. I consoli avevano lasciato ben diecimila uomini a guardia dell’accampamento, eppure di fronte agli invasori erano assiepati settantaseimila tra legionari e ausiliari alleati, con forze di cavalleria su entrambe le ali. Annibale schierò la cavalleria pesante di fronte a quella romana, mentre incaricò la cavalleria leggera numida di contenere quella degli alleati italici. Al centro alternò la fanteria iberica con i galli, seminudi e sacrificabili, e tenne in riserva gli opliti africani, veterani di provata efficacia. Infine ordinò che la fanteria si dispiegasse su una linea convessa, per assorbire in maniera più graduale l’impatto della prima linea romana e per scompaginarne sin dall’inizio la routine tattica. Il compito della carne da cannone era di cedere lentamente terreno, piegandosi sotto la pressione dei legionari, pur senza consentire loro di sfondare e isolare le ali.
L’eccesso di sicurezza dato dalla schiacciante superiorità numerica rese arroganti i romani, che attaccarono accalcati, in una situazione che avrebbe ostacolato la consueta rotazione tra i reparti in prima linea. Quando il centro cartaginese cominciò a cedere, ai comandanti romani dovette sembrare che la vittoria fosse certa. Hastati e principes guadagnavano terreno in maniera lenta ma inesorabile, mentre i galli pagavano un pesante tributo di sangue al piano di Annibale. Ormai il fronte cartaginese era diventato concavo, lo sfondamento romano era solo questione di tempo. Fu a quel punto che il barcide mostrò la piena estensione del suo genio: ordinò agli opliti libici di avanzare e ingaggiare i nemici spossati. Inseguendo quella che appariva una facile vittoria, i romani si erano infilati in un accerchiamento, perfezionatosi appena la cavalleria pesante cartaginese mise in fuga quella latina e si avventò alle loro spalle. A quel punto ai legionari non restò nemmeno lo spazio per brandire le armi, tanto erano schiacciati. Seguì un massacro costato ai latini cinquantamila uomini e quasi ventimila prigionieriii. Tra i morti vi furono il console Emilio Paolo, buona parte del suo stato maggiore, ventinove tribuni e ottanta senatori, il tutto a fronte di soli ottomila caduti nelle fila cartaginesi, in buona parte celti mandati a morire solo per stancare i nemici.

La carica degli elefanti a Zama, stampa del 1890

La carica degli elefanti a Zama, stampa del 1890

Inizialmente pensavo di far mettere in atto uno stratagemma simile anche a Yanvas, le cui truppe meno affidabili al centro sarebbero dovute arretrare per imbottigliare gli shvaergi. Siccome nemmeno nella scrittura le cose vanno sempre come pianificato, in corso d’opera mi sono fatto prendere la mano e mi sono orientato verso una tattica più simile a quella impiegata da Scipione l’Africano nelle fasi finali della battaglia di Zama.
Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano, aveva guidato la riscossa di Roma in Spagna, privando Annibale dei preziosi rinforzi che altrimenti avrebbe potuto ricevere dai parenti. Poiché il suo piano, portare la guerra in Africa per costringere Annibale a tornare in patria, appariva suicida, per realizzarlo gli vennero forniti solo i rimasugli delle “legioni cannensi”, le truppe sopravvissute al disastro ed esiliate in Sicilia per il disonore recato alla Repubblica, e poche migliaia di volontari radunati presso le città alleate. Con queste forze e dei contingenti mercenari arruolati sul posto, Scipione si apprestò a sfidare Annibale in uno scontro decisivo. Per prima cosa vanificò la carica degli elefanti schierando le truppe in colonna, in modo che gli elefanti passassero in mezzo alle loro fila senza fare danni, mentre gli uomini sui lati li terrorizzavano con il suono dei corni e li ferivano con frecce e giavellotti. Poi la cavalleria romana ebbe la meglio su quella cartaginese e, per la prima volta, i punici non poterono contare sull’aggiramento ai fianchi. Infine Scipione mostrò di aver superato il maestro: assottigliando le proprie linee fino al limite, formò un unico fronte omogeneo a partire dalle classiche tre schiere legionarie e le allargò sulle ali fino a contenere la pressione crescente delle superiori forze cartaginesi. Sarebbe bastata una breccia per decretare la fine di Scipione, ma i veterani di Canne, furiosi per tutte le umiliazioni subite, si batterono come demoni e resistettero finché la cavalleria alleata riapparve alle spalle dei nemici, gettandoli nello scompiglio. Sconfitto grazie allo stesso stratagemma che gli aveva fruttato una grande vittoria, l’esercito di Annibale lasciò sul campo quasi quarantamila tra morti, feriti e prigionieri. Cartagine non aveva più forze da gettare nella mischia e non poté fare altro che arrendersi, mentre per il formidabile condottiero non restavano che l’esilio e poi il suicidio, nel momento in cui si rese conto che Roma non avrebbe mai smesso di braccarlo.
Ho cambiato idea in corso d’opera perché ho ritenuto che Yanvas non potesse permettersi di sacrificare i propri uomini in maniera tanto deliberata, anzi doveva guadagnarsi la loro fiducia e mostrarsi un comandante capace quanto affidabile. Per questo nel capitolo 40 l’isir abbandona la disposizione su tre schiere e opta per un fronte omogeneo, adatto a prolungarsi fino ad avvolgere il branco per schiacciarlo verso l’acqua, in modo simile a quanto fatto da Scipione a Zama.

La Grand Armée attraversa la Berezina, January Suchodolski, 1866

La Grand Armée attraversa la Berezina, January Suchodolski, 1866

“Il centauro si fermò, voltandosi a guardare Yanvas, immobile nella scia di devastazione che si era lasciato alle spalle. Mollò il legionario che stava stritolando con la mano sinistra e si apprestò a fronteggiarlo. Attorno ai due campioni si era istintivamente formato un cerchio. Gli shvaergi attribuivano grande importanza ai duelli e al valore individuale, non avrebbero mai osato interferire nello scontro tra due capi, prassi comune per risolvere le controversie tra tribù.
«Piccolo, stupido uomo» ringhiò lo shmurg.
«Parli la mia lingua. Buon per te. Ti servirà per supplicare il perdono di Pavlion prima di essere gettato nell’Abisso.»”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 40]

Il duello con lo shmurg invece va ascritto sia alla mentalità tribale degli Uomini Bestia, sia al bisogno di Yanvas di mettere in luce le proprie nuove e formidabili doti. Nell’antichità il duello non era solo un modo per dirimere rivalità, bensì assumeva valenze mistico-religiose, in quanto ciascuna delle due parti riteneva che l’esito della la sfida tra campioni sarebbe stato rappresentativo della volontà divina. In tal senso i duelli, più che sostituirsi agli scontri, li precedevano e influenzavano il morale delle truppe. Le sfide tra campioni erano abbastanza diffuse nelle società tribali, nelle quali sappiamo che la ritualizzazione dello scontro rivestiva un ruolo cruciale, e tra le civiltà a noi vicine venivano praticate dai celti, dai germani e anche in medio oriente. I galli per esempio sfidarono spesso i comandanti romani, sebbene non tutti abbiano accettato. Sappiamo per certo che prima di Aquae Sextiae Mario rifiutò più volte gli inviti rivoltigli dai barbari, mentre il console Claudio Marcello affrontò e sconfisse il capo Viridomaro, prima di guidare i legionari alla vittoria su insubri e gesati nella battaglia di Clastidium. Nel romanzo il duello rappresenta inoltre un’occasione di riscatto personale per Yanvas, reduce del Devengar, esattamente come Zama lo fu per quelli di Canne.
Al termine della battaglia, appena prima che gli shmuergi superstiti si diano alla fuga, parecchi caproni si gettano nel fiume in piena pur di sfuggire alle spade colviane. A prima vista può apparire una scelta illogica, per un uomo ancora di più che per un umanoide belluino, eppure in passato era una scena più comune di quanto si possa pensare. Fino a pochi decenni fa, la resa individuale non aveva nessun valore: il rischio di essere freddati sul posto o ridotti in schiavitù era elevatissimo. Soltanto i nobili, che potevano garantire il pagamento di un riscatto, avevano buone possibilità di essere risparmiati. Gli altri erano solo bocche inutili da sopprimere o al massimo carne per il mercato degli schiavi. Vi furono campagne in cui i romani ne catturarono decine di migliaia, i proventi della cui vendita resero ricchi gli ufficiali.
A meno che la resa venisse concordata tra i comandanti, per esempio nel caso di un assedio, la sorte del singolo soldato era segnata e il più delle volte equivaleva a morte certa. Rapida se era fortunato, altrimenti dopo atroci torture a scopo religioso o come ammonimento per gli altri. Per questo la più disperata delle fughe era comunque preferibile al cadere vivi in mano nemica, e per lo stesso motivo Sun Tzu raccomanda di non privare mai l’esercito avversario di una via di fuga: senza di essa e senza potersi arrendere, gli uomini combattono per vendere cara la pelle e la loro sconfitta può comportare un eccessivo dispendio di forze. A partire dall’Età Moderna le cose cominciarono a migliorare e le esecuzioni sommarie diminuirono, ma le condizioni dei prigionieri di guerra erano disumane, tali da spingere comunque a tentare il tutto per tutto. Un esempio recente viene dall’ultimo giorno della battaglia della Berezina, combattuta da Napoleone durante la ritirata della disastrosa campagna di Russia. Tallonati da forze russe soverchianti, il 29 novembre 1812 i francesi appiccarono il fuoco ai pontoni costruiti per traghettare i superstiti della Grand Armée, e numerosi soldati e civili rimasero bloccati sulla sponda orientale. In preda a un terrore cieco, molti di essi tentarono di percorrere i ponti in fiamme oppure si gettarono nelle gelide acque del fiume, dove annegarono. Da Qadesh alla Berezina, in tremila anni non era cambiato poi molto.

Abbiamo visto ancora una volta come il passato sia una fonte d’ispirazione inesauribile, a cui attingere per tessere la propria storia e soprattutto trarre preziosi insegnamenti. Poche pagine possono contenere quelli di un’intera guerra! Oggi ho cercato di fornirvi anche uno spaccato dello sviluppo della scena durante la stesura, con la rivoluzione del suo svolgimento causata dalle riflessioni sulla psicologia del personaggio. Prima di cominciare a scrivere, ero scettico riguardo alle affermazioni di Pirandello, King e altri sul fatto che i personaggi prendono vita e l’autore ne diventa servo, invece è proprio ciò che accade. Capita di cominciare una scena o un dialogo e di vederli prendere forma da soli, indipendentemente da come li si immaginava. L’ho sperimentato ancora più spesso nel romanzo che ho scritto negli ultimi mesi e spero di avere presto modo di farvi giudicare i risultati!

L’appuntamento con il blog tornerà dopo le feste, perciò vi faccio sin d’ora tantissimi auguri e, gufi permettendo, ci ritroveremo Dietro al Trono nel 2013! Buon Natale e felice anno nuovo a tutti! :)

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Letture consigliate

Ai testi già segnalati in precedenza aggiungo:
M. Bocchiola, M. Sartori, Canne, Mondadori
G. Brizzi, Scipione e Annibale, Laterza

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 i Molti grandi generali dell’antichità, tra cui Cesare e prima di lui Alessandro Magno, schieravano di preferenza la cavalleria sul fianco destro, perché le formazioni di fanteria pesante tendevano a spostarsi verso destra a causa della dinamica dei combattimenti. Per brandire meglio la lancia o la spada, infatti, i soldati si allargavano sempre di più, mentre chi stava alla loro sinistra li seguiva per non rinunciare al riparo offerto dallo scudo del compagno. Perciò nel corso dello scontro i blocchi di opliti o di fanti pesanti deviavano gradualmente, lasciando un varco alla propria sinistra che la cavalleria poteva sfruttare per accerchiarli con facilità.

ii Le fonti non concordano sulle cifre, alcune indicano fino a settantamila morti e un numero assai inferiore di prigionieri. Comunque sia, la percentuale di perdite fu elevatissima, quasi totale.

Il pugno dell’Impero

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 Buongiorno a tutti! Le imprese dell’esercito romano sono state spesso oggetto degli approfondimenti del blog, ma sempre dal punto di vista tattico o della strategia complessiva di una campagna, senza entrare nel dettaglio dell’equipaggiamento o dell’organizzazione delle legioni, né romane, né colviane. Oggi colmeremo questa lacuna e ne approfitteremo per compiere un breve excursus nell’evoluzione delle armate dell’Urbe. In chiusura ci sarà un piccolo spazio dedicato anche agli Eidr, i cui archi lunghi sono stati spesso citati solo di sfuggita.

Elmo da parata del II secolo a.C.

Elmo da parata del II secolo a.C.

“Nel corso della battaglia solitamente si ottiene la vittoria non tanto grazie al numero degli uomini e al loro grezzo valore, ma alla tecnica e all’esercizio. Per nessun’altra ragione, infatti, possiamo constatare che il popolo romano ha sottomesso il mondo intero se non per l’abile uso delle armi, la disciplina degli accampamenti e l’addestramento dell’esercito. […]
Fu un vantaggio per noi, di fronte a qualsiasi avversario, l’attenta scelta delle reclute e il fatto di insegnare loro, per così dire, la legge delle armi, rendendoli più forti grazie all’addestramento quotidiano, facendo loro sperimentare in anticipo, fin dal tempo passato al campo, tutto ciò che potrà accadere nel momento in cui si è schierati per la battaglia e nel corso dei combattimenti, e trattando con durezza gli indisciplinati. La conoscenza dell’arte militare nutre il coraggio di combattere: nessuno ha timore di fare ciò che è sicuro di avere imparato a fare bene. In battaglia, infatti, un piccolo numero di uomini esercitati alle cose della guerra è più pronto alla vittoria di una folla rozza e non addestrata, sempre esposta alla sconfitta”
[Vegezio, Epitoma rei militaris, IV secolo d.C.]

Sin dalla sua fondazione, Roma è stata protagonista di una straordinaria espansione, sbaragliando popoli e nazioni per oltre mille anni, o duemila se vogliamo considerare anche la sua incarnazione orientale, l’Impero Bizantino. Ciò è stato possibile grazie alla caparbietà dei suoi cittadini, alla virtus dei soldati, all’ambizione dei condottieri e a una spregiudicata condotta politico-diplomatica, ma anche a una bella dose di pragmatismo: quando i romani si imbattevano in qualcosa che funzionava meglio di ciò che avevano, non si facevano remore ad adottarlo per diventare sempre più efficaci. Gli studi scolastici e i media tendono a fornirci un’immagine classica e immutabile delle legioni, mentre in realtà esse non solo evolvettero per rispondere alle sfide dei diversi teatri bellici, ma talvolta mutarono in maniera radicale!
Nell’VIII secolo avanti Cristo, quando la città venne fondata, l’esercito di quello sparuto pugno di pastori doveva annoverare un numero ridotto di individui, che partecipavano ad azioni di guerriglia e colpi di mano su base familiare o tribale. Come abbiamo visto in passato (qui), le società tribali evitano lunghe campagne e scontri campali, non potendo accettare grandi perdite né sostenere i combattenti per lungo tempo, pena l’esaurimento demografico e logistico della comunità. Quando la città cominciò ad ampliare i propri orizzonti, i romani entrarono in contatto con civiltà come quella etrusca, i cui eserciti erano costituiti da opliti, fanteria pesante che combatteva in ordine chiuso sul modello delle armate greche. Una formazione del genere era imbattibile per bande di schermagliatori e ciò determinò la prima metamorfosi: i legionari cominciarono a schierarsi in falangii di fanti coperti di bronzo da capo a piedi, armati con una lancia da urto (hasta) e uno scudo rotondo di bronzo (clipeus). Il valore del singolo a quel punto non verteva più sull’audacia e sull’abilità in duello, quanto piuttosto sulla disciplina e l’obbedienza agli ordini. Scompariva il guerriero, nasceva il soldato.

Elmo etrusco simile agli elmi corinzi dei primi opliti greci

Elmo etrusco simile a quelli corinzi dei primi opliti greci

L’alba della Repubblica vide l’Urbe lottare con le tribù circostanti per affermare il proprio controllo sull’Italia centrale, un territorio tormentato dove una formazione rigida faticava a manovrare e la scarsa mobilità degli opliti comportava degli svantaggi. Un altro problema consisteva nella necessità di mettere in campo un esercito sempre più ampio, mentre soltanto pochi cittadini potevano permettersi l’acquisto della panoplia di armi e corazza. La soluzione venne da una nuova riorganizzazione dell’esercito, cominciata nel IV secolo a.C.. La legione classica cominciava a prendere forma: scomparsa la falange monolitica, la fanteria ora si differenziava per armamento, schieramento e tattiche d’impiego. I leves armati di giavellotti dovevano formare un velo di schermagliatori, per coprire il dispiegamento dell’esercito e disturbare quello dei nemici, per poi ritirarsi nelle retrovie, dato che senza protezioni non erano in grado di sostenere uno scontro. Quindi venivano due schiere in ordine chiuso, le vere e proprie truppe d’assalto, protette da scudi non più rotondi e bronzei, ma somiglianti al celebre scutum: oblunghi, di legno coperto di cuoio e con bordi metallici. Dietro alle prime schiere prendevano posto gli eredi degli opliti: triarii, rorarii e accensi, ancora armati in maniera pesante con lance da urto, per fornire un baluardo in caso di ripiegamento o per dare il colpo di grazia ai nemici sfiancati dalle formazioni anteriori. Inoltre nascevano i manipoli, all’epoca formati da sessanta uomini e comandati da due centurioni ciascuno.
Vale la pena soffermarci un attimo su questo particolare, anche in relazione al romanzo. Centurie e centurioni non presero il nome dal numero di combattenti effettivamente presenti nel reparto, anzi a regime questo si stabilizzò su un totale di ottanta uomini a pieno organico, bensì dalle centurie in cui erano divisi i cittadini ai fini elettorali e di censo. Allo stesso modo, i manipoli variarono, a seconda dell’epoca e della collocazione dell’unità, dai sessanta ai centottantasei effettivi. Il manipolo cessò di avere una funzione tattica con le riforme di Mario, che gli preferì la coorte formata da sei centurie, ma nel Trono mi serviva un’unità di dimensioni intermedie tra quest’ultima e la centuria (anche per non ripetere “centuria” e “centurione” ad nauseam), per cui ho attribuito ai colviani l’uso del manipolo composto da due centurie, che nel mio caso constano effettivamente di cento soldati, per evitare confusioni di sorta. In effetti c’era un certo salto tra le dimensioni delle unità romane e soprattutto nella catena di comando, tanto che ancora oggi ci si chiede se davvero inizialmente non esistesse nessun ufficiale intermedio tra lo stato maggiore della legione e il centurione a capo della singola centuria. Per quanto ne sappiamo, le coorti potevano trovarsi a operare in modo autonomo rispetto all’unità di madre, eppure non avevano un comandante dedicato. È piuttosto strano e non si può escludere che ciò derivi dalla perdita delle testimonianze storiche al riguardo. Nel romanzo ho usato i tribuni come anello di congiunzione, inoltre mi sono orientato verso l’uso del tardo impero di impiegare vexillationes (sing. vexillatio) nelle operazioni minori, ovvero distaccamenti di una o più coorti di fanteria per svolgere una missione, in maniera simile alle odierne task force.
Il prototipo della legione descritto sopra venne affinato ulteriormente nei due secoli successivi, con la separazione dei leves, ribattezzati velites, dagli hastati e quindi una diversa distribuzione numerica dei reparti. Ecco come Polibio descrive la nascita di una nuova legione ad opera dei tribuni militum:

“[I tribuni] scelgono i più giovani e i più poveri per formare i velites, quelli che li seguono per età e censo per gli hastati, i più maturi d’età per i principes, e i più anziani di tutti per i triarii. I tribuni dividono gli uomini in modo che [questi] siano 600, i principes 1200 e gli hastati altrettanti; tutti gli altri sono schermagliatori.”

Rorarii e accensi sono scomparsi, le due schiere votate all’offesa sono diventate più numerose e omogenee, mentre la funzione difensiva dei triarii li ha relegati in secondo piano. Come combatteva questo tipo di legione?
Hastati, principes e triarii si schieravano per manipoli alle spalle dei velites, il cui compito rimase sempre quello di coprirli e disturbare il nemico nelle prime fasi dello scontro. Le due schiere “d’assalto” presentavano manipoli di centoventi uomini, mentre quelli dei triarii ne contavano sessanta, per coprire lo stesso fronte con la metà delle truppe. Un aspetto importante era la disposizione a scacchiera delle unità: i ranghi posteriori si schieravano in corrispondenza degli spazi tra i manipoli di quello antistante, per favorire la rotazione che divenne il tratto distintivo della tattica legionaria. All’inizio della battaglia i velites scagliavano i giavellotti, quindi si ritiravano e raggiungevano i triarii. Questi rimanevano sul fondo dello schieramento, inginocchiati a terra con le armi pronte, in attesa dell’evoluzione dello scontro. Davanti a loro, gli hastati correvano incontro al nemico e, serrate le distanze, scagliavano i due giavellotti in dotazione prima di estrarre il gladio e lanciarsi alla carica, usando lo scudo come ariete. I principes li seguivano e dopo alcuni minuti davano loro il cambio, ripetendo gli stessi gesti della prima schiera: lanciavano e caricavano, mentre gli hastati si ritiravano attraverso le loro linee per riprendere fiato e riorganizzarsi. Purtroppo non conosciamo l’esatto svolgimento di questa manovra, né come venisse coordinata, però i romani dovevano essere dei maestri nel portarla a termine nonostante la pressione avversaria e senza perdere coesione. Se i legionari avevano la peggio, entrambe le schiere ripiegavano verso i triarii, che a quel punto si alzavano in piedi e formavano un muro di scudi irto di lance per offrire copertura ai compagni. Per questo motivo il loro impiego in battaglia divenne sinonimo di ultima risorsa, tanto che venne coniato il proverbio “essere ridotti ai triarii” per indicare una situazione disperata.
In questa fase storica l’armamento dei soldati non era uniforme. Si andava dai ragazzi seminudi con compiti di disturbo, alla fanteria pesante che impiegava il giavellotto (pilum) e combatteva con la spada, infine alle ultime vestigia oplitiche con i triarii ancora armati di hasta (il termine hastati della prima schiera era un anacronismo dettato dalla tradizione), la pesante lancia da corpo a corpo. La distinzione tra i due tipi di lancia è importante per capire funzione e modo di combattere dei diversi reparti, sebbene diventi un limite nella narrativa: la ripetizione di uno stesso termine specifico può sembrare una disattenzione al lettore, mentre l’impiego di un apparente sinonimo sarebbe errato. Insomma come si fa, si sbaglia!
Successivamente i romani si scontrarono con avversari numerosi e temibili come i galli e i cartaginesi, in grado di travolgere i singoli manipoli uno per uno se facevano breccia nel fronte. Scipione e poi Mario allora affinarono ulteriormente la formazione: l’equipaggiamento fu standardizzato sul modello degli hastati/principes, mentre i manipoli scomparvero di fatto a favore delle coorti, assembramenti formati dai sei centurie, capaci se necessario di operare anche in modo autonomo e coprire meglio i fianchi o fronti contrapposti. Le legioni continuarono comunque a schierarsi a scacchiera su tre linee (tranne in casi eccezionali come a Zama, dove furono lasciati dei corridoi in cui incanalare gli elefanti cartaginesi, per vanificarne la carica) e a ruotare i reparti impegnati in prima linea come da tradizione.

 Ricostruzione della spada iberica progenitrice del gladio romano

Ricostruzione della spada iberica progenitrice del gladio romano

Fu in questo periodo che le legioni entrarono in contatto con alcuni armamenti destinati a divenire parte integrante dell’equipaggiamento per secoli a venire: il gladio e la cotta di maglia.
Il gladio derivò dalle spade corte impiegate dalle tribù iberiche e perciò fu detto gladius hispanicus. Si trattava di un’arma ideale per combattere negli spazi ristretti della formazione legionaria, dove un’arma più grande sarebbe stata lenta e scomoda da brandire. Rimase in servizio con modifiche minori per quasi cinquecento anni, quando l’imbarbarimento degli eserciti imperiali portò a una sempre maggiore diffusione della spatha, un’arma dalla lama più lunga di tradizione germanica, non a caso somigliante anche alle spade usate in seguito dai vichinghi (e dagli Eidr).

Rievocazione storica di un legionario con lorica segmentata. Foto di Matthias Kabel

Rievocazione storica di un legionario con lorica segmentata. Foto di Matthias Kabel

L’usbergo di maglia, o lorica hamata come la chiamavano i latini, ebbe origine dalle prime campagne contro i galli, maestri nella realizzazione di questo tipo di armatura, che fu probabilmente il più duraturo e diffuso tra i vari modelli presenti negli arsenali dell’Urbe. Oltre ai pesanti pettorali di bronzo dell’epoca oplitica, infatti, i romani impiegarono almeno altri tre tipi di protezione: la lorica musculata, un pettorale che riproduceva i muscoli ed era tipico degli ufficiali per il suo aspetto solenne, la lorica squamata, ovvero un’armatura di scaglie metalliche di origini orientali e infine la lorica segmentata, cioè una corazza composta da piccole piastre metalliche parzialmente sovrapposte e cucite su un corpetto. Quest’ultimo tipo è entrato nell’immaginario collettivo come quello caratteristico del legionario, ma in realtà rimase in servizio solo dal I al III secolo dopo Cristo e non in maniera uniforme: i suoi resti sono stati ritrovati solo in alcuni siti e pare non fosse in dotazione agli ausiliari.

Rievocazione storica di un ausiliario del II sec. d.C. con lorica hamata. Foto di Matthias Kabel

Rievocazione storica di un ausiliario del II sec. d.C. con lorica hamata e pilum. Foto di Matthias Kabel

La lorica hamata è l’armatura che ho scelto per le truppe colviane, perché la diffusione della cotta di maglia anche per buona parte del Medioevo ben si presta alla commistione di epoche presente nel mio mondo. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’uso degli pteruges (strisce di cuoio semplice o borchiato) per proteggere spalle e addome sia nato per supplire all’iniziale incapacità dei fabbri capitolini di costruire parti sufficientemente flessibili da non impedire i movimenti in combattimento, mentre i galli erano già in grado di farlo. Ne ho approfittato per inserirli nel Trono come elemento distintivo del rango dei militari colviani, dato che noi lettori moderni siamo legati alla rappresentazione del grado sulle spalle, mentre risulterebbero meno immediati elementi come la cresta “di traverso” sull’elmo dei centurioni. Come nell’originale, ho mantenuto la lorica musculata per gli alti ufficiali, mentre la corazza di Dolagirt è più simile alle armature di piastre tardo medievali, perché le tattiche e la tecnologia di Ailearth sono orientate all’impiego massiccio della cavalleria pesante. Del resto i persiani e altri popoli mediorientali impiegarono sin dall’età antica i catafratti, unità in cui cavalli e cavalieri erano protetti di pesanti armature, per cui non è poi così impossibile pensare a un’anticipazione di quelle impiegate in seguito dalla cavalleria pesante europea.

Resti di una corazza a scaglie o lorica squamata, Somerset County Museum

Resti di una corazza a scaglie o lorica squamata, Somerset County Museum

Ma torniamo all’evoluzione delle legioni! Nel corso delle incessanti campagne militari, emersero altre due gravi lacune dell’esercito repubblicano e poi imperiale: la scarsa qualità della cavalleria e la necessità di forti contingenti di truppe da tiro, specie quando si fronteggiavano gli eserciti orientali. Canne si tramutò in una disfatta non solo per l’avventatezza dei comandanti e la geniale tattica di Annibale (ne parleremo più avanti, promesso), ma anche perché la cavalleria venne sbaragliata e scacciata dal campo, permettendo a quella cartaginese di piombare sui legionari e farli a pezzi. Non sarebbe stata né la prima né l’ultima volta. Allo stesso modo, la carenza di validi contingenti di arcieri divenne sempre più evidente via via che ci si trovava ad affrontare enormi orde di barbari indisciplinati e poco protetti, ma capaci di schiantare le difese se la loro carica non veniva interrotta, oppure di fronte agli squadroni di arcieri a cavallo dei parti, come imparò Crasso a Carre.
In questo caso la soluzione venne dall’arruolamento sempre più copioso di alleati barbari, i cosiddetti auxilia. Per esempio erano cavalieri rinomati i galli, i germani o i numidi, mentre le truppe da tiro in genere provenivano dalle province orientali, anche se vi erano eccezioni famose, come i frombolieri delle Baleari. È per questo che nel romanzo gli arcieri dell’avamposto di Gamius sono mercenari e non colviani ;)
Nel corso dei secoli, la fanteria pesante cessò quindi di essere la risposta più adatta alle sfide poste dai popoli ai confini dell’impero, inoltre l’imbarbarimento dell’esercito portò a una differenziazione sempre maggiore di unità, equipaggiamenti e modi di combattere. A fianco dei legionari apparvero lancieri, arcieri a cavallo, cavalleria leggera, cavalieri corazzati detti clibanarii, simili a quelli persiani, e persino alae su dromedari per la guerra nel deserto. L’esercito si differenziò tra limitanei, le truppe preposte alla sorveglianza dei confini, e legioni comitatenses, cioè eserciti di manovra incaricati di accorrere ovunque fosse necessario contrastare un’invasione. Secondo alcuni storici l’imperatore Gallieno ebbe l’intuizione di creare a tal fine un contingente di sola cavalleria, che qualcuno considera tra i primi esempi di Forza di Reazione Rapida (QRF, Quick Reaction Force, nella terminologia militare odierna) della Storia. La riserva mobile citata da Galbas nel capitolo 38 del Trono si ispira al medesimo concetto.
La cavalleria assunse un ruolo crescente sul campo di battaglia, tendenza proseguita poi per buona parte del Medioevo. Il mutare degli avversari decretò un ritorno alle origini anche per la fanteria: nel tardo impero la lancia pesante tornò a essere la sua arma principale, le legioni ripresero a schierarsi sotto forma di falangi per affrontare i feroci cavalieri delle steppe e tra i soldati di origine barbarica ci fu un ritorno in auge dello scudo rotondo. In un certo senso, il cerchio si chiuse.

Ricostruzione di uno scorpione romano. Foto di Matthias Kabel

Ricostruzione di uno scorpione romano. Foto di Matthias Kabel

Prima di passare agli Eidr, dedicherò un po’ di spazio a un’arma nominata di sfuggita nel romanzo, la balestra. Sulion la cita per preparare il terreno alla sua comparsa negli anni a venire e nel farlo commette un errore, ma non quello che potrebbe sembrare a prima vista!
Immagino che più d’uno abbia storto il naso di fronte alla citazione della balestra come arma in mano a soldati simil-romani, considerandolo un anacronismo. Lo è se ci limitiamo a guardare alle tecnologie occidentali, ma l’errore è un altro e l’ho commesso volutamente, dato che in questo caso ho preferito privilegiare la semplicità alla precisione. Sulion afferma che la balestra deriva dagli scorpioni, armi d’assedio romane, ma ciò è errato: gli scorpioni traevano l’energia per scagliare i proiettili dalla torsione di fasci di funi, non dalla tensione elastica dell’arco, com’è il caso delle balestre vere e proprie. Al momento di stabilire come introdurre l’arma nel testo, mi è sembrata una spiegazione un po’ troppo tecnica. Due soldati come i Talendyr avrebbero potuto apprezzarla, ma temevo sarebbe risultata soporifera per i lettori meno avvezzi agli aspetti tecnici delle armi antiche.
Come ho anticipato, l’errore apparente invece non è tale, nel senso che la diffusione della balestra in Europa a partire dall’anno 1000 non è stata altro che una reinvenzione dell’arma: qualcosa di simile era già stato usato dai greci e soprattutto dai cinesi, che ne fecero uso nel Periodo degli Stati Combattenti, almeno a partire dal V secolo avanti Cristo e forse addirittura dal VI. Mentre Roma era ancora uno staterello, in Cina si praticava già l’agricoltura intensiva con canali per l’irrigazione, si producevano armi e armature di bronzo in serie e gli eserciti potevano mettere in campo centinaia di migliaia di uomini. Questa è la ragione che mi ha spinto a ritenere accettabile l’introduzione della balestra tra le tecnologie colviane. Del resto è logico che gli ufficiali dell’impero si siano sforzati di trovare un sistema per contrastare lo strapotere degli arcieri eidr.

Il mattino della battaglia di Agincourt, sir John Gilbert, 1884

Il mattino della battaglia di Agincourt, sir John Gilbert, 1884

“We few, we happy few, we band of brothers.
For he to-day that sheds his blood with me
Shall be my brother; be he ne’er so vile,
This day shall gentle his condition;
And gentlemen in England now a-bed
Shall think themselves accurs’d they were not here,
And hold their manhoods cheap whiles any speaks
That fought with us upon Saint Crispin’s day.”
[William Shakespeare, Enrico V, atto IV, scena III]

Con il monologo da cui è tratto questo brano, uno dei più citati della letteratura inglese, il Bardo ha dato inizio alla leggenda della battaglia di Agincourt, avvenuta il 25 ottobre 1415 tra l’esercito francese e quello inglese. Ve l’ho riproposto perché è il momento di parlare dell’arco lungo, arma celebre per aver deciso numerose battaglie della Guerra dei Cent’anni, tra cui proprio Agincourt e in precedenza Crecy, nel 1346. Gli inglesi che combattevano al di qua della Manica si trovarono spesso in inferiorità numerica di fronte agli eserciti nemici, affollati di nobili cavalieri ansiosi di mettersi in mostra. Grazie alla sapiente scelta del terreno, al maggiore spirito di corpo e agli errori dei francesi, i contingenti di arcieri ebbero l’occasione di rovesciare sugli avversari una pioggia mortale, che spazzò via la cavalleria pesante feudale, gli uomini d’arme e persino le migliaia di balestrieri mercenari assoldati per cercare di combattere il fuoco con il fuoco.
L’arco lungo si diffuse a partire dal XIII secolo nell’Inghilterra normanna, forse a partire da armi simili impiegate dagli ultimi britanni, i gallesi, per opporsi all’invasione delle loro terre da parte degli eredi di Guglielmo il Conquistatore. Era lungo circa un metro e ottanta, fatto di legno di tasso (il migliore), frassino od olmo, aveva una portata massima indicata in circa trecento-trecentocinquanta metri e una utile di poco superiore ai duecentocinquanta. Si stima che già attorno ai cento metri le sue frecce potessero perforare un’armatura di ferro, mentre a breve distanza erano in grado trapassare da parte a parte tavole di quercia spesse un pollice. La balestre potevano sviluppare un potere d’arresto superiore, ma al confronto avevano una cadenza di tiro risibile: uno-due colpi al minuto contro i sei di un arciere addestrato, che secondo alcune fonti potevano salire a dieci per brevi periodi. Gli arcieri portavano con sé una cinquantina di frecce, dotate di punte diverse a seconda del bersaglio: aghiformi contro gli usberghi di maglia, a punteruolo contro le corazze di piastre, oppure più larghe e con bordi a uncino per conficcarsi nelle carni dei cavalli poco protetti. Questi tiratori erano così temuti e odiati dai francesi che, in caso di cattura, venivano uccisi oppure venivano mozzate loro le dita della mano con cui tendevano la corda dell’arco, affinché non potessero più combattere. Ad Agincourt erano presenti, a seconda delle stime, da tre a seimila arcieri inglesi: provate a immaginare che razza di incubo debba essere stato per i francesi arrancare su un terreno pesante, allo scoperto, bersagliati da migliaia frecce che si abbattevano su di loro a intervalli di pochi secondi, mietendo vittime tra uomini e cavalli. Urla, lamenti e nitriti dovevano risuonare sempre più numerosi e strazianti, mentre dall’alto giungeva un sibilo mortale seguito dal clangore dei dardi sul metallo delle corazze o da un tonfo sordo, quando si conficcavano nella carne e un altro compagno d’arme cadeva nel fango!
L’attacco subito da Yanvas e dai suoi legionari subito dopo l’imboscata sul Devengar dev’essere stato simile a questo. Credo che gli approfondimenti di questi ultimi mesi vi abbiano consentito di farvi un’idea sull’efficacia in battaglia delle armi e tattiche vichinghe/eidr così come di quelle romane/colviane: è piuttosto evidente come, senza l’introduzione di un elemento in grado di bilanciarne un po’ le caratteristiche, lo squilibrio tra i due popoli si sarebbe risolto invariabilmente a favore dei colviani. I romani dimostrarono spesso di patire le forze da tiro avversarie, perciò è stato naturale attribuire agli Eidr l’arma principe dei lontani discendenti dei loro omologhi terrestri.

Anche oggi siamo arrivati alla conclusione dell’approfondimento. Il tema è stato un po’ più tecnico del solito, in ogni caso mi auguro che abbiate trovato stimolante osservare come le legioni si siano evolute per fronteggiare le sfide presentate dai diversi periodi storici, oltre ad approfittarne per scoprire le motivazioni alla base di alcune scelte riguardanti il mondo del Trono :)

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Letture consigliate

In aggiunta ai testi già consigliati in precedenza, vi consiglio un saggio perfetto per calarvi nei panni degli arcieri di Agincourt o dei combattenti di altre battaglie celebri:
J. Keegan, Il volto della battaglia, Il Saggiatore

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iSi tratta di falangi oplitiche, da non confondere con quelle macedoni: queste erano armate di sarisse, picche lunghe fino a sei metri da impugnare a due mani, e di un piccolo scudo metallico legato alla spalla sinistra per lasciare libera la mano.

Eidr, colviani ed espansionismo vichingo

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Buongiorno a tutti! È passato un po’ di tempo da quando ho accennato a un approfondimento sui regni e le colonie vichinghe, credo sia tempo di affrontare l’argomento e chiudere così la serie di articoli sull’epopea dei guerrieri scandinavi!

Ricostruzione di un villaggio di pescatori in Islanda. Foto di Herbert Ortner

Ricostruzione di un villaggio di pescatori in Islanda. Foto di Herbert Ortner

«Perché [gli uomini] si mettono in mare affrontando così tanti pericoli? E cosa vanno a cercare in Groenlandia?»
«[La risposta è insita] nella triplice natura dell’uomo. Un motivo è la fama, un altro è la curiosità, il terzo è la brama di ricchezza.»
[Testo norvegese del 1240]

Nei mesi scorsi abbiamo visto (qui e qui) quanto siano stati profondi i segni lasciati nella cultura e nell’economia medievali dalle razzie vichinghe e da quelle eidr nel mondo del Trono, ma non ci siamo soffermati su una delle questioni fondamentali: perché di punto in bianco migliaia di uomini attraversarono i mari alla ricerca di gloria e bottino?
Secondo alcuni studiosi, la causa scatenante potrebbe essere stata un mutamento climatico, ovvero un progressivo riscaldamento del pianeta che avrebbe reso abitabili regioni della penisola scandinava prima inospitali. Le popolazioni avrebbero pertanto avuto a disposizione molte più terre coltivabili e la relativa abbondanza di cibo avrebbe provocato un vero e proprio boom demografico, in seguito al quale moltitudini di guerrieri si sarebbero spinti sempre più lontano alla ricerca di ciò che non potevano ottenere in patria. In Scandinavia gli uomini più ricchi e potenti praticavano la poligamia e la competizione tra i loro innumerevoli figli doveva essere piuttosto accesa, per cui appare ancora più evidente quanto dovesse essere forte la spinta a compiere imprese in terra straniera, soprattutto dopo la messa al bando delle incursioni ai danni di connazionali. Con l’andare del tempo, la pressione demografica dev’essere aumentata al punto di spingere i razziatori a diventare colonizzatori pur di sopravvivere. Un altro fattore che agevolò l’espansione vichinga fu la pratica di mandare in esilio famiglie o interi clan, anziché metterli semplicemente a morte. Questo portò alla fondazione di nuovi insediamenti da parte di avventurieri ai quali non era rimasto nulla da perdere, come il famoso Eric il Rosso.
Il fenomeno cessò attorno alla metà dell’XI secolo e ancora una volta le cause non sono del tutto chiare, o almeno non univoche. La cristianizzazione del Nord rivestì probabilmente un ruolo determinante, perché i condottieri non furono più liberi di derubare, schiavizzare e uccidere dei correligionari, mentre in precedenza chiese e monasteri erano i loro bersagli prediletti. La nuova fede, in un periodo di fervore religioso a dir poco militante, fornì nuovi nemici da combattere sulla sponda meridionale del Baltico: non era più necessario spingersi lontano, si potevano accumulare gloria e bottino contro i pagani dell’Est al grido di Deus Vult. Sembra inoltre che la pressione demografica sia andata riducendosi dopo lo straordinario picco del VII-IX secolo e che ciò, unito a una migliore organizzazione nell’agricoltura e nella pesca, abbia reso meno attraente la vita dell’avventuriero (i regni circostanti erano sempre più fortificati) rispetto a quella del coltivatore. Nel 1086 re Canuto IV di Danimarca fu addirittura ucciso da contadini in rivolta, dopo che quelli arruolati per invadere l’Inghilterra si erano ammutinati pur di non salpare. Più tardi il clima influì di nuovo, ma questa volta in senso contrario, con il venir meno dell’aumento di temperatura che aveva reso accoglienti le terre boreali. A partire dalla fine del XIII secolo infatti l’Europa andò incontro a un progressivo calo delle temperature, che abbiamo già visto essere stato una concausa delle carestie e della Peste Nera, denominato “Piccola Era Glaciale” e proseguito fino a metà del XIX secolo, dopo aver toccato il proprio minimo nel XVII.
Tra l’alba e il tramonto dell’età dell’oro vichinga vi furono circa due secoli e mezzo, un’epoca relativamente breve la cui storia fu scritta con la spada e con il sangue, ma che non lasciò dietro di sé solo violenza e rovine fumanti: i vichinghi furono anche conquistatori, esploratori e colonizzatori.

Moneta vichinga del X secolo rinvenuta a Dublino. Si ritiene che l'incisione rappresenti lo Stendardo del Corvo consacrato a Odino

Moneta vichinga del X secolo rinvenuta a Dublino. Si ritiene che l’incisione rappresenti lo Stendardo del Corvo consacrato a Odino

Le prime conquiste cominciarono nell’VIII secolo e interessarono gli arcipelaghi nel nord dell’Atlantico: Shetland, Orcadi, Fær Øer, Ebridi, le isole nel Fyrth of Clyde e l’isola di Man. I norreni soggiogarono i pitti, gli irlandesi e gli scoti che le abitavano, quindi le trasformarono in basi da cui partire per le incursioni. Fondarono regni nelle regioni circostanti a più riprese, per esempio in Irlanda nel IX e X secolo, ma ebbero tutti vita breve a causa delle guerre continue, sebbene alcune roccaforti come Dublino abbiano resistito fino all’arrivo dei normanni nel XII secolo. Gli scandinavi dominarono anche alcune regioni inglesi, per esempio furono padroni di York e delle terre circostanti per circa ottant’anni. L’impatto culturale della loro presenza, sommato a quello delle genti germaniche e danesi che li avevano preceduti, lasciò un segno duraturo nella lingua, nella toponomastica e nel feudalesimo delle isole britanniche: il suffisso -ster presente nei nomi di alcune regioni (per esempio l’Ulster), deriva dal norreno stadr, cioè luogo, territorio. Allo stesso modo -dale (valle) viene da dalr. Tra i titoli nobiliari feudali invece possiamo vedere come derivino quasi tutti dal francese e dal latino, tranne l’equivalente di conte, earl, che proviene dal norreno jarl. Gli esempi analoghi sarebbero innumerevoli.
Se la terraferma era difficile da difendere, non si poteva dire altrettanto delle isole, che rimasero sotto il controllo vichingo per secoli.  I norvegesi cedettero le Ebridi e le isole tra Scozia e Irlanda soltanto nel XIII secolo dietro il pagamento di una cifra consistente e di un tributo annuale che fu versato per decenni, mentre la storia delle Shetland e delle Orcadi è più curiosa. Nel XV secolo, Cristiano I regnava su un’unione tra le corone di Danimarca, Svezia e Norvegia e diede in sposa la figlia Margherita al re di Scozia Giacomo III. Cristiano offrì le isole come pegno nel caso in cui non avesse versato la dote nei tempi stabiliti. Una persistente crisi di liquidità gli impedì di onorare il debito, così tra il 1471 e il 1472 entrambi gli arcipelaghi passarono sotto il dominio scozzese.

San Brendano sul dorso della balena, Manuscriptum translationis germanicae, 1460

San Brendano sul dorso della balena, Manuscriptum translationis germanicae, 1460

Per quanto importante e duratura, la presenza vichinga nelle terre che abbiamo appena citato fu solo un trampolino di lancio verso traguardi più ambiziosi, oltre l’orizzonte. Già all’inizio del IX secolo i primi coloni approdarono nelle isole Fær Øer, fino a quel momento abitate soltanto da monaci irlandesi, i quali si ispiravano ai viaggi di san Brendano. Questo santo irlandese vissuto tra il V e il VI secolo godette di una fama straordinaria per buona parte del Medioevo, tanto che i racconti sul suo viaggio leggendario alla ricerca del paradiso furono tramandati oralmente per quasi cinquecento anni, fino alla trascrizione risalente al 900 circa. Il viaggio di san Brendano contiene numerosi episodi allegorici, tra cui incontri con diavoli, mostri marini, grifoni, bambini misteriosi, altrettanto enigmatici monaci arrivati non si sa come su isole lontanissime in mezzo all’oceano, enormi fuochi, nubi di ghiaccio e persino una colossale colonna di cristallo presso la quale dimora Giuda, il traditore di Cristo. In un’epoca di forte misticismo, l’opera ebbe una forte influenza sui monaci ansiosi di mettere alla prova la propria fede e di affidarsi alle mani del Signore, perciò molti di essi salparono senza una meta su miserabili barchette fatte di cuoio teso su intelaiature di vimini, rese impermeabili da uno strato di grasso e burro e spinte da una piccola vela quadrata. I monaci contavano solo sulla guida divina: una cronaca riporta le parole di un abate che sgridò i propri confratelli perché avevano cominciato a remare, forzando la mano alla divina provvidenza. È probabile che buona parte di questi fanatici siano morti di stenti o annegati da qualche parte nell’oceano, eppure alcuni furono così fortunati da approdare sulle coste delle Fær Øer o addirittura in Islanda, all’incirca un secolo prima dei vichinghi.
Gli scandinavi raggiunsero le Fær Øer quando erano ancora pagani, scacciarono o uccisero gli anacoreti cristiani, poi si dedicarono all’allevamento di pecore e in seguito alla pesca. Presto le isole divennero meta di numerose famiglie di coloni, in particolare norvegesi esiliati dal re Harald Bellachioma. Ai monaci irlandesi sopravvissuti non restò che raggiungere i confratelli in Islanda, a Dio piacendo.

Lo Sbarco dei primi coloni vichinghi in Islanda, Johan Peter Raadsig, 1850

Lo sbarco dei primi coloni vichinghi in Islanda, Johan Peter Raadsig, 1850

Purtroppo per loro, i vichinghi li raggiunsero anche lì. Sembra che i monaci fossero presenti sull’isola almeno dal 775, mentre la scoperta ufficiale dell’Islanda da parte degli scandinavi è datata 860, sebbene fosse conosciuta già in precedenza e parecchi autori classici la citino con il nome di Thule. Lo scopritore sarebbe stato un norvegese di nome Naddod, finito fuori rotta durante un viaggio verso le Fær Øer. Ecco un brano relativo all’episodio:

“La tempesta li spinse nell’oceano occidentale e là scoprirono una grande terra. Salirono in cima a un’alta montagna nella ragione di Eastfirths da dove la vista era splendida. Cercarono del fumo o altri segni di presenza di uomini, ma non ne trovarono. Si fermarono fino all’autunno e quando partirono per ritornare alle Fær Øer, videro neve sulle cime delle montagne, per cui chiamarono quella terra, che molto lodarono, Terra della Neve.”

Dopo Naddod vennero altri due navigatori, Gardar e Floki, e sembra che solo quest’ultimo fosse diretto in Islanda allo scopo di esplorarla e di farsi un’idea migliore del luogo tanto apprezzato da chi vi si era imbattuto per sbaglio. Floki invece scordò di mietere il fieno per il bestiame durante la bella stagione e incappò in una primavera molto rigida, perciò dovette soffrire la fame e il freddo prima di ripartire verso casa. Ciononostante, tra l’870 e il 930 l’Islanda divenne meta d’elezione per gli emigranti non solo norvegesi, ma anche norreni nati e cresciuti in Irlanda, dove la morsa delle genti celtiche aumentava sempre di più, che approdarono sull’isola con servi e schiavi al seguito. Circa quattrocento famiglie si spartirono le terre coltivabili e diedero vita a quello che viene considerato il più fulgido esempio di colonizzazione da parte degli uomini del nord, dato che l’assenza di popolazioni locali da assimilare consentì di mantenere inalterati i costumi e le tradizioni per lungo tempo. Non è un caso che molte saghe e testi come l’Edda, la principale raccolta di miti scandinavi, siano stati trascritti e conservati proprio lì.

Il Thingvellir, o Piana dell'Assemblea, in Islanda. Foto di Ivan Sabljak

Il Thingvellir, o Piana dell’Assemblea, in Islanda. Foto di Ivan Sabljak

I coloni erano in larga parte pagani e sembra che molti di essi abbiano seguito il rito tradizionale per decidere dove stabilirsi: gettavano in mare le travi di legno che avrebbero costituito il cuore della casa, le seguivano finché le onde le spingevano a riva e lì costruivano la propria dimora, ritenendo che fosse il luogo indicato dagli Asi. Ecco perché nel quadro raffigurato poco sopra la famiglia presta così tanta attenzione a quel dettaglio.
Gli islandesi, scottati dalla tirannia di Harald, rifiutarono di scegliere un re, ma adottarono parte del sistema di governo tipico del nord, ovvero le assemblee chiamate thing, che ho mutuato per gli Eidr. L’organo supremo dell’isola era costituito da una grande assemblea detta Althing, che si riuniva una volta all’anno e trascorreva quindici giorni ad amministrare la giustizia e il paese. Il luogo di ritrovo dei capifamiglia era una piana detta Thingvellir, situata in un luogo facile da raggiungere che ospitò le assemblee per quasi novecento anni, fino al 1799. Nell’Ottocento si preferì trasferirle nella capitale Reykjavík, ma Parlamento islandese si chiama Althing ancora oggi :)
L’Althing è presente anche nel Trono, dove però si tratta di un’assemblea federale delle quattro regioni assoggettate all’autorità del re eidr, il konungr (se ci fate caso, la radice del termine norreno è la stessa del tedesco könig e dell’inglese king).
L’Islanda però poteva sostentare un ammontare limitato di persone e i vichinghi erano gente irrequieta, così ben presto da lì spiccarono l’ennesimo balzo verso ovest, diretti in Groenlandia.

La chiesa del XII secolo di Hvalsey, le cui rovine sono le meglio conservate tra quelle norrene in Groenlandia

La chiesa del XII secolo di Hvalsey, le cui rovine sono le meglio conservate tra quelle norrene in Groenlandia

Ancora una volta, la scoperta della Groenlandia avvenne per caso ad opera di un navigatore finito fuori rotta, Gunnbjorn Ulf-Krakason, all’incirca nel 900 dopo Cristo. La colonizzazione della Groenlandia cominciò solo settant’anni dopo, quando Eric il Rosso e la sua famiglia furono scacciati prima dalla Norvegia e poi dall’Islanda, dove Eric aveva ucciso un uomo, forse per dispute sulla terra che ormai scarseggiava. Eric trascorse tre anni a esplorare le coste, trovando a suo dire terre fertili e paesaggi che gli ricordavano la madrepatria. A quel punto tornò in Islanda e organizzò una spedizione forte di venticinque navi, anche se solo quattordici giunsero a destinazione. Secondo la saga, Eric coniò il nome Terra verde per invogliare i coloni a seguirlo con la prospettiva di un luogo idilliaco. Nel tempo vennero fondati almeno tre insediamenti e si ritiene che la Groenlandia abbia attirato altri emigranti dopo la spedizione iniziale, tanto che l’insediamento principale arrivò a contare almeno centonovanta famiglie dedite all’allevamento, alla pesca e all’agricoltura, oltre che al commercio di pellicce e avorio proveniente dalle zanne di tricheco.
Un libro norreno del XIII secolo descrive così la situazione sull’isola:

“Si sa che il pascolo là è buono, e che le fattorie sono grandi e prosperose. Gli agricoltori sono impegnati nell’allevamento di bestiame e pecore e producono una grande quantità di burro e formaggio; la gente vive principalmente di questi prodotti e di carne. Inoltre si nutrono di carne di renne, balene, foche e orsi.”

Ben presto le risorse boschive dell’isola furono messe a dura prova dall’attività umana, che le consumava a ritmo vertiginoso per costruire case, imbarcazioni e per scaldarsi d’inverno, quindi si dovette importare legname direttamente dalla Norvegia. Questo potrebbe essere uno dei fattori che indussero i navigatori a spingersi ancora più a occidente, alla ricerca di una terra avvistata per puro caso da alcuni di loro finiti fuori rotta a causa delle tempeste.

La mappa di Skalholt, carta islandese del 1590 basata sulle nozioni tramandate dai navigatori vichinghi

La mappa di Skalholt, carta islandese del 1590 basata sulle nozioni tramandate dai navigatori vichinghi

Gli storici e gli archeologici ritengono che piccole spedizione vichinghe abbiano raggiunto le coste nord americane per la prima volta attorno all’anno 1000 e le stesse fonti medievali indicano a più riprese la presenza di terre conosciute non lontano dalla Groenlandia. Nel 1075 il geografo tedesco Adamo di Brema riportò queste affermazioni del Re di Danimarca:

“[Vi è] un’altra isola scoperta da molti in quell’oceano. È chiamata Vinland perché la vite vi cresce spontaneamente e produce vino eccellentissimo. Che vi si trovi in abbondanza frumento non seminato è una notizia non appresa da voci fantasiose, ma dai resoconti degni di fede dei danesi.”

Un trattato del XII secolo è ancora più dettagliato dal punto di vista geografico:

“A sud della Groenlandia si trova Helluland, quindi Markland e, non molto oltre, Vinland.”

Una saga tramanda che il primo scopritore del Vinland sia stato il navigatore islandese Bjarni Herjolfsson. Un anno, al suo ritorno a casa dalla Norvegia, scoprì che il padre si era sposato e si era trasferito in Groenlandia, perciò salpò per raggiungerlo, ma finì fuori rotta e avvistò una serie di terre prima di riuscire finalmente a ricongiungersi con la famiglia. Alcuni anni dopo le voci sul suo viaggio raggiunsero Leif Ericsson, figlio di Eric il Rosso, dal quale aveva ereditato l’animo irrequieto. Leif comprò la barca di Bjarni, assoldò un equipaggio e salpò. Si imbatté per prima cosa nella scabra Helluland (Terra delle pietre piatte), identificata con l’Isola di Baffin, quindi  in una regione pianeggiante ricoperta di foreste fittissime che battezzò Markland (Terra delle foreste) e che si ritiene essere la costa del Labrador, infine superò delle sconfinate spiagge bianche, risalì un fiume e costruì un campo in riva a un lago pullulante di salmoni enormi. Qui un uomo del suo equipaggio scoprì delle bacche simili all’uva e si ubriacò dopo averne mangiate parecchie, inoltre trovarono quello che ritennero essere grano selvaticoi in abbondanza. Il gruppo svernò in riva al lago e la primavera seguente rientrò in patria con la nave carica di legname e frutti di quella terra lussureggiante. Leif vendette la nave ai suoi fratelli, i quali organizzarono una nuova spedizione. Ritrovarono la capanna di Leif e vi trascorsero l’inverno, quindi cominciarono e esplorare le coste sempre più a ovest, finché ebbero un primo contatto con gli indigeni, gli skrælingii: i vichinghi avvistarono un piccolo gruppo di indiani accampati sulla costa, si avvicinarono e, con il consueto tatto, li uccisero tutti tranne uno, che riuscì a fuggire e diede l’allarme. In breve il resto dei guerrieri della tribù accorse per vendicarsi e Thorvald, figlio di Eric il Rosso nonché capo della spedizione, cadde colpito da una freccia. Un terzo fratello, Thorstein, partì per recuperarne il corpo insieme alla moglie Gudrid, ma il maltempo impedì la traversata e Thorstein morì durante l’inverno. Gudrid si sposò nuovamente e convinse il marito a colonizzare le terre appena scoperte, perciò partirono con sessanta uomini, cinque donne e parecchi capi di bestiame per stabilirsi definitivamente lì.

Resti di una "casa lunga" vichinga nel villaggio di L'Anse aux Meadows, in Canada. Foto di Clinton Pierce

Resti di una “casa lunga” vichinga nel villaggio di L’Anse aux Meadows, in Canada. Foto di Clinton Pierce

Questa volta i rapporti con gli skræling furono più pacifici: gli indiani offrirono pelli in cambio del latte delle mucche, finché dopo circa due anni una lite con alcuni di loro sfociò in una battaglia. A quel punto i vichinghi decisero di averne abbastanza, presero armi e bagagli e tornarono in Groenlandia. Non si sa se si tratti dello stesso luogo descritto nelle saghe, ma nel 1960 gli archeologi rinvennero tracce di un centro abitato norreno presso il villaggio di pescatori canadese di L’Anse aux Meadows. Furono scoperti i resti di un piccolo gruppo di case lunghe, in grado di ospitare una settantina di persone, con locali atti a riparare le navi, una fucina e svariati manufatti, spille e altri oggetti di stile vichingo, incompatibili con le tecnologie dei nativi e databili attorno all’anno 1000. Sopra questi resti furono rinvenuti reperti indigeni, segno che gli skræling sfruttarono le abitazioni abbandonate come riparo dopo la partenza dei coloni. Sembra che una figlia di Eric abbia effettuato un ulteriore tentativo di colonizzazione, finito male a causa di dissapori tra lei e alcuni islandesi, sfociati nel loro assassinio per mano della donna armata d’ascia (quella di Eric il Rosso dev’essere stata una stirpe di personcine davvero affabili). In ogni caso il Vinland, nonostante tutte le sue promesse di ricchezza, si rivelò ostile e inospitale per i norreni, costringendoli ad abbandonarlo. Sappiamo comunque che le colonie groenlandesi inviarono spedizioni a raccogliere legname nel Markland almeno fino al 1347.
Come se non bastasse, il pianeta stesso sembrò voler sancire la fine dell’era vichinga: nei secoli successivi le temperature scesero in media di quasi sette gradiiii, i ghiacci si spinsero sempre più a sud, la navigazione divenne più pericolosa a causa degli iceberg, in Groenlandia l’erosione impoverì il suolo e gli attacchi degli inuit aumentarono a causa della migrazione verso sud delle foche, che portò i due popoli a competere per le stesse risorse alimentari. Gli esami dei resti umani e animali evidenziano un progressivo impoverimento della dieta, aggravato dai pesanti limiti al commercio imposti dai sovrani norvegesi nel XIII secolo. In pratica le colonie di Eric cominciarono a spegnersi in modo lento e inesorabile, senza che il mondo esterno se ne rendesse conto. I documenti attestano un ultimo matrimonio cristiano celebrato nel 1408 nella chiesa di Hvalsey (di cui potete vedere una foto sopra), poi il nulla. Si ritiene che i villaggi siano rimasti spopolati o siano stati travolti dagli inuit attorno alla fine del XV secolo, ma fu soltanto nel 1721 che una spedizione si spinse di nuovo in quei luoghi, trovando poche, spettrali rovine. La drammaticità della situazione emerge perfettamente in queste poche righe vergate da papa Alessandro VI nel 1492:

“Le diocesi di Gardar si trovano ai confini del mondo in un luogo chiamato Groenlandia. Il popolo che vi abita non ha né pane, nè vino, né olio; sopravvive nutrendosi di pesce essiccato e di latte. […] Si calcola che per ottant’anni nessuna nave sia arrivata fino là e che nessun vescovo né sacerdote abbia risieduto là in quel periodo. Come risultato […] una volta all’anno espongono una tovaglia sacra usata dall’ultimo sacerdote che ha celebrato la messa, circa cento anni fa.”

Secoli dopo, queste terre dimenticate da Dio e dagli uomini passarono sotto il controllo danese, così come le Fær Øer, e ancora oggi fanno parte del Regno Unito di Danimarca, pur godendo di una crescente autonomia, alimentata dalla scoperta di ingenti risorse minerarie nel sottosuolo, sempre più accessibile in seguito allo scioglimento dei ghiacci. In particolare si stima che la Groenlandia possa celare immense riserve di terre rare, minerali preziosissimi per l’industria avanzata, una disponibilità che potrebbe mettere in discussione il ruolo egemonico cinese in questo campo. La Groenlandia ha rivestito una certa importanza anche negli anni della Guerra Fredda, poiché l’appartenenza alla NATO e la sua posizione la rendevano un luogo ideale per installarvi radar e sensori dedicati alla sorveglianza degli spazi aerei artico e sovietico, consentendo di monitorarli per stabilire una rete di allarme precoce in caso di lancio di missili intercontinentali (l’Artico era una zona operativa d’elezione per gli SSBN, i sottomarini nucleari deputati al lancio di missili balistici). In maniera similare, l’Islanda ospitava forze aree americane specializzate nel pattugliamento marittimo e nella lotta anti-sommergibile, proprio per contribuire a monitorare il traffico sovietico nelle acque del Nord. Insomma, potete vedere come il retaggio lasciato da poche centinaia di coloni vichinghi abbia segnato i legami politici e culturali di queste terre difficili quanto affascinanti e preziose.

L'arrivo di Rurik e dei suoi fratelli in Russia, Apollinary Vasnetsov, XIX secolo

L’arrivo di Rurik e dei suoi fratelli in Russia, Apollinary Vasnetsov, XIX secolo

Mi sono già dilungato parecchio e in conclusione vorrei dedicare qualche riga al romanzo, ma prima è doveroso accennare brevemente ad altri due clamorosi fenomeni di espansione nordica, sebbene siano ricordati piuttosto di rado perché furono i dominatori a essere assimilati sul piano culturale dai loro sudditi: i regni vichinghi nell’Est e in Francia.
Nell’Est europeo i vichinghi, soprattutto svedesi, erano conosciuti come variaghi o vareghi ed esigevano tributi dalle genti slave della costa baltica e lungo i fiumi, come abbiamo visto nei precedenti approfondimenti. Attorno all’860 gli slavi riuscirono a scacciare i vareghi, ma le continue lotte interne li costrinsero a richiamare uno dei loro capi, Rurik, affinché riportasse l’ordine. Rurik divenne signore di Novgorod, mentre due suoi fratelli regnavano sulle città di Beloozero e Izborsk, ma ben presto essi morirono, lasciandolo unico sovrano della Russia nonché fondatore di una dinastia piuttosto longeva. Qualche anno più tardi altri due vichinghi chiamati Askold e Dir scesero il Dnepr per raggiungere Costantinopoli, quando notarono Kiev e decisero di farne la loro base. Riunirono un esercito di vareghi, presero la città e diedero inizio al dominio dei rus sulla regione, destinato a proseguire fino all’arrivo dei mongoli nel XIII secolo.
Esattamente come gli svedesi nell’Est, alcuni vichinghi approdati in Francia seppero fondare una dinastia di successo, ma persero l’identità scandinava in favore della cultura delle terre governate. La stirpe normanna ebbe origine nel X secolo grazie al norvegese Hrolfr Ketilsson, meglio conosciuto come Rollone. Questi giunse in Francia come condottiero nel corso di una delle molte spedizioni vichinghe, ma anziché ritirarsi, decise di stabilirsi nella valle della Senna, dove prese il controllo di Rouen e dei territori circostanti. Qui, nonostante alcune sconfitte patite per mani dei franchi, riuscì a stipulare un accordo con re Carlo e gli giurò fedeltà in cambio di un feudo in Normandia. Non tutti i dettagli degli anni seguenti sono chiari, comunque Rollone e suo figlio Guglielmo Lungaspada seppero gestire con astuzia i rapporti con la corona franca e al contempo con i vichinghi che attaccavano la regione, dosando il bastone e la carota. Il risultato fu una continua espansione dei domini normanni, finché il pronipote di Rollone, Riccardo II, poté arrivare a fregiarsi del rango ducale. In un certo senso, Riccardo II può essere considerato il primo leader completamente normanno, poiché fu durante il dominio di suo padre che i discendenti dei vichinghi smisero di parlare in norreno, accettarono le politiche feudali e abbracciarono in modo convinto il cristianesimo, infatti a partire dall’anno 1000 in Normandia fiorirono chiese e monasteri. La sete di avventura però non scomparve insieme all’accento. La stirpe normanna rimase ambiziosa e sfruttò un lontano legame di parentela per giustificare le proprie mire sul trono inglese, di cui Guglielmo il Conquistatore si impossessò nel 1066, dopo aver sconfitto ad Hastings le forze sassoni, già indebolite dalla vittoria di Pirro sull’esercito di Harald Hardrada a Stamford Bridge. Gli ultimi vichinghi avevano spianato la strada ai loro più raffinati discendenti, i quali in seguito si impadronirono anche di gran parte dell’Irlanda, portando a termine il progetto che nemmeno i più ambiziosi capi scandinavi erano riusciti a realizzare. Tutto ciò comunque non era abbastanza: ben presto i normanni sentirono di nuovo il richiamo del mare.
Un contingente di vichinghi, la Guardia Variaga, serviva fedelmente da alcuni anni l’Impero Bizantino, perciò alla Roma d’oriente dovette sembrare saggio assoldare mercenari normanni per controllare i domini italiani a partire dal 1017. L’Impero ignorava di stare covando una serpe in seno: gli scontri in Sicilia e nel meridione solleticarono la sete di potere degli uomini del nord, che nel 1029 intrapresero una campagna di conquiste contro i propri datori di lavoro, culminata circa un secolo dopo con il completo controllo dell’Italia meridionale. Regni normanni destinati a durare più o meno a lungo sorsero inoltre sulle coste tunisine e libiche, in Terra Santa, dove Boemondo di Taranto fondò il principato di Antiochia, e persino in Armenia (altre fonti riportano in Anatolia) per mano del capitano mercenario Roussel de Bailleul. E tutto ciò senza considerare le imprese degli anglo-normanni!

La presa di Antiochia, Louis Gallait, 1840

La presa di Antiochia, Louis Gallait, 1840

Il background del Trono deve molto alle pagine della Storia di cui ho cercato di fornirvi un breve scorcio, in particolare per quanto riguarda l’influenza del clima sulle umane vicende. Nel mio mondo, un progressivo riscaldamento ha avuto inizio circa 940 anni prima del romanzo, segnando il ritiro dei ghiacci e la possibilità per il genere umano di espandersi e prosperare al di fuori delle poche regioni ospitali dell’antichità. A farne le spese sono stati i giganti, che hanno visto restringersi sempre di più il proprio habitat polare, fino a ridursi a presidiare i Monti Fiamma Nera e poche altre regioni ancora gelide, incalzati dalle tribù colviane diventate sempre più numerose e potenti. Anche gli Eidr e gli Uomini Bestia beneficiarono dei miglioramenti climatici, a scapito delle genti del Drulond, che si ritrovarono attaccate su due fronti e si spostarono verso nord-est, lasciando agli Eidr il controllo dell’Austland. Gli Eidr intrapresero la campagna di razzie lungo tutta la costa del Mare del Serpente ed estesero i propri domini verso ovest e poi a nord, dove fondarono colonie sulle sponde del Mare delle Nebbie. Unificati sotto la guida imperiale, i colviani si fecero strada tra le montagne e giunsero a minacciare gli Eidr, ai quali sottrassero il controllo dell’Austland, che ribattezzarono Grelian.
Nelle lontane terre meridionali, oltre il Mare delle Spezie, l’aumento di temperatura (insieme a un’altra faccenda che preferisco non svelare ;)) provocò la desertificazione delle pianure del Darulab, le cui popolazioni migrarono prima verso l’arcipelago di Ailearth e poi, dopo essere state sconfitte al termine di una lunga guerra, verso nord-ovest, dove fondarono un nuovo impero. La pressione dei darulabiti spinse a est i cavalieri delle steppe chiamati Khaztan e li fece scontrare con l’Impero Colviano e con gli Eidr, isolando le comunità sul Mare delle Nebbie fino a farle dimenticare dalla madrepatria (come i groenlandesi). L’Impero realizzò che il nemico del suo nemico poteva essere un amico, perciò li assoldò e affidò loro la protezione di quel fronte, per concentrarsi sulla lotta a oriente, come avete potuto leggere nel romanzo.

Siamo giunti alla conclusione di questo lunghissimo approfondimento! Non ho potuto fornirvi un quadro esauriente, ma spero abbiate trovato comunque interessante sia la parte storica, sia lo spaccato ultracompresso delle vicende antecedenti il Trono. Ora sapete come e perché si è delineato il teatro della lotta senza quartiere tra Yanvas e il Guercio :)

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Letture consigliate

Ho già segnalato parecchi testi utili per approfondire la materia, in particolare vi ricordo il saggio di Logan sui vichinghi e quello di Fernandez-Armesto sulle esplorazioni. A chi volesse apprendere qualcosa in più sui nipotini francesi dei guerrieri del nord dal punto di vista dinastico, raccomando:

D. Crouch, I Normanni, Newton Compton

Per gli aspetti militari:

D. Nicolle, I Normanni, Eserciti e Battaglie n.20, Ed. del Prado
C. Gravett, Hastings 1066, Eserciti e Battaglie n.27, Ed. del Prado
J. Flori, Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, Einaudi

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iIn realtà pare che il grano fosse un’erba selvatica appartenente al genere elymus, mentre le bacche fossero di ribes o di una varietà edibile di viburno. Tenente conto che per un vichingo imbattersi in grano selvatico poteva sembrare un segno divino: le leggende tramandavano che, dopo il Ragnarok, gli uomini si sarebbero nutriti di grano seminato da mani divine, per cui le spighe potevano apparire degne di una terra paradisiaca.

iiOgni testo che ho letto riporta un’etimologia differente per questo termine, per cui le mie idee in merito sono piuttosto confuse: i possibili significati vanno da urlatori a brutti, passando per “vestiti di pelli” e barbari/stranieri. Nel Trono questo termine viene utilizzato dagli Eidr per indicare gli Uomini Bestia delle Terre Selvagge.

iiiStima massima rispetto al “periodo caldo”. Dalla Piccola Era Glaciale a oggi le temperature sono risalite di circa tre gradi.

Il Vallo Dolagirt e le fortificazioni colviane

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Buongiorno a tutti! Visto che l’inverno sta arrivando (uhm, questa l’ho già sentita…), oggi ce ne staremo comodi comodi a fare i generali da salotto. Approfondiremo struttura e origini delle fortificazioni colviane presenti nel Trono: dagli accampamenti legionari al Vallo Dolagirt e a Qualisar, con qualche piccolo excursus a caccia di curiosità provenienti da altre epoche e teatri.

La costruzione del Vallo di Adriano, William Bell Scott, 1857

La costruzione del Vallo di Adriano, William Bell Scott, 1857

“Rapida e terribile era la comparsa dei difensori romani: da ogni parte venivano innalzati i segnali di combattimento, le staffette correvano, i reparti arrivavano in massa ai loro posti di combattimento, e le trombe suonavano su ogni torre […]”
[Appiano, La Guerra Iberica, 93]

L’apparato difensivo che compare più spesso nel Trono è senza dubbio l’accampamento fortificato o castrum, che ospitava i legionari sia alla fine della marcia quotidiana, sia durante le campagne o l’inverno, ove non fossero disponibili degli acquartieramenti permanenti come i forti legionari. Forse ricorderete che in passato, nell’approfondimento sulla battaglia del Devengar, ho citato la presenza di agrimensori e pionieri nell’avanguardia delle legioni in marcia. Era proprio su di loro che ricadeva la responsabilità di gettare le basi per il campo: una volta raggiunta la meta stabilita, gli agrimensori individuavano una località adatta e piantavano una bandiera in ciascuno dei quattro angoli del campo, per delimitarlo. Le dimensioni del campo erano calcolate in modo molto preciso: il lato lungo doveva misurare 300 volte la radice quadrata del numero di coorti presenti, mentre quello corto 200 volte la stessa. Una volta stabilito il perimetro, i pionieri cominciavano ad abbattere eventuali alberi presenti, spianare gli ostacoli e rendere la superficie adatta a piantarvi le tende di cuoio di montone, ciascuna delle quali ospitava un contubernium formato da otto uomini, che oltre al riparo condividevano la mensa e un mulo per trasportare parte delle scorte e degli equipaggiamenti. La posizione di ogni reparto all’interno del campo era predeterminata, perciò tutti sapevano esattamente dove andare a scaricare i bagagli ed erigere la tenda. Terminate le operazioni preliminari, i legionari dovevano approntare le difese del campo: veniva scavato un fossato profondo circa un metro e largo uno e mezzo, poi con il terreno di riporto si erigeva un terrapieno in cui venivano conficcati pali appuntiti legati tra loro. La sicurezza era garantita da picchetti di guardia, ma ciononostante tutti i soldati erano tenuti a lavorare accanto alle proprie armi: la lancia veniva piantata per terra con l’elmo appeso e lo scudo appoggiato su di essa, pronti all’uso. Gli accampamenti avevano quattro porte: la principale, detta praetoria, la decumana, opposta alla prima, e le porte principalis dextra e sinistra (stabilite guardando verso la praetoria), che si aprivano alle estremità del decumanus maximus e del cardo maximus, le due vie principali. All’incrocio delle due vie sorgeva la tenda del comandante nel caso degli accampamenti o il quartier generale nei forti.
Il medesimo impianto veniva mantenuto anche nei campi semi-permanenti e negli acquartieramenti invernali, dove i legionari risiedevano in attesa della bella stagione quando bisognava presidiare il territorio. Qui, in particolare nei luoghi freddi, le tende erano rimpiazzate da baracche di legno (come nel campo di Gamius), edifici in muratura o persino abitazioni private requisite, come sembra sia accaduto almeno in parte a Martigny/Octodurus, citata nel primo approfondimento dedicato alle battaglie del romanzo.

Disegno di un tribolo romano

Disegno di un tribolo romano

Pur senza arrivare alla robustezza delle difese di un forte legionario in piena regola, gli accampamenti destinati a un uso prolungato godevano di difese migliori: al posto del terrapieno poteva esserci un muro alto un paio di metri, i fossati potevano essere più d’uno e soprattutto dotati di svariati tipi trappole atte ad azzoppare uomini e cavalli, in pratica delle booby traps. I romani ne usavano almeno tre tipi: i triboli o stimoli, pezzi di ferro ritorto o chiodi a quattro punte forgiati per avere sempre una punta rivolta verso l’alto; pali più spessi e acuminati, detti gigli, posti sul fondo di buche a imbuto, in modo che si scivolasse verso le punte; infine i “cervoli” o “cippi”, cioè rami o pezzi di ferro le cui numerose punte ricordavano i palchi di un cervo, costruiti per essere molto difficili da superare o rimuovere. Nel romanzo non sono presenti perché i poveri Eidr o gli shvaergi, già poco portati per gli assedi, avrebbero incontrato difficoltà eccessive nell’affrontarli, togliendo pathos agli assalti!

La Grande Muraglia presso Jinshanling, foto di Jakub Hałun

La Grande Muraglia presso Jinshanling, foto di Jakub Hałun

“Se lungo la frontiera vi sono montagne alte e scoscese, qui vanno collocati i posti di guardia; le sentinelle devono trovarsi a non più di tre o quattro miglia di distanza l’una dall’altra. […]
Le vedette devono sorvegliare con particolare attenzione i luoghi dove è più probabile che il nemico scelga di accamparsi: spazi di terreno livellato con abbondanza di acqua. Altri dovrebbero sorvegliare i punti dove la strada si stringe e quelli dove vi è un fiume difficile da attraversare: se vigileranno attentamente questi luoghi, il nemico non potrà avanzare di sorpresa.”
[Niceforo II, De velitatione, X secolo]

Ho attribuito una struttura simile, sebbene ulteriormente semplificata, alla rete di avamposti fatta costruire da Yanvas nelle zone dove l’orografia tormentata dei Monti Utrisar ha impedito di estendere il Vallo Dolagirt. Nella Storia ci sono esempi, come la Grande Muraglia, di limes fortificati estesi attraverso terreni montani con grandi dislivelli, ma ho pensato che emularli avrebbe richiesto troppi sforzi ai colviani, visto che si trattava di difendere una remota area dell’Impero e che la minaccia non era costituita dalle enormi orde delle steppe, bensì di piccole bande di predoni. Una caratteristica del conflitto con gli Eidr all’epoca di Dolagirt, infatti, è la “bassa intensità”, almeno finché il Guercio non avvia una campagna su scala più vasta con i suoi attacchi. Perciò ho valutato che agli occhi della corona la scelta più logica fosse di fortificare pesantemente l’area costiera e pianeggiante lungo il Ferduin (o Kormt in lingua eidr), ostacolando così le razzie fluviali, ed evitare di disperdere le forze per presidiare un vallo in mezzo alla montagne, dove un esercito invasore avrebbe comunque vita difficile. In un contesto del genere la priorità per i colviani consiste nel presidiare poche località strategiche come sorgenti, valichi o guadi e di controllare il resto del territorio per costringere i nemici a scegliere percorsi obbligati, dove i legionari possano tendere loro imboscate. Gli avamposti perciò devono avere guarnigioni ridotte e facili da rifornire, trovarsi a distanza relativamente ravvicinata per poter dare l’allarme tramite le buccine, staffette oppure, ove possibile, segnali luminosi o di fumo, ed essere protetti quanto basta per scoraggiare gruppi di assalitori sprovvisti del numero, degli equipaggiamenti o delle provviste necessari per espugnarli. Purtroppo per Yanvas, il Guercio non è il tipico rubagalline di frontiera.
Dato che una caratteristica fondamentale di una valida linea difensiva è la sua profondità, qualcosa di simile è esistito anche in passato. La rete di fortificazioni e avamposti stabilita circa quattromila anni fa ai confini tra Egitto e Nubia dalla Dodicesima dinastia, per esempio, contava almeno tre livelli: fortificazioni presso centri agricoli e commerciali nella parte più interna, forti solo militari più vicini alla frontiera e infine una rete di pattuglie indigene che fungevano da occhi e orecchie a lungo raggio. Allo stesso modo i romani costruirono delle fortezze alcuni chilometri a nord del Vallo di Adriano, tra Inghilterra e Scozia, per fornire informazioni e supporto in caso di movimenti nemici su vasta scala. Il modello più somigliante a quello che ho scelto per gli avamposti, pur avendolo adattato alle esigenze e tecnologie del romanzo, viene però da tempi molto più recenti: si tratta delle basi avanzate delle forze speciali americane nel corso della guerra del Vietnam.

Campo delle forze speciali a Plei Me, Vietnam, 1965

Campo delle forze speciali a Plei Me, Vietnam, 1965

Il coinvolgimento dei celebri berretti verdi americani in Vietnam risale all’inizio degli anni ’50, quando i francesi cercavano ancora di piegare le forze indipendentiste Viet Minh. I francesi di fatto ostacolarono l’azione di supporto americana e fu solo tre anni dopo dopo la disfatta di Dien Bien Phu che le forze speciali cominciarono ad addestrare in modo sistematico le truppe sudvietnamite, a sostegno del regime filo-occidentale di Diem. Il Vietnam del Sud però aveva scarsissimo controllo di regioni come il Delta del Mekong o gli altipiani centrali, aree remote, sottosviluppate e spesso abitate da minoranze etniche e religiose perseguitate dal governo centrale. Per contenere le infiltrazioni di guerriglieri e sottrarre loro dei potenziali santuari, gli americani assoldarono le minoranze (gruppi di montagnard, cambogiani, cinesi e anche vietnamiti perseguitati per motivi religiosi), cercando di mantenerle nell’alveo delle forze lealiste. Strategie simili vengono utilizzate ancora oggi: per esempio nel 2001 in Afghanistan i consiglieri militari occidentali, con un massiccio appoggio aereo, guidarono l’Alleanza del Nord nel rovesciamento dei Talebani, nel 2003 nel nord dell’Iraq le SOF collaborarono con i peshmerga curdi e, sempre in Iraq, a partire dal 2005 furono stipendiate milizie sunnite per cercare di contrastare la guerriglia. Del resto, già nella Seconda Guerra Mondiale i britannici dello Special Operations Executive e gli americani dell’Office of Strategic Services vennero paracadutati dietro le linee tedesche per guidare le azioni dei partigiani in mezza Europa. Si può individuare una certa somiglianza anche con gli avamposti che le truppe occidentali stabiliscono tuttora in Afghanistan, allo scopo di monitorare i confini di aree come la “bolla di sicurezza” di Bala Murghab e prevenire infiltrazioni nemiche.
I berretti verdi crearono una rete di piccole basi che generalmente ospitavano da duecento a quattrocento miliziani e talvolta le loro famiglie, con un secondo perimetro interno meglio protetto in cui alloggiavano i consiglieri americani (talvolta un solo A-Team di una dozzina di uomini) e distaccamenti delle forze speciali vietnamite. Ogni base normalmente copriva un territorio vasto all’incirca come il comune di Milano, compiendo operazioni di pattugliamento, raccolta di intelligence e interdizione contro i vietcong. Dalle basi avanzate inoltre potevano partire missioni di ricognizione a lungo raggio e colpi di mano da parte di team di commando, non di rado dirette oltre confine.
Gli avamposti di Yanvas ovviamente sono molto più piccoli e ravvicinati, sorgono a due-tre chilometri l’uno dall’altro, vista la minore area da coprire e soprattutto i problemi di comunicazione, ma rivestono una funzione simile.

Resti di un milecastle e delle mura del Vallo presso il lago di Crag Lough

Resti di un milecastle e delle mura del Vallo presso il lago di Crag Lough

Veniamo ora alla più massiccia e famosa fortificazione colviana del Trono, il Vallo Dolagirt! Come suggerisce il nome, la barriera si ispira a uno dei più famosi limes fortificati romani, il Vallo di Adriano, costruito in soli sei anni tra il 122 e il 128 d.C. Per proteggere la Britannia dalle incursioni degli Scoti (che i romani chiamavano Pitti, nome che suonerà familiare ai lettori delle saghe di Howard) e marcare il confine imperiale. Sebbene sotto Antonino il Pio le legioni si siano spinte più a nord e abbiano costruito un secondo vallo, la nuova linea difensiva fu abbandonata dopo soli vent’anni, mentre quella voluta da Adriano fu presidiata fino al completo ritiro dell’Impero dall’isola all’inizio del V secolo.
Il Vallo di Adriano si estende per ottanta miglia romane (centoventi km) da una costa all’altra dell’Inghilterra settentrionale, con porte fortificate ogni miglio, intervallate da torrette ogni cinquecento metri. Il muro non presenta spessori né altezze uniformi, anzi le scoperte archeologiche hanno stabilito che i romani stessi dovettero mutarli in corsa, accontentandosi in alcuni segmenti di una barriera più modesta di quella inizialmente progettata. Nonostante tutto, il muro doveva avvicinarsi ai cinque-sei metri d’altezza e ai due metri e mezzo di spessore, protetto da un fossato largo otto metri e profondo tre con pali acuminati sul fondo. Ove possibile, i romani sfruttarono scarpate, dirupi e altri ostacoli naturali per rendere ancora più imprendibile la posizione. Sul lato sud del muro correva una strada larga sei metri affiancata da un vallo largo altrettanto e profondo tre, il cui terreno di riporto venne utilizzato per costruire terrapieni come ulteriore ostacolo. La funzione del vallo posto dietro la linea difensiva è controversa: secondo alcuni storici poteva costituire una protezione contro tradimenti e attacchi alle spalle, mentre secondo altri si trattava di una sorta di confine invalicabile per i civili, forse per aiutare le sentinelle a distinguere tra incursori nemici e semplici vagabondi o curiosi.
I milecastle, gli ottanta fortini costruiti a ogni miglio romano e dotati di robuste doppie porte, avevano lo scopo di consentire sortite di cavalleria contro eventuali attacchi, nonché di stabilire un preciso controllo imperiale su chi attraversava il confine e consentire di riscuotere i dazi doganali.

Ricostruzione delle porte di un forte legionario permanente, Inghilterra nord-orientale

Ricostruzione delle porte di un forte legionario permanente, Inghilterra nord-orientale

I milecastle e le torri potevano alloggiare pochissimi uomini, perciò i romani eressero una serie di forti in grado di ospitarne un migliaio ciascuno, compresi i contingenti di cavalleria. Si trattava di complessi imponenti, simili a quelli citati nel romanzo a proposito di Nugrael o Fomovar, che potevano estendersi anche per due o più ettari, dotati di servizi avanzati e spesso associati a un vicus, cioè un borgo con artigiani, taverne, lupanari e quant’altro potesse offrire un villaggio che viveva in simbiosi con una base militare. All’interno delle mura la guarnigione disponeva di terme con frigidario, calidario, tepidario e persino dell’ipocausto per riscaldare i locali facendo circolare aria calda sotto i pavimenti o attraverso intercapedini nelle pareti. Erano presenti grandi latrine capaci di accogliere fino a venti soldati contemporaneamente, collegate a canali di scolo in cui veniva fatta scorrere acqua da apposite cisterne per spingere i rifiuti verso fiumi o torrenti nelle vicinanze. I forti più importanti disponevano inoltre di un valetudinarium, ossia un ospedale, struttura che in alcuni casi poteva raggiungere dimensioni davvero ragguardevoli. La fortezza della XX legione Valeria Victrix in Scozia, per esempio, era dotata di una struttura ospedaliera che si estendeva per oltre cinquemila metri quadri. Ecco perché Yanvas rimpiange la scarsa assistenza medica fornita ai feriti nel campo di Gamius.
Un’altra piccola ma significa finezza dei forti legionari consisteva nel sopraelevare da terra i pavimenti dei granai, in modo che umidità e parassiti rovinassero meno le scorte di cibo.

Modellino di muro costruito secondo la descrizione di Cesare, Musée de la civlisation celtique, Bibracte

Modellino di muro costruito secondo la descrizione di Cesare, Musée de la civlisation celtique, Bibracte

“La fortezza di Qualisar, eretta secondo lo stile caratteristico dei barbari del Drulond, era precedente alla conquista colviana e persino alla colonizzazione eidr.
Lunghe travi erano state posate a due piedi l’una dall’altra, gli interstizi erano stati colmati con pietre e il tutto era stato ricoperto di terra pressata. L’operazione era stata ripetuta più volte sopra il primo strato, avendo cura di invertire l’ordine in modo che travi e pietre fossero disposte a scacchiera. Nella parte interna le travi sporgenti erano state incatenate tra loro e ricoperte di terra fino a formare una rampa che saliva in cima alle mura alte tre volte un uomo, affacciate su un fossato largo e profondo la metà di esse. Il risultato era una barriera resistente agli arieti e alle catapulte grazie all’elasticità conferita dal legno e quasi impossibile da incendiare per l’abbondanza di pietre e terriccio.”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 37]

Questo brano tratto dal romanzo introduce l’ultima fortezza di cui parleremo oggi, la rocca tanto cara al nostro isir ;)
Il ruolo strategico di Qualisar si avvicina a quello delle piazzeforti più interne della frontiera tra Egitto e Nubia, ovvero conferire profondità alle difese e al contempo fornire un centro amministrativo e di controllo per l’area circostante, caratteristica comune a quelle d’epoca feudale. Ho attribuito ai colviani un sistema amministrativo delle province appena conquistate simile a quello romano, che prevedeva la presenza di un propretore e l’assegnazione di terre ai veterani per romanizzarle, ecco perché nelle province colviane la nobiltà è costituita da ex ufficiali in congedo, mentre nel cuore dell’Impero la struttura feudale è più medievaleggiante e articolata, con i titoli assegnati ai rampolli dell’alta società su base quasi ereditariai.
La descrizione delle mura di cinta si rifà a quella fornita da Cesare nel settimo libro del De Bello Gallico e sopra potete vederne una ricostruzione museale. Data la sua coesione ed elasticità, si trattava di una difesa difficile da attaccare con i mezzi tipici degli assedi romani, ossia fuoco, arieti o gallerie di minaii. Le legioni tendevano a condurre un tipo di guerra d’assedio molto aggressivo: procedevano all’oppugnatio, cioè all’assalto delle porte e delle mura con scale e altri mezzi, ogni volta che potevano, per velocizzare le operazioni. Sceglievano l’obsidio (assedio) soltanto se costretti e in tal caso non erano clementi con chi sfidava la potenza di Roma: una volta caduta la città, il massacro e il saccheggio erano assicurati. In questi casi i legionari provvedevano a isolare l’obbiettivo, circondandolo con un vallo a cui, se necessario, se ne aggiungeva un secondo per proteggere gli assedianti da spedizioni di soccorso nemiche, come accadde nel celebre assedio di Alesia. L’odierno termine circonvallazione relativo alle strade deriva proprio dalla costruzione di un vallo attorno a una città o una fortezza! Fatto ciò, i legionari assemblavano macchine da guerra, arieti e torri d’assedio e molto spesso erigevano enormi terrapieni per colmare il divario tra il livello del suolo e le difese nemiche. Ma ciò che è difficile per un esercito, può non esserlo per pochi uomini: la scalata di Yanvas alle mura è ispirata a quella condotta da Robert de Bersat e Johannes de Montagu nel 1443 ai danni del Lussemburgo: questi due audaci borgognoni riuscirono per ben due volte nell’impresa, con una prima ricognizione per scoprire un punto debole nella cinta e una seconda, alla testa di sessanta uomini, per fare irruzione in città e conquistarla nel corso della notte.
Dopo questo breve excursus per illustrarvi le origini di un altro episodio del libro, torniamo alla fortezza di Qualisar per un’ultima curiosità. La struttura non ha evidentemente nulla a che vedere con quelle vichinghe degli Eidr, infatti è più antica e risale all’occupazione da parte delle tribù del Drulond, di cultura celtica e affini a quelle delle Terre Selvagge. I celti indicavano i forti con la parola dun, che i romani latinizzarono in dunum, e c’è chi ipotizza che ci sia proprio questo termine alle origini della famosa Camelot arturiana, che secondo tale teoria corrisponderebbe alla odierna Colchester: dal romano Camulodunum (Forte di Camulos, un dio celtico), si sarebbe passati a Camulod e infine a Camelot.

Con le teorie sulle origini tardo-imperiali del mito arturiano (se vi affascinano, leggete le splendide Cronache di Camelot di Jack Whyte) si conclude anche questo approfondimento. Come avete visto, le fortificazioni colviane presenti nel Trono devono moltissimo all’antica Roma, ma non sono estranee ad altri periodi, culture o episodi, come nel caso della scalata alle mura. Quando studio lo svolgimento di un evento o le caratteristiche del background, mi sforzo sempre di andare a scovare qualcosa di simile nella Storia, non tanto per la semplice ispirazione, dato che inventare è sempre possibile, ma per essere sicuro di non esagerare e perdere quindi ogni contatto con la realtà. Pur scrivendo fantasy, a mio avviso bisogna riuscire a scindere ciò che dipende dall’elemento sovrannaturale, dove la libertà è massima, dalla parte più realistica, nella quale le licenze devono essere ridotte al minimo indispensabile.

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Letture consigliate

Oltre ai testi già segnalati nei passati approfondimenti, vi raccomando:
Y. N. Harari, Operazioni speciali al tempo della cavalleria, Libreria Editrice Goriziana
G. Breccia, I figli di Marte, Mondadori
G. Rottman, Forze speciali dell’esercito USA 1952-1984, Eserciti e Battaglie n. 73, Ed. del Prado

i Scrivo quasi perché vi sono delle limitazioni e inoltre, con una parziale ispirazione al sistema ottomano, le terre restano dell’Imperatore, il quale può confermarne o revocarne il controllo alla morte del feudatario.

ii Tunnel scavati sotto le difese nemiche e poi fatti collassare per aprire una breccia nelle mura soprastanti.

La cucina colviana e medievale

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Buongiorno a tutti! Il Trono è un romanzo in cui guerra e politica rivestono un ruolo predominante e ciò si riflette anche nelle tematiche degli approfondimenti, ma tra una battaglia e l’altra è bene rifocillarsi a dovere, perché, come diceva Napoleone, un esercito marcia sul proprio stomaco. L’approfondimento di oggi ci porterà nelle cucine del Medioevo e Rinascimento: andremo a curiosare tra le portate di un banchetto principesco, studieremo alcune ricette, tecniche di cottura e anche la filosofia che sottendeva a un modo di preparare il cibo assai diverso dal nostro.

Rodolfo II nei panni di Vertumnus, Giuseppe Arcimboldo, 1590

Rodolfo II nei panni di Vertumnus, Giuseppe Arcimboldo, 1590

Le basi della cucina moderna furono infatti gettate solo nel XVII secolo dal francese François Pierre La Varenne, il quale cominciò a sostituire le salse a base di carne macinata, vino e aceto con quelle a base di uova, a sminuire l’importanza delle spezie in favore delle erbe aromatiche e infine a suggerire cotture più brevi che rispettassero maggiormente il gusto delle carni e dei cibi in genere. In precedenza invece imperavano pratiche opposte, spesso figlie dell’applicazione delle teorie mediche e filosofiche umoralpatologiche. Se avete letto l’approfondimento dedicato alla medicina galenica di qualche settimana fa (altrimenti vi raccomando di farlo, vi aiuterà nella comprensione di questo articolo), ricorderete come all’epoca si credesse che il temperamento e l’equilibrio psico-fisico delle persone dipendessero da una corretta quantità di calore e umidità all’interno dell’organismo. Questa era determinata dall’equilibrio dei quattro umori: il sangue (caldo e umido), la bile gialla (calda e secca), la bile nera (fredda e secca) e la flemma (fredda e umida). L’eccesso di un umore sugli altri era ritenuto fonte di scompensi, ma quello degli umori freddi o di quelli umidi era particolarmente pernicioso, perché si riteneva che potesse portare a depressione, inappetenza, putrefazione degli organi interni e altri malanni. Poiché a ogni pietanza erano attribuite caratteristiche ben precise in termini di umori (un po’ come noi oggi consideriamo quelle nutrizionali per stabilire la nostra alimentazione), l’arte culinaria divenne ben presto uno dei pilastri della salute, con la scelta di piatti e cotture che contribuissero a combattere i problemi dei pazienti.
Una prima selezione veniva effettuata al momento di scegliere gli ingredienti per i piatti, e non si trattava solo di accertarsi della loro qualità! Il tipo di cibo doveva essere commisurato sia al temperamento umorale, sia al ceto sociale della stirpe del consumatore: si credeva infatti che anche questo incidesse sulle affinità con le pietanze e che, in particolare, la gente di estrazione umile dovesse mangiare cibi correlati alla terra come tuberi, radici, ortaggi o carne di maiale (disdegnata dall’aristocrazia se salata e insaccata, accettabile invece se cotta), mentre ai nobili fossero più congeniali uccelli, frutti degli alberi e in generale tutto ciò che si avvicinava di più al cielo. Per questo motivo nel passato si mangiavano uccelli per noi insoliti come cormorani, cicogne, cigni, gru, aironi, pavoni, pappagalli (la cui carne si riteneva non potesse andare a male) e tanti altri. Un’altra credenza diffusa riguardava gli effetti del cibo sul corpo, ecco cosa scrive un autore cinquecentesco:

“Noi nobili mangiamo più pernici e altre carni delicate, e questo ci dà un’intelligenza e una sensibilità più elastiche di quelle di coloro che mangiano manzo e maiale.”

Ho mutuato questi concetti anche nel romanzo e in particolare nella cultura colviana, questo è un brano originariamente presente nel capitolo 1 e poi tagliato in sede di editing:

“I legionari adocchiavano anche funghi per arricchire la sbobba di legumi e pancetta del rancio e gli stufati che preparavano con la selvaggina catturata nei pressi del campo. I funghi non erano solo un’aggiunta saporita al pasto, servivano soprattutto per evitare che fossero gli ufficiali a godersi i frutti delle loro fatiche: era infatti uso che la prima preda della giornata andasse al comandante e poi via via a scendere lungo la catena di comando, perciò spesso i cacciatori non ottenevano che una pacca sulla spalla e la pancia vuota. I nobili colviani disdegnavano i cibi cresciuti al suolo o sottoterra, soltanto quanto nasceva e viveva più vicino agli dèi era degno dei loro augusti palati e la truppa aveva imparato che rifuggivano da funghi e radici come da una mosca morta nella minestra.”

Un ulteriore livello di scelta dipendeva dalla salute del paziente. Per chi tendeva ad accumulare umori freddi, per esempio, erano sconsigliabili i pesci in generale ma soprattutto varietà quali anguille e lamprede, ritenute fredde “al quarto grado” (cioè il massimo previsto dalla scala ideata dai medici). Chi doveva mangiare carni secche doveva preferire il manzo al maiale o al pesce, mentre chi doveva ricercare appena un pizzico di calore e umidità in più, poteva optare per animali selvatici al posto di quelli d’allevamento. Anche l’età e il sesso dell’animale incidevano: i piccoli erano ritenuti più umidi degli adulti e le femmine più dei maschi. Chi pativa eccessi di calore invece doveva preferire il vino bianco al rosso, soprattutto d’estate e in pieno giorno.

Cucina italiana, incisione su legno del XVI secolo

Cucina italiana, xilografia del 1549

Dove non arrivava la scelta dei cibi, entravano in gioco le tecniche di cottura volte a compensare le caratteristiche dell’ingrediente principale. Il maiale, caldo e un po’ umido, era un candidato ideale per essere arrostito al forno, dato che ciò lo seccava, mentre il manzo, già secco, veniva di preferenza bollito affinché il brodo lo inumidisse. Le lamprede, che come abbiamo visto erano ritenute freddissime, richiedevano una preparazione particolare per annullarne la supposta natura velenosa, causata dalla somiglianza con i serpenti: dovevano essere uccise e dissanguate nel vino rosso, venire disseccate, bollite due volte in acqua e vino e arrostite o messe in gelatina, per poi essere servite con salse molto forti e calde, per esempio al pepe nero. I vegetali erano ritenuti secchi, perciò andavano bolliti e tritati affinché potessero assorbire l’umidità. La frutta cruda invece era da evitare quasi tutta perché si riteneva facesse imputridire le viscere, mentre la si poteva mangiare cotta, specialmente se zuccherata e speziata. Sembra che il famoso piatto prosciutto e melone sia nato, in deroga all’antipatia dei nobili per gli affettati, proprio per bilanciare i difetti del melone con la natura calda e secca del prosciutto. In alternativa pare che venissero consigliati anche formaggi salati, aringhe sotto aceto e caviale. Il ruolo principe nel bilanciare i piatti comunque spettava alle onnipresenti spezie, impiegate all’incirca nel 75% delle ricette presenti nei testi a noi pervenuti, che con la loro natura prevalentemente calda e secca erano in grado non solo di “asciugare” e “scaldare” i piatti, ma anche di velocizzare la digestione, diminuendo la possibilità di far imputridire le scorie, e di scaldare lo stomaco per prepararlo ad accogliere il cibo. Quest’ultimo motivo pare fosse all’origine dell’abitudine di speziare il vino con il pimento, una miscela di cui poi vi indicherò la ricetta, e servirlo come aperitivo, oltre che come bevanda per il pasto e la digestione. Le spezie, insieme a vino, aceto e carne macinata, costituivano la base della maggior parte delle salse, che venivano scelte non solo e non tanto in base a un abbinamento di sapori, quanto all’intensità necessaria per controbilanciare il piatto d’accompagnamento. Per questo motivo i bolliti, essendo freddi e umidi, avevano bisogno di salse più corpose rispetto a un pollo o a una gallina fritti, ritenuti più neutri. Le carni più nocive andavano tritate per assorbirle meglio, mentre il pollame poteva essere servito in pezzi più grandi. Le spezie talvolta dovevano essere smorzate e questo era proprio il ruolo dell’aceto: benché derivasse dal vino era ritenuto freddo al terzo grado e quindi veniva usato per “raffreddarle”, specie nelle versioni estive dei piatti, periodo in cui il calore dell’aria richiedeva di contenere quello delle pietanze, pena il rischio di doversi sottoporre a un salasso. Le salse e le cotture erano utili anche per rendere piacevoli piatti che altrimenti i gusti personali, le esigenze di trasporto e conservazione o i consigli dei medici avrebbero sconsigliato: era il caso dei pesci, specie lontano dagli specchi d’acqua, che venivano consumati nei numerosi giorni di magro imposti dalla Chiesa, durante i quali non c’era molta scelta in fatto di cibo.
Non godevano di grande scelta nemmeno i malati, ai quali i medici dettavano diete molto precise. Per esempio sappiamo che per la riabilitazione fisica veniva prescritto un brodo di cappone o gallina bollito con pezzi d’oro e gioielli vari chiusi in sacchetti di lino. La scelta di questi ultimi dipendeva dai disturbi del paziente, perché ognuno di essi godeva di diverse proprietà (per esempio i lapislazzuli erano efficaci contro il mal di stomaco, la malinconia e la malaria, le perle per bloccare emorragie, riprendersi da svenimenti, alleviare la diarrea e favorire la montata lattea, il topazio leniva le emorroidi, etc.). A chi doveva riprendersi da gravi ferite o traumi invece un medico cinquecentesco raccomandava uova bazzotte, uva di Damasco in confettura di vino e zucchero, panata in brodo di cappone, ali di pernice tritate, vitello, capretto, piccioni, pernici e quaglie servite con salse a base di succo d’arancia, acetosella e melagrana acidula. Di notte, per aiutare il sonno, si consigliava di consumare orzo lavato con succo di acetosella e ninfea, mescolato a grani sminuzzati d’oppio e spezie varie. In caso di gravi raffreddamenti e febbri invece si potevano mangiare pane bianco leggermente raffermo, carne di capriolo, vitello, cervo, capretto, lepre, coniglio, cappone, gallina, francolino, pernice, fagiano, otarda, allodola, beccaccia e ortolano, mentre andavano evitati tutti gli impasti non lievitati (compresa la pasta, dato che nell’elenco sono presenti tagliatelle, ravioli, maccheroni e cannelloni). Erano consentiti i pesci di fiume, ma solo sogliole e aringhe tra quelli di mare. Erano vietati i crostacei e le lumache, oltre a carni pesanti come bue, maiale, interiora e “selvaggina di pelo”. La carne inoltre doveva essere bollita e mai fritta. Si potevano mangiare zuppe con verdure, purché vi fosse dello zafferano, mentre andavano evitate a ogni costo rape, rapanelli, riso, rafano, cipolle, aglio e carote. L’acqua andava mescolata con il vino e doveva essere di fonte e non proveniente da pozzi. Un’altra raccomandazione rivolta ai malati era di nutrirsi non più di tre volte al giorno, cosa che mi permette di accennare brevemente a questo aspetto.
Un numero fisso di pasti a orari predeterminati è una conquista recente, infatti i cronisti tramandano che ancora nel XVII secolo le zone meno civilizzate non conoscevano il concetto di “ora di pranzo” o di cena, ma si nutrivano quando capitava. A proposito delle tavole del popolino, un documento seicentesco della corte di Mantova afferma:

“Sempre vi dovrà essere formaggio, sallame, presuto [prosciutto] et insallata”

Si tratta di poche parole che però ci trasmettono diverse informazioni: confermano l’idea che i più umili si nutrissero in modo abbastanza disordinato (credo più per mancanza di cibo e tempo che non per negligenza) e soprattutto testimoniano come verdure, latticini e affettati fossero ritenuti cibi volgari. Sappiamo che i contadini del tardo Medioevo francese si nutrivano quattro o cinque volte al giorno d’inverno e una in più d’estate, con la possibilità di arrivare anche a sette pasti nel periodo del raccolto. L’alta società invece poteva fare anche solo i due pasti principali, più magari una merenda prima di cena. La colazione non era un’abitudine diffusa, alcuni ricchi preferivano saltarla e anticipare il pranzo alle dieci del mattino. Gli orari dei pasti della nobiltà tenderanno a spostarsi gradualmente in avanti quando la vita nobiliare uscirà dai doveri legati ai feudi, fino a sfociare in quella notturna e gaudente del Rinascimento e dell’Età Moderna. In Francia e Inghilterra, per esempio, nel Seicento i nobili pranzavano ancora tra le dieci e mezzogiorno, mentre un secolo e mezzo dopo i più mondani lo facevano addirittura alle cinque del pomeriggio.
Sempre a proposito della citazione sopra riportata, torno brevemente sulla distinzione tra cibi nobili e volgari. Gli unici formaggi considerati degni delle tavole altolocate erano il Brie, il Comté e il Roquefort, mentre in Italia lo snobismo verso i latticini era minore. La ritrosia verso il consumo di affettati deriva da una questione di prestigio sociale: fare ricorso a carne conservata era considerato segno di povertà, perché i ricchi potevano procurarsi carne fresca acquistandola o, nel caso dei nobili, cacciandola nelle proprie riserve. Qualche minima eccezione era ammessa soltanto d’inverno, pena il rischio di vedere compromesso il proprio prestigio.

Il banchetto dei re, Alonso Sanchez Coello, 1599

Il banchetto dei re, Alonso Sanchez Coello, 1599

“Il convivio si aprì con un magnifico ippogrifo di pastafrolla, raffigurato nell’atto di sopraffare un gallo, animale simbolo dell’Orlogland, la regione della Federazione degli Eidr ai cui confini si era svolta la battaglia, che suscitò meravigliati mormorii di approvazione in tutti i commensali. Seguì un intero toro bollito ripieno di capponi e fagiani, anch’essi bolliti e serviti con una salsa a base di vino addensato con farina, aceto e carne di maiale macinata.”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 7]

Un elemento caratteristico della cucina dell’epoca, almeno per chi poteva permetterselo, era l’importanza rivestita dall’aspetto del cibo. La moda del tempo esigeva di curare molto la presentazione delle portate affinché apparissero composte da cibi diversi da quelli effetti contenuti, oppure che il cotto sembrasse crudo (e viceversa), che gli animali sembrassero ancora vivi o ancora che componessero delle scenografie. L’insieme di tali tecniche prendeva il nome di trompe l’oeil, in francese “inganna l’occhio”. Vi faccio alcuni esempi: gli uccelli potevano venire ricoperti con il proprio piumaggio dopo la cottura, la carne cotta veniva spolverata con una polvere a base di sangue secco che le restituiva il colore rossastro di quella cruda, nei periodi di magro si utilizzavano latte di mandorla e misture di cannella e zafferano per creare delle finte uova, lo storione veniva preparato per sembrare vitello o si cambiava del tutto l’aspetto del piatto, come nel caso delle mele in gelatina, le “pomys en gele”: polpette di carne ricoperte con una salsa a base di prezzemolo e messe in gelatina per farle sembrare mele acerbe.
L’arte applicata al cibo non si fermava alle illusioni, era volta anche a servire le portate in pompa magna e per farlo non si badava a spese. Chiquart, cuoco del duca Amedeo VII di Savoia, arrivò a ordinare otto chili di foglia d’oro per rivestire le portate di un banchetto di due giorni, una quantità di metallo prezioso che oggi varrebbe 350mila euro. Le sottilissime foglie d’oro venivano utilizzate per ricoprire i cibi o le strutture su cui venivano serviti, in particolare se si volevano ricreare gli stemmi araldici degli ospiti, com’era prassi abbastanza comune. Un altro trucco molto usato consisteva nell’inserire una portata dentro l’altra per formare delle “matrioske” di animali al forno. Quella nella citazione del romanzo per esempio si ispira alla composizione presentata durante un banchetto della corte imperiale bizantina. Nei banchetti più importanti gli chef davano vita a veri e propri diorami con acqua corrente, barche, castelli, animali che sputavano fuoco, assedi e ogni altra scena dei poemi epici e cavallereschi. Per quanto a noi possano sembrare bizzarri, erano tutti espedienti per combattere la noia provata dai nobili abituati a passare intere giornate a tavola da una corte all’altra, per i quali offrire uno spettacolo sorprendente poteva significare guadagnare prestigio presso il proprio signore. Per questo motivo Chiquart cominciava a organizzare un banchetto anche sei o otto settimane prima del suo svolgimento e aveva a disposizione fino a quaranta cavalli per recuperare il necessario.
L'(ab)uso delle spezie rientrava nella corsa alla trasformazione del cibo in uno status symbol, grazie alla loro rarità, alla presunta correlazione con il paradiso terrestre e alle origini esotiche, oltre che ai colori accesi che le rendevano ideali per colorare i cibi (per esempio il giallo, ritenuto un colore da evitare per gli abiti, era molto amato a tavola). Si utilizzavano almeno venti diverse spezie base, miscelate in un’infinità di modi diversi, e non si lesinava sulla quantità: è stato calcolato che all’inizio del ‘300 il solo personale di servizio di una residenza di Beatrice d’Ungheria consumasse 1.7kg di spezie pro capite all’anno, mentre noi in media ne mangiamo qualche decina di grammi. Gli eccessi in generale erano tipici delle tavole dell’epoca, non era raro che si arrivasse a ingurgitare dalle sei alle ottomila calorie al giorno senza contare quelle date dal vino, un ammontare spropositato! In alcuni paesi furono persino istituiti dei limiti alla quantità di portate che una persona era autorizzata a presentare, per evitare che la rincorsa allo sfarzo mandasse in bancarotta nobili e borghesi nel tentativo di salvare la faccia a dispetto di scarse finanze. Per esempio agli alti prelati inglesi era consentito servire fino a nove portate in un singolo pasto, mentre i proprietari terrieri minori dovevano fermarsi a tre.

La pesca delle lamprede, dal Tacuinum Sanitatis, XV secolo

La pesca delle lamprede, dal Tacuinum Sanitatis, XV secolo

Per farci un’idea migliore dello sfarzo, torniamo a esaminare il banchetto dello sposalizio tra Violante Visconti e il figlio di re Edoardo III d’Inghilterra, cui ho già accennato dell’approfondimento sulle buone maniere a tavola. Il banchetto comprendeva quindici portate ed era improntato al massimo sfarzo, senza curarsi dell’ordine consigliato per le pietanze: i bolliti non potevano essere ricoperti d’oro, perciò si aprì direttamente con degli arrosti. Avendole già descritte in passato, non mi soffermerò sulle ricchezze esibite tra una portata e l’altra.
Eccovi l’elenco delle portate: due maiali e due storioni arrostiti, dorati e fiammeggiantii; lepri e lucci arrostiti e dorati; vitello e trote arrostiti e dorati; pernici, quaglie e trote arrostite e dorate; anatre, aironi e carpioni, tanto per cambiare, arrostiti e dorati; lesso di bue, cappone e storione servito con agliata; capponi e pesci arrostiti in “lomonìa”, cioè con ripieno di latte e succo di limone; pasticci di manzo e anguilla con spezie, uva passa, datteri e dolci d’accompagnamento; gelatine di carne e pesce; lamprede in gelatinaii; arrosto di capretto e agoni; lepri, caprioli e pesci “in civiere”iii; umido di bue e di cervo; umido di capponi e pollastri con salse rosse e verdi; pavoni ricoperti di piume e col fuoco nel becco, cavoli, lingue salate e fagioli; conigli, pavoni, anatre e cigni arrostiti; giuncateiv e infine ciliege, che come abbiamo visto erano ritenute un frutto ritenuto “sicuro” anche senza lavorazione.
Passiamo ora a esaminare il menu di un banchetto tenuto in un giorno di magro da re Riccardo III d’Inghilterra presso la Torre di Londra nel 1483: lamprede sotto sale, zuppa di lucci, platessa in salsa saracena, granchi di mare, frittura di pesce capone e grongo al forno, tinca alla griglia, spigola in pastella dolce, salmone in pastella dolce, sogliola a fette, persico in pastella dolce, gamberetti, trote, arrosto di focena e pesce capone al forno con mele cotogne. Sia le ricette dei pesci che le salse d’accompagnamento prevedevano l’uso di pepe, zenzero, chiodi di garofano, grani del paradiso, macis e zucchero.
Andiamo a curiosare nelle abitudini della corte francese nella seconda metà del XVI secolo, quando la rivoluzione culinaria cominciava ad avvicinarsi e si preparava il terreno per l’opera di La Varenne. La colazione era piuttosto semplice, un brodo di cappone oppure latte caldo aromatizzato versato su uova sbattute, e della frutta cotta, in prevalenza mele. I pasti, a meno che ci fossero in programma dei banchetti, vedevano la presenza di cappone, pollo arrosto, vitello lesso, bue, montone, selvaggina, pernici, quaglie e diversi tipi di pesce. Tutte queste portate erano accompagnate da vari tipi di salse: all’aceto con zucchero e cannella, all’agresto, all’acetosella o all’arancia. Alcuni ortaggi un tempo ritenuti volgari facevano la loro prime timide apparizioni sulle tavole regali: porro, cipolla, zucca e insalata conditi con senape e rafano anziché le solite spezie esotiche. Per chiudere il pasto si mangiavano dolciumi ricchi di frutta secca e miele bianco della Linguadoca, oppure fragole, uva, prugne, ciliegie e mele e pere cotte, oltre a mandorle, noci e nocciole. Vediamo quindi che alcuni dei tabù dei secoli precedenti già vacillavano.
Sempre grazie alla stessa fonte, il medico di corte De Vallambert, possediamo una spaccato dell’alimentazione dei nobili rampolli. Spesso i neonati non venivano allattati dalle madri, ma da balie fatte giungere appositamente dalle campagne, perché si riteneva che il loro latte fosse più nutriente di quello delle dame, che temevano di rovinarsi il seno e di dover rinunciare a balli e serate a teatro. Dallo svezzamento fino ai due anni venivano nutriti con semolino o minestre di pane, mentre in seguito mangiavano in modo simile agli adulti, anche se con una diversa scansione dei pasti: facevano colazione alle otto del mattino, pranzavano alle dieci e mezzo, facevano merenda alle due e cenavano alle cinque. I bambini bevevano latte di mandorle, sciroppo di limone e succo d’arancia (allora considerati frutti esotici e quindi molto chic), sciroppo dolce all’acqua di rose e, a partire dai cinque anni, vino un po’ annacquato.

Natura Morta, Floris van Dyck, 1613

Natura Morta, Floris van Dyck, 1613

Le testimonianze sulla mensa degli umili sono invece scarse, non c’era alcun interesse di ordine sociale né antropologico nei loro confronti. In pratica la maggior fonte di informazioni su cosa mangiasse il popolo viene dall’elenco di ciò che non mangiava l’aristocrazia!
Comunque, oltre a quanto detto sopra su ortaggi, latticini e affettati, sappiamo che una colazione piuttosto diffusa consisteva in minestra di verdure o polenta, mentre qualche altra notizia ci è stata tramandata relativamente a ciò che i pellegrini potevano ottenere nei monasteri e nelle locande, il che non dovrebbe discostarsi moltissimo dalla dieta nelle case. I pellegrini più ricchi potevano contare sulla presenza di vino, birra, sidro e arrosto pressoché ovunque, mentre per gli altri c’erano pappe di miglio, legumi e grasso oppure in altri luoghi anche solo pane e acqua. In alcuni monasteri si dava ai pellegrini la possibilità di cucinare le proprie provviste e la foresteria metteva a disposizione solo olio, aceto e sale per condirle. I Colloqui di Erasmo da Rotterdam invece descrivono il menu tipico delle locande: vino aspro e leggero, brodaglia per saziare i commensali, in modo che fossero già satolli quando facevano una breve comparsa sulla tavola arrosti e trote di cui venivano servite porzioni minuscole. Seguivano formaggio andato a male e vino un po’ meno scadente subito prima del conto, che si pagava a forfait e non in base a quanto consumato effettivamente. Insomma era già nato il menu a prezzo fisso! Il pane bianco era una prerogativa dei signori, mentre i poveri dovevano mangiare quello nero, spesso tagliato con varietà di farina davvero misere per fare “peso”, oppure polente ricavate dai cereali meno pregiati. La dieta era molto povera di carne e costituita in prevalenza da verdure e cereali. Il calo del consumo di carne a partire dal X-XI secolo è stato attribuito alla scarsissima possibilità della popolazione di cacciare, poiché i signori feudali trasformarono le selve in riserve personali, e di far pascolare gli animali, tagliare il fieno o persino di raccogliere ghiande per allevare maiali, tutte prerogative riservate ai nobili, ai monasteri o agli abitanti delle grandi città autonome.

Cucina ben rifornita, Joachim Beuckelaer, 1566

Cucina ben rifornita, Joachim Beuckelaer, 1566

Ma bando alla tristezza, vi avevo promesso di insegnarvi a preparare il pimento! Ho trovato la ricetta in un saggio sulle spezie presente nella lista delle letture consigliate, mentre l’originale è contenuto in un documento del XIV secolo rinvenuto nella cattedrale di Girona. Tenete conto che all’epoca i preparati potevano avere mille varianti, poiché i ricettari erano vaghi persino nell’indicare le quantità degli ingredienti e, come se non bastasse, lo stesso nome poteva indicare piatti diversi a seconda dei paesi, a causa delle modifiche apportate durante il tragitto dalla zona d’origine a quella d’arrivo. La base del pimento, una miscela per aromatizzare il vino, sono naturalmente le spezie: un’oncia di cannella, una di zenzero, una dramma (1,772 grammi) ciascuno di chiodi di garofano, noce moscata, lavanda, cubebe, pepe lungo, galanga, due dramme di grani del paradiso e mezza oncia di pepe nero. Bisogna pestare ben bene tutto in mortaio e unirvi due libbre di brandy distillato due volte. Si mescola e si lascia macerare il miscuglio per almeno due settimane, al termine delle quali si travasa la parte liquida, tralasciando il fondo. Tre o quattro gocce di questa mistura sono sufficienti per insaporire una bottiglia di vino.
Un’altra ricetta è quella del “merluzzo in gyve”, risalente al XIV secolo: il merluzzo va decapitato, eviscerato e arrostito. A parte si mettono a bagno nel brodo di salmone delle fette sottili di pane, poi bisogna scolarle, versarvi vino rosso, chiodi di garofano, macis, pepe, cannella e infine il fegato e lo stomaco del merluzzo, quindi si fa bollire il tutto. Dopo la bollitura le interiora vanno scolate, tagliate a dadini e unite a uva passa, zafferano, sandalo e sale. Questo composto va aromatizzato con ginepro e succo d’uva acerba e fatto bollire di nuovo. A questo punto si spella il merluzzo e lo si serve condito con la salsa risultante.
Preferite un primo? Eccovi la cretonnea di piselli: i piselli vanno cotti, trasformati in purea, fritti nel grasso di pancetta, mescolati a pollo (bollito, macinato e poi fritto), zafferano e zenzero, infine vi si uniscono dei tuorli d’uovo e la zuppa è servita!

Tutta robetta appetitosa! Bisognerebbe ringraziare La Varenne ogni volta che ci sediamo a tavola, non credete? Tra le quantità di cibo e le cotture astruse a cui facevano ricorso gli chef medievali, non c’è da stupirsi se la gotta e altre malattie del genere fossero molto diffuse nell’upper class europea.
Scommetto che ora non invidierete più tanto i cavalieri e le dame dei film in costume o dei fantasy!

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Letture consigliate:

Poiché per la maggior parte si tratta di testi già citati in precedenza, vi rimando alla sezione “Letture consigliate”, dove potrete reperire numerosi testi contenenti informazioni utili in materia. Vi raccomando in particolare il saggio di Freedman, davvero ottimo e scritto in modo eccellente.
A quei titoli aggiungo:
N. Ohler, Vita pericolosa dei pellegrini nel Medioevo, Piemme

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i Avevano in bocca della bambagia imbevuta di materiale infiammabile.

ii Non ci è dato conoscere il condimento, anche se un ricettario afferma che andassero accompagnate con una salsa composta da prezzemolo, sermollino, aromi, ginepro, cannella, noce moscata e garofani.

iii Una sorta di umido con carni bollite, poi fritte nel lardo e infine fatte bollire di nuovo insieme a un composto di uva passa, mandorle, pane abbrustolito ammollato nel vino, pepe, cannella e cipolle tritate fritte nel lardo.

iv Latte di capra cotto, fatto rapprendere a bagnomaria e mescolato con caglio, sempre caprino.

Le battaglie del Trono III: l’assalto al campo di Gamius

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Buongiorno e ben ritrovati! La breve pausa è stata fruttuosa, quindi è tempo di tornare a curiosare dietro le quinte de Il Trono delle Ombre :)

La difesa di Rorke's Drift, Alphonse de Neuville, 1880

La difesa di Rorke’s Drift, Alphonse de Neuville, 1880

“Chi finge di ritirarsi non va inseguito, e i contingenti scelti non vanno attaccati. Le esche offerte non vanno inghiottite, e un esercito che sta tornando in patria non va molestato. Un esercito accerchiato deve avere una via di scampo; se è ridotto alla disperazione non va schiacciato.
Questa è la regola nell’impiego dell’esercito.
[…]
Se la zona è accerchiata, si elaborano trame; di fronte alla morte, si combatte.”
[Sun Tzu, L’Arte della Guerra, VII-VIII]

Oggi scopriremo le radici storiche dello scontro tra legionari e Uomini Bestia nel capitolo 21 del romanzo, nel corso del quale shvaergi e shmuergi assaltano il campo fortificato di Gamius, parte del malridotto apparato difensivo colviano tra il Grelian e le Terre Selvagge. Vedrete che strada facendo emergerà anche qualche altro elemento interessante, per esempio la fonte d’ispirazione per le particolari usanze nuziali della nobiltà colviana!

“I possenti muggiti degli shmuergi diedero il via all’assalto. La foresta vomitò un’orda urlante che si lanciò verso l’avamposto, sovreccitata dal crescente martellare dei tamburi. Gli shvaergi erano incredibilmente rapidi e resistenti, potevano eguagliare un cavallo per brevi tratti oppure correre più velocemente di un essere umano per ore. Colmarono in un attimo la distanza che li separava dal fossato. I legionari osservarono nei dettagli le pitture di guerra dipinte sulla testa, sul petto e sulle braccia con sangue, terra e cenere, le armi primitive e, appesi alle cinture degli shmuergi torreggianti nella massa, gli scalpi di quanti erano caduti nelle loro mani.
Appena i mostri furono abbastanza vicini, il vessillifero sollevò l’ippogrifo di bronzo, il segnale atteso dai colviani: la battaglia era cominciata.”
[Il Trono delle Ombre, capitolo 21]

La Storia presenta diversi episodi in cui forze soverchianti hanno tentato senza successo di avere la meglio su guarnigioni assai inferiori, per esempio l’assedio ottomano agli Ospitalieri di Malta o quello francese a Cadice durante le guerre napoleoniche, ma se si immagina un piccolo avamposto sul punto di essere travolto da un’orda di nemici, la battaglia per eccellenza è quella di Rorke’s Drift, durante la quale centocinquanta uomini, diversi dei quali malati o feriti, affrontarono quattromila guerrieri zulu. Ma procediamo con ordine e scopriamo le origini dello scontro, avvenuto nel corso della guerra tra britannici e zulu del 1879.

Guerriero zulu. Notare la zagaglia e il grande scudo di cuoio

Guerriero zulu. Notare la zagaglia e il grande scudo di cuoio

Con il rafforzarsi della presenza coloniale europea nell’Oceano Indiano e nel Pacifico fin dal XVI secolo, le coste sudafricane e in particolare quelle presso il Capo di Buona Speranza assunsero una crescente importanza come basi logistiche per il rifornimento di cibo e acqua fresca ai mercantili che circumnavigavano l’Africa. Gli olandesi stabilirono una prima colonia a Città del Capo a metà del XVII secolo e a partire dalla fine del ‘700 la comunità passò più volte di mano, perché i britannici temevano che potenze straniere quali la Francia avrebbero potuto impossessarsene per spezzare in due l’Impero e invadere l’India (ricorderete che si trattava di un timore ricorrente, alla base anche delle campagne afghane cui ho accennato nel blog sul Devengar). Gli inglesi si impadronirono definitivamente della regione durante le guerre napoleoniche, ma non si interessarono all’entroterra per decenni, poiché non vi erano risorse naturali di particolare interesse. I coloni olandesi che vivevano di agricoltura e allevamento, al contrario, cercarono di spostarsi sempre più verso l’interno per sottrarsi al mal sopportato dominio d’oltremanica e così facendo cominciarono a contendere il territorio alle tribù indigene per fondare staterelli indipendenti nell’Orange, nel Transvaal e in parte del Natal, cuore del nascente Regno Zulu. Negli anni ’10 e ’20 dell’Ottocento infatti la regione aveva visto l’ascesa di una federazione di tribù sotto la guida del re Shaka kaSenzangakhona, che aveva trasformato la società tribale in una sorta di Sparta africana fortemente militarizzata. Sebbene i soldati zulu, al contrario degli Uguali spartani, non fossero soltanto guerrieri ma anche contadini, i loro primi contatti con l’esercito cominciavano già attorno ai sei anni, quando venivano incaricati di assistere i reggimenti in armi (detti amabutho) per trasportare vettovaglie e condurre il bestiame al seguito dell’esercito negli spostamenti iniziali, mentre in territorio ostile i guerrieri si nutrivano con ciò che trovavano/saccheggiavano. All’età di diciotto o diciannove anni i ragazzi venivano arruolati a tutti gli effetti, entravano a far parte di un reggimento (ibutho) di coscritti e dovevano costruire la propria caserma (ikhanda), nella quale risiedevano finché il re non concedeva al reggimento il permesso di abbandonarla per sposarsi ed entrare così a far parte della riserva convocata solo in caso di guerra. In genere il congedo non avveniva prima dei trent’anni e poteva essere rimandato fino ai quaranta, quando finalmente la fedeltà dell’uomo poteva passare dal re alla famiglia. Durante gli anni di arruolamento gli zulu dovevano dedicarsi anche a coltivare i campi del re, costruire e mantenere le sue capanne, andare a caccia per lui e svolgere qualsiasi altra mansione richiedesse.

Leonida alle Termopili, Jacques- Louis David, 1814

Leonida alle Termopili, Jacques- Louis David, 1814

“Sappi che se arriverai a sottomettere costoro e gli altri loro fratelli di Sparta, nessun altro popolo di questo mondo oserà più alzare le mani per contrastarti. Perché tu ora hai che fare con il regno e il popolo migliori di tutta l’Ellade, e con gli uomini più intrepidi che ci vivano.”
[Erodoto, Le Storie]

È piuttosto sorprendente notare come anche gli spartani avessero i loro primi contatti con il mondo militare a un’età simile – l’addestramento cominciava attorno ai sette anni –, diventassero soldati a tutti gli effetti attorno ai venti e vivessero nelle caserme fino ai trenta, quando potevano sposarsi ma conservavano dei doveri militari che non cessavano prima dei sessanta-sessantacinque anni, sebbene gli opliti più anziani venissero richiamati solo in caso di emergenza. Un’altra analogia riguarda lo scudo: per gli spartani era la parte più importante dell’equipaggiamento, perderlo era una colpa gravissima e infatti le madri, consegnandolo ai figli, pare pronunciassero il monito “Torna con lo scudo o su di esso”, in ragione dell’usanza di riportare a casa i caduti sugli scudi. Ai guerrieri zulu lo scudo veniva fornito dallo Stato e recava colori diversi a seconda del reggimento di appartenenza, pertanto costituiva una rudimentale uniforme. Allo stesso modo, gli spartani furono tra i primi soldati greci a possederne una, inizialmente proprio sotto forma di scudo recante la lambda di Lacedemone.
Si stima che grazie a questa organizzazione il regno Zulu potesse mobilitare fino a quarantamila uomini, richiamabili per classi d’età e pronti a inquadrarsi in un apparato dotato di comandanti  (detti inDuna, pl. izinDuna) veterani e spesso molto capaci.
L’armamento principale degli zulu, oltre allo scudo di pelle di vacca che poteva arrivare a un metro e mezzo di altezza per uno di larghezza, consisteva nell’ikwla (in italiano di solito tradotta con zagaglia), una lancia da corpo a corpo con una corta impugnatura di legno e lama lunga fino a 45cm, destinata a colpire di punta tramite rapidi affondi. Alcuni guerrieri portavano anche giavellotti da lanciare oppure possedevano armi da fuoco, ma si trattava per la maggior parte di modelli obsoleti caricati con polvere di pessima qualità e quindi di scarsa efficacia. Gli strateghi zulu disprezzavano l’uso di armi di fuoco e ritenevano che la rapidità dei loro guerrieri li rendesse capaci di raggiungere e sopraffare il nemico nonostante la superiore potenza di fuoco straniera.
Le fonti non sono concordi al riguardo, ma diversi storici ritengono che gli impi possedessero una straordinaria mobilità strategica per un esercito di fanteria privo di una rete viaria e che potessero spostarsi normalmente di circa trenta chilometri al giorno, con punte anche molto superiori. Se ciò fosse vero, significherebbe che erano in grado di rivaleggiare con la leggendaria rapidità di spostamento delle legioni romane.
La tattica tipica era detta “corna di toro” e consisteva nella suddivisione dell’impi, l’esercito, in tre corpi: uno centrale più numeroso e lento e due “corna” o ali formate dai guerrieri più giovani, il cui compito era quello di aggirare il nemico e colpirlo ai fianchi o addirittura alle spalle e quindi spazzarlo via.

La battaglia di Isandlwana, Charles Edwin Fripp. Sullo sfondo il monte eponimo

La battaglia di Isandlwana, Charles Edwin Fripp. Sullo sfondo il monte eponimo

Dopo un quadro generale, entriamo nel dettaglio del conflitto. Pochi anni prima della guerra, i britannici cominciarono a scoprire le immense ricchezze minerarie celate dal sottosuolo sudafricano e in particolare la presenza di diamanti a Kimberley. Ciò aumentò a dismisura il loro interesse per l’entroterra e ben presto i funzionari coloniali cominciarono ad arrovellarsi su come estendere il controllo della Corona sulle regioni circostanti. Fu avanzata la proposta di creare una confederazione di stati e intanto gli inglesi cominciarono ad ampliare sempre più i propri confini, finché, usando come pretesto alcune dispute di confine e delle violazioni minori, presentarono un ultimatum agli zulu e negli ultimi giorni del dicembre 1878 la guerra ebbe inizio. Tre colonne di giubbe rosse invasero il Regno da nord, da sud e da est. Rorke’s Drift, un piccolo ranch trasformato in una missione, venne scelto come base logistica per quest’ultima colonna, quella centrale nonché la più pericolosa secondo gli strateghi indigeni.
La fattoria sorgeva su un pendio a circa ottocento metri da un importante guado ed era ritenuta un luogo ideale dove immagazzinare grano e gallette per l’avanzata. Per sorvegliare il magazzino furono distaccati una compagnia di fanti e da cento a trecento soldati indigeni comandati da ufficiali bianchi, che però erano male armati perché le autorità non vedevano di buon occhio l’accesso ad armi moderne da parte dei locali: soltanto uno su dieci aveva un fucile e la dotazione era di soli quattro colpi, gli altri dovevano arrangiarsi o usare zagaglie e scudi come gli zulu.
Il comandante in capo delle forze britanniche in Sudafrica, lord Chelmsford, assunse personalmente il comando della colonna centrale e si inoltrò in territorio zulu verso il monte Isandlwana. Convinto che il nemico si trovasse oltre le colline di fronte a lui, lasciò ai piedi del monte un campo malamente trincerato (a dispetto delle istruzioni da lui stesso impartite all’inizio della campagna) e andò a stanare un nemico che non c’era, perché l’impi in realtà si trovava alle sue spalle. In quella che si potrebbe quasi definire l’Amba Alagi inglese, il 22 gennaio 1879 attorno all’ora di pranzo millesettecento tra europei e indigeni furono attaccati da ventimila guerrieri. Gli invasori erano disposti su una linea troppo lunga e impreparata a sostenere uno scontro del genere, mentre l’impi godeva dell’effetto sorpresa e di un morale alle stelle. Ben presto le cose cominciarono a volgere al peggio per gli inglesi, tanto che alla cavalleria indigena fu concesso di ritirarsi dal campo, mentre parte dei fanti delle tribù alleate si diede semplicemente alla fuga. Il campo venne travolto e saccheggiato, i caduti spogliati e sbudellati secondo la tradizione. Soltanto sessanta bianchi e quattrocento soldati di colore sfuggirono alla mattanza.
Dopo questa cocente sconfitta, secondo alcuni la più grave subita per mano di un esercito indigeno nella storia britannica, gli inglesi non osarono più affrontare gli zulu con la consueta formazione aperta degli scontri coloniali, ma adottarono formazioni chiuse come i quadrati di napoleonica memoria oppure preferirono trincerarsi.
Verso mezzogiorno l’eco della battaglia raggiunse Rorke’s Drift, così il missionario e altri due civili si arrampicarono sulla cima di un vicino colle per osservarla con i cannocchiali. Le alture nascosero loro i reali accadimenti e fu solo quando un contingente di zulu inizialmente scambiati per truppe indigene cominciò ad avvicinarsi alla loro posizione che si resero conto dell’accaduto. I tre si precipitarono giù dalla collina e diedero l’allarme, sebbene alcuni cavalleggeri in fuga li avessero preceduti. Gli ufficiali valutarono le due opzioni disponibili: la ritirata e una disperata resistenza, e scelsero quest’ultima, sicuri che altrimenti la colonna sarebbe stata raggiunta in campo aperto e massacrata. Tutti gli uomini disponibili furono incaricati di svuotare il magazzino e di usare casse di gallette e sacchi di grano per erigere delle barricate nel cortile. Gli edifici vennero fortificati allo stesso modo e si aprirono feritoie nelle pareti a suon di picconate. Mentre fervevano i preparativi per la difesa, attorno alle 16 uno squadrone di indigeni a cavallo reduci da Isandlwana si presentò a rapporto, ma si diede alla fuga non appena avvistò il nemico. La frase con cui i cavalieri annunciarono l’attacco imminente mentre galoppavano via è rimasta nella Storia:

“Stanno arrivando! Neri come l’inferno e fitti come l’erba!”

La rotta della cavalleria gettò nel panico anche le altre truppe indigene, che abbandonarono armi e bagagli per scappare con i rispettivi ufficiali inglesi alle calcagna. I difensori rimasti, infuriati per il tradimento, presero a sparare addosso ai loro stessi commilitoni e uccisero un caporale in fuga. Anche il missionario svedese Witt montò in sella si diede alla macchia, mentre il cappellano fu costretto a restare perché qualcuno gli aveva rubato il cavallo.

Piantina della fattoria di Rorke's Drift, History of the Corps of Royal Engineers, Vol. II, 1889. La ridotta è il piccolo spazio sotto al magazzino

Piantina della fattoria di Rorke’s Drift, History of the Corps of Royal Engineers, Vol. II, 1889. La ridotta è il piccolo spazio sotto al magazzino

A quel punto non restava più tempo: una prima ondata di cinque-seicento guerrieri caricò incurante della gragnuola di piombo che le si riversava addosso. Gli inglesi erano armati di fucili Martini-Henry che sparavano pesanti palle in calibro .45 (praticamente il doppio del 5.56 NATO degli odierni fucili d’assalto occidentali), piuttosto lente a causa delle polveri utilizzate all’epoca, ma comunque capaci di sviluppare un potere d’arresto superiore rispetto al moderno calibro sopra citato. Secondo le testimonianze di alcuni soldati coinvolti nella battaglia, gli zulu colpiti a distanza ravvicinata venivano letteralmente sbalzati all’indietro dalla forza dell’impatto. Ciononostante i guerrieri riuscirono ad arrivare a meno di cinquanta metri dalla barricata prima che il tiro incrociato li fermasse. Purtroppo per gli assediati, si trattava soltanto dell’avanguardia.
Oltre tremila guerrieri si stavano riversando tutto intorno alla fattoria, circondandola da ogni lato, mentre una parte dell’impi si annidava tra le rocce della collina sovrastante per rispondere al fuoco. Si trattava dei più ambiziosi tra i seimila che avevano costituito la riserva a Isandlwana poche ore prima e che quindi non avevano avuto modo di guadagnare fama e bottino. Alla loro testa c’era il principe Dabulamanzi kaMpande un quarantenne dal carattere irruento e i modi brutali che sfruttava il proprio rango per imporsi sugli ufficiali inferiori. Probabilmente fu lui a decidere l’attacco nonostante il re avesse ordinato di non sconfinare per nessun motivo, in modo che l’aggressione straniera alla sua nazione risultasse evidente agli occhi del mondo.
Gli assalti alle barricate si fecero sempre più feroci e i soldati cominciarono a fare ricorso alle baionette, lame lunghe e sottili lunghe 46cm che rivaleggiavano con quelle delle zagaglie nemiche, mentre il fuoco proveniente dalla collina mieteva le prime vittime.

Il campo di battaglia nel 2008. Gli edifici non hanno conservato la disposizione originale

Il campo di battaglia nel 2008. Gli edifici non hanno conservato la disposizione originale

A due ore dall’inizio degli scontri, i britannici dovettero abbandonare buona parte del perimetro e ripiegare in una ridotta attorno al magazzino, fortificata con una muragli di casse e sacchi di grano. La nuova posizione era più protetta dal tiro dei cecchini e consentiva di concentrare le forze, ma lasciò isolato l’ospedale, dove una manciata di uomini e feriti era pressoché intrappolata. Sei soldati e venti pazienti armati si ritrovarono soli, protetti solo dalle barricate di generi alimentari, con gli zulu così vicini da poter tentare di strappare loro di mano fucili e baionette quando li infilavano nelle feritoie per sparare. Alla fine i guerrieri riuscirono a sfondare una porta e a quel punto nelle stanze buie, anguste e sature del fumo degli spari ebbe inizio un disperato corpo a corpo. La costruzione aveva una pessima disposizione interna, la maggior parte delle stanze non erano comunicanti tra loro ma solo verso l’esterno, perciò i difensori spesso erano costretti ad ascoltare le urla e i rumori di lotta provenienti dalle altre stanze senza poter fare nulla. Come se non bastasse, gli assalitori diedero fuoco al tetto di paglia, resa umida dalle piogge precedenti, che produsse una soffocante cappa di fumo. Presi dalla disperazione, due soldati si ricordarono del piccone utilizzato per ricavare le feritoie e aprirono dei passaggi verso le stanze adiacenti. Uno dei due teneva impegnati gli assalitori mentre l’altro lavorava. Così facendo raggiunsero altri inglesi e cominciò una lentissima evacuazione: ogni volta che si ritiravano da una stanza all’altra, i pochi uomini validi dovevano spostare tutti i feriti e al contempo contenere le pressione di guerrieri nemici. Dopo aver attraversato in lunghezza l’intero ospedale, alla fine si trovarono di fronte un muro troppo robusto per essere abbattuto, l’unica via di fuga era una stretta finestra. I feriti furono fatti passare uno alla volta nella stretta apertura, superata la quale cadevano a peso morto nel cortile e dovevano trascinarsi da soli verso la barricata sotto il tiro dei cecchini e delle lance. Altri due inglesi, tagliati fuori in un’altra stanza dell’ospedale, tentarono una via più diretta e uscirono allo scoperto attraverso una porta: uno di loro venne sbudellato sulla soglia, mentre il secondo, avvolto in un telo nero, strisciò nella penombra fino a una vecchia cucina all’aperto pullulante di guerrieri. Ormai era sceso il buio, le uniche luci erano le fiamme sul tetto e le vampate dei fucili, perciò non fu notato. Il soldato raccolse una manciata di cenere per annerirsi il viso e così mimetizzato si accucciò nell’erba, dove rimase fino alla fine dell’attacco. Altri feriti riuscirono a sgattaiolare fuori in maniera simile e si nascosero nell’erba alta. Successivamente raccontarono di essere stati calpestati più volte dagli zulu in movimento, che però nell’oscurità li avevano probabilmente scambiati per dei cadaveri.
Sulla barricata la situazione era ugualmente critica. I guerrieri potevano strisciare non visti e protetti da alcune rocce fin sotto ad alcuni punti e da lì balzare fuori per colpire i difensori appena si sporgevano. Il ricorso alle baionette si fece sempre più frequente per respingere gli zulu che si arrampicavano gli uni sugli altri o sui cadaveri per issarsi sopra le difese. Mentre brandiva il suo fucile ormai scarico per tenere a bada un guerriero, il soldato semplice Hitch fu colpito a bruciapelo dalla fucilata sparata da un altro avversario. La pallottola gli frantumò la scapola, da cui poi vennero estratti diciannove frammenti d’osso, ma egli non rinunciò comunque a battersi: scambiò il proprio fucile con il revolver di un ufficiale e continuò a sparare. Quando sentì venire meno le forze per la perdita di sangue, si mise a distribuire munizioni ai compagni finché, spossato, svenne.
Il cappellano Smith, rimasto a causa del furto del cavallo, girava tra i soldati distribuendo munizioni e conforto, oltre a raccomandare costantemente: “Non bestemmiate, ragazzi, e sparategli addosso”.
Gli zulu conquistarono prima la parte più esterna del recinto per il bestiame, poi anche quella interna. Gli inglesi invece sfruttarono una piramide di sacchi inutilizzati al centro della ridotta per ricavare una specie di torre da cui alcuni tiratori potevano sparare sopra le teste dei compagni e aggiungere potenza di fuoco nei punti in cui gli assalitori premevano maggiormente. Da lì inoltre potevano colpire dall’alto i nemici appena penetrati nel recinto, impedendo loro di sfruttarlo come riparo.
Gli zulu tentarono un’ultima carica attorno alle 22, poi lo scontro si affievolì, sebbene i cecchini abbiano continuato a prendere di mira la ridotta fino alle quattro del mattino seguente. Verso mezzanotte, quando la scontro andava avanti ormai da otto ore, si diffuse la voce che una colonna di soccorso era in avvicinamento e i difensori ne furono subito rincuorati. In effetti due compagnie di fanteria si erano avvicinate alla posizione, ma i racconti dei fuggiaschi di Isandlwana, il fumo sprigionato dall’incendio e l’avvistamento di truppe nemiche nelle vicinanze (probabilmente razziatori) indussero il comandante a pensare che Rorke’s Drift fosse caduta, perciò ordinò di fare dietrofront e rientrare alla base. Alla fattoria, gli uomini da entrambe le parti erano esausti. Gli inglesi fecero una sortita nel cortile per trascinare il carro-cisterna verso la ridotta e utilizzarono la manichetta per dissetare le truppe. Le canne dei fucili erano roventi e le spalle coperte di lividi a causa del rinculo. In totale i centocinquanta uomini avevano esploso 19100 colpi.
L’alba rivelò la carneficina di cui era stata teatro la zona: il tetto dell’ospedale era crollato sui corpi dei caduti e tutta la zona antistante le barricate era coperta di morti, feriti, armi ed equipaggiamenti. Nei punti in cui lo scontro era stato più intenso, vi erano tre strati di cadaveri impilati gli uni sugli altri. La guarnigione non aveva modo di sapere se sarebbero giunti altri attacchi, per cui nessuno poté riposare, ma anzi si dovette provvedere a riparare i danni e prepararsi al peggio. I muri dell’ospedale furono abbattuti, si tolse la paglia dal tetto del magazzino e si rafforzarono i parapetti delle barricate, mentre alcuni soldati si occupavano di raccogliere le armi dei nemici. Le forze erano al lumicino e restavano appena 900 colpi, tutti sapevano che un nuovo assalto sarebbe stato anche l’ultimo.
Alle 7.30 un gruppo di guerrieri si attestò su una collina appena fuori tiro, però si limitò a restare seduto in silenzio, forse scioccato dalla devastazione che aveva davanti, e poco dopo si dileguò.
Quel mattino gli inglesi rimossero dalle barricate 351 corpi e altri vennero recuperati anche molto tempo dopo, nascosti in anfratti dove probabilmente si erano trascinati a morire una volta feriti. Secondo fonti zulu, l’impi subì la perdita di seicento morti e circa quattrocento feriti, cioè un quarto degli effettivi. Gli inglesi invece lamentarono quindici morti e dieci feriti gravi.
Più tardi nel corso della mattinata vi fu un ulteriore momento di tensione: le sentinelle avvistarono dei guerrieri indigeni in avvicinamento, ma per fortuna si trattava delle truppe coloniali di Chelmsford, di ritorno dopo aver passato la notte accampate tra i caduti di Isandlwana. Mentre la colonna ripiegava verso Rorke’s Drift, incrociò addirittura gli zulu in ritirata, ma nessuna delle due parti aveva l’energia né la voglia per attaccare briga, perciò ognuno continuò per la propria strada. Mentre Chelmsford apprendeva dalla guarnigione esausta che a Isandlwana non c’erano stati sopravvissuti, parte delle truppe venne inviata a battere la boscaglia a caccia di nemici feriti, che vennero barbaramente trucidati con le baionette o a bastonate per non sprecare munizioni.
Un grosso contingente presidiò inutilmente la fattoria per settimane, il nemico non tornò mai. Il re non voleva condurre una guerra d’invasione, inoltre la portata della sconfitta fu così vasta che l’esercito non fu mobilitato di nuovo per circa due mesi, dando ai britannici il tempo di riorganizzarsi e condurre un nuovo, decisivo attacco.
Per l’eroismo mostrato durante i combattimenti, undici difensori di Rorke’s Drift ricevettero la Victoria Cross, la più alta onorificenza militare dell’Impero Britannico, e altri cinque la Medaglia d’Argento al Valor Militare. A tutt’oggi nessun altro scontro della storia inglese ha visto un così alto numero di decorati con la Victoria Cross. Tra gli zulu, invece, i guerrieri superstiti vennero derisi e accusati di codardia, senza che venisse riconosciuto lo straordinario coraggio mostrato nel gettarsi alla carica praticamente nudi contro i fucili inglesi per più di sei ore consecutive. Il principe responsabile della disfatta cercò ovviamente di minimizzare i propri errori e si ritirò in campagna. Del resto un vecchio detto sulla guerra recita: “la vittoria ha cento padri, la sconfitta è bastarda”.

Siamo arrivati alla conclusione dell’approfondimento! Spero di avervi saputo trasmettere tutta la drammatica tensione della battaglia e che ciò vi abbia permesso di immaginare l’estrema ferocia della guerra tra colviani e shvaergi nel folto delle foreste delle Terre Selvagge, ricordata da Yanvas anche nel capitolo 38 del Trono. Isandlwana e Rorke’s Drift sono inoltre perfetti esempi di quanto potessero diventare formidabili delle forze tribali ben organizzate e determinate a condurre un conflitto convenzionale.
A proposito di Yanvas, forse avrete notato delle analogie tra le usanze matrimoniali spartane e zulu e quelle colviane citate nel romanzo, infatti è proprio a esse (in particolare a quelle zulu) che mi sono ispirato nello stabilire che gli ufficiali dell’Impero non possono sposarsi prima di aver terminato di prestare servizio e che necessitano dall’approvazione regia. Nel caso colviano lo scopo è quello di indebolire le famiglie nobili ed entrare nei dettagli implicherebbe cenni alle regole dinastiche che ho scelto (una via di mezzo tra la legge salica e le usanze ottomane), ma almeno ora ne conoscete l’origine :)

*   *   *

Letture consigliate:
I. Knight e I. Castle, La guerra zulu 1879, Eserciti e Battaglie n.34, Ed. del Prado
I. Knight, Rorke’s Drift 1879, Eserciti e Battaglie n.96, Ed. del Prado

Dietro al Trono torna martedì prossimo!

Buongiorno a tutti! Questa settimana sono costretto a lasciarvi a bocca asciutta: mi sono dovuto concentrare al 100% sulla stesura degli ultimi capitoli del mio nuovo romanzo (un fantasy a sfondo mitologico), per cui non ho potuto scrivere l’approfondimento settimanale. Il lavoro è stato fruttuoso e sono quasi certo di poter riprendere gli aggiornamenti regolari già da martedì prossimo. A prestissimo, approfittatene per leggere qualche arretrato e tornate a trovarmi: credo che i prossimi argomenti saranno l’assalto al campo di Gamius e la cucina medievale-rinascimentale! :)

Tamburi di guerra: gli Uomini Bestia in battaglia

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“Non dovremmo vergognarci di riconoscere la verità da qualunque fonte essa giunga a noi, anche se essa ci viene portata da generazioni precedenti e da popoli stranieri. Per colui che cerca la verità non vi è nulla che valga più della verità stessa.”
[Ya’qub ibn Ishaq al-Kindi, filosofo arabo del IX sec.]

Buongiorno a tutti! Oggi torneremo nelle Terre Selvagge per scoprire come gli indisciplinati Uomini Bestia si siano potuti trasformare da predoni opportunisti in un’inarrestabile marea in grado di mettere a dura prova anche le forze dell’Impero Colviano. Per capirlo andremo a curiosare tra le dinamiche di alcune tribù primitive e analizzeremo i fattori che resero possibile la straordinaria espansione militare dei popoli arabi nel VII sec. d.C.

Illustrazione raffigurante la progressione dei ranghi militari aztechi. Codice Mendoza, XVI sec.

Illustrazione raffigurante la progressione dei ranghi militari aztechi. Codice Mendoza, XVI sec.

Nell’approfondimento dedicato alle origini degli shvaergi ho accennato al loro modo di interpretare gli scontri come una serie di duelli individuali, occasioni per mettersi in luce e dimostrare il proprio valore, non necessariamente tramite l’uccisione dei nemici. Per esempio, l’espressione “toccare colpo” citata in quell’occasione si riferiva all’usanza dei nativi americani e degli shvaergi di colpire in maniera non letale un avversario per dare prova di superiorità ed era codificata in maniera piuttosto precisa, tanto che i guerrieri consideravano i primi quattro “colpi” su ogni nemico, anche suddivisi tra più uomini, e attribuivano loro un valore decrescente in termini di prestigio. Allo stesso modo, le incursioni dei giovani guerrieri delle pianure presso le tribù vicine per rubare cavalli non prevedevano spargimenti di sangue premeditati, anzi subire delle perdite rendeva la spedizione un insuccesso. L’enfasi sul valore individuale si collocava all’interno della concezione del confronto militare tipico delle società tribali, ma non solo: nell’esercito azteco gli aspiranti soldati di professione e gli ufficiali dovevano catturare schiavi in battaglia per salire di rango e non restare semplici reclute destinate a tornare nei campi alla fine della guerra. La cattura di schiavi era così importante ai fini della carriera militare, che farsi aiutare nel prendere prigionieri era severamente punito.
La tendenza dei combattenti primitivi a evitare gli spargimenti di sangue tipici dei conflitti come li intendiamo in senso moderno non derivava da ritrosie di tipo morale o da una fantomatica natura pacifica del “buon selvaggio”, come qualche lettura un po’ naïf ha talvolta azzardato, ma era figlia delle condizioni in cui vivevano tali popolazioni. La guerra “totale” infatti richiede tempo, risorse (armi, provviste, equipaggiamento) e una demografia in grado di sopportare le perdite. Le società basata sulla caccia e la raccolta non potevano dedicare mesi alle campagne militari, perché avrebbero terminato le scorte di cibo e non avrebbero avuto modo di reintegrarle, dato che quel tipo di sostentamento è di norma poco efficiente. Del resto anche nelle civiltà più avanzate, incentrate sull’agricoltura, le campagne militari potevano essere interrotte o rimandate a causa del raccolto. Ancora oggi in Afghanistan non è raro che le reclute del costituendo esercito nazionale disertino nel periodo del raccolto per poi, ma non sempre, ripresentarsi una volta terminato di aiutare la famiglia. In Oriente in passato capitava che gli eserciti seminassero, crescessero e mietessero raccolti nel corso delle guerre, se la sedentarietà della guarnigione lo permetteva.
Lo stesso principio vale per le risorse necessarie per la guerra, siano esse armi o razioni destinate ai combattenti: soltanto una società in grado di produrre un’eccedenza può accantonarla a fini bellici. Un corollario di questo principio è che una casta di militari di professione può esistere soltanto in presenza di tale eccedenza, anche se in seguito si può sostentare predando le scorte di civiltà vicine e più deboli.
L’ultimo fattore è demografico: tribù composte da poche decine o centinaia di individui non possono permettersi di subire perdite elevate in battaglia, perché non resterebbero abbastanza forze per cacciare, raccogliere cibo o anche solo per proteggere vecchi, donne e bambini da altre tribù ostili. Una società molto esigua decimata da un conflitto soccombe perché incapace di sostentarsi e perpetuarsi nel tempo.
Alla luce di questi fattori è evidente come mai i guerrieri primitivi (o gli shvaergi) non potessero impegnarsi all’ultimo sangue nel perseguire la distruzione delle tribù rivali. Del resto, anche in caso di vittoria avrebbero avuto più da perdere che da guadagnare: non c’erano grandi riserve di cibo da razziare, non avevano campi da far coltivare, opere da costruire né miniere da sfruttare e, dato che le società di raccoglitori si spostavano sempre per cercare nuove fonti di cibo, non avevano interesse a occupare un’area già sfruttata dagli sconfitti.
Alcuni interessanti esempi in tal senso vengono da alcuni studi sulle tribù della Nuova Guinea, che vivevano in comunità inferiori al migliaio di individui e praticavano un misto di caccia, raccolta, coltivazione di tuberi in tratti di foresta incendiati e allevamento di maiali. Quando le tribù entravano in conflitto, le battaglie venivano concordate e, nonostante le alleanze tra i villaggi portassero anche a schieramenti di duemila guerrieri, gli scontri si risolvevano in duelli individuali in cui gli uomini mostravano la propria abilità nello schivare lance e frecce. Non era raro che le donne seguissero i mariti per incitarli e vagassero nella terra di nessuno per raccogliere proiettili caduti da passare ai propri uomini. Se qualcuno restava ferito gravemente o moriva, la battaglia veniva sospesa.
Tra i maring, sempre in Nuova Guinea, i combattenti erano dotati anche di asce di pietra e grossi scudi di legno. In questo caso la prova d’abilità consisteva nell’abbandonare la protezione dello scudo ed esporsi per schernire i nemici, attirare le frecce su di sé e tornare al riparo. Quando lo scontro si faceva più serio e si arrivava al corpo a corpo, lo scambio implicava anche colpi d’ascia sugli scudi, ma si trattava pur sempre di scontri che noi giudicheremmo all’acqua di rose: i combattenti tornavano a casa a dormire la sera, potevano allontanarsi per riposare se erano stanchi, se pioveva restavano nelle capanne e potevano concordare tregue anche di diverse settimane per ridipingere gli scudi o coltivare nuovi orti da cui trarre sostentamento. Vi erano casi di violente scorrerie ai danni dei villaggi nemici, in cui si uccidevano anche donne e bambini, ma in questo caso veniva meno la componente rituale dello scontro e l’obbiettivo era scacciare la tribù rivale, nonostante se ne occupasse raramente il territorio nel timore che i fuggitivi vi avessero gettato il malocchio. Gli antropologi notarono inoltre che i maring scendevano in guerra all’incirca ogni dieci anni, poiché credevano che ogni guerriero dovesse uccidere e mangiare un maiale per ingraziarsi gli antenati in vista della guerra e il lasso di tempo era quello necessario alle loro tribù per accumulare un numero sufficiente di animali. Ancora una volta appare evidente come i numeri condizionino la condotta anche delle società apparentemente estranee a questo genere di calcoli.
Nel caso degli Uomini Bestia, ho adottato questo modello per i conflitti minori tra tribù e per il comportamento dei singoli, ma ho pensato anche che la loro natura ferina e selvaggia li avrebbe portati a riprodursi a dismisura, impoverendo il proprio ecosistema fino a formare una massa critica destinata a sfociare in una guerra totale per le poche risorse rimaste, oppure a cercare sfogo attaccando gli umani. Per questo secondo aspetto della loro cultura mi sono ispirato alla spaventosa ferocia delle tribù maori.

Ricostruzione di un pā, tipica fortezza maori. Auckland War Memorial Museum, Nuova Zelanda

Ricostruzione di un pā, tipica fortezza maori. Auckland War Memorial Museum, Nuova Zelanda

I maori giunsero in Nuova Zelanda alla fine del XIII secolo e in breve tempo la loro pressione demografica, una serie di terremoti, tsunami e un abbassamento della temperatura misero in crisi le risorse naturali. Numerose specie di animali scomparvero a causa della caccia eccessiva, finché le tribù si trovarono a dover lottare per la terra e lo sfruttamento delle fonti di cibo rimaste. Ciò portò alla nascita di una cultura spietata in cui lo sterminio degli avversari era un obbiettivo perseguito in modo deliberato. Si combatterono battaglie che coinvolsero fino a diecimila guerrieri, con migliaia di morti, ed è stato stimato che l’aspettativa di vita media fosse di soli 31-32 anni!
Una delle tattiche praticate consisteva nel mandare gli uomini più giovani e veloci all’inseguimento dei nemici per azzopparli, mentre il grosso della banda seguiva più lentamente per finirli. Si pensa che un guerriero abile potesse menomare senza troppa difficoltà anche dieci o dodici avversari nel corso di un singolo scontro. Se tra le tribù vi erano vecchi rancori, spesso tramandati per generazioni, i vincitori divoravano i corpi degli sconfitti a eccezione della testa, che invece veniva esposta sulla palizzata della loro fortezza. Lo stato di guerra permanente infatti portò alla costruzione di qualcosa come quattromila fortificazioni (chiamate ) erette in collina e dotate di una o più palizzate, bastioni, terrazzamenti da cui scagliare lance e frecce, pozzi e magazzini per il cibo. Alcune comprendevano persino dei campi coltivati all’interno del perimetro difensivo.
Quando ciclicamente la popolazione di Uomini Bestia raggiunge numeri insostenibili, la crescente conflittualità per l’approvvigionamento di cibo sfocia necessariamente in un conflitto, che può essere interno (ma è raro e comunque solo nelle fasi iniziali, finché non emerge una gerarchia tra i capi shmuergi) oppure rivolgersi contro una razza vicina e dotata di ingenti scorte di cibo, quella umana.

La battaglia di Vienna, XVII secolo

La battaglia di Vienna, XVII secolo

Ma chi o cosa può unificare clan rivali, specialmente se appartenenti a specie aggressive come shvaergi e shmuergi? La risposta che mi sono dato è stata questa: la religione.
Abbiamo già visto come in passato la religione, per sincera convinzione o più spesso come pretesto, abbia rappresentato uno straordinario catalizzatore di intenti e di sforzi sul piano sociale, politico e militare. Gli Uomini Bestia non fanno eccezione.
Il pensiero corre subito alle crociate in Terra Santa, ma si tratta soltanto di uno dei tantissimi esempi di come il fattore spirituale abbia creato nei secoli coalizioni volte ad affermare questo o quell’obbiettivo temporale, ammantandolo di motivazioni e ideali divini. Solo per restare in ambito cristiano, pensiamo alle Crociate del Nord, a quelle contro le eresie, ai conflitti tra protestanti e cattolici tra le ragioni della Guerra dei Trent’anni o alle varie Sante Alleanze formate dalle potenze cristiane, tra le quali vale la pena ricordare quella del 1571 che portò alla vittoria navale di Lepanto, in cui giocarono un ruolo di primo piano le poderose galeazze veneziane, e quella del 1684, sorta subito dopo la rottura dell’assedio ottomano a Vienna da parte di truppe imperiali e polacche, durante la quale emerse il talento militare di Eugenio di Savoia, generale asburgico a soli ventidue anni.
Si potrebbe obbiettare che c’è una notevole differenza tra spronare a una campagna militare regni con gerarchie feudali ed eserciti e unificare gruppi tribali in competizione tra loro, sparsi su un territorio ostile e attorniati da forze soverchianti, tra cui un potente impero. Per quanto possa sembrare improbabile, invece è esattamente quanto accadde a partire dal VII secolo d.C. con l’espansione del Califfato islamico.
Prima dell’avvento dell’Islam, l’Arabia era una terra frammentata, scarsamente popolata da tribù beduine di pastori nomadi e piccole comunità di agricoltori, artigiani e mercanti. Le oasi rappresentavano centri di commercio e aggregazione per le grandi famiglie che, accomunate dagli antenati e dalla versione di dialetto arabo parlata, avevano gradualmente costituito delle tribù. Tutto intorno vi erano realtà potenti e differenti tra loro: l’Impero Bizantino e quello Sassanide con i rispettivi stati-cuscinetto costituiti da ghassanidi e lakhmidi, il regno cristiano d’Etiopia e il vicino Yemen, che cambiava spesso assetto politico e dominatori. Le tribù arabe praticavano una religione politeista in cui alle divinità si affiancavano numerosi spiriti e demoni, alcuni dei quali sono entrati nel nostro immaginario attraverso le storie mediorientali, come per esempio i djinn (da cui il nostrano genio) e gli ifrit, sorta di geni infernali affini al fuoco. Dagli stati vicini filtravano influenze dalle principali fedi del tempo: giudaismo, cristianesimo (in parte anche di dottrine eretiche) e zoroastrismo. Fu questo il contesto in cui nacque e si sviluppò la predicazione di Maometto. Cacciato dalla Mecca, allora un importante centro commerciale, per i crescenti contrasti con le famiglie dominanti della tribù quraysh, il profeta stabilì la propria base nell’oasi della Medina, dove acquisì un’influenza e un seguito crescenti, finché nel 630 la città della Mecca gli si consegnò e sempre più tribù stipularono con lui accordi di alleanza. Maometto morì nel 632, ma le redini del nascente dominio furono prese da uomini altrettanto determinati, come Abu Bakr e poi Omar, sotto la cui guida il Califfato si estese all’intera penisola arabica e, ai danni di bizantini (ancora prostrati dalla peste giustinianea del secolo precedente e dalle estenuati guerre contro i persiani) e sassanidi, in Egitto, Libia, Siria, Mesopotamia e ancora a nord fino al Mar Caspio e in oriente fino agli odierni confini del Pakistan. Nei cento anni successivi le incontenibili armate musulmane si espansero fino alla valle dell’Indo, in Turchia e in Asia centrale, inoltre conquistarono tutto il Nord Africa fino alle coste atlantiche del Marocco, la penisola iberica a eccezione delle Asturie e si attestarono alle pendici dei Pirenei dopo la sconfitta subita a Poitiers nel 732 per mano dei Franchi di Carlo Martello e le successive campagne per scacciarli dal sud della Francia.

Carlo Martello nella battaglia di Poitiers, dipinto del 1837

Carlo Martello nella battaglia di Poitiers, dipinto del 1837

In meno di un secolo e mezzo, quelli che erano stati gli sparuti abitanti di un deserto avevano spazzato via l’ultima incarnazione dell’impero persiano, smembrato quello bizantino, erano diventati padroni dell’intera sponda sud del Mediterraneo e minacciavano il cuore dell’Europa continentale. Il tutto grazie alla forza unificatrice della fede. In passato la religione era già stata asservita agli eserciti da altri popoli, per esempio le tribù d’Israele avevano portato sul campo di battaglia l’Arca dell’Alleanza come un’arma vera e propria, oppure si può pensare al famoso “in hoc signo vinces” di Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio, ma si era trattato di episodi limitati, non di una rivoluzione con l’obbiettivo di superare l’individualismo, i legami tribali e di sangue per fondare un’unica comunità di credenti.
Prima dell’avvento del Califfato, le guerre tra tribù avevano prevalentemente carattere di scorrerie, tendevano a contenere i danni e le perdite al minimo e vi erano spesso duelli tra i campioni delle rispettive fazioni. Pare che in una certa misura partecipassero anche donne e anziani. Gli ammirati cavalli arabi erano rari e preziosi, così come le armature, prerogativa dei più ricchi. Insomma si può notare come ricorressero molte delle caratteristiche che abbiamo visto sopra in relazione alla guerra “primitiva”. Come nacquero quindi gli eserciti in grado di sbaragliare forze numericamente superiori, meglio equipaggiate e addestrate? Sempre grazie alla religione, che codificò i comportamenti da tenere e da evitare. Ai credenti non era permesso battersi tra loro; vecchi, donne e bambini di norma non dovevano prendere parte ai combattimenti (ma vi sono delle distinzioni ed eccezioni, tenete conto che semplifico per ragioni di sintesi); la partecipazione alla guerra non doveva compromettere né la stabilità economica né quella familiare; si doveva partecipare per diffondere la fede e non per fare bottino (che veniva comunque accumulato e redistribuito tra le truppe); obbedire ai superiori era un obbligo; non si doveva disertare né fuggire, a meno che vi fossero delle ragioni tattiche o la superiorità numerica avversaria fosse schiacciante; chi non poteva partecipare alla guerra, ma disponeva di mezzi finanziari o altre risorse utili, doveva contribuire allo sforzo bellico. L’insieme di queste prescrizioni ridusse l’individualismo, aumentò disciplina, morale e motivazione delle truppe e le rese molto più affidabili sul campo di battaglia, sia in termini di obbedienza agli ordini, sia di continuità e impegno durante la campagna: per esempio nessuno si sarebbe sognato di disertare per tornare ad aiutare la famiglia o a dissodare i campi come abbiamo visto in Nuova Guinea. Il dovere di fornire armi e denaro all’esercito qualora non si potesse partecipare alla campagna permetteva inoltre di reclutare e sostenere uomini altrimenti troppo poveri per equipaggiarsi, aumentando al contempo la coesione sociale.

“La pietra d’angolo della guerra è la perseveranza, il suo perno è il sotterfugio, il suo asse è lo sforzo unanime, il suo timone è la disciplina, il suo freno è la prudenza, e a ciascuno di questi elementi corrisponde uno specifico vantaggio: il frutto della perseveranza è l’aiuto divino, il frutto del sotterfugio è il successo, il beneficio dello sforzo unanime è la riuscita, quello della disciplina è l’armonia delle operazioni e il frutto della prudenza è la salvezza.”
[Ibn Hudhayl al-Andalusi, L’ornamento delle anime, XIV secolo]

Il campo della battaglia di Yarmuk (636 d.C.), ottimo esempio del tipo di terreno scelto dai primi eserciti musulmani

Il campo della battaglia di Yarmuk (636 d.C.), ottimo esempio del tipo di terreno scelto dai primi eserciti musulmani

Il numero ridotto di uomini disponibili costrinse comunque gli arabi a impiegare tattiche prudenti, per esempio era tipico che, dopo aver esasperato il nemico con una serie di incursioni, sfruttassero l’elevata mobilità strategica fornita dai cammelli per occupare posizioni favorevoli come gole, pietraie, alture o scarpate da dove i loro abili arcieri potevano bersagliare i nemici in avvicinamento su terreni che li rallentavano o impedivano di dispiegare contingenti numerosi. I preziosi cavalli, montati solo in battaglia per risparmiarne le forze, venivano quindi adoperati per sferrare devastanti cariche ai fianchi contro avversari già provati dall’avanzata sotto il tiro degli archi. Se gli arabi avevano la peggio ed erano costretti a sganciarsi dal nemico, l’attenzione nella scelta del campo di battaglia si traduceva in una più agevole ritirata grazie alla mobilità e alla puntuale conoscenza di oasi e fonti d’acqua delle zone desertiche.
I miei Uomini Bestia ovviamente non sono capaci di simili finezze, ma mutuano comunque alcune delle caratteristiche necessarie per trasformare guerrieri che si guardano in cagnesco in un esercito capace di grandi imprese. Per esempio, la credenza che gli shmuergi siano eroi shvaergi reincarnati e prescelti dagli dèi conferisce loro un’autorità indiscussa, inoltre la ritrosia degli shmuergi a battersi tra loro fa sì che di norma l’aggressività degli immensi branchi si proietti all’esterno e non sfoci in lotte fratricide. Il fervore mistico indotto dai riti degli sciamani invece rende gli shvaergi fanatici, incuranti delle perdite e desiderosi soltanto di travolgere il nemico per guadagnare la benevolenza del dio Tshagar, riuscendo a supplire alla cronica indisciplina e alla scarsa dedizione dei caproni.

Bene, eccoci arrivati alla fine di questo approfondimento. Spero che abbiate trovato interessante far luce su un aspetto del background del romanzo in apparenza primitivo e basilare, anche perché ha fornito lo spunto per scoprire qualcosa in più a proposito di importanti civiltà vicine sulle cui origini spesso ci soffermiamo poco, tendendo quasi a farle apparire dal nulla in corrispondenza delle crociate :)

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Letture consigliate:
A. Hourani, Storia dei popoli arabi, Mondadori
V. F. Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, Franco Angeli
J. Keegan, La grande storia della guerra, Mondadori
D. Nicolle, Eserciti della conquista islamica, Eserciti e battaglie n.67, Ed. del Prado

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